La parola, un viaggio faustiano da Dreyer a Bohr.

di Antonio Sparzani
scena dal film Ordet, di C. T. Dreyer

V’è chi sostiene che uno degli agenti importanti del passaggio evolutivo – il grande balzo in avanti – dalle cosiddette scimmie antropomorfe alla specie Homo Sapiens sia stata la possibilità sviluppatasi in quest’ultimo di articolare suoni complessi, possibilità fornita da un’essenziale modificazione dell’apparato fonatorio, laringe, lingua e muscoli connessi. Sviluppo che ha reso possibile, nel giro di qualche migliaio di anni, la comparsa del linguaggio complesso come oggi lo conosciamo. Io non mi propongo minimamente di discutere questa congettura, proposta appunto come tale ad esempio da Jared Diamond in Il terzo scimpanzé (Bollati Boringhieri, Torino 2006, II ediz., cap. 2), ma la nomino per dare l’abbrivio a un flash sull’importanza della parola e sui pericoli connessi con il suo uso disinvolto da parte della specie uomo. Ovvero, le conquiste della specie, ancorché importanti e straordinarie, possono essere anche usate in modo assai negativo. Esempi a iosa, fisica atomica e bomba ecc.

A me interessa qui un filo solo, una citazione, un’intuizione, tra le innumerevoli, presenti nel Faust di Goethe, nel primo Faust. E precisamente il momento in cui egli, dopo la passeggiata iniziale con Wagner, entra nello studio col can barbone – che si trasformerà di lì a poco in Mefistofele –, apre un gran volume e comincia a leggere:

« Sta scritto “In principio era la Parola!” Eccomi già inceppato! Non posso proprio dare alla “parola” una sì grande dignità. Devo tradurre altrimenti; e se ben m’illumina lo Spirito, ecco che sta scritto: “In principio era il Pensiero”. Medita questa prima riga, non aver troppa fretta! È poi proprio il pensiero che tutto opera e crea? Forse dovrei scrivere “In principio era la Forza”. Ma già mentre traccia questo vocabolo, qualcosa mi ammonisce che non mi arresterò lì. Ed ecco che lo Spirito m’illumina, ecco ch’io ci vedo chiaro. Appagato scrivo finalmente: “In principio era l’Azione”.» Continua a leggere→

Raul Montanari – La prima notte

di Guido Michelone

Durante una lunga interminabile nottata, una giovane bellissima donna, Irene, racconta al suo nuovo amante (la cui identità resta sconosciuta fin quasi all’epilogo) la propria sfortunata esistenza, concentrandosi, dopo l’orrendo delitto in cui le viene casualmente sterminata la famiglia, sugli ultimi anni e sui due grandi amori della sua vita, a cui si aggiunge nel finale un misterioso ricattatore. Remo, Gavril e Flavio sono gli uomini attorno a cui ruotano le oscure vicende di Irene e del romanzo costruito unicamente come un dialogo, un botta e risposta tra le domande di lui e le risposte dettagliatissime di Irene. I dialoghi sono incessanti, appena rallentati dai complimenti reciproci poi tradotti in appassionati giochi erotici. Continua a leggere→

Parole nell’acqua – Un racconto di Ivano MUGNAINI

Ivano Mugnaini – Parole nell’acqua

 

                                   “Here lies one whose name
                                    was writ in water
”.
                                    Qui giace un uomo il cui nome
                                    è stato scritto nell’acqua

                                    (Frase tratta dall’epitaffio
                                    riportato sulla lapide di John Keats)

 

     Lo sconosciuto guardava gli oggetti lasciati nelle macchine parcheggiate. Camminava lento, la mattina presto, sempre e solo con la pioggia. “Cosa posso fare per ognuno?”. si chiedeva. “Quale biglietto lasciare?  Quali parole? Un consiglio, un apprezzamento per la sensibilità, un aiuto per la vita?”. Continua a leggere→

La metropoli (per principianti) di Gianni Biondillo

di Guido Michelone

Architettura, rito di passaggio

La prima cosa che mi viene in mente leggendo per la prima volta un intero libro di Biondillo (ma non il primo testo in assoluto: già conoscevo il racconto per l’antologia mia e di Edoardo Acotto dal titolo Narradiohead) è che si tratta di una scrittore che sa scrivere o, in altre parole, che scrive bene, ma dove l’espressione ‘bene’ non è la bella (o brutta) calligrafia dei maestrini elementari che ancora si ripercuote nelle parole e nei fatti di tanti letterati mainstream. E l’elemento (creativo) che più mi sorprendente è che questa bellezza o bravura di scrittura io l’abbia potuta cogliere in un libro ibrido, che non è narrativa, ma neanche saggistica né giornalismo e, ancora, neppure tutte e tre le cose insieme, come mi vien voglia di pensare. Continua a leggere→

Bigelow in guerra contro la guerra

di ROBERTO SILVESTRI

Si può fare un film contro l’aggressione in Iraq stando dalla parte dei soldati Usa? Sì. Lo abbiamo visto alla Mostra di Venezia ed è nelle sale da oggi. Hurt Locker diretto con sapienza visuale insostenibile da Kathryn Bigelow, una militante atletica e adrenalinica della nuova sinistra Usa racconta infatti l’incubo delle unità speciali addette allo sminamento di strade, bombe a orologeria e kamikaze, cioè il lavoro pericoloso dei «pacifisti» armati, e ci incanta davanti a un altro tipo di psicotico delirio suicida. Un film di guerra contro la guerra dedicato non solo ai dissidenti ma anche a chi non sa, non può sapere dai media cosa succede a Baghdad. Continua a leggere→

Gimme Shelter

di Loris Pattuelli

Qualcuno ricorda Gimme Shelter dei Rolling Stones? La canzone si trova in Let it bleed, un album del 1969 che credo oggi ci rimandi sopratutto a Love in vain e a You can’t always get what you want. Il primo è una cover di Robert Johnson con Ry Cooder al mandolino e poi anche un memorabile frammento di Nel corso del tempo di Wim Wenders, il secondo arriva direttamente da Il grande freddo di Lawrence Kasdan e vanta pure la collaborazione di Al Kooper alle tastiere.

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L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura

di Stefania Podda

«L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura». La frase è di Franklin D.Roosevelt, la pronunciò nel 1932, era il suo primo discorso da presidente. Arrivava alla Casa Bianca dopo la crisi del ’29, dopo la Grande Depressione, parlava ad un paese mai così povero e disperato, scosso nelle sue certezze più radicate.
Oltre settant’anni dopo, quella frase – e quel clima pur nelle mutate coordinate storiche ed economiche – fa da filo conduttore all’ultimo libro di Loretta Napoleoni e Ronald J.Bee, I numeri del terrore. Perché non dobbiamo avere paura. Napoleoni è un’esperta di terrorismo internazionale, sull’argomento ha già pubblicato Terrorismo spa , Al Zarqawi. Storia e mito di un proletario giordano ed Economia canaglia. Un retroterra di studi che le serve ora per sostenere come la psicosi da attentato che è diventata una costante del mondo post 11 settembre, sia in realtà sproporzionata rispetto alle concrete possibilità che ciò accada.

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Siamo annegati

1.

siamo annegati
siamo annegati nel pozzo delle parole.
fuori
nel sole
striscia un serpente in un pomeriggio
ancora caldo di settembre.
noi siamo qui
noi due e tutti gli altri
noi due e tutti i vivi
tutti mutilati
nello sguardo e nelle braccia
tutti a calpestare una lingua-palude
una lingua che non piange e non ride
ma che solo mutila e divide. Continua a leggere→

Una spiegazione

Ieri pomeriggio ho pubblicato qui una breve poesia che ricalcava, nel numero delle lettere di ogni singola parola, il segmento iniziale della celebre sequenza del matematico Leonardo Fibonacci, e poche ore dopo l’ho cancellata. L’ho fatto deliberatamente, e non per un ripensamento circa il valore del testo, al quale non attribuivo particolare importanza e originalità ma che consideravo a suo modo valido. E’ che amo l’arte effimera. Una delle opere che più mi colpirono la vidi una sera di alcuni anni fa in una galleria d’arte di San Gimignano. Era una sorta di plastico della città, con tutte le case e le torri fatte di cera, candele accese che a fine serata si erano completamente consumate. Questo tipo di espressione artistica vanta illustri predecessori. Si narra infatti che Leonardo, alla corte di Ludovico il Moro, fosse solito realizzare, in occasione delle feste più importanti, delle imponenti sculture di panna montata, che venivano di lì a poco metabolizzate diventando così per i fruitori non solo nutrimento dello spirito, ma anche della carne. E siccome nella vita bisogna farsi ispirare da grandi modelli, e dato che la modestia non è mai stata il mio forte, ho pensato di scrivere dei brevi testi effimeri, da pubblicare sia qui che altrove (magari su Nazione Indiana, se mi ospiteranno), che verranno cancellati nel giro di poche ore. Si riconosceranno per il fatto di avere un asterisco nel titolo. Questo valga anche come avvertenza per gli eventuali commentatori, affinché sappiano che le loro parole seguiranno in poco tempo lo stesso destino caduco del post a cui si riferiscono. Grazie dell’attenzione.

Il tram

Non gli era mai successo. Dopo pranzo si era seduto in poltrona con l’idea di ascoltare un telegiornale, e invece si era addormentato. In certi assolati pomeriggi della sua infanzia non avrebbe chiesto di meglio che dormire per un paio d’ore. Non c’era mai riuscito. Questa volta si svegliò a pomeriggio inoltrato, fluttuando nel torpore, e rimpianse di non aver continuato a dormire, placidamente, senza sogni.
Scese in strada galleggiando su una nuvola di incoscienza, con in bocca uno strano sapore di nostalgia. Montò in macchina senza aver deciso dove andare e procedette a caso lungo strade curve. Perse l’orientamento. La città gli appariva smisurata, come l’aveva vista da bambino, e tutto ciò che avrebbe dovuto ricordare sembrava scritto su una lavagna dove qualcuno aveva passato un colpo di straccio. I pensieri si attardavano lungo i profili di un albero, di un palazzo, di una pensilina alla fermata del tram. Poche ore prima, pensieri senza scopo gli sarebbero parsi un’assurdità. Ma in quella condizione aurorale, con la mente beata e i lineamenti distesi in una espressione estatica, la strada era il letto di un fiume in secca e le sponde erano pareti ripide, piene di buchi ai quali ogni tanto si affacciava una donna. La doppia fila di platani che fiancheggiava le rotaie del tram segnava le rive di un fosso. Il cielo era un’ovatta azzurra che chiudeva tutti gli interstizi. Al di là dell’ovatta c’era un coperchio, e intorno al coperchio un giro di scotch. Continua a leggere→

Sulla mente e le cellule staminali, di Vito Mancuso

 

La partecipazione al Festival della Mente di Sarzana, in un pubblico dibattito con Remo Bodei e Armando Massarenti sulla ricerca scientifica e il ruolo del pensiero (con particolare riferimento alle cellule staminali alla luce del nuovo libro di Massarenti, Staminalia. Le cellule “etiche” e i nemici della ricerca, Guanda 2008), mi ha condotto ad alcune riflessioni che hanno dato origine a questo articolo le cui tesi sono tre: 1) la più alta produzione della mente è la sapienza; 2) la sapienza si esprime al meglio come rispetto per la vita; 3) gli embrioni, in quanto forma di vita umana, vanno tutelati e protetti, e la loro soppressione al fine di prelevarne le cellule staminali non può che risultare eticamente condannabile. Continua a leggere→

Angelo Maria RIPELLINO (Palermo 1923 – Roma 1978)


Da: Notizie dal diluvio (1968-69)

28.
Vorrei che tu fossi felice, cipollina, vorrei
che tu non conoscessi il cane nero della sventura,
quando sarai uscito dal blu dell’infanzia.
Vorrei che tu non debba portare bazooka,
che tu non debba tremare nel folto di un bombardamento,
che tu non debba pagare per le mie colpe
né vergognarti di me, del mio cicaleggio
e dei miei vani versi e della mia professura.
Vorrei che tu non fossi mai gramo o malato
o maldestro come Scardanelli,
vorrei vivere nella tua voce, nei tuoi gesti, nei tuoi occhi,
anche quando mi avrai dimenticato.
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Bloc notes. Appunti di viaggio: in Puglia

di Giorgio Morale

“Guarda le chencarelle” dice Adriano. “Sono tagliate a mano, così”.
Si siede su uno scalino e fa il gesto di tenere una pietra tra le ginocchia e di colpirne il bordo dall’alto al basso per scheggiarla.
“Infatti sono irregolari, non aderiscono perfettamente. E tra una fascia e l’altra c’è una camera d’aria, così il caldo e l’umidità non si fermano. L’acqua scivola, il vento passa tra pietra e pietra, e l’aria circola, la casa respira, perché la pietra è viva”.
E io penso che è una magnifica metafora per la prosa. Che circoli, l’aria, tra frase e frase, tra parola e parola. Continua a leggere→

“MITO” alla Zara

Nell’ambito del Festival Internazionale della Musica “MiTo – Settembre Musica”, la Biblioteca Zara ha preparato un evento in riferimento alle performances che collegano il Cantico dei Cantici a Lou Reed, Laurie Anderson e John Zorn, e Philip Glass a Leonard Cohen (in programma al Teatro degli Arcimboldi, 20 e 24 settembre 2008).
Presso la Zara si daranno convegno diversi poeti: Tiziana Cera Rosco e Davide Castiglione interpreteranno brani del Cantico dei Cantici, mentre Carlo di Francescantonio, Barbarah Guglielmana, Anna Lamberti-Bocconi e Paolo Triulzi leggeranno testi di Leonard Cohen, Lou Reed e Laurie Anderson, nonché testi propri, in tema.
Per l’occasione, Anna Lamberti-Bocconi ha scritto le Variazioni Lou Reed – Canto di una ragazza fascista dei miei tempi.
Il musicista non udente Daniele Gambini, che sente col corpo, presenterà brani di Philip Glass.

Mercoledì 10 settembre 2008, ore 17.30
Biblioteca Zara, Viale Zara 100, Milano.
Tel. 02 88462823, MM3 Zara, Tram 5-7-11
Ingresso libero

La Torah è più cuore che numeri. Intervista a Giorgio Israel.

di Cristina Uguccioni

Sono due, tratti dal Libro del profeta Isaia, i passi della Bibbia più cari al professor Giorgio Israel, professore ordinario presso il Dipartimento di Matematica dell’Università La Sapienza di Roma, e nostro ‘fratello maggiore’, come lo chiamerebbe Giovanni Paolo II. Il primo passo recita: “È troppo poco che tu sia mio servo per ristabilire le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Voglio fare di te la luce delle genti onde tu porti la mia salvezza fino all’estremità della terra (Is 49,6)”. Continua a leggere→