di
Georg Wilhelm Friedrich Hegel
Wolfram Von Eschembach
Giuseppe Segato
(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI)

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QUELLE STANZE PIENE DI VENTO di Francesca Di Martino
Einaudi, 2009 – pagg. 190 – euro 15,50
Recensione di Francesca Giulia Marone
Un ritorno alle proprie origini, un viaggio all’indietro nella nebulosa del passato alla scoperta di una Napoli ammantata di odori sconosciuti, l’incontro con un intrigo di volti che nasconde in sé il suo segreto.
È il viaggio di una donna matura, Anna, che si lascia alle spalle il vuoto di una vita irrisolta nelle stanze di una tranquilla casa sul lago nel Nord Italia per tornare sui suoi passi e incrociare la sua ricerca personale con quella del mistero che copre la morte violenta di due giovani amanti.
La vicenda è ambientata in una Napoli dei giorni nostri dove ci sono segni del passato nascosti sotto la patina della modernità. Alì, un ragazzo tunisino che vive con la famiglia alla Pignasecca – quartiere variopinto e saturo di colori e contraddizioni – viene trovato morto, ucciso da un colpo di pistola, così come la sua ragazza Teresella (pugliese d’origine trapiantata a Napoli con il padre), senza una apparente spiegazione al gesto estremo. Li trovano di fronte al mare luccicante di Santa Lucia stretti in un ultimo abbraccio disperato (forse un suicidio?). Continua a leggere
Da: Per chi rimangono accese le luci (Il primitivo editore, 2007)
Dalla sezione heidelberg
Ho contato il centesimo balcone non visto
e i fiori in bilico ai davanzali
di legno sporti senza un battito d’ali
dalla stanza con pareti di carta
stropicciate come i merli di tempera-
matite a colori.
A quelle finestre squadernate dal vento
si affidava ogni luce senza nome
prima che i lampioni abbaiassero alle strade
e le falene volassero addosso ai fanali
delle auto lanciate sopra il fiume.
Esce in questi giorni per i tipi di Mattioli 1885 il ‘Manualetto pratico a uso dello scrittore ignorante’, di Fillipo Tuena.
Ecco un estratto.
Nella precedente puntata ti abbiamo lasciato scrittore ignorante alle prese con la fotocopiatura del tuo dattiloscritto. Nel frattempo, ne hai invano spedite innumerevoli copie. Dopo molte vicissitudini ti ritroviamo a un anno di distanza in attesa di risposte editoriali che tardano o che se arrivano sono negative e ti gettano in uno stato di grande prostrazione.
Per salvaguardare la tua traballante salute e porre rimedio a una situazione che sta diventando insostenibile, con l’avvento dell’estate dovrai applicarti a un esercizio utilissimo ancorché piuttosto complesso: dimenticare il tuo romanzo, cancellarlo,
annullarlo, fare come se non lo avessi mai scritto. Continua a leggere
[Per gentile concessione dell’autore Colasanti e dell’editore, pubblichiamo la postfazione al volume Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo di Marino Magliani e Vincenzo Pardini, Transeuropa, 2010 (f.s) ]
Qui la prima parte della postfazione
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di Arnaldo Colasanti
3. Il controllo delle piante è il risveglio da una notte vissuta nell’insonnia. È tutto stanco e sporco. Quella «specie di scavo» con cui si presenta Gregorio, il controllore dei contributi per l’agricoltura, non è altro che la cicatrice in cui si stampa questa storia. Magliani narra ciò che è avvenuto dopo – dico dopo il notaio, dopo la separazione dei beni fra Emiliano e Dino Timonti. La pioggia che cade sulle terrazze e annega gli ulivi martoriati dalle mosche non è acqua ma argilla, custodisce in sé il senso derelitto della vita umana.
di Carla Saracino
«Aggia fatte a sarte pe ttanda tiémbe / n’agge chesute de rrobbe e crestijane / tajèrre, soprabbete, giaccune de lane / e ccavezune e ggonne e ggelettiédde […]». In Scurije (Lietocolle, 2005), Assunta Finiguerra scrive d’aver fatto la sarta per molto tempo. Nella schiettezza frontale di questa autopresentazione, la sua voce e la lingua appaiono pulsanti; nell’indeterminatezza del tempo – che non si calcola – Assunta Finiguerra può consegnarci a una conturbante verità: ogni atto che ci sopravviva deve avvenire secondo un preciso esercizio. Riconoscere l’inevitabilità di questo esercizio significa riconoscere il proprio destino. E il destino agisce, spesso, sul lungo periodo, lasciando in una specie di otre itinerante colui che di questa sorte porta il peso: «Chi nassce già segnate da u destine / adda avé a che ffà sembe cu turmiénde / da sole adda affrunduà tembeste e viénde / e ssope o cuarre i vinde fenì abbuole […]». Continua a leggere
Ascolta
Non muoverti.
Assorbi i lenti battiti, sentili crescere
nel vespro che avanza.
Fermati e respira forte,
gonfia il petto
come fosse l’ultimo tuffo o l’addio.
Poi torna ad ascoltare.
E’ come un suono il giorno che muore,
il raggio di luce si fa ambra e poi linfa,
e il ramo rigoglioso ti chiama,
piano. Continua a leggere
Dall’ultimo numero della rivista “Sincronie“, in una sezione coordinata dall’ottimo Fabio Pierangeli.
Irene Baccarini
Nel sole, nel mare, nel verbo.
Intervista a Giuseppe Conte
«Io sono animato dal più umile dei propositi:
salvare quello che c’è di umano nell’uomo,
quello che c’è di divino nell’universo intero,
e il linguaggio è l’unico strumento che ho per farlo.»
Pochi autori riescono, pur parlando di se stessi e della propria opera, a parlare agli altri. Quando questo accade, vuol dire che ci troviamo di fronte ad un grande poeta, dalle cui parole sentiamo emergere verità profonde eppure… familiari, che aspettavamo ci venissero rivelate. È il caso di Giuseppe Conte: nonostante egli abbia sperimentato generi diversi, creando con materie sempre nuove, possiamo continuare a pensarlo come il Ragazzo che «vuole avere una voce» e che, discendendo nelle profondità oceaniche, come narra la leggenda irlandese che egli recupera ne L’Oceano e il Ragazzo, riporta sulla terra «un Canto / nato appena, invincibile».
Di questo canto, della forza e dell’entusiasmo – nella sua accezione etimologica dell’essere presi dal divino – con cui Conte crede nella poesia, della naturalezza con cui riscopre i valori più profondi della letteratura, come testimoniano le risposte che seguono, non possiamo che essergli grati. Continua a leggere
Il suo nome forse non è noto, ma alcune sue foto hanno viaggiato per il pianeta per trenta o quarant’anni, e poster ricavati da immagini scattate da lui sono stati (e alcuni lo sono ancora) appesi nelle camere di tante ragazze e ragazzi che amavano la musica: Jim Mashall, fotografo americano, ha seguito tutti i gruppi rock e molti musicisti jazz, li ha fotografati in concerto, nelle stanze d’albergo, nelle loro case, ha colto espressioni segrete, è stato complice, voyeur, studioso, testimone delle loro vite e della loro arte. Scomparso all’età di 74 anni, ha dato un contributo allo stile grafico degli anni ‘60 e ’70, e senza di lui la fotografia di musica non sarebbe mai stata la stessa. Continua a leggere
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
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Luci d’inverno, solstizio di primavera. Giorgina Busca Gernetti, Parole d’ombraluce, prefazione di Sandro Gros-Pietro, Torino, Genesi, 2006
Parole d’ombraluce è il quarto libro di poesie di Giorgina Busca Gernetti. Viene dopo un volume (Ombra della sera, Torino, Genesi, 2002) che individuava nel momento della memoria e della rievocazione del passato il suo determinante filo rosso.
di Sandro De Fazi
Emily non s’è mossa dalla stanza
mai e Virginia invocando,
follemente inseguendo la realtà
di Elisa che la pretendeva, affabulata
in un romanzo ormai introvabile nelle librerie,
tutta per sé prima che fosse Musa
delirante al telefono in clinica.
Passai la prima gioventù per Roma
o Baudelaire stando sempre a Parigi
viaggiando con sostanze allucinanti
come Fritz senza tregua a Sorrento
tra servitù e malinconie incamminato
ora che siamo in primavera,
per il ghiaccio bollente e l’inchiostro. Continua a leggere
di Franz Krauspenhaar
Ti svegli con la rabbia e vorresti
una scure per amica, sei solo.
Unico rappresentante al mondo,
unico venditore di stracci, come
il padre di Kirk Douglas, per ghetti
rumorosi e sporchi, di polvere nuda.
Tu, uomo bianco appeso al filo rotto
di un’immensa, sconcertante, fissa
idea di successo, barcameni le ore
del giorno in spirali di parole zitte,
circolanti tra pensiero e azione
su corrente scrittura elettronica. Continua a leggere
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=AjLD8A748zs&feature=related]
da qui
Il labirinto è un’immagine buona per tutte le stagioni. Quale metafora migliore per la vita? Utilizziamo solo il dieci per cento del cervello, ma ci ingarbugliamo come fossero due. Siamo programmati male? Una vocazione da puntaspilli senza la dotazione genetica del riccio. Pare che a questa impasse ci sia una soluzione: niente di sofisticato, anzi, un gesto estremamente semplice: uscire dalla stanza, anche mentale, e andare verso un altro, privi di secondi fini, con lo scopo di dare, consegnarsi; di riempire un vuoto, la vera matrice del malessere, la fucina di tutti i labirinti: questi altro non sono, infatti, che l’assenza dell’altro, un filo attorcigliato su stesso, che inceppa il dieci per cento di materia cerebrale, spacciandolo per un programma scadente e di seconda mano.

di Michele Lupo
Questo piccolo libro di Valter Binaghi è una dichiarazione d’amore. E fossimo in vena di slogan giornalistici aggiungeremmo: Valter Binaghi è l’ultimo romantico. Che oggi suonerebbe straniante non perché questo genere di affermazioni porti con sé la tracotanza di un linguaggio da rotocalco seppure midcult. E’ che presa sul serio, la scena descritta nell’affermazione è quella di un camminare a ritroso, un pensiero forte e avventuroso che marca una differenza sensibile rispetto al regime del presentismo, dell’esperienza evanescente e consumistica cui sembra voler soggiacere l’Occidente attuale Continua a leggere
“Anche la cicogna nell’aria/ conosce i suoi tempi”, dice la Bibbia. Il tempo delle cicogne è questo, dopo neve e gelo, dopo il lampo giallo di mimose e forsizie. Le cicogne sono un messaggio dall’Africa, arrivano puntuali in Europa lasciando il sud del Sahara. Qui passano l’estate e nidificano. Chi ne vede volare una, bianchi aeroplani di carta, o intravede un becco arancione (anche senza bambini nel fagotto) sappia che è fortunato: di cicogne in Italia ce ne sono poche, le loro rotte prevedono piuttosto lo stretto di Gibilterra o il Bosforo; il tratto di Mediterraneo fra Sicilia Africa è troppo ampio, sul mare le correnti termiche sono debolissime e quindi nel volo si stancano troppo. Sullo Stretto di Messina, inoltre, aspettano i bracconieri. Continua a leggere
[Per gentile concessione dell’autore Colasanti e dell’editore, pubblichiamo la postfazione al volume Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo di Marino Magliani e Vincenzo Pardini, Transeuropa, 2010 (f.s) ]
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di Arnaldo Colasanti
1. Sarà forse eccessivo dire che la letteratura nella sua profondità parla solo di vita e di morte, ma è un fatto che Vincenzo Pardini e Marino Magliani siano scrittori dell’eccesso. La storia di Fidelco Meroli Gregotti è una preghiera detta davanti a un lume di ceri rossi, è il rosario recitato di pomeriggio quando a casa non c’è più nessuno. In queste pagine, tuttavia, non c’è chiesa, né una nicchia dove inginocchiarsi. La voce è quella sottile e rasente dei fantasmi.
La notte delle barche fantasma.
di Nadia Agustoni
C’è chi crede ai fantasmi e chi no, ma chi è sveglio di notte sui tetti, perché è un bambino cresciuto lì sopra, non fa fatica a dirvi che i fantasmi sono tantissimi e non vengono dall’altro mondo, ma dal nostro. Se ci pensate un po’ lo capite da voi che cosa sono i fantasmi: sono paure grandi come le case dove ci nascondiamo. I fantasmi di terra sono i più comuni e sono fatti di fumo e parole sfuggite alla gente. Per lo più questi sono fantasmi innocui, ma se il luogo da cui provengono è l’acqua marina allora è tutt’altra storia. All’inizio anche io confondevo le cose. Credevo che i fantasmi fossero tutti uguali. La vita però non lascia in sospeso quasi nulla e quindi mi trovai una bella notte a capire come stanno le cose. Quella notte c’era un vento che veniva dal mare, un’aria grande, senza pioggia e senza nuvole in arrivo. Continua a leggere
(Ju Amoruso, in foto adèspota tratta da bacheca Facebook)
Il libro è Ju Amoruso, Mi chiamo Scrivo (benvenuti nella mia testa), Roma, Eliot, 2010, pagg. 122, 12,50 euri; caruccio, ma ben stampato e ben rilegato. L’autrice, effigiata nella foto sopra, dichiara in risvolto di copertina 19 anni ed è al suo esordio letterario. Il manifesto del romanzo – più propriamente un racconto lungo – si trova all’ottavo capoverso: “Perché nelle mie vene non scorre sangue, nelle mie vene scorre inchiostro“. Goffa epanalessi a parte, gli intenti sono chiari. Anche la storia è semplice. Scrivo è una ragazza che si sveglia in ospedale, dopo un coma durato 2 anni. E’ costretta a seguire una terapia di gruppo: 12 storie di dolore differente, che lei trascrive per liberarsi del dolore suo proprio. Il finale è a sorpresa. E’ più sorprendente che una persona di 19 anni sia così a suo agio nel racconto delle sofferenze; e stupisce la disinvoltura con che calibra spavento, attrazione, timidezza e impudenza. C’è anche, per chi è tuttora interessato all’argomento, la questione del corpo, e del corpo di donna; ma Amoruso è scaltra e, ancora in principio di racconta, la definisce così: “Il corpo umano non è unico umeccanismo. E’ semplicemente un concatenarsi di eventi fisiologici per i quali siamo al mondo e respiriamo. Ognuno respira ciò che gli pare. Io respiro parole”. Massimiliano Governi, romanziere di suo e direttore di collana dell’Amoruso, dice che questo sarebbe un esordio alla Palahniuk. Può essere. Mi chiamo scrivo è un testo autentico, sobrio senza menarne vanto, sopratutto onesto, come a 19 anni si può ancora essere.
Ricorda perfettamente d’avere lasciato la sua città per un’altra; a seconda dello sviluppo degli affari che lo avevano indotto a partire, si sarebbe poi magari trasferito altrove; il suo bagaglio era adeguato a queste necessità, già messe in conto alla partenza.
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Recensione di Giovanni Agnoloni (continuazione di questo)
AA.VV., La falce spezzata – Morte e immortalità in J.R.R. Tolkien (Marietti 1820, 2009) (€ 22,00) (v. qui)
La sezione Logos della raccolta si apre col saggio di Franco Manni “Elogio della finitezza. Antropologia, escatologia e filosofia della storia in Tolkien”. Nella prima parte del saggio l’autore sottolinea come Tolkien, pur non avendo mai fatto espressi riferimenti a filosofi, manifesti delle evidenti derivazioni rispetto, in particolare, alla filosofia tomistica (ovvero a San Tommaso d’Aquino), nonché a Platone, Plotino e (come già ricordato) a Boezio. Questa ‘filosoficità non dichiarata’ degli scritti tolkieniani ricalca il tipico modo di svolgersi degli incontri degli Inklings, il gruppo di amici intellettuali con cui il Professore era solito incontrarsi a Oxford (in particolare, C.S. Lewis, Charles Williams e Owen Barfield, che – come ben illustrato da Verlyn Flieger in Schegge di Luce, che prossimamente recensirò – influenzò la concezione tolkieniana dell’interdipendenza tra mito e linguaggio), dove venivano toccati i più diversi argomenti, e dunque venivano affrontate anche questioni di natura filosofica. Sul piano antropologico, ribadita la centralità del tema della morte, nel legendarium tolkieniano, si sottolinea nuovamente l’importanza del “senso di perdita” (bereavement), nonché la non-platonicità (e la cristianità) dell’“Antica Speranza” degli Umani di ritrovare – oltre i limiti della morte – la possibilità di un’armonia tra spirito e corpo. Continua a leggere