Con Luca Pizzolitto abbiamo immaginato uno scenario confidenziale, uno spazio e un tempo per parlare di poesia al di là delle forme più consuete. Ripartire da una condivisione che esplori le note nascenti e le vie misteriose della comunicazione artistica, un salto senza rete sulle corde della fiducia: è ciò che proponiamo per provare a far convergere, una volta di più, la poesia e lo spirito.
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Il Cantico degli amanti di Sabatina Napolitano

Poesie tratte da Cantico degli amanti.
Dalla parte del marito (IQDB, 2024) di Sabatina Napolitano
Ti guardo mentre ti specchi,
il silenzio che corre tra me e te
parla mille lingue del mistero che non capisco.
Io comprendo un mistero e ne sono compresa,
ma non lo capisco.
Quello che esiste tra me e te
è così grande che raccoglie un’anima.
Poi mi guardi dallo specchio,
e siamo giovani, io sono giovane
solo perché sono tua.
Dietro ogni ultima poesia
mi baci il collo
in un mondo così senza parole
che tu sei l’unico a capire.
In tutte le geografie
facciamo l’amore guardandoci allo specchio
so della tua seduzione,
come dietro le telecamere,
dietro le poltrone.
Ho il sapore del tuo dolore così dolce
quando fingi
in un racconto che dura secoli.
*
Giorgio Stella, Una poesia
Come una bomba atomica la pasta del capitano nn alcool si riflette lucida sulla carne di mestiere che nn ha più cicatrice – il mio tu è sul no del tu! Ma poi io vedo la fragranza del mais imburrato sotto vetro, le galline di cocco, una sorta di ammestranza che non prevede un’urgenza ulteriore e poi la vede.
Luigi Maria Corsanico legge Salvatore Quasimodo. 8
Stefano Petucco
Lirico terapia. Ferruccio Benzoni
La cerimonia
Sento un canto lontano che muore e rimuore.
Scostati da me madre mia.
E tu, sorella, porta via ogni residuo d’inchiostro.
Non la bianca pagina dolente, dolcissima. Implume.
Per una volta genuflessa; mai caritatevole.
Eccomi. Giacendo nel sonno ascolterò la neve.
da Numi di un lessico figliale
I Magi, di W. B. Yeats
Ora li posso vedere, come sempre, con l’occhio della mente,
in quelle vesti rigide e dipinte, i pallidi
insoddisfatti apparire e scomparire nell’azzurra
profondità del cielo, i loro volti antichi come pietre
battute dalla pioggia, e tutti gli elmi d’argento, che ondeggiano
l’uno vicino all’altro, e gli occhi sempre fissi, sperando
di ritrovare ancora, insoddisfatti dal tumulto del Calvario,
sul pavimento bestiale il mistero
del tutto incontrollabile.
Lasciamo passare le feste, di Enrico Fraccacreta
Lasciamo passare le feste
dalla scintilla della nuova vecchiaia
brilleranno i nostri ultimi tempi.
Lasciamo passare le feste
spazzeremo meglio il terrazzo
una bella sfoltita alle piante e fare spazio
dovremo cambiare il frigorifero
mettere in ghiacciaia i momenti tra noi
gettare l’albero davanti casa
lasciandolo con qualche nastro colorato
lucine intermittenti, un paio di giocattoli
chissà vadano a finire in una capanna africana
davanti agli occhi grandi e stupiti di quei bambini
o in qualche igloo eschimese
davanti al fuoco acceso sul ghiaccio
dei cuori indifferenti.
Clemente Rebora
È di me parte un uomo di lavoro
È di me parte un uomo da lavoro,
rude le membra e in giubba affumicata,
che tutto nel sonoro
bàttito volge della sua giornata;
è di me parte l’uom che pavoneggia
la vanità della superbia dotta,
e coi bravi gareggia
e pugna dentro alla cívile lotta;
è di me parte l’uom che nell’azzardo
del presente s’incita e la gazzetta
ha per vangel, beffardo
a ciò che non appaga la sua fretta;
è di me parte l’uom che s’apparecchia
il gioir dei conforti
mondani, e non si specchia
che dove è la violenza dei più forti;
e altro ancora: e intendo
il divenir tremendo che non cura
l’opporsi, e si fa storia e natura;
ma dove nel libero indugio
arcanamente s’agita il mio volo,
odio l’usura del tempo
paurosamente solo.
da Frammenti lirici, 1913, XXVII
Lirico terapia. Fabio Pusterla
L’ultimo piccione,
quello che insiste quando il resto dello stormo
è già disperso sui tetti,
rintanato fra i muri,
il solitario che vola sulle piazze in discesa
accecato dal sole,
forse solo più stupido degli altri, refrattario
a quel chiocciare sordo, orizzontale
– e intanto perde, goffo,
chicco su chicco il cibo che gli è offerto -,
che si lancia nel vuoto
di un’impresa immaginaria, una minaccia,
la paura di un fischio,
e ne ricava volo, muta il rischio
in un gioco di looping e planate,
la fuga in gara assurda contro l’ombra rapida del gabbiano,
ombra che vola davvero e che scompare;
l’uccello che cerca il vento delle strade
e dei camini, che si schianta
nel traffico e rimane
mucchio di piume grigie, ripugnanti,
sul bordo dei tombini,
non guardarlo.
[da Le cose senza storia]
Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 6. Stefano Dal Bianco
Postille al libro Paradiso di Stefano Dal Bianco per Garzanti, 2024
Libro pluripremiato, essendosi aggiudicato quest’anno la 95° edizione della Sezione Poesia del Premio Viareggio-Rèpaci, la 36° edizione del Premio Letterario Camaiore-Francesco Belluomini e il Premio Strega Poesia 2024.
E pertanto sono alte le aspettative del lettore.
E comunque avranno pure le loro ragioni i critici e i giurati vari che hanno attribuito i premi.
Ma dal mio punto di vista, di lettore, ormai attempato, di poesia, ahimè, le aspettative sono state disattese.
E dunque ho davvero ben poco da dire su questo libro e sarò sintetico.
Saranno brevissime postille. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Cesare Pavese. 7
Lirico terapia. Francesco Scarabicchi
Lo Specchio dell’Essere: una lettura di “Osicran o dell’Antinarciso” di Saverio Bafaro
Articolo di Laura Di Gigli
Introduzione: Osicran e l’incontro tra mito, poesia e psiche
L’opera Osicran o dell’Antinarciso di Saverio Bafaro si configura come un audace ed intenso itinerario poetico che intreccia mito, psicologia e filosofia contemporanea. Bafaro, poeta e psicoterapeuta, compie un’operazione ermeneutica straordinaria: trasforma il verso in un laboratorio di riflessione sull’identità, il desiderio e la frattura ontologica che attraversa l’essere umano. Il testo si nutre di una cultura raffinata e poliedrica, spaziando dal simbolismo mitologico alla psicologia gestaltica e lacaniana, passando attraverso suggestioni che richiamano il pensiero freudiano, junghiano, fenomenologico ed esistenzialista. In questa analisi si cercherà non solo di delineare i tratti distintivi della raccolta poetica, ma anche di esplorare i molteplici strati culturali che ne sostanziano la densità intellettuale e artistica.
Narciso e il doppio: viaggio attraverso lo specchio, tra l’Io e l’inconscio
Al cuore di quest’opera si dipana una rilettura psicologica e filosofica del mito di Narciso, che si emancipa dalla mera allegoria di vanità e perdizione per divenire una profonda metafora dell’identità frammentata e del desiderio che si alimenta dell’assenza, in una ricerca incessante di sé.
L’immagine dello specchio ricorre nelle liriche come simbolo pregnante di un dialogo profondo con l’inconscio, un territorio oscuro e ribollente di desideri indomiti, spesso inascoltati:
Troppo fondo quel fondo / troppo nero quel nero / nell’assenza verticale / degli amori mai avuti. (Osicran, p. 10).
Il viaggio nell’abisso dell’inconscio si rivela impervio e insidioso ma aperta alla possibilità di ritorno, purché si mantenga saldo lo scopo della conoscenza. Tale scopo, evocato come un “filo d’Arianna”, si rivela salvifico e guida attraverso le tenebre, consente la risalita:
Nel pozzo dei desideri / trovi molto se perdi / mentre resti sospeso / […] Solo oscillando tornerò / piegando forte la schiena / aggrappato coi pugni / alla corda d’oro: / caduta e risalita sono / la stessa luce emersa. (ivi).
Rendez vous. Poeti che si parlano. Lucianna Argentino e Laura Corraducci
Con Luca Pizzolitto abbiamo immaginato uno scenario confidenziale, uno spazio e un tempo per parlare di poesia al di là delle forme più consuete. Ripartire da una condivisione che esplori le note nascenti e le vie misteriose della comunicazione artistica, un salto senza rete sulle corde della fiducia: è ciò che proponiamo per provare a far convergere, una volta di più, la poesia e lo spirito.
Una poesia per libro
Volker Braun, Passione coloniale, traduzione di Sara Paolini, Del Vecchio Editore
Prologo
In principio Iddio creò cielo e terra
E la Terra era informe e vuota
E sullo spazio dell’abisso era il buio.
(Josef Haydn. La creazione, Nr. 1)
Ma essi giunsero da lontano
Per via naturale alle isole: sull’acqua,
Con lunghe barche.
E videro che era cosa buona.
Carlo Giacobbi, Erbe d’esilio
a cura di Franca Alaimo
Una squisita architettura, intessuta di rimandi e simmetrie, caratterizza la composizione della silloge poetica Erbe d’esilio (peQuod, 2024, collana Portosepolto) di Carlo Giacobbi: le sezioni sono dodici, sebbene quella d’apertura venga indicata dallo stesso autore come tredicesima, in quanto, così puntualizza nella sua nota, essa «vuole porsi in ideale continuazione» con la precedente raccolta Abitare il transito (Arcipelago Itaca, 2019) che si chiude con la poesia-sezione n. XII. Continua a leggere
Giorgio Stella. Una poesia
Venti di righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano
Reveries (Delta 3 Edizioni, 2023) è la raccolta poetica di esordio di Cinzia Coppola. In realtà, scrive da sempre, ma è arrivata tardi alla prova della pubblicazione. Credo sia un elemento da sottolineare come un valore. Oggi il rapporto con la scrittura sembra invertito. La pubblicazione come vanità anticipa spesso la scrittura come piacere e necessità. Nelle poesie della Coppola non c’è nulla di autorefenziale e lezioso. Che scrivo a fare/ di un paniere di vero dolore. D’altra parte, cos’è, in fondo, la poesia se non un intrico di “nuvole e uragani”. Vibra, dunque, il motore immobile che alimenta la ricerca di una voce nuova. Dentro e fuori. Luce e buio. Artificio e natura. La poesia della Coppola è duale, pendolare. Ne risente anche la qualità del verso che oscilla tra una luminosità intrinseca e una facondia che dice troppo. Nella ricerca nascente di una propria voce queste asperità non sono certo un limite. Certe case restano sempre chiuse/ perché nessuno ci entri dentro./ (…) Pensi sempre che poi varcherai la soglia/ sapendo che sono solo un miraggio. La poesia è come un amour fou, non puoi scriverne troppo. Rischi che nessuno ti crederà che la poesia esiste davvero.











