Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
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… Buon giorno si spera. Giuseppe Iuliano, Rosso a sera (versi contro-versi), Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2010
Giuseppe Iuliano è un poeta meridiano. Così lo qualifica Paolo Saggese nella seconda di copertina del suo ultimo libro (il quindicesimo della serie). Il critico irpino così continua:
«Iuliano è un poeta meridiano che, attraverso la scrittura, traccia un percorso di idee, immagini, riflessioni: un mosaico di testimonianze che leggono, travestono ed interpretano in modo attento, critico, antagonista, appunto meridiano, i tempi moderni. Ed è proprio questa la linea di confine, questo lo spartiacque che fa di Giuseppe Iuliano un poeta vero, una voce fuori da taluni cori, sicuramente fuori dai cori della cultura salottiera contemporanea».
















