Buona letturaè una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia. Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità.Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.
Giovanni Agnoloni, Viale dei silenzi (Arkadia Editore)
Nasce così, da un’insopprimibile esigenza di capire, cresciuta in luoghi diversi e distanti, legati solo dal filo del ricordo: Firenze, Varsavia, Berlino e l’Irlanda diventano lo sfondo del viaggio della memoria di Giovanni Agnoloni in Viale dei silenzi (Arkadia Editore).
Roberto, il protagonista di questo viaggio, è uno scrittore che affronta il passato e la ricerca del padre che lo ha abbandonato attraverso il libro che sta scrivendo, un “personalissimo viale dei silenzi” pervaso da momenti svigoriti, sopraffatti e destinato ad un futuro incerto, forse inesistente. Continua a leggere→
“Sapere che non si scrive per l’altro, sapere che le cose che sto per scrivere non mi faranno mai amare da chi io amo, sapere che la scrittura non compensa niente, non sublima niente, che è precisamente là dove tu non sei: è l’inizio della scrittura”. Questa citazione di R. Barthes da “Frammenti di un discorso amoroso” è messa ad esergo del tuo libro “L’inizio della scrittura” (Fusibilia Libri, 2018), che è una raccolta di poesie d’amore. Si tratta di un’affermazione forte, che ha il coraggio di metterci di fronte alla tensione tra vita e scrittura. Una tensione che tu riprendi chiedendoti: “Eppure perché il verso più perfetto non vale/ l’occhiata che ci siamo date sul fondo delle scale?”. Prima di entrare nel merito della raccolta, vorrei che tu rispondessi a questa domanda: perché, secondo te, si scrive?
Il Lume della follia: versi come colpi di martello su un rovente vissuto
Cosa sia la follia per De Vivo? L’autore introduce l’argomento trattato con i versi “fammi abbracciare dalla tua santa follia”, prolegomeno che descrive l’atto di un momento da cui si viene salvati e che diverrà celebrazione eu-caristica.
Ogni verso di Prisco De Vivo è un colpo di martello sul rovente vissuto dell’artista-poeta, dove l’incudine-carne nel suo essere memoria di sofferenza lascia traccia della forgiatura del martello-carnefice. La presenza di vocaboli fortemente espressivi, quali sputo, piscio, cisti, verruche, ulcerata, che potrebbe deturpare la finzione pudica del mondo, è in realtà lo scalino primo della scala della trascendenza verso il divino. Sono squarci del quotidiano e prosaico vivere, e qualcuno potrebbe chiedersi a riguardo cosa ci sia di metapsichico in quest’operazione di scrittura., All’ipotetico quesito possiamo rispondere che la natura dell’essere umano nasce da un’emissione materica, ed è appunto lì che si imprime l’anima di ciò che nel suo divenire è compimento di un’escatologia materico-trascendente.
Nato in provincia di Bergamo da genitori siciliani, Andrea Sciuto vive tra Catania e Bergamo, dove lavora come insegnante di lettere. Fa parte del Circolo dei Narratori di Bergamo, gruppo di volontari che organizza iniziative di promozione della lettura insieme alle biblioteche pubbliche.
Oggi vi proponiamo una sua video-lettura uscita sotto Pasqua, in pieno lockdown, dal titolo “Pasqua di Resurrezione” di Virgilia D’Andrea.
DEMI-MONDE è la nuova raccolta poetica, assai interessante ed originale, di Silvia Righi, uscita da qualche mese (con l’attenta e coinvolgente prefazione di Tommaso Di Dio), per i tipi della NEM editrice di VARESE , storica editrice, filiazione e continuazione dell’esperienza della Nuova Editrice Magenta, grazie al poeta/editore Dino Azzalin (una casa editrice locale di quelle che contribuiscono a una letteratura di qualità e prestigio, con un catalogo ricchissimo di nomi e autorevolezza, da Morselli, Raboni, Zanzotto, Sanesi ai più giovani Pugno, Mozzi, Scotto, Di Maro, Adernò).
Sul Ponte dei Leoni che in altre città si potrebbe chiamare delle Tigri o addirittura della Vittoria è seduto un uomo non giovane e non vecchio che espone le sue ferite alla gente che passa, chiede ad alta voce la carità e in compenso fa brillare grandi macchie sanguinanti nella luce del luglio impietosa, non ho mai visto prima questo uomo venuto da chissà dove per fare ogni giorno più schifo e per morire finalmente sotto gli occhi di tutti nel giorno più caldo dell’estate come se il morire nel giorno più caldo dell’estate fosse il modo più naturale di prepararsi all’inevitabile inverno
Una ghiacciaia e una scultura africana in legno scuro mi ricordano il difficile tema della generazione. Non è facile pensare alla maternità senza inciampare negli stereotipi dell’istinto materno e dei ruoli troppo rigidi dettati dalla tradizione.
Appena una madre non entra negli schemi – e quale madre sincera non scopre a volte in sé contraddizioni, frustrazioni e ambivalenza – viene tacciata di “madre snaturata”. In realtà in natura le madri degli animali sono molto libere e imprevedibili e a ben guardare se le osservate da vicino, non vi sono due gatte o due cagnoline che si comportino esattamente nello stesso modo con la prole. Continua a leggere→
La poesia del poeta lucano Domenico Brancale è, alla maniera di Celan, il respiro che si fa parola, parola che oltrepassa il luogo e il corpo e va letta in una duplice chiave interpretativa: da un lato l’impegno strenuo a risolvere tutto in scrittura attraverso la dissoluzione del corporeo nel verbale, dall’altro pare scorgersi l’eco della “matericità” di Artaud nello snodarsi del testo come spostamento, slogamento, lacerazione di elementi corporei. E quanto più ampia, nei versi di Brancale, è la gittata evocativa della parola poetica, tanto più il fluire del tempo galleggia nella grigia uniformità del dolore creaturale.
Le parole restano per anni
nascoste, avviluppate
nella carta ingiallita
e poi vivono per noi, a lenire gli affanni
dopo ogni risalita
Le parole hanno odore
di carta inumidita
e viva, sanno di ciò che muore
dicono
che in silenzio avanza
e morde il disamore. (20 novembre 07)
Sole obliquo
E venne il tempo della luce radente
che filtra dai vetri opachi
e batte i muri ciechi
Mentre il fumo avvolge terrazze secche e appanna sguardi
E teste vuote di pensiero assente
Mentre gocce umide di sale volano dal mare lucente
e vorticano atomi in volo
E al suolo resti
meditando il niente. (Messina, zona falcata, giugno 2017)
Non sarà tempesta neanche stavolta
Anche se i gabbiani volano bassi
A stormi a pelo d’acqua lucente
Ma stanca e stravolta
L’umido copre la vista
E la lista delle cose da fare si allunga
Con la pena quotidiana del vederti fatta di nebbia
Ci incontriamo ogni giorno a un incrocio ricco di volti e di suoni
La tua voce si perde ma gli occhi perforano il grigio
Ti aspetto domani, alla solita ora, forse col sole. (23 aprile 2019)
La strada per Palermo
La strada per Palermo è una linea retta con il blu sullo sfondo e macchie bianche e macchie verdi e campi
quadrati di ortaggi e case a scacchiera vuote e senza gente, finite le ferie marine.
La strada per Palermo Continua a leggere→
Come una lanterna in mezzo al buio:
Traspare nel guado, si presenta e illumina
Per sé la via d’una luce…
Vuol solo vedere
Il suo scintillio nell’acqua.
Acqua come vergine disposta
Ad accogliere la chiacchiera
Durante il dialogo sulle potenzialità,
Sulla maturità individuale.
Io desidero vedermi i piedi
Sotto ciò che mi disseta,
E dire tutto in un tempo
Che non merita una sillaba…
E in mille tempi che meritano un poema.
Per essere come il fiore palustre,
Al quale brilla la testa
Come il corpo d’una lucciola.
[Paolo Pera, dal libro, “La falce della decima musa”
Achille e la Tartaruga, Torino 2020]
Menabò, quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria pubblicato dalla casa editrice Terra d’ulivi, è nato all’inizio dell’anno scorso accogliendo idealmente l’eredità di Elio Vittorini e Italo Calvino. L’intento della redazione è infatti quello di accogliere l’opportunità della parola intesa come azione che possa imprimere note di cambiamento nel contesto culturale non solo italiano. Ricordo che nel novero dei redattori e collaboratori della rivista figurano infatti studiosi che scrivono, oltre che dall’Italia, da Grecia, Polonia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Spagna.
È inevitabile che il pensiero corra a Il Menabò di letteratura che vide la luce nel 1959: un periodico che andava alla ricerca di un senso politico della prosa e della poesia, nonché della funzione dell’intellettuale. Obiettivo dei redattori della storica rivista era quello di scoprire cosa di nuovo avessero da offrire l’arte della scrittura e la ricerca letteraria nella convinzione che il mondo cambia e quindi va guardato ed espresso con mezzi linguistici anch’essi sempre in evoluzione.
Il fondamento dell’impresa avviata da Terra d’ulivi è quindi quello di cogliere l’attualità dell’invito suggerito da Vittorini e Calvino a scovare il nuovo che fiorisce qui e ora e che, responsabilmente, comporta per la redazione il piacere e la necessità assieme di avventurarsi in un percorso di valorizzazione della creatività poetica, narrativa, saggistica, artistica. Guardando al passato per cogliere il presente e immaginare il futuro prossimo. Con piena libertà di pensiero.
Il nodo, anzi lo snodo, sta proprio nel pensiero che ambisce a comprendere la letteratura in modo aperto, analizzandola e mettendola a confronto con filosofia, scienza, arti visive, sicché ne viene una tensione allargata, inclusiva, profonda, che guida l’operato della redazione. I canoni sono quelli dello studio, della riflessione e della ricerca.
Vorrei definire l’intento di Menabò come un’alchimia innovativa che estende i propri (non) limiti all’invenzione. L’obiettivo è quello di giungere al segreto della parola stessa, al suo mistero, tramite processi che si espandano, così come fa l’anima dell’Universo che sempre è in movimento, in noi e attorno a noi.
Oggi viviamo l’indomani di una pandemia storica e ci aspettiamo che qualcosa accada a rimodellare il nostro mondo. Avvertiamo un impulso potente che invoca una ventata di novità. Aleggia sempre un senso di tragedia nei segnali che leggiamo ovunque, eppure vogliamo trovare elementi aurorali a popolare il nostro orizzonte instabile e liquido, foss’anche fossero sogni diversi o illusioni. Intendendo tale aspirazione come voglia di cambiamento ecco che non possiamo che riflettere e poi agire lungo una strada di ricerca intellettuale e culturale. Sempre incerta, ovviamente, poiché per ogni determinatezza, per ogni definizione, si accumulano anche le indeterminazioni, le quali evidenziano non l’irrealtà, le infondatezze o le idee vuote, ma la coesistenza di due movimenti inseparabili eppure distinti. È un sentiero stretto e difficile, peraltro imbrigliato fra le maglie di un meccanismo mondiale ancora farraginoso e culturalmente opprimente, un dispositivo mastodontico che farebbe desistere molti dall’intento di scrivere per mutare le cose. Eppure è questa l’unica possibilità di interagire con la realtà nel tentativo di contribuire alla sua trasformazione. Una sfida ardua, certamente, ma giocare con l’ignoto è ruvida danza.
Questo è il Menabò che, a ogni uscita, vogliamo regalare al lettore, nell’ottica non solo di cercare o trovare il buono e il nuovo, ma anche di fare in modo che questi germogli esistano, ovvero che prendano corpo, favorendone la crescita.
Per ulteriori informazioni: www.edizioniterradulivi.it
Una lingua criptica e oscura, che con meticolosa esattezza si inabissa nelle zone più remote dell’essere, introducendo il lettore «a un’ermeneutica del terrore». Un poeta, Saverio Bafaro, che fa del canto un nesso con tutte quelle forme archetipiche evase dal nostro immaginario per dare luogo a una rete di connessioni eterogenee.
Franz Krauspenhaar torna in libreria e sul luogo del delitto. La sua antica passione per il “noir”, che già aveva prodotto “Cattivo sangue”, il suo terzo romanzo, risorge per ispirargli questo riuscito mix di classicismo e novità.
Nei dialoghi che il protagonista, l’investigatore privato Guido Cravat, intesse con se stesso ho ritrovato la disincantata tristezza di Raven, il killer che Graham Greene ha raccontato in “Una pistola in vendita”. Cravat ha lasciato la Polizia perché, schifato dalle abitudini dei suoi colleghi, ha deciso di far soldi come libero professionista. Onestamente, così pensava. Ma la realtà lo farà ricredere.
È da oggi in libreria I Poeti del sogno, un’intrigante “piccola antologia” curata da Antonio Fiori. La pubblica l’editore Inschibboleth, nella collana Margini diretta da Filippo La Porta. L’antologia comprende 12 voci poetiche, per un arco temporale che iniziando nella Roma augustea passa dalla Spagna cinquecentesca alla Francia dei conflitti di religione a una Napoli catacombale ed eterna, per giungere fin quasi ai giorni nostri. Continua a leggere→
Ad ADRIANO SPATOLA L’AUTORE DEDICA [All’EBREO NEGRO*]
1 – Le doglie di Confucio abolirono La muraglia cinese nel corso duro Del cantiere a catena di cera – L’ora più dura [l’ora] d’aria, quando la merenda era il pranzo della cena; così le ore del niente erano scandite dal nulla dei pasti e un rosario annodato alle sbarre della croce
Un progetto della poetessa siriana Malak Sahioni Sufi con 33 poeti dal mondo
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