Archivi categoria: Letture

Il vino di Puglia e Toscana

di Flavio Vacchetta

C’è una terra, nel meridione d’ Italia, che si eleva dal mare Adriatico e alterna grandi pianure a lievi pendii.

Mentre sull’auto rincorri la strada che ti sta davanti, attraversando campi di girasoli, il tuo sguardo raccoglie fotogrammi della rigogliosa sequenza di vigneti che ti circonda. Il sole, già dal primo mattino, corteggia una interminabile distesa di filari d’uva. Continua a leggere

Salvator mundi

 

 

 

 

 

 

Come possiamo figurarci lo sguardo e il volto del Cristo dostoewskiano, quello che oppone un immacolato silenzio all’arringa fluviale del Grande Inquisitore? Quel volto, visto che ogni artista inventa inconsapevolmente i propri precursori, lo ha ritratto mirabilmente Antonello nel suo ‘Salvator Mundi’, oggi alla National Gallery, secoli prima che l’autore russo concepisse la famosa leggenda raccontata da Ivan Karamazov. Proprio quel volto impalpabile ed inquietante, che spalanca interrogativi vertiginosi ed eterni, che ci interroga e ci fruga dentro con la sola forza del suo viso, assurto a dimensioni giganteschi, fa da sfondo a “ Sul concetto di volto del figlio di Dio”, ‘spettacolo’ della Socìetas Raffaello Sanzio. Continua a leggere

Marino Magliani e Vincenzo Pardini finalisti al “Premio Settembrini 2011”

Da qui e qui

Marino Magliani e Vincenzo Pardini sono finalisti al Premio “Regione del Veneto – Leonilde e Arnaldo Settembrini – Mestre”, con Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo (Transeuropa), fusione di due splendidi racconti di cui il Prof. Giuseppe Panella ha a suo tempo parlato su La poesia e lo Spirito e al Gabinetto Vieusseux. Segue qui un video di una trasmissione letteraria di un canale veneto (TeleChiara), dove si fa riferimento agli Autori intorno al minuto 17:15.
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=Pqqv_wJ4iiA]

La versione di Giuseppe

La (s) carezza di Dio e i poeti di don Tonino

“Io sono venuto nel mondo con la mia anima nuda a portare lo spirito e il fuoco, per volontà di Dio. Non fate che la mia opera ricada su me medesimo e diventi vaniloquio, o polvere che il vento disperde”.

( Don Tonino Bello)

Di Augusto Benemeglio

Il dono di un’amica.
Una cara amica dello spirito mi dona un libro, “La versione di Giuseppe”, poeti per don Tonino Bello, Accademia di Terra d’Otranto- Neobar, 2011. Ed ecco, in copertina, una mano che carezza una maschera bianca, con incisi tutti i nomi dei poeti. La carezza perpetua di don Tonino, – mi dico – e le sue parole che ardono, che palpitano ancora negli universi che si sgranano, i suoi battiti nell’ombra, gli spazi che si animano e diventano anima mundi, madre di tutte le razze erranti che si trovano insieme sulla cima, sul pinnacolo, nell’empireo e carezzano i cieli, le galassie, e si carezzano tra loro, e ogni carezza dura un secolo, mille anni per dio e per l’uomo, un tempo identico, un identico volare, un identico franare. L’amica mi riapre, d’improvviso, una radura di memorie, verdi esclamazioni, in cui fischia il vento tra i rami di mare. Ecco Leuca, il mare che lui amava, con le sue grotte, con le sue sirene, e ci andava a nuotare, possente, il giovane Tonino, con le sue braccia ampie, tra due palme e una fanciulla scalza, e levava in alto il suo sguardo infinito, quel suo guardare senza tempo. Continua a leggere

“Farina di sole”, di Nunzio Festa

Intervista di Marino Magliani

Nunzio Festa, Farina di sole (Senzapatria, 2011).

Una piacevolissima sorpresa, un romanzo costruito a quadri, fatto come di alte maree che si ritirano e ogni volta lasciano sul campo di battaglia una vita sconfitta. Ne parliamo con l’autore.

– Nunzio Festa, com’è nata l’idea di questo romanzo (si può chiamare romanzo?) politico che racconta le piaghe della prima repubblica e incontra persino Cesare Battisti?

Questo mio breve romanzo politico, civile, romanzo in quanto volevo fare un’opera innamorata delle vie del romanzo ma non degli schematismi di certi romanzi della contemporaneità, è stato ispirato dalla necessità di scrivere pagine che fossero rappresentative della mie idee più importanti: dunque troverete, come tu caro Marino, che sei tra l’altro stato il lettore più attento e intelligente del testo prima della sua pubblicazione, hai già sottolineato, come nel testo per esempio s’incontri Cesare Battisti: la cavia più bella di questo tempo, l’ex combattente, ma oggi scrittore e soggetto messo al muro, che m’ha fatto aderire alla causa del gruppo internazionale di solidarietà a suo favore. Per la libertà. Per la giustizia. Ma in questo mio romanzo ho provato a ragionare sul concetto stesso d’identità. Come sui tanti momenti di furto statale della prima repubblica e d’ogni repubblica possibile, almeno fin quando l’idea di governo e amministrazione saranno quelle oggi in piazza e il potere continuerà a reggersi. Continua a leggere

Fabio PUSTERLA – Le terre emerse

E poi qualcuno va, tutto è più vuoto.
Se ci ritroveremo, sarà per non conoscerci,
diversi nei millenni, nella storia
faticosa di tutti; e intanto arretrano
i ghiacciai, s’inghiotte il mare
lo stretto, ed il passaggio
è già troppo profondo, impronunciabile,
sepolto nel passato il tuo viaggio. Se ci ritroveremo
non ci sarà memoria per me, insetto,
per te, fatto farfalla tropicale.
D’altra parte, lo sai, non ci vedremo
più. Nessun colombo verrà, nessuna pista
a ricucire lo strappo, la deriva
di morte.

* Continua a leggere

39. Mi ricordo tutto

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=Lf0dwbub8Io]

da qui

Sembra facile: un motto per tutte le stagioni. Ma si adatta bene a quello che successe.
Le guardie svizzere hanno qualcosa d’irreale: gli elmi, le alabarde, la divisa d’altri tempi e l’aria di chi difficilmente muove un sopracciglio. Se non le avessi incontrate in un albergo di Loreto, in libera uscita, potrei pensare che siano manichini.
Chissà perché mi vennero in mente mio padre e mia madre, con i volti cordiali dei contadini di una volta.
Qualcuno mi ritenne matto, pensò di non dovermi prendere sul serio. Continua a leggere

Diario di Barcellona III, di Andrea Sartori

«Io è un altro».

Gli vennero in mente queste parole di Rimbaud, quando si guardò nella specchiera ottocentesca del Grand Cafè Restaurante della vecchia Calle Ferran.

Volgendo poi lo sguardo alla strada, gli parve di vedere ancora se stesso: nella senzatetto che si arrotolava le mutande in vita dopo aver pisciato in un angolo già irrigato da un cane, nelle grida disarticolate di due tedeschi ubriachi, nel sorriso ammiccante di un omosessuale che tentava di sedurlo a distanza.

Avrebbe dovuto essere «un altro» più spesso.

Come la sera prima, ad esempio, quando, mentre rimestava il fondo di un mojito accucciato su di uno sgabello di Malpaso, entrarono nel locale, ridendo senza ritegno, sette ragazze olandesi, in città per le sfilate di Passarel-la. I giovani spagnoli che erano con lui si erano ridestai ad una nuova vita, sperando improvvisamente in un diverso destino per la loro notte. Allora, però, egli non seppe sfilarsi dal viso la pellicola trasparente che lo separava da se stesso. Doveva rientrare nel suo piso, e mettersi a lavorare alla scrivania, senza troppo alcool in corpo, e senza l’enfasi della carne a disturbarlo. Continua a leggere

Due parole su Andrea Zanzotto e un (altro) rimpianto

Se io fossi un uomo di coraggio sarei di certo riuscito a bussare alla porta di Alda, ai Navigli, invece di restare immobile sotto casa sua, con uno zaino e La Terra Santa dell’edizione Scheiwiller tra le mani, esattamente la prima, quella che usci dopo vent’anni di internamento.
Invece, dal 2001 al 2009, nelle mie trasferte milanesi (di lavoro), non ho fatto altro che guardare la sua porta per ore. E poi andare via, pieno della sua assenza (stanare un poeta?, e perché? solo vanità). Poi Alda se ne è andata, e io mi sono addormentato con 40 poesie nel letto e nel buio mi immaginavo la sua foto, nuda, di vecchia, vanità della sua poesia messa come copertina di un disco che cantava suoi versi.
Chissà perché. Quell’immagine, dico, proprio quella, ad accompagnare il mio piccolo saluto alla pazza della porta accanto.
Continua a leggere

Tutto l’amore che abbiamo potuto. Sul nuovo libro di E. Tonon, di Andrea Sartori

Con La luce prima (Isbn Edizioni, Milano 2011), Emanuele Tonon completa il suo personale ciclo trinitario iniziato con le due parti di cui si componeva il romanzo eretico dell’esordio, Il nemico (Isbn Edizioni, Milano 2009). Se quest’ultimo era dedicato alla teologia concreta – operaia e furiosa – del Padre e del Figlio, il nuovo libro è incentrato sul ricordo della madre, Vincenza, trasfigurata dall’elaborazione del lutto in uno Spirito Santo, che non si propaga nel mondo per il tramite fattivo della Chiesa di Pietro, ma per quello biologico di un’esile figura mariana, i cui organi espiantati – dilapidati – danno nuova vita ad altri sconosciuti. Continua a leggere

“Le OroVie” – La Connessione cosmica

Recensione di Giovanni Agnoloni

Andrea Aschedamini, Davide Sapienza
Le OroVie
Lubrina Editore, Bergamo, 2011

Dopo L’invisibile canto del silenzio, i testi di Davide Sapienza e la foto di Andrea Aschedamini tornano ad accompagnarci in un itinerario geogafico, ma soprattutto spirituale, nel ciclo delle stagioni delle Alpi Orobie. Le OroVie (Lubrina Editore, 2011) è un libro che ci fa dono di un percorso speciale, che fa di tutto per essere “normale”, “umile” nel senso originario del termine (humilis, “che sta in basso”, dunque “aderente al terreno”), ma non può evitare di rivelare la propria natura iniziatica. La Natura qui si rivela nella sua essenza di Via, cioè di percorso di accesso a dimensioni più sottili, più profonde e insieme più alte, rispetto a ciò a cui siamo abituati. L’essenza energetica e spirituale dei luoghi di montagna si manifesta come Holos (“Tutto”) in cui si immerge l’essenza intima dell’uomo, osservatore che vive su di sé un riflesso della vita millenaria del Cosmo. Continua a leggere

La mela dolceavvelenata della poesia nelle mille voci di Federica Fracassi

Metti una donna al centro della scena. Mettila seduta su una carrozzella. Metti che la scena sia semibuia e che la donna sia in declino evidente. Lo spettatore entra e si suppone che pensi “Speriamo che finisca presto”. Lo spettacolo, crede di intendere. Ma forse no. Forse noi siamo messi nella condizione esatta dei visitatori della corsia degli incurabili. E da subito abbiamo da provare il disagio e l’imbarazzo del quale dirà più avanti Federica Fracassi dicendo le parole di Patrizia Valduga. Metti che presto quel corpo pur rimanendo immobile cominci a slittare attraverso tutti i possibili stati dell’anima e della voce. Metti che noi capiamo che gli incurabili sono creature vive, che hanno ancora confidenza con noi, che hanno diritto a questa confidenza e non allo stato laterale nel quale vengono forzati. Metti che adesso ci vergogniamo. Il monologo ha già fatto il suo effetto morale. Metti che il testo tiri e sbalzi il corpo di una aderentissima Federica Fracassi dalla franca invettiva alla sanguinante levità dei mistici fino nella infinita negritudine degli astri, ai grovigli di stelle, fino alla parodia religiosa, rimanendo continua solamente la struggente dichiarazione d’amore per la lingua italiana e per la poesia, la fiducia (che vuole essere) cieca nella parola – sebbene Valduga se la prenda pure con Orfeo che, voltandosi, ha scelto di tenere intatta la sua ispirazione, certamente nutrita dalla disperazione della perdita di Euridice, anziché conservarsi la sua bella Euridice fragrante in sé. Metti che suoni e luci della regia dell’ottimo Walter Malosti abbiano l’intelligenza di accompagnare impeccabilmente ogni piccolo scarto emotivo e di suggerire aperture che non appaiono. Continua a leggere

Laura Bosio, Le notti sembravano di luna.

Conversazioni con i critici Paolo Pomati, Giusi Baldissone, Tonino Repetto e con l’autrice Laura Bosio

di Guido Michelone

Forse non è un caso che la protagonista del nuovo libro di Laura Bosio, il romanzo Le notti sembravano di luna (Longanesi, Milano 2011, pagine 215), Caterina, dieci anni quinta elementare in una città di provincia innominata (ma chiaramente identificabile con Vercelli borgo natale dell’Autrice, da trent’anni trapiantata a Milano), ami la bicicletta e viva negli anni Sessanta: due argomenti, quest’ultimi – la bicicletta e gli anni Sessanta – oggi di moda per varie ragioni. Il grande antropologo francese Marc Augé pubblica nel 2009 Il bello della bicicletta (Bollati Boringhieri) che è il primo importante elogio del mezzo da parte di un intellettuale a quasi mezzo secolo di distanza dall’esaltazione che ne fecero l’unico movimento giovanile dotato di due ruote, i Provos olandesi con le loro biciclette bianche pacifiste. Laura Bosio non parla né di Augé né di Provos ma il messaggio è chiaro, sebbene implicito. Semmai, in una recente tavola rotonda, di un libro poliedricamente affascinante, sono emersi altri temi, come spiegano via via tre diversi interlocutori (oltre l’Autrice stessa), nell’ordine Paolo Pomati (operatore culturale), Giusi Baldissone (italianista), Tonino Repetto (critico letterario).

Paolo Pomati

Michelone: Come sintetizzeresti il nuovo romanzo di Laura Bosio Le notti sembravano di luna?

Pomati: Come la storia di Caterina Guerra, bambina diventata donna, che racconta il suo passato negli anni 1963-64 a un interlocutore che sarà svelato solo alla fine, con un incredibile congegno narrativo, come uno specchio dialogante che chiosa, commenta, corregge le memorie di Caterina stessa.

Michelone: Laura Bosio è per la critica la ‘narratrice dell’anima’…

Pomati: Forse sarebbe meglio definirla una narratrice di anime, intese quali voci piccole, minime, quasi volti nascosti, che la protagonista vuole scoprire. Infatti Caterina tenta di capire il mondo che le sta attorno negli anni del boom economico in cui le spinte costruttive del dopoguerra si sfilacciano con le prime contestazioni.

Michelone: In tal senso sono fondamentali i due genitori di Caterina.

Pomati: Infatti il padre Enrico e la madre Adele iniziano a non capire più il mondo circostante: lui quindi di sera sul balcone manifesta le inquietudini personali e politiche facendo comizi agli orti; lei, con l’improvviso benessere, è catapultata nella piccola borghesia, costringendo la figlia a lezioni di inglese e di pianoforte, ma è una donna piena di contraddizioni, dura, rigida, severa, sfuggente, imprevedibile, anaffettiva.

Michelone: Nonostante le difficoltà di rapporto con i genitori, Caterina rimane con un atteggiamento positivo di fronte alla vita.

Pomati: Sì, Caterina non si abbandona mai alla disperazione, perché ha dalla sua l’amore per la bicicletta, con la quale sfreccia, pedala, ricerca, decifra con la leggerezza di un’anima archetipa in un universo sconcertante e magnifico che è quello dei bambini: e si capisce che è una ribelle, una non alienata nell’apparente domesticità della piccola casa…

Michelone: C’è qualche altro elemento che hai gradito nel libro?

Pomati:
Giusi Baldissone

Michelone: Cosa ti ha colpito maggiormente di Le notti sembravano di luna?

Baldissone: Anzitutto il meraviglioso incipit del libro, con scrittura rara, sintetica, pensata, incastonata che non è più rivolta a una struttura normale, anche perché sembrerebbe un romanzo denso di promesse che si potevano evolvere tragicamente, ma che così non è. La bambina che corre verso piccole fughe o altre deviazioni per perdersi un pochino, di fatto poi rientra; Caterina sembrava dunque promettere una tragedia…

Michelone: Ma tragedia non è e non è stata… E allora a che genere guadare narrativamente parlando?

Baldissone: Bisogna anzitutto domandarsi fino a che punto era un discorso che ha reso autobiografica la finezza nel narrare nascondendosi; io, a metà dell’opera, mi sono accorta che questo libro è un magnifico palinsesto che dava la sua scrittura e la sua capacità di narrarsi attraverso il romanzo; il fatto di essere un palinsesto è la capacità astuta e profondissima di tirar fuori il meglio di questa sua memoria e, per l’autrice, di misurarsi con una costruzione e uno schema narrativo che non deve essere spontaneo, altrimenti è difficile che si arrivi a scrivere qualcosa che vale per tutti. Dico questo, perché non si può scrivere di getto su se stessi, perché è una trappola, ma poi diventa qualcosa che non dice molto a nessuno.

Michelone: Quella di Laura Bosio è quindi una grandissima operazione meta letteraria?

Baldissone: Sì, perché entra dentro la struttura di un libro come Infanzia di Nathalie Sarraute, non a caso citato nell’esergo, trasformandolo nel suo codice e nel suo modello.

Michelone: Ma quali elementi in comune possono esistere (e coesistere) tra la scrittura di Laura Bosio e quella di Nathalie Serraute?

Baldissone: La grande sfida è accettare la sua memoria; attraverso il narrare senza narrare dell’avanguardia francese degli anni 60-70, la cosiddetta école du regard o nouveau roman, la Sarraute snoda la struttura attraverso lampi di pensiero prima ancora che si trasformi in scrittura. Anche la Bosio va dentro la sua memoria con una sorta di grido simile a quello della Sarraute. Quest’ultima ci racconta che il grido della bambina nasce dall’osservare la tata che cuciva la lana e le forbici in primo piano. Prima che memoria è cervello ancora da esaminare.

Michelone: E il palinsesto di cui parlavi?

Baldissone: Poi pian piano ci si rende conto che il palinsesto va avanti, narrandovi esperienze molto diverse: però c’è sempre questa struttura da parodia da palinsesto che salta fuori fortissima. Ci sono nel romanzo molte spie o sguardi in macchina che la Bosio meravigliosamente si concede come dire ‘sono felice di potermene giovare, usare questo e dire altre cose’: è la bellezza della struttura che non ha il carattere dell’irruzione dell’io senza schermo.

Michelone: E a proposito di schermo, non ti sembra che la Bosio usi quasi un linguaggio cinematografico?

Baldissone: Le tecniche che usa sono certamente più fotografiche e cinematografiche rispetto alla Sarraute, perché ad esempio la Bosio rappresenta molti oggetti, a cominciare dalle gambe-oggetto del sogno di ciclista di Caterina. Le gambe della bambina sembrano oggetti che appartengono al corpo ma al contempo sono distaccati, come se la bambina fosse cresciuta attorno a queste gambe e ai sogni del futuro, come le gambe di Dora Markus nella poesia di Eugenio Montale, gambe che il poeta non ha mai viste, perché le ha ammirate solo in una foto inviatagli da Bobby Baszlen.
Tonino Repetto

Michelone: Essendo tu amico di Laura Bosio, hai seguito da vicino al genesi del libro Le notti sembravano di luna?

Repetto: In effetti ho visto crescere un testo che si modificava a seconda delle suggestioni. C’era anzitutto il problema del fratello, che corrisponde a quello di un tu indistinto, che faceva da contraltare alla narratrice: alcuni lettori magari conducono il tu una sorta di super ego letterario, altri l’identificano con la madre. In realtà il fratello nascosto esisteva già nascosto, perché c’è un passo in cui Caterina chiede alla madre un fratellino. L’idea geniale è assegnare il tu al fratello, persona inventata che è al contempo il primo interlocutore del racconto, ma anche un personaggio particolarmente fiabesco, come fiabesche sono molte componenti del testo.

Michelone: In che senso fiabesche?

Repetto: Il fratello è quasi come un gnomo, un personaggio della foresta incantata, con una funzione di chi, ridendo o sghignazzando, serve forse per tenere a bada la voce narrante che non è Caterina adulta, ma per un gioco di specchi è un personaggio di donna adulta (non un io autobiografico). Il mistero del fratello è anche tale perché l’io narrante si rivolge per risolvere problemi stilistici e letterari.

Michelone: In tal senso è straordinario nella Bosio l’uso dei tempi verbali.

Repetto: Laura usa il trapassato prossimo e l’imperfetto perché sono i tempi dei racconti infantili della fiaba, perché è un flusso temporale che non si conclude mai. C’è solo un uso parco di qualche passato remoto spiegato con la regionalità del nonno di origine siciliana.

Michelone: Parlando di tono fiabesco, hai trovato altre suggestioni come lettore?

Repetto: C’è una sorta di dimensionamento tipico dell’infanzia, ad esempio le case come scatole, la fabbrica invece come una scatola più grande, un po’ come il gioco del Lego, che dà una visione infantile recuperata nelle cose, come pure vedere le persone come gigantesche.

Michelone: Tu sei anche quello che trova sempre riscontri o analogie fra libri o personaggi.

Repetto: Ad esempio i periodi lunghissimi particolarmente elaborati che Laura adopera, simbolicamente riproducono le volute di Caterina sulla bicicletta. Oppure il personaggio del padre è esemplificato in quello tratteggiato dal polacco Bruno Schultz nei racconti Le botteghe color cannella del 1933 con un’intertestualità letteraria che denota un grande lavoro sul lessico e sulle espressioni; ad esempio un periodo inizia partendo come se si dovesse concludere al modo solito come una frase fatta, ma invece Laura piazza un aggettivo imprevisto che lascia piacevolmente sorpreso il lettore.

Michelone: Cosa è ancora Le notti sembravano di luna?

Repetto: Un romanzo in cui ci si identifica affettuosamente con la bambina, facendo recuperare nel lettore i ricordi d’infanzia, che fa diventare il libro commuovente, nel senso etimologico, cioè che muove dentro qualcosa.
Laura Bosio

Michelone: Condividi quanto detto sul tuo romanzo da Paolo Pomati, Giusi Baldissone e Tonino Repetto?

Bosio: Sì, molto, e li ringrazio per le belle osservazioni. Ho preso alcuni appunti, per rispondere a quanto detto finora. Sono d’accordo che non si debba scrivere di getto dell’infanzia: io avevo voglia di ritornare all’infanzia, ma non mi interessava raccontare la mia infanzia in senso stretto, per quanto schegge possano essersi inserite inconsciamente; avevo invece il desiderio di riattivare un sentimento, possibile quanto più m’inventavo un gioco anche crudele.

Michelone: E la Sarraute ti è venuta incontro?

Bosio: Sì, con il libro Infanzia mi ha offerto una possibilità di inventare un interlocutore che permettesse a un io narrante di farlo, giocando a inventare una storia di qualcuno che fosse il più possibile vicino; e questo gioco dell’inventare storie (che è il gioco dell’infanzia) è ciò che ho in mente di fare ed è quello che ha poi fatto la lingua, la scelta delle parole.

Michelone: Laura, tu e la bambina…

Bosio: La bambina viene raccontata con lo sguardo di una bambina anche secondo la consapevolezza di un’adulta, ma vede le cose come le vedono i bambini e questo mi ha permesso di avere quel sentimento in cui è possibile che si riconoscono anche altri, senza bambineggiare troppo.

Michelone: Perché la bicicletta?

Bosio: A me interessa la velocità, le corse, in un precedente libro parlavo di gare automobilistiche, ma amo una velocità un po’ curiosa, come Paolo Conte nella canzone Velocità silenziosa.

Michelone: Infine, che cosa si ricorda di più nel mosaico dell’infanzia?

Bosio: Ricordiamo qualcosa di fisico e dunque attraverso gli oggetti ci si racconta perché gli oggetti si raccontano. A me interessa dare voce ai personaggi minimi, dare voce alle vite comuni, qui. In Le notti sembravano di luna, una famiglia come tante negli anni Sessanta, che cerca di ‘salvarsi’. Ma, se c’è salvezza nei miei personaggi, è duramente pagata da loro.

Raul Montanari: “Il Cristo Zen”

Recensione di Davide Sapienza

Raul Montanari
Il Cristo Zen
(Indiana Editore, pagg. 136, € 12,00)

Adesso che lo ha scritto e pubblicato si potrebbe dire che da Raul Montanari un libro del genere potevamo aspettarcelo. Ma prima di adesso? Prima lo avrebbero forse detto coloro che seguono i suoi incontri; chi ascolta le sue interviste; chi frequenta i suoi corsi di scrittura creativa; chi ha letto le sue traduzioni; e chi lo ha visto in azione come padrone di casa al festival Presente Prossimo da lui diretto (in avvio la quarta edizione, ho avuto l’onore di partecipare a quella del 2009 e ho vissuto momenti davvero importanti e stimolanti con lui). Ma basta parlare con lui quando racconta la letteratura con amore, mentre la forza interiore e la passione emergono senza che la lucidità ne sia compromessa: direi un amore per La Parola che si può ascrivere al campo della “fede”. Continua a leggere

Diario di Barcellona II, di Andrea Sartori

Il mattino trascina con sé brani della notte. Dalla notte, a dire il vero, la città non esce mai.

Un lieve stato sonnambulico ti accompagna anche quando scendi a fare la spesa al piccolo supermercato sotto casa, gestito da un cingalese che ormai, quando ti vede, ti saluta con un identico bofonchio: «Buenos dia, italiano». Continua a leggere

Biografia della notte

di Marino Magliani

Un titolo del genere mi è venuto in mente leggendo Nel cuore della notte (Del Vecchio Editore, 2011, euro 14). Un’antologia curata da Katherine Schimdt, che ha chiesto a nove scrittori italiani di raccontare la notte e a ognuno di essi ha concesso un’ora di tempo. Gli autori sono: Andrea Ballarini, Caterina Bonvicini, Bruno Morchio, Gianluca Morozzi, Sandra Petrignani, Lidia Ravera, Gianmaria Testa, Grazia Verasani e Nicola Verde, al quale è toccato di raccontarci di quando la notte è giovane. Continua a leggere

C’era una volta il grande cinema italiano #10 – Sciuscià.

Decimo e ultimo morso del nostro grande cinema che fu. Per chiudere il cerchio non posso che tornare all’anno da cui ero partito, il 1946. E ancora alla coppia De Sica-Zavattini.
Sciuscià “in Italia, praticamente, non lo vide nessuno. Uscì nel momento in cui arrivavano i primi film americani, sui quali il pubblico si gettava insaziabile.” Così raccontava De Sica, a proposito della disconoscenza in patria di una pellicola così importante. E in contrasto con il grande successo riscosso all’estero. Costato un mione di lire, pareva un disastro commerciale. “Più tardi il film venne venduto in Francia per quattro milioni di lire e incassò trecento milioni di franchi. In America lo acquistarono due distributori diversi e fece la fortuna di entrambi. Ebbe anche un Oscar col quale si premiò “lo sforzo produttivo dell’Italia” appena uscita dalla guerra disastrosa.”
Già, e non si può manco dare la colpa agli anni ’80 e a Drive In.
Certo, lo stile di De Sica, l’osservazione commossa e partecipe sui ragazzini protagonisti, l’uso abbondante di esterni e l’impiego di molti attori non professionisti, conferiscono al film quella veridicità che da una parte ha meravigliato gli stranieri dall’altra ha allontanato chi era così prossimo a quella geenna. E’ chiaro che il pubblico italiano del 1946 non si sentiva pubblico, si sentiva parte in causa. Continua a leggere

Alessandro VETULI – Dieci poesie

Se c’è un amore che desidero
È quello della pietra.
L’ inguine di scogli
Con la sua cavità genitale ,
il corpo robusto del nulla.

Se c’è una sensazione che desidero
È quella della nudità.
Dove i tendini del sole si spezzano ,
la censura dei falsi sentimenti crolla
e l’intimità è libera dalle fasce della poesia. Continua a leggere

La sospensione fiamminga di Tranströmer e Vermeer

di Maria Grazia Calandrone

Se gli onestissimi svedesi hanno deciso, dopo ben 37 anni, di assegnare il Nobel per la letteratura a un connazionale è perché Tomas Tranströmer scrive versi come Nei mesi oscuri l’anima stava rannicchiata / e senza vita / ma il corpo veniva dritto verso di te. / Il cielo notturno mugghiava. Furtivi mungevamo il cosmo e siamo sopravvissuti. Vediamo che si tratta di un poeta ampio. L’ultima assegnazione a svedesi risale al 1974 e premiò lo stream operaio dei due scrittori autodidatti Eyvind Johnson e Harry Martinson. Il gesto fece scandalo perché entrambi erano membri dell’Accademia. E allora, doppiamente: se è stato ufficialmente valicato anche il peso di quella imbarazzante memoria è perché Tranströmer, dicono gli stessi Accademici, offre un nuovo accesso alla realtà. Ovvero, nelle parole spicce che amiamo, vediamo che si tratta di un poeta grande. Perché un grande poeta ri-crea un mondo in silenzio. Questo mondo che andiamo leggendo prima di Tranströmer non esisteva. Dunque leggi e pensi “questi sono i silenzi di Tranströmer” come penseresti “queste sono le donne di Vermeer”. Continua a leggere

Il tuo nome

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=OEiXV5GZUkA]

da qui

di Federica Carlini

Ci sono così tante cose in una sola vita,
così tante! Se solo potessimo
trattenerne alcune,
poche,
forse anche una soltanto!
E invece tutto sembra sfuggire,
tutto corre, come il respiro
già passato nel prossimo
che verrà. Continua a leggere