Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Epifania 2026

(Goa, Adorazione dei Magi)

«Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».

Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.»

[Mt 2,1-12] Continua a leggere

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Prima dell’estate e del tuono

di Nadia Scappini

Luca Pizzolitto, Prima dell’estate e del tuono, peQuod, 2025

Più volte con orgoglio Luca Pizzolitto ha raccontato di essere stato salvato anni fa dalla poesia, quel lumicino tenue, quasi invisibile ma tenace nel cuore della notte… Un buio reso umano quando il dolore s’è incrinato, accolto da altre mani…. Quante volte ci siamo sentiti abbandonati nelle circostanze più diverse della nostra esistenza? Quante volte il nostro corpo ha somatizzato il dolore forse più intenso che possa esserci, l’abbandono senza appello persino da parte di chi diceva di amarci? Così, per entrare in questa nuova silloge che è a pieno titolo un’avventura spirituale – e ogni avventura spirituale è un calvario, ricorda Bernanos – declinata e affidata ancora una volta agli interstizi della poesia, ci sarà dato di sperimentare le cadute e le risalite che fanno della vita un mistero nel quale orientarsi. Perché la poesia, sorella di preghiera (non dimentichiamo la sua etimologia che ha a che fare precarius, con il nostro stato di precarietà sulla Terra), e profezia “che trasforma l’esilio in speranza, che ritesse il filo spezzato della vita” (Y. Bonnefois) e consente di cogliere il sacro nei giorni scuri, di intuire tra gli scarti, scovare l’inatteso nell’esilio in cui talvolta ci sentiamo confinati sulla Terra.  Continua a leggere

Roberto Carifi

a cura di Giorgio Stella

Dopo Auschwitz nessuno abita più
           e non è casa
quella che fu la casa del liutaio 
ma la gola cariata della mente 
e la memoria agisce gelida di notte, 
illumina a giorno il sonno del liutaio, 
la cenere del liuto ancora calda, 
e nella veglia il cuore del liutaio, 
e nella veglia illuminata a giorno 
       la cenere di un cuore, 
nessuno dopo Auschwitz abita più 
e non è casa la casa di nessuno.

Giuseppe Bresciani, “L’uomo che pesò l’eternità”

Giuseppe Bresciani, L’uomo che pesò l’eternità

Un estratto (pp. 110-112):

Ripresi le mie abitudini mondane, dividendomi fra Versailles e i salotti dell’aristocrazia e della borghesia parigina. Da più di un anno frequentavo quello nell’Hôtel d’Uzès, la dimora di Emilie de La Rochefoucault, la consorte del duca d’Uzès. Più che un salotto, la duchessa d’Uzès aveva creato e sovrintendeva un vivace circolo esoterico. La sua nota passione per i misteri e il sovrannaturale era tale che mi considerava un maestro oltre che una guida spirituale. Alle sue riunioni a numero chiuso non mancavano mai la marchesa di Créquy, l’onnipresente Madame d’Urfé e la contessa di Brionne. Il salotto di Madame d’Uzès attirava anche i grandi pensatori come Jean-Jacques Rousseau e il conte di Buffon.
Una sera, a cena, vi conobbi François-Marie Arouet, l’acclarato intellettuale noto con lo pseudonimo Voltaire. Era venuto dalla sua tenuta di Fernay per illustrare agli ospiti del circolo le tesi esposte nel suo romanzo filosofico Candido, pubblicato da poco a Ginevra. Il patriarca dell’Illuminismo era l’ospite d’onore della serata e non mi limitai ad ascoltarlo con il massimo interesse ma lo invitai a un contraddittorio.Gli astanti erano eccitati. Voltaire e io rappresentavamo due opposti apparentemente inconciliabili. Lui era scettico nei confronti della religione e dei misteri, refrattario a ogni superstizione e potere magico, avendo fede solo nel pensiero razionalista. Io, invece, incarnavo ciò che sfugge alla ragione e la sfida. Per lui, era naturale diffidare di un uomo della mia specie, che si diceva praticasse la magia teurgica, ricavasse l’oro dai metalli vili grazie alla pietra filosofale e avesse vinto la morte. Nondimeno, avevamo diverse qualità in comune; la mente aperta ed elastica, l’eccellente virtù affabulatoria, la vasta erudizione e l’ironia. Eravamo coetanei e godevamo del favore di amici anticonformisti ed estimatori autorevoli.
Chi si aspettava da noi un incontro di lotta greco-romana restò deluso. Animati da reciproca curiosità e da un rispetto che non poteva essere incrinato dal fatto di avere idee differenti e un diverso stile di vita, non solo non ci scontrammo a testa bassa come gli stambecchi ma ci comportammo da autentici gentiluomini.
«Signor conte, se non ci vedessimo solo oggi per la prima volta qualcuno potrebbe sostenere che mi sono ispirato a voi per la figura del mio Candido» disse il filosofo.
«Cosa ve lo fa pensare, signore?»
«Il vostro ottimismo, tanto per cominciare.»
«Che altro?»
«Come Candido, avete scoperto il vostro personale El Dorado e siete tornato in Europa carico di tesori.»
Annuii, sorridendo garbatamente. Voltaire sorseggiò la sua ennesima tazzina di caffè – si diceva che ne bevesse una dozzina al giorno – e continuò: «Pare che anche voi, come lui, abbiate stipulato un patto con la morte.»
«Un patto, dite?»
«Candido non muore mai, sopravvive a qualsiasi pericolo e disavventura, come se fosse invisibile alla morte. Di voi, si dice che siate immortale, per quanto mi rifiuti di crederlo.»
Fissai Voltaire con intensità e per stupirlo citai una frase di cui non avrebbe potuto disconoscere la paternità. «Il dubbio è scomodo ma solo gli imbecilli non ne hanno.»
«Touché!» commentò il filosofo. «Ciò nonostante, poiché fra le cose più sicure, la più sicura è proprio il dubbio, concedetemi di dubitare di voi e dell’ottimismo che vi induce a pensare che non avrete mai bisogno delle pompe funebri.»
«Signore, in futuro vi darò la prova che dopo avere pesato l’eternità ho vinto la morte.»
Un brusio si levò nel salone dove gli ospiti della duchessa d’Uzès erano avvinti dalla conversazione. Voltaire mi degnò di uno sguardo clemente. «Disapprovo quello che dite» obbiettò «ma difenderei fino alla morte il vostro diritto di dirlo.

Biografia di Giuseppe Bresciani

Sono nato il 7 ottobre 1955 a Como, dove risiedo.Nel 1980 ho conseguito la laurea in Lettere Moderne presso l’Università di Pavia.Dopo trent’anni di attività imprenditoriale-umanistica ho iniziato a dedicarmi a tempo pieno alla scrittura. Ho esordito nel 2011 con “L’inferno chiamato Afghanistan”, il racconto del mio soggiorno come osservatore nel paese dei talebani. Nel 2013 ho pubblicato i racconti “Il cantico del pesce persico”. Nel 2018 ho pubblicato il romanzo sul crepuscolo di Leonardo da Vinci in Francia “Le infinite ragioni” (Albeggi). Nel 2021 ho pubblicato il romanzo storico “Il cavaliere delfiordo” (Leone) con cui ho vinto il premio “Scrittori con gusto” assegnato dall’Accademia Res Aulica di Bologna. Nel settembre 2025 ho pubblicato il mio nuovo romanzo “L’uomo che pesò l’eternità” (Altrevoci).

Giorgio Stella. Una poesia

La coppa del sangue – la vedi? Cosa? L’ ala gemella nella medesima assenza di pietra! Furono le cifre archiviate dalle Furie? No no no! Si. ———————— la questua è la ragione che resta, che resta stata: l’oltre nell’origine, l’ ape nel calabrone accesa mi rimanda alla fatica data dall’accettazione del fiore magro di madre.

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Ci sono scrittori che per tutta la vita scrivono lo stesso libro, e autori che dedicano un’intera esistenza per scrivere il libro della vita. Tra questi c’è Angelo Ascoli. Il libro è Il tredicesimo apostolo (Cantagalli, 2025). Siamo in Sicilia ai giorni nostri. C’è un giornalista a-ore che è il cronista degli avvenimenti di cui stiamo leggendo. C’è un professore di filosofia che è scappato da Milano. E infine, c’è un personaggio misterioso, Leonardo (nome non casuale), che trasfigura un’ordinaria storia di misfatti e crimini in una terra di Mafia in una vicenda (apparentemente) incredibile di miracoli e apocalissi. Così la Sicilia da metafora del mondo, alla maniera di Leonardo Sciascia, diventa metafora dell’umanità e dei suoi destini.

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Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Nicola Sguera

Pater noster

Padre nostro,
che sei nei cieli
ma nel vento anche
e nella pioggia, che sei il sole,
madre di ogni cosa,
santificàti siano i molti nomi
che gli uomini ti danno.

Venga il tuo regno.
L’attesa sarà forgia
d’una stirpe diversa
d’uomini. Migliore.

Sia fatta la tua volontà
nel cielo e sulla terra.
Desiderio, speranza,
perché tu, se mai lo fosti,
creato il mondo, non sei onnipotente,
altrimenti libertà non sarebbe.

Dacci oggi il pane nostro quotidiano.
Quanto giusto che ognuno
ne avesse! Per nutrirsi, non oltre.
Anche questo è un auspicio
che affina il fare nei giorni.

Rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai debitori:
se perdonàti, a tua immagine,
ci tocca perdonare.

In quanto creature,
per natura imperfette,
cadiamo, ci alziamo,
di nuovo cadiamo,
e serve una mano che aiuti.

SapendoTi fragile,
che possiamo lottare il male:
insieme a te contro la forza
che in ogni dove impera
con il volto demoniaco del potere
e la tronfia apparenza del denaro.

Grazie, dunque, per tutto ciò che è stato.
E così sia per tutto quello
che dovesse accadere.

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C’è un solo modo per essere felici

Era il Cardinale, che convocava don Davide tramite la sua segreteria. Il prete, come sempre in questi casi, ebbe un sussulto. Fece una rapida analisi per ricondurre alla memoria eventi che potessero risultare sgraditi alle gerarchie ecclesiastiche, ma gli parve di non trovare nulla. Quella mattina il caldo incollava la camicia alla pelle, come una pellicola vischiosa. Entrò nell’abitacolo dell’utilitaria da duecentomila chilometri suonati e partì alla volta della Curia. Il tragitto gli sembrò più lungo e il traffico più intenso, ma ormai era consapevole delle impennate spazio-temporali in corrispondenza dei rendez-vous ecclesiastici e provò a pensare ad altro. Il sole implacabile non impediva ai questuanti di rallentare il fiume già insopportabilmente lento delle macchine. Finalmente arrivò in prossimità del palazzo episcopale, ma fu costretto a un’ulteriore evoluzione per raggiungere il parcheggio, dove lasciò la mancia all’uomo di colore che gli assicurava un posto in qualsiasi condizione. Passò attraverso la galleria d’ingresso al Vicariato, ignorato dalle guardie. Percorso il lungo corridoio dall’altissimo soffitto, arrivò davanti all’usciere assorto, come sempre, in pensieri impenetrabili. Lo salutò con un cenno, e si avviò dal segretario del Cardinal vicario, che gli disse di aspettare: sua Eminenza era impegnato in un colloquio che stava per concludersi. Don Davide si accomodò nel salottino accanto, pieno di libri antichi e poltrone in sintonia con lo stile rinascimentale dell’insieme. Pensò all’avventura vissuta fino a quel momento: l’incarico, le prime indagini, il contatto con persone e situazioni che non avrebbe mai creduto di conoscere. Pensò a don ***, alla sua fedeltà ostinata e dolorosa, al suo votarsi a una causa difficile e incomprensibile per molti; pensò alle persone che a vario titolo lottavano a favore o contro di essa, alle ferite, alle gioie, all’investimento di energie, al coinvolgimento del cuore che tutto questo richiedeva e che don Mario aveva sempre auspicato, convinto che altrimenti nulla avesse senso. Si chiese chi fosse quel prete che lo aveva costretto a guardare più in profondità, a rischiare e a compromettersi. Aprì a caso il volumetto tascabile dei quattro vangeli e si ritrovò al capitolo diciannove di Giovanni:

“Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare. I soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, e gli misero addosso un manto di porpora; e s’accostavano a lui e dicevano: “Salve, re dei Giudei!”. E lo schiaffeggiavano. Pilato uscì di nuovo e disse loro: “Ecco, ve lo conduco fuori, affinché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa”. Gesù dunque uscì, portando la corona di spine e il manto di porpora. Pilato disse loro: “Ecco l’uomo!”.

Alzò gli occhi di scatto: ebbe la sensazione che don Mario fosse lì, vicino a lui.

Un pensiero gli attraversò la mente, all’improvviso, e non seppe spiegarne la ragione: «C’è un solo modo per essere felici». Una lacrima scese lentamente sulla guancia e precipitò in silenzio sul pavimento rossastro. Per un momento, sullo sfondo colorato, gli sembrò una macchia di sangue o di vernice.

[da Ecco l’uomo, di Fabrizio Centofanti]

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Edmund White

a cura di Giorgio Stella

La Parata

Silenzio, si veglia stasera,
Attenti alle mute di cani.
Non stendersi, non sedersi,
La nera coccarda della morte

Appuntarsi al cuore ornandolo
Con un bacio colorato di sangue.
Bisogna vegliare, aggrapparsi
Al cordame chiaro dell’aurora.

Fascinoso fanciullo la torre è alta
Dove con piedi di neve sali.
Fra i rovi dei tuoi ornamenti
Pendono le rose della vergogna.

Cantano nella Corte dell’Est.
Il silenzio sveglia gli uomini:
Un silenzio rotto d’ombra
Di noi orgogliosi culattoni.

Ancora silenzio. Si veglia.
Il Carnefice ignora la festa
Quando il cielo sul guanciale
Per i capelli prenderà la testa.