Archivi categoria: Letture

I pesci non chiudono gli occhi – Erri De Luca

erri de luca

Quando hai dieci anni ti pare che tutto il mondo non può fare a meno di riconoscere la tua adultità, la tua bambinaggine adultomorfa. Quando hai dieci anni è come cinquanta anni dopo del non ora, non qui ma nel 1960, a Ischia, e tu ancora non lo sai a dieci anni come ci ripenserai a quella prima stagione della vita – la stagione dei poeti, dicono –, ancora non sai lo scrigno che sei in quell’epoca in cui spighi e decanti la delicatezza che si nasconde nel velluto di una carezza femminile, la crudezza.
Lo saprai soltanto a cinquant’anni.
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Il padre giusto

“Il nome giusto”, di Sergio Garufi, Ponte alle Grazie

Sincero, dolente, affettuoso, scoperto. L’esordio romanzesco di Sergio Garufi, blogger garbato e erudito, uno dei maggiori conoscitori di Borges in Italia, è un obiettivo centrato in pieno, emanativo di cultura e sentimento, in equilibrio tra passione e cesello, soprattutto linguistico. Una prosa simile a quella dei talenti italiani recenti, come Lagioia e Desiati, che si àncora certamente di più alla tradizione del dopoguerra come Bassani, Buzzati, Flaiano, ma anche l’Ugo Pirro autobiografico di “Solo un nome nei titoli di testa”, e soprattutto il magnifico Bianciardi de “La vita agra”, piuttosto che cercare di imitare una prosa moderna con artifici stilistici a effetto. Per quanto Garufi utilizzi glosse infrequenti a costo di apparire eccessivamente ricercato, è raro che le ostenti fino in fondo: le stempera di umiltà nel magma testuale fino a rasentare la autoumiliazione. È questo bilico che rende le sue pagine così larghe e persino eroiche, in alcuni momenti, ma al contempo così umane, commoventi e oneste.
Garufi racconta se stesso come fa da sempre nel suo blog, usando qui l’espediente romanzesco del morto che fa da io narrante, cucendo la trama della sua vita attraverso quella delle persone/personae che acquistano i suoi libri presso un venditore di volumi usati, Lino, con il quale condivide un pacato e rassegnato senso di fallimento di vita. Continua a leggere

Il Nobel per la letteratura a Tomas Tranströmer

I ricordi mi vedono

Un mattino di giugno, troppo presto
per svegliarsi, troppo tardi
per riprendere sonno.

Devo uscire nel verde gremito
di ricordi, e mi seguono con lo sguardo.

Non si vedono, si fondono totalmente
con lo sfondo, camaleonti perfetti.

Così vicini che li sento respirare
benché il canto degli uccelli
sia assordante.

da qui

Diario di Barcellona I, di Andrea Sartori

Ho attraversato la città con il mio corpo. O forse ho attraversato il corpo della città?

Chiazze, grumi, masse fibrose, sfilacci, muscoli: quasi inciampavo in parti di corpi. Staccate dal tronco, acefale, analfabete. Frange tagliate, brandelli amputati, gettati intorno a me, proprio sotto il mio sguardo, come a dire che erano lì non a caso, ma per richiamare la mia attenzione, e ad esigerne gli occhi, le retine, e con esse il cavo auricolare, il tatto, i seni nasali. Continua a leggere

Fernando Bandini, La ciupinara

Una poesia in dialetto vicentino, una cantilena che sgomenta e confonde. Siamo assai lontani dalla tradizione poetica di temi lirico-naturalistici o da quelle di ordinate metafore. La talpa è la sonda che penetra nelle terre dei morti e delle cose del mondo di sotto, il suo scavare fruga e scompiglia i campi del lavoro e degli amori dei viventi, lei stessa una bizzarria cieca e folle della natura.

La ciupinara

Xe quando el cincibín dal cao celeste
va in volta par le siése
in serca de pomèle de l’otuno passà,

o ’l beca i buti
de l’albaro drío casa dove i fiori
?a i se insogna de èssare sirese;

quando che liparéte
putèle se desmíssia
e piene de morbín le fa sitare
el basavéjo;
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Roberto RAIELI – Poemi muti

ho contato tutte le foglie
di questo ramo di ulivo
che separa i miei occhi dal resto
la mia vista è sfocata da rivoli tossici
ossessionata dall’invidiare la luce
che buca questo tetto ai miei sogni
l’universo è di là dal mio corpo
sceglie i più adatti i pazzi i curiosi
i giganti hanno lo sguardo oltre il mondo
il sole tramonta aiutato da Dio
vende pace inattesa ai miei sforzi
tutto si arrende al nero uniforme
anche se tu non ci sei
riesco a sentire l’abbraccio
della nostra coperta di lana
ristretta e scucita
su cui sono sdraiato
23 nov 2008 Continua a leggere

Perchè Ibra dovrebbe inchinarsi al mitico Egidio Calloni.

di Jacopo Guerriero.

L’ultimo romanzopoema di Krauspenhaar:
Un affresco di quando il calcio – e l’Italia – erano in bianco e nero.Uno spunto ironico(e malinconico) pertornare con i “tacchetti per terra” in un’epoca di campioni bizzosi,stadi ipertech e scioperi della domenica.

Il libro
La passione del calcio,
di Franz Krauspenhaar,
è edito da Perdisa Pop,
160 pp., 10 euro

«San Siro era allora un catino a cielo aperto, fatto di gradinate sulle quali si metteva il cuscinetto di gommapiuma con i colori della squadra del cuore. Non stavi al caldo, coperto da un cerchio di ferro.
San Siro era una specie di monumento che richiamava divinità guerresche, che esprimevano il loro volere sul campo per mezzo delle squadre».
Come in un sogno, c’è un’età del cuore che sbiadisce (bianco e nero, poco colore) a segnare La passione del calcio, l’ultima narrazione di Franz Krauspenhaar. Più che un racconto, l’anatomia di una religione perduta. La rievocazione rapsodica, dagli anni 60 ad oggi, di episodi minori, momenti chiave e svolte, gioie, vittorie, sconfitte, colpi di follia, colpi di fulmine, amori e tradimenti, folgorazioni della domenica, dissimulazioni. Filtrati dal ricordo e dall’esperienza personale,mai dalla cronaca. Perché l’autore, milanese, cinquantenne, milanista, poi, a inizio millennio, convertito all’interismo integralista per amore «della sfortuna, degli sforzi inutili, della facciada gregario ostinato di Hector Cuper», previene l’accusa di sentimentalismo e chiarisce: «Certo, preferisco l’elegia a un calcio del tutto devitalizzato». Continua a leggere

Gian Filippo Pizzo interviene sui saggi di Giovanni Agnoloni

Dall’articolo “La fantacritica” di Gian Filippo Pizzo apparso sul n. 475 di settembre 2011 de “Il Giornale dei Misteri”, riporto questo riferimento a Nuova letteratura fantasy (ed. Sottovoce, 2010) e Tolkien e Bach: dalla Terra di Mezzo all’energia dei fiori (Galaad Edizioni, 2011), di Giovanni Agnoloni

 

“Dal particolare all’universale: Nuova letteratura fantasy di Giovanni Agnoloni (ed. Sottovoce) tratta, come si evince dal titolo, del fantastico moderno, ma con un approccio del tutto particolare: dopo un capitolo introduttivo in cui vengono evidenziate differenze e affinità (sono tutte espressioni della fantasia) tra neo-fantasy, fiaba e fantascienza, l’autore passa ad esaminare una serie di scrittori che normalmente non sono ascritti al novero di quelli “fantastici” – o almeno non lo sono in modo preponderante: Hesse, Saramago, García Márquez, Coelho, Vázquez Montalbán, Yoshimoto e altri. Continua a leggere

La Versione di Giuseppe – Poeti per don Tonino Bello

In tempi di oblio, di disconoscimento e di distrazione (come del resto in qualunque tempo), ricordare, bene, è un atto di responsabilità e di amore; tanto più le cose buone, che si danno sempre per scontate, compiute da chi è in vita e da chi ha ormai concluso la sua esistenza, come in questo caso. Le parole che ricordano si fanno foglie, calda coperta su l’uomo che non è più. Ricordare è un po’ trattenere la morte, sfidarla, contendere un corpo, un’anima e il suo vissuto per serbarli e trasmetterli fino alla dispersione della voce, di generazione in generazione. Qui, l’uomo che si vuole ricordare, don Tonino Bello, che molto ha fatto, detto e scritto, lo si è voluto appunto coprire con calde foglie; queste belle poesie (scritte da 21 poeti da tutta Italia ispirandosi a La carezza di Dio – Lettera a Giuseppe  -Edizioni La Meridiana, Molfetta, 1997 -, testo in cui don Tonino immagina di dialogare con Giuseppe mentre lavora nella sua bottega) sono appunto foglie cadute lente su un uomo speciale, per una coperta che scaldi la memoria ma senza “coprirlo”; un omaggio, dunque, l’amorevole ostensione d’una esistenza esemplare. gn

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Intervista a Carlo Cannella, fondatore di Senzapatria Editore (di Stefano Costa)

Ecco un estratto dell’intervista che Stefano Costa ha fatta a Carlo Cannella, scrittore e fondatore di Senzapatria Editore (da i-libri)

Senzapatria nasce negli ultimi due anni. Ad oggi, se tu fossi chiamato a trarne un bilancio culturale, quali sono i tratti di maggior importanza/peculiarità che ti sentiresti di sottolineare per far capire “cos’è Senzapatria” a chi ancora non la conosce?

Senzapatria è un progetto che nasce per dar voce alla narrativa di qualità, cioè a opere che sappiano coinvolgere il lettore con un ritmo, una lingua, uno stile, e che allo stesso tempo lo costringano a confrontarsi con le zone d’ombra, gli angoli bui della natura umana. Finanzia i suoi progetti più azzardati ed economicamente destinati alla perdita con una collana più commerciale dedicata ai racconti lunghi. Si chiama “On the road” e vede coinvolti scrittori piuttosto noti, con un loro pubblico affezionato. Alcuni nomi: Gianluca Morozzi, Luigi Bernardi, Barbara Garlaschelli, Nicoletta Vallorani, Marino Magliani, Remo Bassini, Valter Binaghi, Carmen Covito.

(…)

Ci anticipi un paio di novità di Senzapatria, siano esse iniziative a largo respiro oppure “solo” titoli di nuove pubblicazioni?

Voglio esagerare, vi lascio l’intero piano editoriale da qui alla fine dell’anno. Fra pochi giorni saranno fuori “Maddalena e le Apocalissi” di Luigi Bernardi e “Farina di sole” di Nunzio Festa. A ottobre pubblicheremo l’esordio di Mattia Filippini, “Qualcuno era un po’ grasso”. A novembre una raccolta di saggi su Roberto Bolaño, con contributi di Rodrigo Fresan, Alan Pauls, Enrique Vila-Matas, Juan Villoro e Jorge Volpi fra gli altri. A dicembre “Memorie immaginarie e ultime volontà'”, il testamento letterario di Luigi Di Ruscio, morto a Oslo lo scorso febbraio a 81 anni, “Trittico del morire” di Giulio Mozzi e la nuova sfornata di titoli “On the road”, fra questi autori Maurizio de Giovanni.

Trauma senza evento. La narrativa italiana nell’epoca della sottocultura, di Andrea Sartori

Premessa psicoanalitica.
Un trauma psichico non è sempre congiunto in modo chiaro e univoco a un evento pregresso nel mondo reale. Anzi, come già sosteneva Sigmund Freud, esso è caratterizzato da una specifica Nachträglichkeit, ovvero si manifesta come tale solo a posteriori, in conseguenza di altri avvenimenti scatenanti, che ne dissotterrano l’eventuale nucleo patogeno. Continua a leggere

Lascia che la serenità sia la guida della tua anima

Ho conosciuto il poeta Boris Schapiro quest’estate in treno, tornando a Berlino. Senza posto prenotato, ero capitata per puro caso – o provvidenza – accanto a lui. Dal primo momento mi avvolse nella sua aura forte e positiva e mi fece percepire la rara sensibilità con la quale è capace di cogliere e accogliere lo stato d’animo dell’altro. Quasi da subito cominciammo a parlare di poesia. La nostra conversazione smise soltanto al nostro arrivo alla stazione centrale di Berlino. Nelle poche ore trascorse insieme, Boris Schapiro mi ha nutrito bene: di poesie, pane, frutta e saggezza.

Nato a Mosca nel 1944 di famiglia ebrea, la vita del poeta è intrecciata alla feroce storia del XX secolo. Quasi tutta la sua famiglia fu assassinata nelle catacombe di Odessa. Lui sopravvive alla guerra e diventa un matematico. La sua promettente carriera universitaria finisce però a metà degli anni sessanta, nel preciso istante in cui si rifiuta di firmare una dichiarazione che accusa il suo insegnante e mentore di attività controrivoluzionarie. In un’intervista, Schapiro definisce questo momento come una svolta. Nonostante le pesanti minacce da parte del KGB, egli è deciso a difendere la sua dignità umana, consapevole del caro prezzo che avrebbe dovuto pagare. Con lavori umili riesce a tirare avanti fino al 1975 quando, dopo lunghi mesi trascorsi in carcere, gli viene finalmente concesso di immigrare in Germania. Nonostante la salute gravemente compromessa a causa dei trattamenti in carcere, Schapiro è pronto a cominciare una nuova vita, inventandosi quasi da subito poeta anche in lingua tedesca. Nel corso degli anni riscopre le sue radici ebree, trovando in esse una dimensione spirituale che nutre profondamente sia la sua poesia, sia la sua vita. Continua a leggere

Mario BERTASA – Tiro con l’arco

Da:

un’altra,
                       un’altra volta

.IV

Fu una stagione in cui credevo
che le parole non mi bastassero.
Da allora ne ho imparate di nuove, ne ho pure inventate.
Oggi che provo scipito, e non l’avrei mai immaginato possibile, quel senso
trasecolato d’amore che sentivo diffuso in me per sempre,
sono voci a vuoto. Continua a leggere

Semiotica, pub e altri piaceri, di Alexander McCall Smith

di Guido Michelone

C’è anche un pezzo di Stivale o Bel paese in questo nuovo bellissimo romanzo di Alexander McCall Smith prolifico autore scozzese, notissimo in tutto il mondo (anche quale accademico, impegnato nel diritto e nella bioetica), ma ancora poco seguito in Italia: su parla di vini rossi (anche francesi, spagnoli, californiani) e soprattutto di studio forzato della nostra lingua da parte di uno dei tanti protagonisti: il più giovane, il più ribelle e il più simpatico. Per il resto è tutto un libro molto scottish, o meglio il gustoso ritrattato dei nuovi fermenti nell’antica città di Edimburgo, famosa per la cultura, la flemma, le arti, il quieto vivere e una sottile ironia che serpeggia, con raffinata intelligenza, anche in ogni pagina di un divertente libro corale. Dunque, con destrezza affabulatoria e vena satireggiante, McCall Smith mette in scena la routine quotidiana degli inquilini di una palazzina al 44 della centralissima Scotland Street: nei giorni ancora caldi di inizio settembre, Pat, Domenica, Bruce, Matthew, Lou, Fairbairn, Angus, il cane Cyril, Ramsey, il piccolo Bertie con i due genitori e i compagni di scuola, compongono un grosso mosaico coloratissimo della borghesia edimburghese, un po’ snob e radical chic, tentata dal politically correct a ogni costo. Continua a leggere

“Fuochi di Bengala e altre poesie”, di Krzysztof Karasek

Fuochi di Bengala e altre poesie, di Krzysztof Karasek (ed. Il Ponte del Sale, 2011) (a cura e per la traduzione di Leonardo Masi)

Recensione di Giovanni Agnoloni

I lavori letterari a cui ‘mette mano’ Leonardo Masi, raffinato polonista e musicista di cui già abbiamo parlato, su questo blog, si segnalano sempre per una profondità “diversa”. L’ultima volta ne parlammo riguardo alle poesie da lui tradotte per le Edizioni della Meridiana, Antimondo di Tomasz Ró?ycki, uno dei più importanti poeti polacchi dell’ultima generazione. Oggi guardiamo invece a Fuochi di Bengala e altre poesie, raccolta di liriche di Krzysztof Karasek (ed. Il Ponte del Sale), che in Polonia è un protagonista della vita letteraria fin dagli anni Settanta, quando faceva parte di un movimento poetico detto Nowa Fala (“nuova ondata”). Leonardo Masi, che ha tradotto e curato questa antologia di testi, è anche autore della postfazione al volume (mentre la prefazione è di Jaros?aw Miko?ajewski), nella quale ben tratteggia l’itinerario artistico di questo autore apparentemente così “strano”, perché fuori dagli stereotipi dell’intellettuale accademico (ex studente di educazione fisica, grande amante delle bevute), ma al tempo stesso di un’intensità di sguardo direi quasi ‘chirurgica’, perché capace di andare dentro al cuore del segreto emotivo dell’uomo. Continua a leggere

Kamen’

Di Amedeo Anelli
Nel panorama denso di proposte delle riviste italiane di poesia, la specie più diffusa è ancora la rivista contenitore: un bric à brac di evenienze, di occasioni, di opportunità e di opportunismi, una mortificazione dell’eventualità dell’esistente, di un progetto letterario disgiunto da qualsiasi accadimento e poetica, presenti talvolta, ma in forma mortuaria e di registrazione catastale.
Riteniamo che non si possa fare critica, e men che meno riviste di poesia di una qualche utilità sia per chi ci scrive sia per chi è ospitato, senza un’approfondita visione della Letteratura e della Critica. Riteniamo, inoltre, che tali discipline si debbano aprire alla molteplicità dei saperi contemporanei e alla complessità del reale facendosi carico, ma anche superando le autonomie disciplinari. Chi non sa leggere i risultati delle discipline scientifiche contemporanee, dei saperi, della totalità della Cultura in senso lato, difficilmente potrà innovare gli strumenti critici e storiografici. Continua a leggere

Frammenti di un discorso poetico

di Rosa Salvia

Come nebbia ogni cosa si dissolve. La distanza è il metro del tragico, la stanza è il luogo della poesia, ( “la cameretta di Petrarca e di Leopardi” ) o la piccola casa di Beppe Salvia ( poeta lucano morto suicida a Roma a soli trent’anni, nel 1985 ), il quale chiude una sua poesia con questi bellissimi versi: “Io amo la mia casa perché è bella / e silenziosa e forte: sembra d’aver / qui / nella casa un’altra casa, d’ombra, / e nella vita un’altra vita, eterna”. Continua a leggere

“Ricci” (Italic, 2011).

Nella sua prima prova narrativa, Linnio Accorroni propone l’itinerario intimo di un rapporto fra un padre e un figlio. Una sorta di diario doppio che indaga la dimensione umana con estrema intensità verbale e descrittiva. Un realismo semplice e diretto rende la naturalezza del rapporto fra i due e il modo di confrontarsi con se stessi e con le prove della vita. Nessuna retorica compare fra le pagine di Ricci, dove occorre la narrazione sa farsi cruda esplorazione delle difficoltà e del dolore, senza cedere però al patetismo. Una prosa elegante e gentile mitiga un racconto che arriva ad esplorare in profondità le dimensioni più intime della sofferenza e della malattia, sempre però con un’ironia che manifesta nel narrare il coraggio dei protagonisti e il permanere della speranza. Il titolo dell’opera si riferisce agli animali che talvolta restano privi di vita sul bordo della strada vittime della fretta degli uomini. L’autore invita ad una pausa, una riflessione sull’ansia che talvolta arriva a rendere superficiale persino il rapporto più stretto, quello di un padre con il figlio. Così, riflettendo sulle piccole morti che ognuno porta con sé nell’agitazione quotidiana, si può riscoprire un legame autentico, capace di trovare una risposta alle prove che impone il dolore.

Linnio Accorroni ( Offagna, 1959) ha pubblicato: “69 posizioni Cronache Interviste Letture”(Cattedrale, 2009).
Cura saltuariamente il blog:www.uncuoreintelligente.it

Inizia con un fuoco di epigrafi “Ricci” di Linnio Accorroni, a segnalare appartenenza e rotte culturali. Poi, appena dopo, ecco il primo dei molti scorci, delle cose naturali. Subito a seguire viene il padre ammalato e anziano, ha un brutto tumore. Ti prego solo di questo – gli sta dicendo il figlio – qualsiasi cosa accada, anche se a te pare stupida ed insignificante, devi farmelo sapere. Subito. […] Io sono tuo figlio e tu sei mio padre. Poi tutto prenderà a squilibrarsi, in un senso di disappartenenza, di s-possesso, di alienazione, in una cappa opprimente che sa di chiuso, di aria consumata, con le resurrezioni momentanee dei giorni in cui i disturbi sembrano più sopportabili. E intanto che tutto questo accade e tutto viene fedelmente e dettagliatamente registrato, intreccio e insieme sommario, la comunicazione fra i due prende a farsi autentica e sincera: due universi che erano quasi incompatibili cominciano a trasfondersi l’uno nell’altro, fino all’insospettato e profondo epilogo, come inattese e profonde sono le pagine di questo quaderno del dolore intitolato “Ricci”.

Adelelmo Ruggieri

Ho visto senza guardare: quando la parola s’incarna

commento ad un’opera teatrale di Enzo Caputo

di Anna Laura Bobbi

(A cura di Gloria Gaetano)

Aprire la mente al sogno. O all’incubo. O alla possibilità.

Inerpicarsi lungo tutte le strade che l’umanità – quel condensato di storia, umore, amore/disamore, presenza/assenza, risacca/ bonaccia, fuga,/ritorno – è capace di concepire nel corso delle vite, delle storie e dei drammi, nel pensiero, negli atti, nei rumori, nei suoni, nei silenzi.

Parola-mondo, linguaggio disarticolato, emozione alle stelle che contamina e ammanta. Ipnosi di platea e palco che permette di uscire da se stessi come prodotti di un’epoca -compratori e merci- e reinventarsi come essenze.

La drammaturgia di Enzo Caputo mette in circolo le suggestioni mentre sconcretizza l’azione scenica e consente di interloquire direttamente – in una logica cara a Carmelo Bene – da un interno, quello dell’attore in scena , a un altro interno, quello dello spettatore in sala. Continua a leggere