Conclave. Un’ipotesi di saggio su Dio (nel cinema) # 4

 

di Giulio Bruno

Il finale e la messa in discussione della sospensione dell’incredulità.

L’ultimo colpo di scena riguarda proprio il Papa eletto ed è stato fonte di ulteriori vibranti polemiche negli ambienti ecclesiastici. Il Papa è nato intersessuale. La presenza in lui (anche) di organi femminili (utero e ovaie) è stata individuata quando già era stato ordinato sacerdote. Benitez e il defunto Papa decisero per l’asportazione di tali organi, ma poi Benitez ritenne di non alterare quanto era stato da Dio deciso e creato. Benitez conservava all’epoca di quella sua decisione personale, e conserva tuttora, un’etica irreprensibile. E un carattere dolce e, al tempo stesso, risoluto. Ma la sceneggiatura di Conclave va oltre la creazione di un mero conclusivo colpo di scena e mira a rendere instabile, a manipolare e incrinare la sospensione dell’incredulità dello spettatore e ad attivare la ricezione di significati simbolici.

L’elezione di un Papa intersessuale è un evento privo di noti precedenti storici. Pertanto è un evento carico di una innovatività esuberante, ma comunque di fatto materialmente possibile e, quindi, suscettibile di essere vissuto come plausibile. La plausibilità ha una insopprimibile componente soggettiva ed è legata alle aspettative degli spettatori: l’innovatività eccessiva può indurre alcuni spettatori ad interrogarsi su quanto sia plausibile l’evento rispetto al contesto reale. Una reazione di scetticismo di fronte a tale questione, suffragata dalla sensazione che l’evento abbia in sé qualcosa di irragionevole, spinge lo spettatore a cercare significati più profondi, che vadano al di là della pura forma esteriore e, guardando oltre l’evento in sé e il semplice fatto biologico in esso implicato.

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

In-utile

(Marco Beconcini)

«In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”». [Lc 17, 5-10]. Continua a leggere

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Jorge Luis Borges

di Giorgio Stella

Ormai compiuto il numero dei passi
che ti fu dato fare sulla terra,
ti dico morto. Io pure sono morto.
Io che rammento la precisa notte
dell’ignorato addio, oggi mi chiedo:
Che sarà stato di quei due ragazzi
che verso il mille e novecentoventi
cercavan con platonica innocenza
sui lunghi marciapiedi della notte
del Sud, nella chitarra di Paredes
o in fiabe di cantoni e di coltello
o nell’alba, che mai sfiorò nessuno,
la segreta città di Buenos Aires?
Fratello nei metalli di Quevedo
e nell’amore al numeroso esametro,
scopritore (ma tutti lo eravamo)
di un antico strumento, la metafora,
Francisco Luis, dello studioso libro,
magari dividessi questa vana
sera con me, inesplicabilmente,
e mi aiutassi a ripulire i versi.

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 46

È possibile evitare i luoghi comuni?

La battaglia è persa in partenza, come sanno i professionisti della scrittura. Gli stereotipi — o tòpoi o plastismi — si annidano ovunque, e spesso non è facile identificarli a prima vista. Lo dimostra il delizioso volumetto di Ornella Castellani Pollidori La lingua di plastica. Vezzi e malvezzi dell’italiano contemporaneo (Napoli, Morano, 1995), in cui l’insigne linguista, nel commentare con elegante ironia una lunga serie di luoghi comuni, vi resta sovente intrappolata come la mosca nella tela del ragno (altro tòpos niente male, come «La battaglia è persa in partenza»).
Qualche esempio:
«si presentano alla ribalta»
«si metta in moto il meccanismo»
«s’inoculi il virus»
«i plastismi attraversano l’uso linguistico come meteore»
«far terra bruciata»
«chi è senza peccato scagli la prima pietra»
«in linea di massima»
«cedere alle lusinghe»
«sfruttato su larga scala»
«prestò facilmente il fianco alle critiche»
«anni luce separano…»
«messo alla gogna»
«in tempi non sospetti»
«veleggiando col vento in poppa sull’onda della moda»
«Per completare il quadro»
«far piazza pulita»
«vecchie come il cucco»
«alla resa dei conti»
«non sta né in cielo né in terra»
«sulla cresta dell’onda»
«con una punta d’ironia»
«si guadagna un posto d’onore»
«il plastismo è sempre in agguato»
«mi darei la zappa sui piedi»
«ha sbaragliato la concorrenza»

Terra d’esilio, di Luca Pizzolitto 6. Jan Twardowski

Jan Twardowski, Affrettiamoci ad amare (Marietti 1820, 2009)

Affrettiamoci

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto
di loro restano un paio di scarpe e un telefono muto
solo l’inessenziale come una mucca si trascina
l’essenziale è così rapido che accade all’improvviso
poi il silenzio nomale perciò insopportabile
come la castità che nasce dalla disperazione
quando pensiamo a qualcuno dopo averlo perso

Non essere sicuro di aver tempo la sicurezza è malsicura
ci toglie sensibilità come ogni fortuna
arriva in coppi come il pathos e lo humor
come due passioni sempre più deboli di una
se ne vanno così in fretta tacciono come il tordo in luglio
come un suono un po’ goffo o un inchino secco
per vedere davvero chiudono gli occhi
benché sia più rischioso nascere che morire
amiamo sempre troppo poco e sempre troppo tardi

Non scriverne troppo spesso ma scrivi una volta per tutte
e sarai come un delfino mite e forte

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto
e quelle che non se ne vanno non sempre ritornano
e non si sa mai parlando dell’amore
se il primo sia l’ultimo o l’ultimo il primo Continua a leggere

Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Lucilla Trapazzo

Cara Rita, 

ho accolto con gratitudine il vostro invito a La Poesia e lo Spirito, perché sento fortemente la poesia come manifestazione del divino. Da molti anni vivo un cammino spirituale personale, non legato a istituzioni, ma nutrito da esperienze diverse, dalla meditazione buddista al pellegrinaggio cristiano. In questo percorso sento ogni cosa, persino il dubbio, con una profonda percezione del sacro. Contemplazione e squarcio fanno in fondo parte della stessa sostanza divina.   Continua a leggere

Giuseppe Piccoli

di Giorgio Stella

Sono foglie che ascoltano
battere e battere il pugno sul legno
di una grande porta: in frotta
si raccolgono ombre di voci,
voci di esilio e di famiglia,
di ospizio e di ufficio,
voci di battesimo
voci di matrimonio
voci di estrema unzione.
Sono foglie tra i capelli,
anelli di stelle
che le piante del giardino
hanno custodito per secoli.

*

Dammi tutto il tuo veleno
e sii puro

imparo a morire
nel dormire

partorito al freddo
da questo travaglio
il grande spiraglio

*

Rema e tace

il vogatore

sospinge il veloce

la potenza muta del sole
è la sua voce

*

Disperatamente
la profondità
dei monti nella notte
rose bianche
dalle lunghe spine
riempiono
l’aiuola del dormire

Sonno
cerco riposo
ma è Treno

(questo vivere)

*

Raymond Carver

di Giorgio Stella

Il momento più bello della giornata

Fresche sere d’estate.

Le finestre aperte.
Le luci accese.
La fruttiera colma.
E il tuo capo sulla mia spalla.
Questi sono i momenti più felici della giornata.

Insieme alle prime ore del mattino,
naturalmente. E quegli attimi
subito prima di pranzo.
E il pomeriggio
e le prime ore della sera.
Ma davvero adoro

queste serate estive.
Ancor più, mi sa,
di quegli altri momenti.
Il lavoro quotidiano finito.
E nessuno più che ci disturbi, adesso.
Né mai.

Daniele Ricci, La macchina da cucire. Geologia del dolore

Nota di lettura di Franca Alaimo

Daniele Ricci, La macchina da cucire. Geologia del dolore, Pasturana, puntoacapo Editrice, 2025, nella collana “Intersezioni” a cura di Mauro Ferrari, Prefazione di Fabrizio Lombardo. In copertina Paolo Del Signore, racconto (2017).

Nella poesia di Daniele Ricci, l’io ed il noi si confondono nell’esperienza comune del dolore, appena consolato da qualche memoria infantile e da certe immagini di bellezza offerte dalla natura. I fatti raccontati, attinti dalla cronaca e dalla storia contemporanea, di solito non hanno una precisa collocazione spaziale e temporale. Il tempo, infatti, sembra assumere un ritmo ossessivo di ripetitività nell’uso assai frequente del modo verbale dell’infinito, in cui tutto finisce per ricominciare, secondo una concezione dell’eterno male, che trae ispirazione da grandi modelli della poesia ottocentesca e novecentesca, quali Leopardi e Montale.
Ma la contemporaneità della versificazione di Daniele Ricci è rintracciabile soprattutto nella struttura perlopiù frammentata dei testi e nell’urto tra i fatti narrati e il loro riverbero psicologico che immettono un certo disordine narrativo, come se la poesia si imponesse di registrare contemporaneamente più dimensioni e restituire l’ininterrotto spezzarsi di vite e del loro ricominciamento, come annunciano i cieli albali e i canti delle allodole. La sofferenza diventa in tal modo intrinseca al registro linguistico, che tende a riprodurre, con l’uso di un lessico greve e dolente, la postura mentale dell’autore di fronte ai casi del mondo.
E tuttavia non c’è in lui assuefazione alcuna al male, ché anzi una profonda pietas intride i versi, non disgiunta da una timida speranza, di cui si fanno metafore , tra l’altro, “un girasole”, “le foglie di pesco appena nate”, “le lucciole”, perché, nonostante tutto, resiste in Ricci la fede nella parola poetica che, come una sarta, con la sua “macchina da cucire” mette insieme le cose lacerate, componendole in un arazzo verbale: il lato rovescio è tutto un garbuglio di nodi, ma quello esposto offre un’ immagine che parla a chi, osservandola, sa leggerla.

*

Non senti quel verso
dell’ultimo fiato
la pioggia nella tua bocca
l’asola dove passa la nostra vita
lo spillo che traversa due stoffe
il filo del vento
sottratto ai pensieri
con la sola lotta
che simula l’amore.

Vorrei restare qui
a scrivere all’aperto,
qui tra gli alberi,
la prima parola
dopo la fine

6 gennaio 2023

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Cercare il segno

                                                                           Xu Bing Living Word

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”». [Lc 16,19-31] Continua a leggere

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“Come riempire i vuoti con il canto”, Franca Alaimo legge l’ultima raccolta poetica di Luca Pizzolitto

Quasi sempre in Prima dell’estate e del tuono di Luca Pizzolitto (peQuod Editore) i versi germinano da un dettaglio della natura o da un paesaggio di quieta bellezza, lontano dalla vita di città (che fa rare apparizioni e perlopiù nelle ore notturne con le sue strade e i bus vuoti e l’abbandono delle creature al sonno) ma che, non appena evocati, perdono i loro contorni concreti per trascorrere nella dimensione simbolica in cui, annullata la singolarità e oltrepassato il limite terreno, si insedia il tempo delle idee, dei riti, della sacralità, e la rosa, giusto per fare un esempio, rimanda alla mistica cristiana e all’apice figurale del cammino dantesco verso il Paradiso.  Continua a leggere