Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Dov’è il nostro tesoro?

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo» Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente[dicotomèsei: lo dividerà in due] e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli [ apìston: i senza fede]
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

[Lc 12,32-48] Continua a leggere

Giacomo Sartori. Anatomia della battaglia

di Roberto Plevano

“Carissimo padre,
di recente mi hai chiesto per qual motivo sostengo di aver paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti, in parte proprio per la paura che mi incuti, in parte perché motivare tale paura richiederebbe troppi dettagli per poterli esporre a voce con una certa coerenza.”

Nell’autunno del 2019 Franz Kafka inizia a redarre un testo nella forma di lettera al padre Hermann, commerciante di un certo successo in mercerie e articoli di moda. Il testo non arrivò mai al suo apparente destinatario; a leggerlo con attenzione sembra più un’articolazione dell’opera letteraria di Franz che un documento meramente autobiografico. Trattandosi di Kafka, è un’osservazione scontata, come lo sarebbe di molti autori la corrispondenza dei quali mai è mera faccenda privata, anzi entra a pieno titolo nel corpo della loro opera. L’opera tuttavia – è questa la cosa importante – non può davvero essere letta e interpretata a partire dai dati biografici. Le relazioni personali e sociali di cui si racconta, insomma, talvolta anche negli epistolari più privati, sono costruite più su fantasia e talento del narratore che sull’aderenza a un certo vissuto. Può capitare che rispetto al dato biografico – e soltanto rispetto ad esso – siano esagerazioni, omissioni, invenzioni, patenti menzogne. Memories that become monstrous lies, canta Nick Cave. Continua a leggere

Giorgio Stella. Preghiera d’amore

Preghiera d’amore – non crederò più alla morte Signore l’orrore di questa vita è solamente amore – Dio sai quanto voglio morire ai malati come me dedico tutte le lapidi io devo solamente trovare l’ora dove finisce il tempo – ormai è finita quando comincia tutto il male della mia vita è una madre che abbandona il figlio come un animale d’estate monco e cieco passo la carta al matto – sto male? No è il male in me Padre-Cielo io non so cosa sia (stata) la vita vera ma intuisco qualcosa di bellissimo – ho passato la vita a nascondermi alla fine i miei nemici erano la mia famiglia se solo sapessero loro come ho dovuto negare la giovinezza all’infanzia ci sarebbe una vera adolescenza – spero nella tomba breve come il cancro di mia madre magari due bare vicine – non posso uccidermi l’inferno è il nulla Madonna adolescente Maria Immacolata Castissima Vergine queste le mie preghiere – all’epoca dei santi non sarebbero successe tutte queste cose/qui eravamo protetti dagli angeli – mentre mia madre muore la banda rompe la grancassa – l’alcool ha una voce che ti dice di tacere mentre ti fa parlare di altro l’ho incontrato da ragazzino sembrava buono, il demonio.

La scuola di Serena Bedini 8. Quando arriva l’idea giusta


Quando arriva l’idea giusta lo senti perché non ti lascia e continua a bussare alla porta della tua mente finché non le permetterai di entrare. È una frase con cui iniziare, è un’immagine, un personaggio o uno scenario, a volte è persino qualcosa di ancora più evanescente: una sensazione come un profumo o un sapore, un’emozione che cerca sfogo nella scrittura o un sorriso, un’espressione fugace del volto tanto quanto significativa.
Se la avverti, se la percepisci, non avere paura. Non rifugiarti nelle trame facili, vendibili, commerciali. Lasciati guidare dall’idea giusta, abbandonati a lei anche se propone un cammino complesso, uno sforzo, un ostacolo da superare per migliorarti.
Che sia l’idea giusta lo sai perché, una volta che ti sarai fidato di lei, sarà con te in ogni momento del giorno, sarà il posto giusto in cui rifugiarsi in quanto negli scenari che a poco a poco si costituiranno nella tua immaginazione ti sentirai a casa. Sentirai il respiro dei tuoi personaggi, ne osserverai lo sguardo assorto, ascolterai il suono dei loro passi, li seguirai nelle loro azioni quotidiane. Diventeranno amici per te e li conoscerai: solo così potrai descriverli, comprenderli anche nei loro errori, riportarne intatti i pensieri, i modi di parlare e di essere.
Non soffocare l’idea giusta, lascia che si faccia in strada in te, dalle tempo per prendere le sembianze di una storia, permettile di cominciare a esistere! Solo così diventerà una trama coinvolgente, piacevole, delicata e insieme profonda, forse sarà quella a condurti lontano nel mondo della scrittura e diventerà il tuo cavallo vincente, forse sarà solo un passo nel tuo cammino di scrittore, ma sarà ugualmente importante, ineludibile e rappresenterà il tuo atto di coraggio, quello con cui avrai accettato una sfida: scrivere quello che senti, scrivere quello che ami, scrivere quello che ti rappresenta.

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Antonietta Gnerre

È svanito il programma del giorno.
Nel bosco i rami hanno smesso
di spiare le ballerine bianche.
Resto a casa. Invoco gli oggetti
di fare silenzio: il vaso rotto in un angolo,
le riviste in disordine accanto al lume.
I quadri alle pareti attraversano
la nebbia degli anni. Mi chiamano
ancora con il mio nome di battesimo.
Ora ripeto un segreto a voce bassa,
trattenere i ricordi nelle mani.
Nel giardino, sulle sedie di paglia.
Nel gesto millenario di accarezzare l’acqua.
Di pregare un petalo di geranio sul davanzale.

(Da Umano Fiorire, Passigli Editori 2025)

POESIA E POLITICA.17. Salvatore Quasimodo

ALLE FRONDE DEI SALICI

 

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo? Continua a leggere

Paolo Valesio

di Giorgio Stella

Il Figlio dell’Uomo spicca il volo

Ha visto tutte
le nevi del Padre. 
Partito dal massiccio del Cervino 
è volato con braccia aperte e rigide 
sull'oceano dove le nubi 
sembrano neve sparsa sopra l'acqua 
fino allo stupore 
della Groenlandia: 
come un bambino si è divertito 
a vedere i tumuli i cumuli 
le creste le cengie le montagnole

         (simili alle colline 
         che bambino creava in Palestina 
         con sabbia infangata e spremuta 
         pian piano fra le dita)

di neve bianca
         (color di crema 
         con una vena, dentro, di rosa)
sul ghiaccio bianco
         (color d'azzurro come 
         una fila di denti serrati      
         una fila di punte di metallo).
E sotto la zanna del sole 
le ombre si stagliavano e tagliavano 
più gelide del terreno 
e il nero casi denso 
che non si poteva capire 
se fosse solo l'ombra sopra i ghiacci 
o s'era il corpo duro 
di piante corte aggrappate alla roccia.
Ma è il verde, ora si vede, 
che si allarga e diviene la terra. 
È la parata della vita

         Ma dall'alto risuona
(calma e severa-suona senza tuono) 
qualche volta la voce del Padre.

"Figlio, figlio senza doni 
         hai perduto anche quello
         della parola)
figlio che io ho cessato di comprendere 
da quando hai smesso di camminare, 
semplicemente,come 
sulla strada di Emmaus 
viatore fra i viandanti
          un segno solamente era sospetto 
          i tuoi sandali non impolverati)
da quando hai smesso di stare 
sul trono che è tuo, nello spazio 
della mandorla e della fiamma- 
da quando insomma hai cessato 
la dignità di queste posizioni, 
e hai cominciato a mimare 
il crocefisso senza croce 
ti sei dato a volare in croce in rondine 
sei divenuto un giullare. 
Riprenditi, raccogliti, ritorna 
ad irraggiarti dentro di te stesso”.



         Ma lui non ha più tanta 
confidenza col Padre 
Forse un giorno ridomanderá 
alla Nostra Signora delle Nevi 
di entrare nello spazio tra loro due 
di parlare mediare.

Ma che cosa direbbe a Nostra Donna 
se volesse davvero spiegarsi?

“Una parte di me vuole ribattere 
agli aerei che portano le bombe, 
volando senza sete
di guadagno e di morte.
E poi, Madre, c’è anche l’altra parte 
quella che solo vuole 
divertirsi e divergere 
da ogni linea che sia troppo diritta 
essere veramente 
fratello coi volanti 
Ma non riesco più a dire tutto questo
da dentro la cornice della Croce.
Ecco perché, tacendo
mi limito a volare”.

Alitalia, volo Milano – Nuova York
15 gennaio 1991

La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 11


La capacità negativa

Perché fuggiamo così rapidamente dall’ignoto, come se l’incertezza fosse un territorio ostile da attraversare in fretta? Come mai la nostra epoca sembra aver perso la pazienza necessaria per sostare nel dubbio, preferendo risposte immediate anche quando inadeguate? E se invece imparassimo a riconoscere nel mistero non un nemico da sconfiggere, ma uno spazio fertile in cui la coscienza può davvero respirare?
La capacità negativa, secondo l’intuizione di Keats, designa quella particolare disposizione dell’animo umano che sa rimanere aperta di fronte all’indefinito senza precipitarsi verso soluzioni premature. Non si tratta di passività o di rinuncia al pensiero, bensì di una forma superiore di attenzione: quella che permette alla realtà di mostrarsi nella sua complessità autentica, senza forzarla entro schemi precostituiti.
Keats aveva compreso qualcosa di fondamentale sulla natura della coscienza matura. Quando scrive che “quando un uomo è capace di essere nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza l’impazienza di correre dietro ai fatti e alla ragione”, egli possiede una “capacità negativa”, che è propria degli uomini completi, il poeta inglese sta descrivendo una condizione paradossale ma essenziale. È proprio nell’accettazione del non-sapere che si apre uno spazio di comprensione più autentico. La coscienza, invece di irrigidirsi nella ricerca compulsiva di certezze, impara a danzare con l’ambiguità. Questa capacità richiede una forza particolare – non quella dell’affermazione, ma quella della sospensione. Chi la possiede non teme il vuoto che si apre tra domanda e risposta, anzi lo abita come un luogo di possibilità infinite. È una qualità che distingue davvero gli “uomini completi”: coloro che hanno smesso di vedere nell’incertezza una mancanza da colmare urgentemente, riconoscendovi invece il tessuto stesso della vita autentica.
Forse potremmo cominciare a coltivare piccoli spazi di sospensione nel nostro quotidiano. Momenti in cui permettiamo alle domande di rimanere aperte, alle situazioni di conservare la loro ambiguità naturale.
La capacità negativa non è forse l’ultima frontiera di una maturità che ha smesso di aver paura del proprio non-sapere? E se proprio nell’accettazione del mistero si nascondesse la chiave per una comprensione più profonda – non solo del mondo, ma anche di noi stessi?

Ignazio Buttitta

di Giorgio Stella

A lu me paisi
lu populu è sicuru
ca un ghiornu
Cristu scinni di la cruci:
ddu jornu
lu parrinu un dici missa,
lu sagristanu
un sona li campani.

Al mio paese
il popolo è sicuro
che un giorno
Cristo scende dalla croce:
quel giorno
non dirà messa il prete,
il sagrestano non suonerà campane.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Cos’è mai Anatevka?!

 (M. Pistoletto, La Venere di stracci)

«In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
 E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
 Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». [Lc 12,13-21]

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L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 42

Accenti ballerini

Nella sua ultima lezione alla Sapienza Luca Serianni esortò ad accentare il pronome riflessivo “sé” anche davanti a “stesso” e “medesimo”. Benché la forma non accentata sia fortemente maggioritaria, il monito di Serianni è sacrosanto.
Così scriveva Aldo Gabrielli nel 1976: «Se la nostra grammatica non fosse infarcita di queste sottigliezze confusionarie, non sarebbe forse quella reietta che è. Una volta stabilito che il ‘sé’ pronome si deve scrivere accentato per distinguerlo dal ‘se’ congiunzione, non si capisce poi perché uno ‘stesso’ e un ‘medesimo’ che seguono debbano modificare questa regola».
E non si capisce, aggiungiamo, per quale misterioso motivo bisogna confondere gli apprendenti dell’italiano (i bambini e gli stranieri) insegnando loro che quell’accento può esserci o non esserci.

Il punto della situazione

di Fabrizio Centofanti

Fare il punto della situazione: in che senso? La quantità di prospettive è pari al numero degli osservatori. Ma è necessario tentare una sintesi di un momento di grandi tensioni personali e collettive, che ciascuno sente agitarsi in sé e nei contesti che frequenta. Ogni opinione viene espressa “contro”, come fosse indispensabile un nemico da combattere e da abbattere. Ciò radicalizza i poli e accentua le distanze, fino a far emergere il sentimento meno costruttivo in assoluto: l’odio. Vivere di odio non elimina il nemico, ma distrugge sé stessi. È una storia antica;  non a caso Gesù inaugura con un invito la Sua predicazione: cambiate (metanoèite). Decidere di non odiare significa aprire le porte a possibilità diverse, che renderebbero obsoleta un’alta percentuale di comunicazioni più o meno “social”. L’alternativa all’odio è la bellezza. Noi siamo bellezza. Se nella comunicazione interumana circolasse questa vera sostanza della nostra identità, si comincerebbe a dialogare nel senso etimologico del termine: una parola che viaggia dall’uno all’altro senza più violenza, nella certezza di essere accolta. E i soprusi, le oppressioni, le ingiustizie inaccettabili presenti nel mondo? Il male non si vince col male, ma col bene. Se ognuno cominciasse da sé stesso, si innescherebbe una catena di parole e azioni che darebbe vita, in potenza, a un mondo nuovo. Gesù chiede questo: cambiate. Non posso cambiare l’altro, ma posso cominciare da me stesso. Se il mondo si riempisse di bellezza, apparirebbe il ponte che collega il giardino delle origini al giardino della Risurrezione. Giardino, paradiso, «pardes» (in persiano), l’antidoto al tutti contro tutti, all’odio universale; il giardino delle origini sublimato dal giardino del Gesù risorto e dal Suo appello: cambiate, credete in mondo diverso, che è già qui.

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