Edoardo Sanguineti

di Giorgio Stella

questo cane incantato e incatenato, incimurrito e incancrenito incretinito, che sogna
di sognarti e di leccarti, e che ti morde, in sogno, e che ti zompa, con le sue zampe
e che ti impiomba e ti inchioda, con la sua coda, e che ti incastra e ti impiastra, idrofobo domestico, anfanante lunatico e frenetico, e ansimante pesante, ahimè, 
che sono me, tanto tremante:
               tirami tutti i sassi, o tu che pazza passi, sopra il fieno
del tuo carro che corre, mia luna e mio ramarro, mia torre e mia fortuna, mio vitale
veleno: ma succhiami, tu almeno, questi versi perversi, queste fiale di inchiostro bestiale, di fiele e di miele, che dall'aia ti latra e ti abbaia il tuo mostro 
                                                                             [fedele:

Intervista a Sheila Moscatelli

di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

Una spiga è arrivata di notte, tra i sogni. È nata dalla necessità di accogliere la vita, di trovare risposte alla domanda “perché non a me?”. È una raccolta sull’accettare quello che accade, sul lasciar andare, rinunciando a pretendere il controllo su quello che non si può controllare. Sull’imparare la fiducia dagli alberi, che ogni inverno perdono le foglie, certi di una nuova primavera, nel costante ciclo di morte e rinascita di cui la natura è maestra. Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Il volto altro dell’altro

 

”In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
 
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
 
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
 
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”.
 
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto. » [Lc 9, 28b-36]

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Una breve riflessione sulla poesia di Loris Maria Marchetti

di Mauro Ferrari

Valutando l’opera di un poeta nel complesso, come oggi alla presenza di una antologia del suo lavoro e della raccolta ad essa successiva, si rischia di confondere l’originalità della cifra personale con quella quota di idiosincrasia spesso esibita dai poeti, e che solo a volte è decisiva in senso positivo. Dico questo perché la poesia di Loris Maria Marchetti è un caso emblematico di poesia fortemente personale, originale, riconoscibile quindi, ma scevra di scelte estreme. Anzi, la forza di questa poesia è proprio nell’avere trovato una aurea via di mezzo, un sermo humilis nutrito di sabaudo rigore e di un suo equilibrio classico che ha più a che fare con il tono che con scelte ad esempio metrico-prosodiche. Continua a leggere

Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 8. Umberto Piersanti

Umberto Piersanti, L’isola tra le selve. Poesie scelte 1967-2024, Marcos y Marcos, 2025

L’isola tra le selve. Poesie scelte 1967-2024 è il libro antologico di Umberto Piersanti andato in stampa alla fine di gennaio 2025 per Marcos y Marcos e uscito da un paio di settimane. Composto da 11 sezioni che corrispondono ai seguenti libri di poesia antologizzati: La breve stagione, Il tempo differente, L’urlo della mente, Nascere nel 40, Passaggio di sequenza, I luoghi persi, Nel tempo che precede, L’albero delle nebbie, Nel folto dei sentieri, Campi d’ostinato amore e Poesie nuove. Nell’ultima sezione ci sono otto poesie inedite scritte dal 2021 al 2024 e tra queste c’è quella che dà il titolo all’intera raccolta. La poesia L’isola tra le selve è incentrata sulla casa del poeta vista come la sua Itaca. L’isola tra le selve, dunque, è la metafora della casa immersa nei boschi, ovvero in quel paesaggio particolare che ha sempre circo-scritto i luoghi della poesia piersantiana. L’isola tra le Selve è dunque quella dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza e del età adulta del poeta: “Itaca è là/ così vera/ e presente,/ fatta di terra/ e acqua e foglie,/ l’hai intravista/ e persa mille volte,/ un’isola nel mezzo/ di fitte selve,/ forse impossibili/ da solcare”. Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine. 3

La Solitudine 3.   Il resto del mondo

 

   Esistono due tipi di dolore. Che provocano non solo malessere. “Il dolore fisico protegge l’individuo dai pericoli fisici. Il dolore sociale, noto anche come solitudine, si è evoluto per una ragione simile: perché proteggeva l’individuo dal pericolo di rimanere isolato”. Sono entrambi pericoli all’ordine del giorno, sono la spia che si accende quando accade qualcosa di imprevisto, di spiacevole, qualcosa che ci obbliga o ci suggerisce di reagire, per il nostro bene: “Così come il dolore fisico funge da sprone a cambiare comportamento – il dolore della pelle che brucia ci dice di togliere il dito dalla padella rovente – allo stesso modo la solitudine si è sviluppata come stimolo a prestare maggiore attenzione ai rapporti sociali, a cercare di comunicare con gli altri, a rinvigorire legami logorati o spezzati”.  Continua a leggere

La finestra dell’attore, di Filippo Velardi

L’arte necessita di verità, e più propriamente di trasfigurazione nella verità. Viviamo un’epoca falsata da una miriade di input all’apparenza stimolanti, ma di fatto annichilenti. E’ necessario e urgente ripristinare – se non ricostruire ex novo – il valore della realtà e dell’educazione a ciò che è bello, buono e vero, ridando all’arte cinematografica, teatrale e televisiva il suo significato autentico. In questi anni siamo stati catapultati a una velocità impressionante nelle nuove tecnologie (l’intelligenza artificiale sta minando diversi settori del mondo dello spettacolo), e nella transmutazione di ciò che “ci ha sempre fatto sentire a casa”. Anche la recitazione, nei film contemporanei, è snaturata, privata della fonte primaria, che è la coscienza del dolore e della gioia, di cui l’attore dev’essere interprete. Prima di diventare artisti è indispensabile essere persone. Il bisogno di relazione e conoscenza è la base per una vera forma d’arte, che deve attingere la vita dallo spirito, dalla psiche e dal corpo. L’attore è una sorta di profeta, un sacerdote che capta i segni dei tempi, che filtra la realtà col setaccio dell’anima, e si adopera a far emergere ciò che veramente può nutrire la società del tempo, separando il grano dalla zizzania. Un’opera cinematografica in cui ciò appare chiaramente è Il miglio verde: la scena cult mostra il peso del male del mondo che uno dei giustiziati, John Coffey, si sobbarca fino all’espiazione finale, che lo vedrà condannato a morte nonostante la sua innocenza. Il sacrificio porterà alla luce tutto il bene e l’amore che nella vita sono stati messi a tacere. 

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La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Carla Malerba

Nella meraviglia del silenzio

Nella meraviglia del silenzio
aggirarsi al buio
sfiorare muri ed angoli
solitamente familiari
mentre i riverberi
del modem investono
le pupille le accecano quasi.
La solitudine dell’anima si allarga
eppure è solitudine compagna.
Saremo soli nella nebbia e nel sole
in questo percorso vano e breve
che è il nostro vagare
sulla terra
anch’essa come noi
metà ombra e metà luce.
Andremo
dove i fiumi si saranno essiccati
e di essi i rigagnoli soltanto
scorreranno lenti
o altrove dove le acque ritirate
si innalzeranno improvvise
con moti violenti.
E sempre il plenilunio
ci guarderà irridente.
Noi saremo bacche e polvere di tigli
corteccia resina fiore
che dal nostro cuore spento
bucherà la pietra sepolcrale
fino a trovare la gloria della luce.

Forse è proprio la notte ad ispirare versi e pensieri sulla attuale condizione di un’umanità sconvolta da istanze egoistiche in cui quelle spirituali faticano a trovare posto. La riflessione indotta dalla poesia diviene necessaria per attuare un processo ricostitutivo di quei valori essenziali che devono tornare ad essere un vademecum per le generazioni future.
“Sarà proprio il flusso poetico a riscattare la negatività e a considerare le situazioni nella loro impegnativa e a volte dolorosa complessità “si legge nella postfazione della raccolta da cui è tratta la poesia che ho scelto.
Nell’ultima parte del componimento l’immagine predittiva di un mondo ormai sconvolto dall’avvicendarsi di eventi non più controllabili segna l’anelito delle coscienze che, nonostante tutto, coltivano speranze salvifiche di una vita altra, da consegnare al divenire delle cose.

Milo De Angelis

di Giorgio Stella

Stansa

L’istà a l’era ancur nen finija. Na vidua l’andava al simiteri. Al crus criavu cme ‘n gat
“Fradé dal gulfin da giuvu, vöj nen andà da sula
‘n tal post ch’aj’ ò pagüra: t’at capì… staseira
t’aspècc a cà… staseira”.
La ment girulava ‘nt al trenu. Altri doni
ai purtavu la corda par muntà ansümma o calà giü.
“A man viz ben ‘d la so facia, sniura: j’öcc celest
ad cul fazàn in agunija
an Chilla j’arsuscitu ciarissimi.”

Camera

L’estate non era finita. Una vedova / andava al cimitero. Le croci gridavano come gatti. / “Fratello dal golf da ragazzo, non voglio andare sola / nel luogo dove ho paura: tu hai capito… stasera / ti aspetto a casa mia… stasera.” / La mente vagava nel treno. Altre donne / portavano la corda per salire o scendere. / “Ricordo bene il suo viso, signora: gli occhi azzurri / di quel fagiano agonizzante / in lei risuscitano chiarissimi.”

Due libri di Diego Zandel sul mondo balcanico e l’Italia

Recensione di Giovanni Agnoloni

Diego Zandel, Un affare balcanico (Voland, 2024) e Autodafé di un esule (Rubbettino, 2025)

È raro che due libri formino un discorso unitario a tal punto da potere non solo essere presentati insieme – come avverrà al centro culturale “Itaca” (a Firenze, in via di San Domenico 22) il 12 marzo 2025 alle ore 18,00, ma da formare oggetto di un’unica riflessione. Parlo di Un affare balcanico e Autodafé di un esule di Diego Zandel, rispettivamente editi da Voland (2024) e Rubbettino (2025) e pur diversi per genere – romanzo l’uno, saggio/pamphlet l’altro – e per argomento – il primo, un’indagine condotta “dall’interno” dell’affare Telekom Serbia, alla fine degli anni ’90; il secondo, uno sguardo retrospettivo, autobiografico e di denuncia sulle violenze, gli ostracismi e i silenzi di cui gli italiani dell’Istria, della Dalmazia e della Zona B del Territorio Libero di Trieste – amministrata dalla Jugoslavia fino al 1954 e poi divenuta de facto parte del suo territorio – furono vittime a seguito della caduta del fascismo e negli anni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, per poi ritrovarsi profughi in territorio italiano e disdegnati da gran parte del mondo politico e culturale.

Due libri diversi, appunto, eppure strettamente collegati, in primo luogo perché in entrambe le storie l’autore è in qualche modo coinvolto. Per molti anni è infatti stato un responsabile-stampa di spicco all’interno di Telecom Italia, e perciò addentro a molti particolari della tentata acquisizione di un’importante quota di telefonia serba, negli anni di governo di Slobodan Miloševic, da parte dell’azienda italiana. Inoltre, è lui stesso un esule istriano, nato in un campo-profughi dove i suoi genitori, originari di Fiume, si erano rifugiati.

Chiaramente, quella di Un affare balcanico è una storia di finzione narrativa, sia pur basata su fatti e nomi storicamente reali, per cui si potrebbe parlare, in un certo senso, di un “romanzo storico”, oltre che di una sorta di thriller dalle risonanze spionistiche. Il racconto di vita vera presente in Autodafé di un esule è invece la Storia con la S maiuscola, osservata partendo dai ricordi di Zandel e dalle risultanze del processo – pur finito con un’assoluzione per carenza di giurisdizione da parte della corte italiana – di Oskar Piškulic, capo a Fiume (poi divenuta Rijeka) della polizia segreta jugoslava responsabile della persecuzione e dell’infoibamento di tanti italiani dell’Istria, per non parlare delle migliaia di persone costrette alla fuga, come appunto il padre e la madre dell’autore.

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Massimiliano Bardotti, A noi basti la gioia di cantare

di Luca Pizzolitto

Massimiliano Bardotti, A noi basti la gioia di cantare (peQuod, 2025)

“Appartiene alla consuetudine dei monaci riservare il meglio alla notte. Perché i sensi non sono distratti e attratti da ciò che ha poco valore. È il momento in cui si può scoprire qualcosa che il mondo della sollecitazione incessante – dalla luce del sole, al calore, all’incontro con le persone, le attività da fare – impedisce. Un poeta va letto di notte. Leggere i versi e le prose che compongono questo nuovo libro del poeta Bardotti è stata una delle mie recenti attività notturne. E pur conoscendo oramai da anni il poeta, pur avendogli celebrato le nozze, sono rimasto molto toccato dalla maturazione del suo messaggio e della capacità di renderlo in immagini. In un momento di crisi radicale come quello che sta vivendo la nostra civiltà non credo più alle prediche. Anche a quelle di noi preti. Ma non credo più alle prediche di nessuno, neanche a quelle dei rivoluzionari. Non mi convincerebbero nemmeno se parlassero di cose meravigliose, e quando questo parlare, questo predicare, tocca il sacro, allora sì che viene il peggio. Nessuno potrà dire qualcosa che conta se non saprà farlo con il linguaggio poetico. Il dono di questa raccolta ha al cuore della sua preziosità il modo in cui riesce a veicolare alcune delle idee più rivoluzionarie per l’epoca in cui viviamo (…)

Dalla prefazione di Padre Guidalberto Bormolini Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Il gioco della Libertà

«In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame.
Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane».
Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo».
Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”».
Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.» [Lc 4,1-13]

 

C’è un esplicito fil rouge che lega i primi capitoli del vangelo di Luca: lo Spirito.
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