Archivio mensile:Dicembre 2025

Sara Maggi, “Ho ancora un cuore”

Intervista di Graziella Belli

Percorrendo la passeggiata mare tra Spotorno e Noli, ho ripensato a Caterina e alle persone che popolano il romanzo di Sara Maggi, Ho ancora un cuore (Funambolo Edizioni, 2025). Lasciatemelo dire subito, è un grande lavoro, sorretto da una scrittura fluida, diretta e chiara, dove vengono affrontate storie comuni, ma le cui violenze, anch’esse apparentemente comuni, sono in grado di segnare i destini di una società malata.

Eccone un assaggio.

“Le mutandine! Le mutandine!» Il coro di voci mi riempie la testa, me la spacca in due. Lo vedono che sto male, che sono sull’orlo di un pianto disperato, eppure non smettono di ripetere in coro quella maledetta parola. Che sa di sporco solo a pronunciarla. Mi sento sprofondare nella terra del prato e vorrei solo sparire. Desidero con tutto il cuore che si apra un buco e che una forza sconosciuta mi risucchi dentro. Non può essere questa la vita di una bambina.

Continua a leggere→

La luce nella stanza, di Luca Benassi

Luce necessaria

Abbiamo bisogno di luce. Si tratta di una necessità che coinvolge la Storia che sembra evolvere a una velocità alla quale non riusciamo a stare al passo e con esiti imprevedibili. Sono parole da luoghi comuni, si dirà, ma luoghi nei quali viviamo e sperimentiamo, ogni giorno e insieme, paura, affanno, buio. È inutile elencare (nuovamente) le pene di quest’epoca, le guerre, le tensioni sociali, le crisi climatiche, l’avvento misterioso e debordante dell’IA. Nulla di nuovo è sotto sole, quando le nuove paure sostituiscono quelle antiche per le epidemie, le carestie, le invasioni, le guerre (quest’ultime un classico intramontabile). Eppure, guardando al passato con le mani protese al futuro, non si può non pensare come la Storia (il progetto della Storia) volga a un bene anche quando questo passa attraverso la sofferenza, il mutamento, la morte. Per illuminare questo bene abbiamo bisogno della luce. Veniamo da un secolo (il XX) dove l’arte e la poesia hanno lucidato il dolore come l’argenteria di casa, hanno coltivato il culto del buio, hanno preferito la disgregazione, amato l’incomunicabilità, coccolato l’oscurità. Abbiamo percorso il primo quarto del XXI dove è esplosa una luminosità abbagliante e ingovernabile, attraverso la proliferazione di comunicazioni, social, feed, video, post, scroll, termini che indicano una bulimia di stimoli, immagini, suoni, parole, reali e irreali, artificiali, veri e falsi a un tempo in maniera indistinguibile. L’oscurità caleidoscopica e luminosa ci ha accecati. Abbiamo gli occhi chiusi.
La luce di cui abbiamo bisogno è quella lieve che svela pian piano il senso delle cose, mostra la natura, trasforma le ferite in feritoie dalle quali passa per mostrare i volti e il cuore.
In questo spazio proveremo a condividere questa luce e lo faremo in maniera multimediale, nella consapevolezza che la poesia e l’arte passano attraverso strumenti e condivisioni anche molto diverse fra loro.

“Groundwork”, di Randi Ward

Testo introduttivo e traduzione delle poesie di Giovanni Agnoloni

Randi Ward (foto da https://randiward.com/)

Randi Ward è una poetessa, traduttrice letteraria, paroliera e fotografa del West Virginia, negli Stati Uniti. Ha conseguito un Master in Studi Culturali presso l’Università delle Isole Fær Øer e ha vinto per due volte il “Nadia Christensen Prize” dell’American-Scandinavian Foundation. Le sue opere sono apparse su Asymptote, Words Without Borders, World Literature Today e su molte altre pubblicazioni, e sono state trasmesse anche su Folk Radio UK, NPR e PBS Newshour. Ha ottenuto l’“Appalachian Photography Award” della Shepherd University, e la Biblioteca della Cornell University nel 2015 ha inserito una raccolta di suoi lavori nel proprio Dipartimento di Libri rari e Manoscritti.

Di lei ricordo in particolare la silloge poetica Whipstitches, oltre alla traduzione americana della raccolta di versi del poeta faroese Kim Simonsen La composizione biologica di una goccia di acqua di mare porta con sé l’eco del sangue nelle mie vene, da cui ho tradotto la stessa silloge in italiano per I Libri di Mompracem.

Oggi vi propongo una selezione di versi di Randi Ward tratti dalla sua opera poetica e fotografica Groundwork, che è stata oggetto di una mostra in West Virginia, dove lei vive. Il concetto di fondo è dare voce agli esseri viventi e agli elementi del paesaggio naturale della sua regione, nella quale dopo la seconda guerra mondiale le attività industriali ed estrattive hanno determinato un selvaggio inquinamento dalle conseguenze persistenti, oltre a vari episodi di inondazione e incendio (si veda il film Cattive acque di Todd Haynes).

Il risultato è una poesia in cui la voce degli animali, delle piante e perfino delle montagne e degli oggetti diventa un tutt’uno con quella degli esseri umani che li pensano, a evidenziare il filo circolare che ci lega alla Natura, e che solo la nostra presuntuosa ignoranza può pretendere di vedere separate in nome del profitto.

Continua a leggere→

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. “Natale” di Giuseppe Ungaretti

Dicembre è il mese che culmina con il Natale: la nascita di Gesù, che si fa uomo per la nuova alleanza con gli uomini, nei giorni che superano il solstizio d’inverno per aprirsi alla speranza della ciclica rinascita della natura. Anche il Natale, come le altre festività dell’anno, può essere pensato, organizzato, vissuto in modi diversi – e in molte situazioni differenti: personali, familiari, sociali, storiche. Benché in Italia il Natale sia per molti una festa di gioia familiare, non bisogna mai dimenticarsi di chi non lo può, o non l’ha potuto, vivere con le nostre opportunità.
Voglio citare e ricordare qui un film e una poesia. Il film è Joyeux Noël (2005) di Christian Carion, e racconta un evento dimenticato dalla storia ufficiale: una tregua natalizia spontanea in uno dei fronti della prima guerra mondiale, dove soldati tedeschi, francesi e scozzesi fraternizzarono tra di loro, celebrando insieme – lume d’amore nella tragedia – la nascita di Cristo.
La poesia è invece Natale di Giuseppe Ungaretti, datata 1916 e inclusa nella sua maggiore raccolta, Allegria di naufragi. Sono i versi dolorosi del poeta-soldato che porta sulle spalle il macigno della “grande guerra”: versi essenziali e nitidi, con cui Ungaretti squarciò definitivamente il velo della greve eredità petrarchesca che ancora gravava sulla nostra poesia (prima che lo stesso poeta, da fine anni Venti, ne imponesse una nuova, parimenti greve e reazionaria).
Leggiamo insieme: “Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo / di strade”. // Ho tanta stanchezza / sulle spalle. // Lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata. // Qui / non si sente / altro / che il caldo buono. // Sto / con le quattro / capriole / di fumo / del focolare”. Ospite a Napoli dell’amico letterato Gherardo Marone, Ungaretti visse quel Natale nello sciogliersi dell’intimità domestica, nel silenzio che lo portava a ritrovarsi. E a rivivere il calore della vita.

Ritratti in/versi, di Silvana Leonardi

di Francesco De Girolamo

Ritratti in/versi di Silvana Leonardi è una raccolta di calligrammi dedicati a 29 figure femminili della storia letteraria e artistica internazionale e a un uomo, nel suo eteronimo femminile.
I calligrammi sono componimenti poetici che si sviluppano su un testo che prende, nella sua struttura dei versi, anche la forma di un disegno, di un’immagine stilizzata, non necessariamente in relazione, per ciò che rappresenta visivamente, con il tema del testo poetico.
Ebbero inizio nella cultura ellenistica, nel IV e III secolo avanti Cristo, e nella lingua greca presero il nome di “technopegnie”. Si diffusero poi anche nella poesia latina prendendo il nome di “Carmina figurata”.
Questo particolare tipo di poesia, pur essendo sempre stato praticato nelle diverse storie letterarie, anche le più antiche, è stato poi ripreso in tempi più recenti dall’avanguardia, nella cosiddetta poesia visuale e concreta. Continua a leggere→

Simone Weil

a cura di Giorgio Stella

Aprite la porta, dunque, e vedremo i verzieri,
Berremo la loro acqua fredda che la luna ha traversato.
Il lungo cammino arde ostile agli stranieri.
Erriamo senza sapere e non troviamo luogo.

Vogliamo vedere i fiori. Qui la sete ci sovrasta.
Sofferenti, in attesa, eccoci davanti alla porta.
Se occorre l’abbatteremo coi nostri colpi.
Incalziamo e spingiamo, ma la barriera è troppo forte.

Bisogna attendere, sfiniti, guardare invano.
Guardiamo la porta; è chiusa, intransitabile.
Vi fissiamo lo sguardo; nel tormento piangiamo;
Noi la vediamo sempre, gravati dal peso del tempo.

La porta è davanti a noi; a che serve desiderare?
Meglio sarebbe andare senza più speranza.
Non entreremo mai. Siamo stanchi di vederla.
La porta aprendosi liberò tanto silenzio

Che nessun fiore apparve, né i verzieri;
Solo lo spazio immenso nel vuoto e nella luce
Apparve d’improvviso da parte a parte, colmò il cuore,
Lavo gli occhi quasi ciechi sotto la polvere.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Portatori di fioriture insperate

[Is 35,1-6a.8a.10; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11]

                                      (G.Klimt, Speranza)

«In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».

Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». [Mt 11,2-11] Continua a leggere→

15

Semplici abbandoni, di Alberto Bertoni

di Loretto Rafanelli

Alberto Bertoni, professore di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna, nella cattedra del suo illustre maestro Ezio Raimondi, si sa è critico militante, nel senso più ampio del termine, generoso con la comunità poetica, impegnato nella saggistica letteraria con una applicazione totale, dati i numerosissimi studi effettuati; è però poeta. Nella seconda parte del Novecento, la distinzione tra i due ambiti, quello del critico e del poeta, è stata giustamente messa da parte, tanto che poi alcuni poeti sono risultati ottimi critici (tre nomi per tutti: Bigongiari, Fortini e Zanzotto), così come alcuni critici si sono espressi ottimamente in poesia, e uno di questi è appunto il nostro poeta. Bertoni ha pubblicato vari libri, tra i quali spicca la raccolta Ricordi di Alzheimer (poi Il libro dell’ansia), in cui scrive della terribile malattia contratta dal padre, poesia che ha avuto molti riconoscimenti. Ora, facciamo un passo indietro rispetto al libro di cui vogliamo parlare, cioè Semplici abbandoni, appena uscito presso Einaudi (pag. 140, euro 12), e torniamo al volume precedente del poeta, sempre pubblicato da Einaudi, nel 2021, dal titolo insidioso L’isola dei topi. Ebbene in quelle pagine, il malefico roditore, diveniva minaccia e figura del declino di una società, la nostra, che, tra guerre, covid, perdita dei valori ideali e spirituali e eventi climatici, si pone sulla soglia della fine, o comunque in uno stato di evidente putrefazione. Il roditore ci accompagnava così in un baratro, in un tragico vortice melmoso. Vettore e protagonista della storia. Continua a leggere→

Andrea Zanzotto

a cura di Giorgio Stella

Elegia pasquale

Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov’è il crudo preludio del sole?
e la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l’agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti

E se è vero che oppresso mi composero
a questo tempo vuoto
per l’esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane

Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell’odio:
é mia questa inquieta
gerusalemme di residue nevi.
il belletto s’accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate.

dove grandi uccelli covarono
colori d’uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l’indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.

Crocifissa ai raggi ultimi e l’ombra
le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

La poesia di Antonio Petrocelli è una retrocessione allo stato di natura attraverso la memoria. Il risultato, tuttavia, non è, come ci potremmo aspettare, di nostalgia. È un rinvenimento della dura materia del presente. Il medium è la figura del padre, ma, in realtà, tutto l’universo infantile e geografico dal quale l’autore tra origine. Il ritorno a questa sorgente porta con sé le paure della discesa all’inferno. Per mezzo della poesia, in realtà, la memoria si sublima. Non aleggia fantasmatica a intralciare le cose della vita di tutti i giorni. C’è un doppio passo. Subito segue un sbrinamento che arricchisce la scrittura di questa raccolta di oggetti e elementi naturali che hanno lo spessore di presenze vive ed eloquenti. A partire dal titolo Peraspina e perapoma (Treditre Editori, 2019), che traccia il confine tra il mondo familiare e domestico che l’autore rianima e la realtà esterna di cui egli è stato interprete e viandante sulla strada, perché solo la strada è di tutti. Questo legame tra passato e presente, interno ed esterno, personale e universale è teso come una pelle di tamburo. Sono un contadino/ in fuga dai contadini./ Per dare senso/ al giorno fatto/ scorteccio un ramo/ e mi abbevero al fiume di tuoi silenzi. Scandita in quattro stanze, la poesia-canzone di Petrocelli raggiunge la nota più alta con Vola vola, pascoliana e metafisica insieme, liberazione finale dell’anima e dei sensi dagli abbracci della memoria fino a farsi pura armonia. Le mosche ronzano in tormento/ sulla corda che si tende./ Vola vola sull’aia la giumenta/ inseguendo in tondo il vento.

Continua a leggere→

Primo Levi

a cura di Giorgio Stella

Polvere

Quanta è la polvere che si posa
Sul tessuto nervoso di una vita?
La polvere non ha peso né suono
Né colore né scopo: vela e nega,
Oblitera, nasconde e paralizza;
Non uccide ma spegne,
Non è morta ma dorme.
Alberga spore vecchie di millenni
Pregne di danno a venire,
Crisalidi minuscole in attesa
Di scindere, scomporre, degradare:
Puro agguato confuso e indefinito
Pronto per l’assalto futuro,
Impotenze che diverranno potenze
Allo scoccare di un segnale muto.
Ma alberga pure germi diversi,
Semi assopiti che cresceranno in idee,
Ognuno denso di un universo
Impreveduto, nuovo, bello e strano.
Perciò rispetta e temi
Questo mantello grigio e senza forma:
Contiene il male e il bene,
Il pericolo, e molte cose scritte.

29 settembre 1984

L’arte dell scrivere, di Gualberto Alvino. 52

Si diffonde sempre più largamente, anche presso i parlanti/scriventi cólti e coltissimi, il verbo beneficiare nella doppia accezione di ‘trarre’ e ‘dar beneficio’.
Sennonché, almeno fino a questo momento, beneficiare significa ‘trarre beneficio’, mentre beneficare vale ‘far del bene’.

Ermanno Krumm

a cura di Giorgio Stella

Reginella

Finché sollevando gli occhi
ho chiuso con l’idea
che qualcosa possa essere rimasto
in ch? ci ha visto:
la signora della vecchia
friggitoria, il ciclista più caro d’Italia.

Neanche le fotografie servono.
Lo so, non resta proprio nulla
di ciò ch’eravamo uno per l’altra,
solo talvolta qualcosa torna,
ma anonimo, con la didascalia scambiata e lo strano effetto del vento
sul pioppo che faceva autunno
proprio dentro l’estate.

Roberto Carifi

a cura di Giorgio Stella

L’amore

L’amante vede nell’amato ciò che l’amore gli fa vedere. L’amore è uno sguardo che chiede di essere guardato, la schiusura che nell’ombra dell’uno e dell’altro lascia entrare la luce dei loro sguardi. La neutralità dell’amore, come ci viene descritta da Plotino, è l’Altro che chiama l’amante verso l’amato, che li rende aperti l’uno per l’altro. Non si riceve il dono che abbandonandosi al movimento che l’avvicina, nel vuoto misterioso ancora colmabile dall’amore. L’amato partecipa della neutralità dell’amore, è per questa sua appartenenza che lo mantiene al di là di ogni misura che può avvicinarsi con i tratti dell’amato, entrare in quell’apertura a cui l’amante è sospeso nella sua attesa. Nessuna ferita verrà risanata, nessun vuoto verrà colmato se non per riaprire di nuovo il vuoto e la ferita che irradiano sopra il volto dell’altro una penombra, l’ombra di una carezza che lo tiene nella luce segreta dell’amore. L’amore è una pienezza che reinventa il vuoto, un fiume che scorre verso la povertà della sorgente.