Cesare Pavese, I mari del Sud

di Giorgio Stella

Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo
– un grand’uomo tra idioti o un povero folle –
per insegnare ai suoi tanto silenzio. Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Mistero. 5

Il Mistero 5.   Quella realtà seconda

 

   È vero: l’universo è un po’ strano. Perché negarlo? Una stranezza di cui facciamo parte, indubbiamente, a cui anzi contribuiamo in maniera determinante. Coi nostri gesti, coi nostri pensieri, con le nostre ipotesi. Che tentando di chiarire misteri all’apparenza insolubili suscitano nuovi interrogativi, propongono ulteriori articolate spiegazioni in merito a fenomeni la cui occulta dinamica sembra peraltro resistere ad ogni chiarimento. 

   Prendiamo l’enigma delle porte, sia quelle chiuse sia quelle aperte. “In ogni casa c’è una porta che non viene aperta quasi mai”, scrive Alessandro Trasciatti nel suo Prose per viaggiatori pendolari, “È quella per la camera degli ospiti di riguardo, aspettati invano da un anno all’altro. È quella del salotto buono, con i mobili coperti da lenzuola in attesa del pranzo di nozze del figlio quarantenne. È quella dove si conserva imbalsamato il caro estinto fino al giorno del Giudizio”. In questa casa solo il capofamiglia possiede la chiave della porta sempre chiusa, che è quella del bagno; gli altri componenti del nucleo devono utilizzare i servizi igienici dei vicini e “Naturalmente paghiamo loro il disturbo”. Situazione difficile anche per gli abitanti della casa con la porta sempre aperta perché impossibile da chiudere, malgrado ogni sforzo: “Così l’abitazione si riempie di vento e di pioggia, di mosche e di zanzare. Si fermano i passanti e le comitive di turisti, c’invadono le stanze e restano a cena. I ladri vanno e vengono e così la polizia. Ogni giorno nuovi arrivi, nuove scorrerie su per le scale e lungo i corridoi”. 

   Non si tratta di inconvenienti bizzarri, di misteri da poco. Anche solo rimanendo alle abitazioni, come regolarsi se “Al centro dell’universo Dio ha posto la Stanza dei Televisori”? Certo, si gode a pieno della stanza, gli occhi e i sensi possono riempirsi di tutte le trasmissioni, “Si può fare l’amore con noi stessi fino al completo appagamento”. E tuttavia, “Dio non ha installato alcun gabinetto nella Stanza dei Televisori. E a noi mortali non è dato sapere se si tratti di una dimenticanza o, peggio, di uno scherzo”. Chi non scherza, viceversa, è l’autore, è Trasciatti: che prende molto sul serio queste brevi prose, rifinite con eleganza, con un umorismo lieve capace di indagare senza trafiggere quell’universo sospeso che galleggia accanto al nostro, quella realtà seconda dove le cose accadono con studiata lentezza o con un’accelerazione imprevista. Vedi, nel primo caso, l’Ufficio delle Lettere Morte, luogo labirintico dove le missive non si decidono a partire, forse per un indirizzo sbagliato, forse perché intercettate dalla censura, forse perché risucchiate da un archivio onnivoro; vedi, nel secondo caso, la pianticella innocua posta nel salotto, un fico che improvvisamente prende a crescere di un centimetro all’ora, invadendo l’abitazione, ramificandosi nel pavimento, sfondando il soffitto, costringendo gli inquilini a fuggire: il tutto accade in sedici righe e nell’ultima l’autore si limita a riferire che “La magistratura di Pisa ha aperto un’inchiesta”. 

   Una realtà seconda, dunque, specchio distorto, della prima? Forse una realtà prima che scivola irresistibilmente nella seconda. Che scivola consenziente, con diversi gradi di oscillazione, di consapevolezza, di consenso. Che pende verso il Mistero accettando la stranezza, postulandola anzi quale elemento fondante. Come nel caso di Rigoli. Il paese, la cui ubicazione geografica appare indiscutibile, è lambito da una ferrovia che procede da Lucca a Pisa (e ritorno); dettaglio significativo: il paese gioca a nascondino con il treno. “Magari Rigoli sta acquattato dietro un cespuglio e fa passare il treno. Poi, sempre di nascosto, corre svelto per certe vie che sa solo lui, supera la locomotiva e gli si ferma davanti all’improvviso, cosicché il macchinista è costretto ad inchiodare i freni”. Perché il paese adotti questo comportamento, perché eluda puntualmente le legittime attese dei passeggeri e dei macchinisti, non è detto. L’autore, diligente cronista dell’assurdo, riporta solo la frase udita a mezza bocca da un ferroviere: “Anche stavolta c’ha fregato”. Ed annota: “Ed io penso che parlasse di Rigoli”. 

Alessandro Trasciatti, Prose per viaggiatori pendolari, MobyDick 2002

Da Gian Piero Stefanoni, La costanza del cielo (Il ramo e la foglia edizioni, 2024)

a cura di Luca Pizzolitto

Nessuna parola è neutra, e la parola poetica ce lo ricorda ogni giorno, traendo proprio da qui il suo germoglio principe. Lo sguardo nuovo che andiamo ad aprire, infatti, non deve incrinare la fede nel mondo ma rinsaldarla, farla tornare alla luce proprio dove manca: nella carità e nella prossimità, là dove davvero solo noi siamo. Fede nell’altro e nel mondo, la cui misura, nell’aderenza alle sofferenze del quotidiano, personalmente nasce, va alimentandosi e si interroga all’interno di una Parola più alta. In quella radice di sé che ha nella creaturalità il suo ricnoscimento, persona e parole allora sono figlie di una incarnazione che non cessa di interrogarci, di metterci in crisi nelle nostre risonanze di perdita. È proprio all’interno di questa crisi però, resto convinto, la possiblità più forte, per quanto di umano ci è dato, per una risposta sena infingimenti – senza vie di fuga-, per il racconto di un tempo che procede per cancellazioni e negazioni, quando non per conflitti.

(Da Dichiarazione di poetica, in apertura del libro) Continua a leggere

Rita Pacilio, Si è fatto preghiera

Ti lodo Dio

Ti lodo Dio quando un germoglio di rosa nasce a novembre,
quando un frutto diventa maturo a primavera.
Sia lode ai figli, alla luce sul comodino
che veglia le notti e l’attesa del sogno bello.
Alle stelle, ai monti che vedrò domani.
Ti lodo quando si incidono
i passi nella sabbia, le poesie
per le mille onde e le conchiglie
l’ebbrezza della spuma, il ritornare.
Lode sia a Te
che mi parli in queste ore scure, abbandonate.
Per la coperta che mi riscalda
e l’acqua bevuta a ripulirmi.
Ti lodo Dio quando la gioia
mi cammina dentro
nella mano con le dita strette ai bambini,
alle rondini sui prati,
ai frati e all’insegnamento,
per le scarpe che ho avuto
e per il perdono taciuto.
Sempre tu sia lodato sugli alberi di pesco,
nei canneti, nei fiumi esondati che trascinano.
Ogni spiga sia a te ripiegata per lodarti,
la busta della spesa, il mio cappotto,
da mattina a sera le campane,
il pianoforte e il sax.
La gigantesca porta aperta
dopo la morte di mio padre,
gli uccellini, il sapore delle stanze,
la panca della nonna
e le nostre sere ti lodino Dio.
Ti lodo per l’inutile tentativo di cambiare
l’entrata, l’uscita, l’avanzare,
per le maniglie attaccate a queste porte,
per la sfida, per ogni cosa persa e ritrovata.
Ti lodino il latte del mattino, le mele saporite
perfino le stagioni stravolte dall’inquinamento.
Ti lodo per sempre, mio Dio, mentre canto.

Rita Pacilio, Si è fatto preghiera, San Francesco d’Assisi, otto secoli di umanità e ispirazione, RPlibri 2024.

Grazie a Rita per questo tesoro di testimonianza e di poesia.
Quando arte e vita si incontrano, si aprono porte.

Giorgio Stella. Una poesia

‘Ogni mattina spero che si faccia notte e così sia’ – hai vista l’ombra trasformai in ombra? Lo scarlatto vuoto del senso meridiano, la censura che abita le cose in una porzione ardente di nozze profane al coro medesime in corso? La fossa occidentale non ha madre da rapire un padre. Carrozze di burro, echi di vermi forti e grevi – io qui vivo le statue che hanno non hanno movimento, si raccolgono nella struttura della fontana e poi passa la fibra breve della neve.

Il budda che ride

di Kika Bohr


La signora Anna vende bric à brac al mercatino sotto casa mia. Il lunedì piazza la sua bancarella un po’ più distante mentre il giovedì è molto vicina (vicino al senegalese che mi ha venduto il presepe) e posso scorgere quasi tutto quello che ha dalla finestra. Ecco un approssimativo elenco delle cose comprate: un vecchio modellino di Citroën (modello 11 légère) nera, senza cofano anteriore (che mi sono ripromessa di aggiustare ma che non ho ancora fatto), un cestino per la frutta in metallo intrecciato (trovo molto bello il colore metallo/ruggine/azzurrino-verderame) non molto adatto in realtà per la frutta, un vaso per fiori con un orchidea applicata in metallo zincato e una cuccuma stagnata – col suo bel coperchio – che potrei utilizzare se dovessi dipingere qualche natura morta (chi mi conosce dice con una certa ragione che ho sempre delle buone scuse per comprare cianfrusaglie). Continua a leggere

Lo stato dell’arte. Adriana Tasin

Qual è lo stato dell’arte?
Lo stato dell’arte è uno stato in divenire, fluido e mutevole, composito. Non si riesce ad afferrarlo, a definirlo, tanti sono gli stimoli che arrivano da diverse parti, tante le posture che i vari autori assumono, gli stili che vengono utilizzati nelle opere. Bisognerebbe avere sguardo di beccaccia, a 360 gradi, e ancora non si riuscirebbe a comprendere tutto ciò che lo sguardo coglie, tutto ciò che sta accadendo in poesia. E questa varietà è ciò che, a mio avviso, caratterizza il periodo che stiamo attraversando. Ed è ciò che sento accadere in me stessa, sento la spinta verso un cambiamento, di forma e tematica. Si direbbe forse che alla mia età si vada verso una sorta di cristallizzazione del fare poesia, ma non è affatto così. La voce rimane a legare il percorso ma la poetica si modifica, si contamina di continuo. Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Non hanno vino

«In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno vino”. E Gesù le rispose: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. Sua madre disse ai servitori: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le anfore”; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”. Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora.
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» [Gv 2, 1-12]
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Marco ATZENI, Le due città. Nota di lettura

Giovanni Nuscis

 

Due mondi: una città dei vivi e una dei morti sullo sfondo di una Sassari ottocentesca. Mondi che s’intrecciano, si confondono, s’appalesano attraverso un singolare personaggio, uno scrivano non più giovane dal passato oscuro e travagliato; doppiamente straniero, per luogo d’origine e per stramberia, manie, autonomia irriducibile, istinto irrefrenabile; ma soprattutto perché dotato di un potere assai speciale: quello di sentire e di vedere i trapassati coi quali dialoga senza timore, e li cerca, li stana, li uccide una seconda volta, in qualche caso, per vendetta o per senso di giustizia. Continua a leggere

Figlio

Stare davanti a Te, come una volta
facevano i discepoli, stupiti
della Tua autorità: trovarla ancora
nello sguardo profondo che mi doni,
nel silenzio irreale, nel bisbiglio.
Starei per sempre qui, come un asceta
a cui non manca nulla, come un santo
in potenza, come un vecchio poeta
che cerca le parole per lodarti,
come un parente ignoto che si scopre,
all’improvviso, figlio.

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 23

Quale priorità?

«Le scelte di Gianfranco Contini, antologiche e saggistiche, sono frutto di una cultura critica che è sempre andata nella direzione di un giudizio sulla letteratura tarato sulla priorità del conseguimento linguistico» (Sergio Pautasso).
Su quale altra priorità dovrebbe esser tarato un giudizio sulla letteratura? Sul contenuto?
Parafrasate la prima strofa di A Silvia — ossia, enucleate solo il contenuto — e vi troverete a tu per tu con l’orrore:
‘Silvia, ricordi ancora quel periodo della tua vita terrena, quando nei tuoi occhi sorridenti e timidi splendeva la bellezza e tu ti preparavi, allegra e pensosa, a varcare la soglia della giovinezza?’.

Tre fisse (domande semplici e concrete)

di Patrizia Baglione

TRE FISSE ad Alessandra Corbetta

Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia? 

La poesia è un genere letterario e, contestualmente, anche un’arte; dunque, oltre ad avere a che fare con metrica, lessico, linguaggio, suono, ritmo e tradizione, essa si pone anche come congiuntura tra il nostro mondo intimo e quello esteriore, e viceversa. È consequenziale, quindi, che i grandi temi come l’amore, il dolore e la bellezza influiscano sulla scrittura poetica, in misura più o meno significativa. Nel mio caso specifico, dove a guidare la poetica è anzitutto l’impossibilità di fermare il tempo e la consapevolezza del continuo movimento verso la fine, tutti e tre i topoi da te citati hanno una notevole rilevanza.

 

C’è un testo a cui sei più legata? Se sì, quale e perché? 

La poesia “Strettoie” di Umberto Fiori, così come molte altre di questo autore, è un testo a cui sono particolarmente legata, non solo perché è un esempio mirabile di uso “chiaro” della lingua, ma anche perché riesce a rendere con incisività l’idea, desiderata e allo stesso tempo realizzabile solo per un brevissimo frangente, di sentirsi un tutt’uno con gli altri, essere finalmente in pace con loro

 

Come vedi il futuro della poesia? 

Pasolini diceva che la poesia è “un bene incosumabile”; e io, nonostante le sfide sempre più accese che deve affrontare, sono altrettanto certa della sua impossibilità di esaurimento. Anche perché la poesia, per fortuna, è molto più grande di chi la scrive.