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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.41: Buon giorno si spera. Giuseppe Iuliano, “Rosso a sera (versi contro-versi)”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

… Buon giorno si spera. Giuseppe Iuliano, Rosso a sera (versi contro-versi), Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2010

Giuseppe Iuliano è un poeta meridiano. Così lo qualifica Paolo Saggese nella seconda di copertina del suo ultimo libro (il quindicesimo della serie). Il critico irpino così continua:

«Iuliano è un poeta meridiano che, attraverso la scrittura, traccia un percorso di idee, immagini, riflessioni: un mosaico di testimonianze che leggono, travestono ed interpretano in modo attento, critico, antagonista, appunto meridiano, i tempi moderni. Ed è proprio questa la linea di confine, questo lo spartiacque che fa di Giuseppe Iuliano un poeta vero, una voce fuori da taluni cori, sicuramente fuori dai cori della cultura salottiera contemporanea».

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Francesco Recami – Prenditi cura di me

Di solito presto poca attenzione all’immagine sulla copertina di un libro. Così è stato anche per l’ultimo romanzo di Francesco Recami, Prenditi cura di me.
Solo dopo averlo terminato di leggere, ora che giace sul tavolino in cristallo, sotto il gazebo della mia villa in campagna, mentre osservo due cerbiatti brucare l’erbetta del parco, mi rendo conto come in questo caso sia già tutto contenuto lì, in quell’elaborazione grafica ritagliata nel blu Sellerio.
L’immagine in copertina è una natura morta di Antonio Donghi, del 1928. Riguardandola, mi sono chiesto perchè sia stato scelto proprio quel particolare, raffigurante l’angolo di un vassoio con una tazzina da caffè, e un coltello in primo piano, fuori dal vassoio.
E’ un’immagine che mi ricorda le opere di Hopper, specie per le linee di fuga tagliate, in diagonale, a dare l’idea di non completo, di indeterminato. Ed è un’indeterminatezza che c’entra molto con la vita dei personaggi che popolano l’ultimo romanzo di Recami. Sballottati tra un’esausta acquiescenza verso i piccoli personali fallimenti e una lotta a tratti tenera ma spesso disperata con i propri mulini a vento. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.42: Uno zibaldone per narrare la propria storia. Bruno Pischedda, “Com’è grande la città”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

 

Uno zibaldone per narrare la propria storia. Bruno Pischedda, Com’è grande la città, Milano, ShaKe, 2008

Questo non è un romanzo – sarebbe stato opportuno scrivere sulla copertina (a differenza di quello che ha fatto il primo editore del libro, Marco Tropea, nel 1996), a mo’ di avvertimento antifrastico alla Magritte chiosato da Michel Foucault. Ormai è troppo tardi, temo, per ovviare all’errore. Questo testo, per quanto interessante, giustificato, onesto, di Bruno Pischedda è tutto fuorché una narrazione più o meno lunga in cui una vicenda viene esaurita nel corso di un tempo più o meno breve (è quello che della definizione di romanzo riesce a dare Edward M. Forster nel suo Aspects of the Novel del 1927). In realtà, è uno zibaldone – genere letterario non più in voga ma, in realtà, praticato da tutti gli autori che sentono prepotentemente prorompere in se stessi e poi emergere alla luce della pagina la calda vena dell’autobiografismo.

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Emerico Giachery: i luoghi, la poesia, l’anima

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Emerico Giachery, scrittore e professore universitario, è autore di numerosi saggi critici che si caratterizzano per un approccio ai testi letterari non strettamente ‘accademico’. Gli anni trascorsi insegnando Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Roma-Tor Vergata e in varie città europee, tra le quali Ginevra, lo hanno visto approfondire un rapporto vivo con le opere, incentrato su valori strettamente poetici e attinenti all’anima dell’uomo.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.40: Dallo sguardo alla parola del poeta. Stefano Ridolfi, “Cacciatore di sguardi”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Dallo sguardo alla parola del poeta. Stefano Ridolfi, Cacciatore di sguardi, con una prefazione di Andrea Ulivi, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2008

«Stefano Ridolfi scandaglia il mondo fin dentro le sue particelle costitutive e da queste sue parole e immagini il valore che le rende necessarie è proprio una forma di attenzione che le avvera. Sì, due sono le caratteristiche che più colpiscono dell’opera di Ridolfi: osservazione e attenzione, cioè rapporto diretto con l’universo reale, con il mondo reale. E questo rapporto è tanto attento e affezionato al reale da trasformare il quotidiano in “prodigioso”, come già dal primo verso della prima poesia, già dalla “nascita” dell’opera. E’ interessante l’esordio della voce poetante: “Si rinnova il prodigio”. “Rinnova” e “prodigio”. Rinascita prodigiosa, rinascita sorpresa, stupore» (Andrea Ulivi, Prefazione a Cacciatore di sguardi, p. 5).

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La passione del “noi” tra il XX° e il XIX°

di Antonino Contiliano

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Alain Badiou, Il secolo, Feltrinelli, Milano, 2006.

Giacomo Marramao, La passione del presente, Bollati Boringhieri, Torino, 2008.

I due libri – Il secolo di Alain Badiou e La passione del presente di Giacomo Marramao – sono stati pubblicati in Italia a distanza di due anni l’uno dall’altro. I due lavori tematizzano, si può dire senza ombra di dubbio, il qui e ora, ovvero il reale e il presente del tempo storico di riferimento.

Il secolo di Alain Badiou è il XX° secolo con la sua volontà di potenza (ne fa fede la coscienza filosofica e politica che l’autore tratteggia attraverso vari documenti d’epoca: poesia, manifesti avanguardistici, opere d’arte…) come “passione del reale”, ovvero l’impegno e la lotta per la realizzazione dell’uomo e della società nuovi di cui il XIX° era stato l’anticipazione utopica o la promessa di nuova identità. Indicativo della marcia del libro può essere l’indice dei nomi che Badiou sceglie per le sue lezioni e le sue argomentazioni: questioni di metodo, la bestia, il non-riconciliato, un mondo nuovo: sì, ma quando?, passione del reale e montaggio della finzione, uno si divide in due, crisi di sesso, anabasi, sette variazioni, crudeltà, avanguardie, l’infinito, sparizioni congiunte dell’Uomo e di Dio.

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Questioni sulla pratica della fede

di Adelio Valsecchi

Manara Amilcare, Questioni sulla pratica della fede, Educatt, Milano, 2009, 248 p.
ISBN 9788883117213

In una cultura così frantumata, senza radici e punti di riferimento, che disdegna i valori della vita e si pone sul crinale decadente di un relativismo esasperato, la società si destruttura inducendo l’uomo ad essere straniero a se stesso. Nel contesto di un mondo svilito, senza nerbo e reattività, alligna velata una forzata induzione al pessimismo nichilista, alla dittatura dell’opinione che ottunde e frattura la filosofia del bene comune, al disdoro di un razionalismo di maniera, in cui si evoca l’apparenza e non la solidità della sostanza. Sembra non si riconosca la responsabilità che ogni soggetto di diritto ha di fronte agli archetipi etici che hanno forgiato, nel bene e nel male, le grandi conquiste del progresso umano come aveva presagito e sostenuto il filosofo Norberto Bobbio nel “De senectute”, un’opera della sua maturità. Forse si è ribaltato il segreto del primato delle ragioni del cuore che la volpe svela al “Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupery: «Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi» (cap. XXI). D’altro canto se volassimo un po’ più in alto per il desiderio di capire oltre l’orizzonte della cultura egemone, la prospettiva cambia scenario e apre a percorsi più consoni al mistero dell’uomo come creatura. Il tempo dei piacevoli indugi è finito. L’opzione finale è univoca: o la più sconsolata angoscia o la più temeraria fede. Continua a leggere

Ero(s)diade le “prossime utopie” di Nino Contiliano

di Franca Alaimo*

Antonino Contiliano, Ero(s)diade / La binaria dell’asiento, Quaderni di “Collettivo R / Atahualpa”, Firenze 2010, pp. 86.

Contiliano appartiene a quella schiera di scrittori che, passando ad occhi aperti sul corpo melmoso e sanguinante del reale, non smette di nutrire prossime utopie: non è forse contenuta nello stesso titolo del suo poemetto (concepito come un attraversamento per tappe – i singoli testi titolati – del mondo di ora e di qui ) la risposta all’ “ero diade”?

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Lamento per Belgrado

di Antonio Sparzani

Nulla sapevo di Miloš Crnjanski prima di leggere questo libro (citato anche qui), curato e introdotto da Massimo Rizzante: fa parte della bella e assai curata collana, Il labirinto del mondo, della casa editrice Il ponte del sale. Lamento per Belgrado, si chiama, e l’autore è di Csongrad, dalle parti del mitico Banato, la stessa terra d’origine di Mileva Mari?, la prima ? e più vera, direi io ? moglie di Einstein. Terre di mescolanze di popoli e di stirpi: come ricorda Rizzante “in Vojvodina si riconoscono ventisei gruppi etnici e sei lingue: il serbo, il croato, l’ungherese, il rumeno, lo slovacco, il ruteno. In uno spazio concentratissimo, la massima diversità: la piccola Vojvodina, situata in questa parte dell’Europa, a causa delle sue differenze è la quintessenza di tutta l’Europa.

La quintessenza, uno dei nomi di quella sostanza eterea distillata da ogni possibile crogiolo alchemico, costituente base della pietra filosofale; qualcosa che è dappertutto e in nessun luogo, come chi si sente esiliato ovunque e ovunque cittadino del mondo, come sembrava sentirsi Crnjanski.
All’inizio dell’introduzione di Rizzante, che non tenterò neppure di riassumere, operazione impossibile dato il tono sempre piacevolmente in bilico tra autobiografia, storia letteraria e divagazione inaspettata, si incontra la strana parola sumatraista: così racconta Rizzante, in diretta da Novi Sad: Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.41: Conversa acabada. Michela Murgia, “Accabadora”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

 

Conversa acabada. Michela Murgia, Accabadora, Torino, Einaudi, 2009

Acabar in lingua spagnola vuol dire finire, terminare (lo stesso termine identico si ritrova in portoghese). La parola accabadora (di solito accoppiata con il sostantivo femmina) aveva nella cultura sarda il compito di designare una persona che si prendeva il compito oneroso e furtivo (ma mai retribuibile) di condurre alla fine inevitabile i malati terminali o quelli ormai considerati inguaribili dai medici oppure di difficile accudimento da parte dei familiari. Secondo Francesco Alziator, uno dei più cospicui studiosi delle tradizioni folcloriche della terra di Sardegna (è suo un testo fondamentale come Il folklore sardo, Bologna, Edizioni La Zattera, 1957, poi frequentemente ristampato anche nell’isola), il compito dell’ accabadora, tuttavia, non era soltanto quello materiale di finire il malato terminale soffocandolo con un cuscino (o con un piccolo giogo di legno appoggiato sotto il cuscino del letto in cui esso era adagiato) quando mettere in scena un rito di separazione dalla vita antico quanto il mondo. Si tratterebbe, in questo caso, di una figura che profila i compiti delle divinità psicopompe così frequenti nelle religioni di tutto il mondo e che nella mitologia cattolica assume i tratti dell’Arcangelo Michele.

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Jean Claude Izzo – Storia di un marsigliese

Recensione di Alberto Pezzini

Può uno scrittore morto arrivare in sogno ad un altro scrittore ? Può dirgli che la città che ha amato, Marsiglia, gli parlerà di lui ?
Può accadere. Con Stefania Nardini. In Jean Claude Izzo – Storia di un marsigliese (pagg. 175, Perdisa Pop, euro 14,00) si è andati al di là. Dopo averlo sognato sul suo letto di morte, ed averne udito le parole, Stefania Nardini – piena la testa ed il cuore dei suoi libri – ci va. Va nella città che sa il Mediterraneo più di ogni altra. Per due settimane di studio e resistenza alla fascinazione. Ci resta quattro anni. Scopre il figlio di Jean Claude, Sebastien, e da lui prende tutto quello che il padre non aveva fatto in tempo a spargere dentro i suoi libri. Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.39: “Enciclopoesia” per tutti e per nessuno. Il “Libro grosso” di Ennio Cavalli

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Enciclopoesia per tutti e per nessuno. Il Libro grosso di Ennio Cavalli (con postfazioni di Alessandro Fo, Roberto Roversi ed Erri De Luca, Torino, Nino Aragno, 2009)

Anche se è grosso davvero (sono quattrocentosessantotto pagine di versi!), questo libro di poesie di Ennio Cavalli è un libro “normale”. E’ “normale” come può esserlo un libro di poesie, certamente, o addirittura un libro qualsiasi dato che non esistono certo libri “normali” ma ognuno di essi è diverso l’uno dall’altro proprio perché non può (e non vuole) essere considerato simile agli altri libri. E anche se è un “libro grosso”, la sua grandezza e il suo spessore non gli impedisce di essere leggero, leggibile, godibile, spesso scanzonato e provocatorio. Con esso, Cavalli, un autore ben noto anche precedentemente per le sue opere in verso e in prosa, ha vinto il Premio Viareggio nel 2009.

Non è certo questo, tuttavia, il motivo di maggiore interesse del libro. L’autore teneva, invece (maggiormente, forse) al carattere “generale” della sua opera tanto da spingerlo a definirla, con neologismo divertito e audace, una sorta di Enciclopoesia:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.38: Sapere salem (et sapientiam). Aldo Roda, “Figure del sale”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Sapere salem (et sapientiam). Aldo Roda, Figure del sale, con un’ Introduzione di Massimo Donà, Firenze, Gazebo, 2008

E’ un nuovo capitolo di un lungo poema in fieri questo pubblicato da ultimo da Aldo Roda.

«”Io, / zolla di sale”, dice di sé il poeta. Quasi… fiore che viene tra rovi; ma, nello stesso tempo, anche “animale chiuso in / cassa di pietra / gettato in mare”. Eppure, il suo volto è simile al fiore; che “nasce aperto calice”. Come il sale che l’acqua scioglie e fa suo; trasfigurandone in qualche modo la durezza. Quella stessa che contraddistinguerebbe anche una cassa di pietra; la quale, gettata in mare, rinascerebbe comunque a nuova vita. D’altro canto, ogni vero poeta “depone il proprio guscio di noce”. Durezza necessaria era infatti quella che, sola, gli avrebbe consentito di risolvere ogni desiderio in fiore. Durezza che ogni grano di sale restituisce nella propria falsa opacità; menzognera, dunque… eppur necessaria. Necessaria, cioè, a potersi fare “riflesso di vetro”; vera e propria trasparenza che tutto in sé riuscirebbe ad accogliere, sotto la maschera che, del “vero”, sa esser sempre nello stesso tempo anche custode. Così il poeta, dunque; che conduce le cose dal non essere all’essere come sapeva bene già Platone. Per un gesto comunque sacrilego. Così, d’altro canto, “parla anche la natura”»

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Tretìppe e martìdde, questo e quest’altro

Vincenzo Mastropirro, Tretìppe e martìdde, questo e quest’altro, Giulio Perrone, LAB.

di Pasquale Vitagliano

Stoche a pizz’, proprie a pizz’/ cume re furme stròne fatte da mamme/ pronte pe d’esse mangiate/ da vocche tercìute/ cu’ le dinde malòte (Sono a pezzi, praticamente a pezzi/ in forme strane scolpite da mia madre/ pronto per essere mangiato/ da fauci mostruose/ con denti cariati). La poesia dialettale di Vincenzo Mastropirro andrebbe ascoltata, e senza bisogno di traduzione. Se ne coglierebbe subito la prima qualità, l’essere tridimensionale, plastica, sonora, appunto. E’ dunque una poesia plurisensoriale, prima e al di là di ogni riflessione linguistica e semantica sull’uso del dialetto. Questo lo si sente subito per la sua forza di evocazione: suoni e immagini. Continua a leggere

“Il verso del moto” di Narda FATTORI. Nota di lettura.

Aprendo “Il verso del moto”, settima raccolta poetica di Narda Fattori, e scorrendone le pagine, si ha subito l’impressione, poi confermata, di un libro ben strutturato e curato sotto l’aspetto grafico: settanta componimenti senza titolo suddivisi in quattro sezioni – primo , secondo e terzo movimento, e movimento finale. “Una loro circolarità musicale”, indica il prefatore, “ è riconoscibile nel moto a spirale che dall’io poetico delineato nel primo movimento, carta d’identità con foto e storia personale, al plurale del secondo tra gli elementi e la parola, all’intersezione dei diversi piani del terzo, volto a sintetizzare i precedenti movimenti, muove nel quarto al ritorno al sé proiettato, tuttavia, nella sua dimensione ultima con l’acquisto di una cifra simbolica che eleva liricamente in crescendo tutta la raccolta. Movimenti che nascono dell’esperienza della vita elaborata in parola…” Continua a leggere

Intervista a Riccardo De Gennaro

Intervista di Marino Magliani

Riccardo De Gennaro è scrittore e giornalista professionista, ha lavorato per oltre vent’anni nelle redazioni di Repubblica e del Sole 24 Ore, occupandosi prevalentemente di economia e sindacato. Direttore per due anni della leggendaria rivista “Maltese narrazioni”, ha scritto il romanzo I giorni della Lumaca (Casagrande 2002) e il libro-reportage Mujeres. Storie di donne argentine (Manifestolibri 2006).
Nel 2008, per Camera Verde, ha pubblicato il libretto di aforismi “Taccuino metafisico”, di cui sono apparsi su La Poesia e lo Spirito alcuni estratti. Le ultime sue iniziative, editoriali e narrative, sono in ordine di nascita la rivista trimestrale “Il Reportage” e il romanzo La Comune 1871, uscito ora per Transeuropa.

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Note su “La guardia è stanca” di Geraldina Colotti

Note su “La guardia è stanca” di Geraldina Colotti.
Di Viola Amarelli

Strutturato come una rapsodia, “La guardia è stanca”, (Cattedrale, 2010) terzo libro di poesie di Geraldina Colotti, ha il suo fulcro poematico nella cronaca di una sconfitta, storica e generazionale. Ne è palese metafora la figura, appunto, della *guardia*, che da impaziente miliziano bolscevico artefice della chiusura della Duma, diventa nel corso del libro – e del *secolo breve* – portatore di un’attesa sempre più deserta e beckettiana nella stessa esperienza carceraria (di solito nessuno viene; qui non succede niente). Continua a leggere

IL TERZO SGUARDO n.3: Alla ricerca di una possibile verità. Gustavo Micheletti, “Lo sguardo e la prospettiva”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Alla ricerca di una possibile verità. Gustavo Micheletti, Lo sguardo e la prospettiva, Firenze, Clinamen, 2009

Lo sguardo e la prospettiva rappresenta un punto fermo nell’ampia e sostanziata ricerca di Gustavo Micheletti partita anni fa con una tesi dedicata al pensiero di Leibniz (discussa con Remo Bodei) e proseguita poi, da allora in avanti, utilizzando molti e diversi mezzi espressivi (tra cui il romanzo, la prosa narrativa, il saggio filosofico e l’intervento giornalistico).

L’intento espresso da Micheletti in questa sua ultima prova filosofica è molto ambizioso:

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La bicicletta nella resistenza

La bicicletta nella Resistenza.
di Rosanna Fiocchetto

Anche perché la bici (una Bianchi rossa) è stata una mia fedelissima compagna di lotta e di spostamenti in una città oberata dal traffico come Roma, ho letto con attenzione e curiosità il libro “La bicicletta nella Resistenza – Storie partigiane” (Edizioni Arterigere, 254 pp., 12 euro, 2010), curato da Franco Giannantoni e Ibio Paolucci. Con un occhio particolare per le storie delle donne: Tiziana Bonazzola, Onorina Brambilla, Bianca Diodati, Anna Gentili, Stellina Vecchio. Affiancate da quelle degli uomini: Quinto Bonazzola, Arrigo Diodati, Alfredo Macchi, Renato Morandi, Giovanni Pesce, Gillo Pontecorvo, Bruno Trentin, Don Raimondo Viale. In copertina, una bella immagine un po’ sfocata dalla velocità ritrae Jenny Wiegmann Mucchi, staffetta partigiana a Milano; sul portapacchi della bici, il cestino di vimini dentro cui nascondeva documenti e armi. Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.37: Il sogno di una farfalla felice. La nuova lirica di Innocenza Scerrotta Samà in “Nel cerchio della rete”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Il sogno di una farfalla felice. La nuova lirica di Innocenza Scerrotta Samà in Nel cerchio della rete, Firenze, Polistampa, 2009

«Passò nel riquadro azzurro una fugace danza / di farfalle; una fronda si scrollò nel sole. / Nessuna cosa prossima trovava le sue parole, / ed era mia, era nostra, la vostra dolce ignoranza»

(Eugenio Montale, Ossi di seppia)

 

1. La farfalla

Innocenza Scerrotta Samà ritorna alla sua produzione lirica. Era un ritorno atteso, certo necessario e del tutto improrogabile. Dopo l’ Afa d’agosto e la fresca cascata d’acqua che l’aveva cancellata in nome di una volontà di rigenerazione lirica, questo Nel cerchio della rete rappresenta, in ogni caso, un salto di qualità. Innanzitutto, il titolo: il cerchio, figura della perfezione assoluta, sogno di un raggiungimento divino mai effettuato e neppure possibile si sposa ai rettangoli furibondi della trappola vitale, della rete che costringe alle scelte e all’oblio.

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