La critica letteraria è viva e vegeta. E pare che goda di buona salute, almeno a giudicare dalla quantità di testi di recentissima pubblicazione. Particolarmente attiva, in tal senso, la generazione dei critici quarantenni-cinquantenni: quella a cui appartengono Onofri, La Porta, Pischedda, Raffaeli, Manica, Belpoliti, Ficara, Leonelli. Giusto per fare qualche nome. La critica letteraria è viva, dunque. È questa è già una notizia. Ma andiamo oltre. Continua a leggere
Ruslana
Sono andato sotto casa sua, pronto a cogliere l’attimo in cui sguscerà fuori dal portone, con le gambe d’oro, il viso da regina dell’est, altero e dolce nelle sfilate più prestigiose del mondo. Sono qui con la mia Nikon, l’occhio aperto sul sogno di successo che visita le notti d’estate, quando la morsa del lavoro si attenua, lasciando spazio alle immagini amate che l’inconscio lavora con pazienza certosina, lui così alieno dalle disordinate e nevrotiche pianificazioni diurne. Continua a leggere
André Rieu e la sopravvivenza del mito
Avete mai sentito nominare André Rieu? No? Be’, avete perso qualcosa. Ma ve ne parlo più avanti, perché il discorso va preso da lontano.
Forse avete visto in televisione il concerto di Capodanno della Filarmonica di Vienna. I professori della più famosa orchestra sinfonica del mondo si riuniscono tradizionalmente la mattina di Capodanno sotto la bacchetta di un grande direttore per suonare, non musica classica, ma i valzer di Strauss. Come mai?
Vienna è un posto tutto particolare. È vero che i viennesi parlano tedesco, ma per certi aspetti somigliano ai napoletani. Non c’è poi da meravigliarsene gran che. Vienna non è in Austria: è in Kakania (come Musil chiamava l’Impero Asburgico) e probabilmente non smetterà mai di starci. Tanto l’Austria è montanara e provinciale (e se non ci credete chiedetelo a Thomas Bernhard), tanto Vienna è cosmopolita. Un esempio: se ci andate in auto e uscite dall’autostrada a Schoenbrunn, scendendo verso il centro percorrerete la Mariahilfer (Maria dell’Aiuto), uno stradone pieno di negozi di tappeti. Sono tutti gestiti da ungheresi scappati a ovest ai tempi della cortina di ferro, e i viennesi hanno cambiato nome alla strada: la chiamano Magyarhilfer (Aiuto per i Magiari). Altro esempio: la chiesa più veneranda di Vienna è la cattedrale di Santo Stefano, ma quella che i viennesi sentono più propria è la chiesa di San Carlo (che è poi san Carlo Borromeo; proprio lui, il Sancarlone di Arona). Continua a leggere
Francesco Gori: un poeta che “vive la vida”
di Giovanni Agnoloni
Oggi voglio presentarvi un altro giovane poeta fiorentino, Francesco Gori. Qui di seguito inserisco tre sue poesie, due tra il musicale e il carnascialesco (“E musica” e “Di stagione in stagione”), e l’ultima in lingua spagnola, suggestiva e con venature meditative (“En el mediodía”), che traduco.
Segue anche una breve intervista con lui. Continua a leggere
RITORNO A PORTO BADISCO
Il mare è così simile a un lago, così calmo, così piatto. E al contempo è così profondamente diverso dal lago. Il
movimento è impercettibile, ma c’è, è incessante, inarrestabile, e lo rende vivo.
Entro con i piedi nell’acqua. È fresca. Quasi fredda. È ancora l’acqua di maggio. Il sole invece è quello dell’estate piena. Caldissimo. Continua a leggere
Sergej Aksakov, Cronaca di famiglia
di Giorgio Morale
Al cuore del realismo
“Ah, i russi!…”. L’esclamazione fa sospirare tanti lettori italiani.
Ebbene, questa non è una recensione, è un appello: occorre salvare da un temporaneo oblio, liberare dal silenzio che l’ha avvolto, un grande scrittore, uno dei più grandi scrittori “russi”.
Si chiama Sergej Aksakov ed è vissuto dal 1791 al 1859. È nato a Ufa, nella Russia che guarda all’Asia, ma è stato gran tempo a Mosca, dove persone come Turgenev e Gogol, ammirati dei suoi racconti e dei suoi ricordi, l’hanno incoraggiato a scrivere: “scrittore per istigazione” l’ha definito infatti Serena Vitale. Continua a leggere
Renzo CAU “Una poesia metafisica. Saggio sulla poesia di Angelo Mundula”
Chi segue ed apprezza da anni, come me, la poesia di Angelo Mundula non può non compiacersi di questo saggio recente dedicatogli da Renzo Cau in cui si coglie, fin dalle prime pagine, la profondità e la cura di analisi che si riservano, solitamente, ad autori di prima grandezza. Uno studio in cui però, metodologicamente, tiene subito a precisare nella sua presentazione Carmelo Mezzasalma, richiamando Auerbach (Philologie der Weltliteratur. Filologia della letteratura mondiale, a cura di E. Salvaneschi e S. Endrighi, Book Editore, Bologna 2006), “il punto di partenza non deve essere rappresentato da una categoria generale applicata all’oggetto dall’esterno – deve crescere al suo interno, essere una sua parte. Le cose devono farsi linguaggio, e non si riuscirà mai nell’intento se già il punto di partenza non è concreto e ben circoscritto”. Continua a leggere
L’ossessione di Luigi XIV

di Alexander Stille
Che peso dare all’ultima tornata di scandali, un turbine di intercettazioni, voci, pettegolezzi piccanti? Sarebbe facile liquidarli come giornalismo scandalistico, sensazionalismo o una questione di stile e buon gusto: Sabina Guzzanti ha esagerato con quell’appellativo riferito alla Carfagna? Per Berlusconi non è che gossip e spazzatura. Però spulciando con attenzione il caos di rivelazioni e frammenti di informazioni e intercettazioni, si scopre tutta una serie di problematiche fondamentali, identificative dell’Italia di oggi, che riguardano lo stato di diritto, la responsabilità del potere. Ma anche gli infiniti conflitti di interesse creati dalla presenza di Berlusconi in politica, e il quadro della vita politica nazionale di un grande paese ridotta ad estensione del potere personale di un singolo individuo. In un editoriale stranamente rivelatore, Vittorio Feltri, direttore di Libero, ha scritto: «Silvio non aver paura, anche il duce ci dava con le donne, abbiamo bisogno di un premier, non di un frate». In realtà le troppo generose elargizioni in potere e in denaro alla famiglia di Claretta Petacci preoccuparono molti fascisti e non vennero rese pubbliche, esempio perfetto dell’arbitrarietà e della assenza di responsabilità vigenti sotto una dittatura personale.
Notturno
Notturno. Alle due di mattina sei sobrio abbastanza per ricordarti dove hai lasciato i calzini ?
E, inoltre, credi che ti siano di una qualche utilità per proteggerti dal freddo che incontrerai nel tragitto verso la cucina ? Cosi, carponi, tenti di trovarli sul comodino, o magari sul pavimento, forse coperti dai fogli del giornale che leggi prima di addormentarti. Una ricerca vana. Tu non sei del tutto sveglio, mentre non ti dici certo di essere ancora addormentato. Stai in quella sottilissima parentesi che ti colloca, tuo malgrado, fra le due condizioni. E non l’avverti, questo e’ certo, come una regione amica, anche se a tutta vista potrebbe sembrarti simpatica. Non hai le certezze.
Provocazione in forma d’apologo 68
Quasi quarant’anni fa, quando stava in quarta ginnasio, a Roberto avvenne un fatto che minacciò di fargli franare anche quella poca terra che aveva sotto i piedi, e su cui si reggeva a stento.
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Consommé de mélange posthume
Come di sdegno fornicanti, impure e di brama sfatte
la parola e l’altre, da scranne verse e già bell’e servite!
in frega l’ale pecca e boia, in mala stamberga di latte
s’offre ad Atridi e lolite sciacquaossa, Coribanti e re.
Come a riprova dei f’atti, in pura revoca Lete vintage
nel baratto de le Ceneri l’ergo in riga posa da redento,
com’un volete che fossi, brache sul ridotto di Morsa
a Rimessa mistica di rimpianti già versi, contraffatto Continua a leggere
I Mondiali Antirazzisti
Casalecchio di Reno è un grosso paese della cintura di Bologna, un importante centro della Città Metropolitana, con un grande parco fluviale particolarmente amato da Stendhal, che lo frequentava durante il suo soggiorno bolognese, il “Bois de Boulogne italiano”. Il 9 luglio sono iniziati i Mondiali Antirazzisti, una manifestazione internazionale sportiva-musicale giunta alla sua dodicesima edizione.
da “Plettro di compieta”, 2008 #2 di Marina Pizzi
43.
artigli d’ebetudine l’abicì
del quadro. dove formammo
le ruberie del sale, la lentezza
afona del fondale di pozza.
dove le perle gironzolano
nei macelli delle bestie
stigmate da mangiare. già
si mozza la frottola dell’apice
da guardare. impugna di me
la vena antica, pugnalala con
un permesso di lasciapassare
altrove nelle fauci di una leonessa
sazia sapiente in pieno sonno breccia. Continua a leggere
Tentativo di esaurimento di un pellegrinaggio parigino

Ci sono molte cose in Place Saint-Sulpice, ad esempio il Mercatino della Poesia. Quest’anno è alla venticinquesima edizione. La prima si svolse nel cortile d’onore della vecchia Biblioteca Nazionale, in rue Richelieu. Sono seduto al cafè de la Mairie, assieme a Francesco Forlani. E’ lui che mi spiega lo spirito di questa manifestazione, che attira una folla insospettabile di espositori e appassionati di poesia. Fra i curiosi che si aggirano per le bancarelle riconosco una coppia di italiani che erano sul mio stesso aereo low cost, lui rossiccio e lentigginoso e lei con gli occhi sporgenti come quelli dell’imperatore Commodo. Li avevo giudicati male per l’applauso all’atterraggio a Beauvais – che per me ha la stessa motivazione degli applausi ai funerali, cioè non un omaggio alla bravura del pilota o alla memoria del defunto, bensì un manesco sollievo per lo scampato pericolo –, ma la loro presenza qui li riscatta. Continua a leggere
Il “bouquiniste”
di Francesco Forlani
Durante la passeggiata Elisabeth ed io non abbiamo scambiato una parola. O almeno. Ci abbiamo solo provato perché come i miei amici sanno, parlo molto, parlo troppo. E scrivo poco. Il motivo dell’appuntamento era d’altra parte il seguente: come fare per rendere ai compagni di penna un’opera
autentica. Non una raccolta di novelle pubblicate qua e là in riviste improbabili, tra Francia e Italia. No, no, ma un vero romanzo di quattrocento pagine e passa con lo scrittore in persona che in più dichiara in un’intervista: “ho eliminato molti passaggi, in tutto qualche centinaio di pagine.” Un unico libro che fosse l’equivalente di quanto abbia mai potuto scrivere, e pubblicare, tesi universitaria e lettere d’amore o d’addio incluse. Certo non è la quantità che conta, dicono. Ma la qualità, penso. Ed è per questo che oggi ho passeggiato con Elisabeth. I lungo Senna per i parigini sono come le rive del Gange. Talvolta mi ci devo immergere per conquistare quell’universo misterioso e inafferrabile che è la lingua francese. La lingua, ma non solo quella, è un’intera cultura che si nasconde fra i chiaroscuri di una pellicola che si srotola alla stessa velocità dei bato’ musce. Continua a leggere
E FRANZ KRAUSPENHAAR POSE LA QUESTIONE GENERAZIONALE
di: Guido Tedoldi
Recensione a «Era mio padre», romanzo di Franz Krauspenhaar, Fazi Editore, 2008, pp. 281, € 16,50.
Di questo romanzo si sta parlando molto nel web in questo periodo. Lo ha fatto anche qui in Lpels, appena lo scorso 6 luglio, Giovanni Nuscis. Sui mass media tradizionali, invece, quasi non sono state pubblicate recensioni. Quasi niente sui quotidiani, niente del tutto nelle trasmissioni tv.
Il motivo potrebbe essere banale: la scarsa potenza dell’ufficio stampa di Fazi e la blogosfera letteraria italiana che si raggruma intorno a una delle sue voci più rilevanti.
Ma a me pare ci sia dell’altro, ed è il motivo per cui ne parlo ancora qui – in Lpels, in rete. «Era mio padre» porta per la prima volta all’attenzione generale la questione generazionale dei quarantenni. Coloro che sono nati negli anni ’60 (Krauspenhaar è del 1960) e che quindi erano troppo giovani per «fare il ’68» e hanno pagato questa circostanza anagrafica con una durezza mai vista. Al sistema era scivolata di mano una generazione di giovani, e non voleva rischiare che anche la successiva crescesse con chissà quali grilli per la testa; il metodo usato è stato brutale, e di tappa in tappa è sfociato nella flessibilizzazione delle carriere lavorative, ovvero nel precariato di massa. Continua a leggere
“L’Acciuga della sera i fuochi della tara” di Marina PIZZI
I fuochi della tara
l’acciuga della sera
ad immolare
Con petto di palude, sérrati!
pennacchio d’alta uniforme per le risa.
Impara ancora e ancora la resistenza
il proverbio servile pure il bavaglio
da strappare. Pare costi un eremo
di avverbio il bio starsene anche
insistiti inesistenti, sottraendi addendi.
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Faccia gialla – di Antonio SCAVONE

Antonio Scavone – Faccia gialla
Il lavoro è stato finito come volevano: sono entrato nello studio dell’avvocato Arcangelo Di Stefano, mi sono seduto davanti a lui, ho atteso che si accendesse la sigaretta, che mi chiedesse cosa avrebbe potuto fare per me e poi gli ho sparato: un solo colpo, alla gola, come mi era stato ordinato. L’avvocato è rimasto bloccato e sorpreso: si aspettava di essere eliminato ma non che la sua fine fosse stata decisa così presto. Ho lasciato passare qualche minuto, per controllare la situazione, ho riposto la pistola nella cintura dei pantaloni e poi sono uscito dallo studio. Sono entrato nell’ascensore e mi sono messo a leggere il cartello della manutenzione ma, con la coda dell’occhio, ho visto muoversi qualcosa alle mie spalle, dalla porta di un appartamento: una sagoma, una faccia. Non mi sono girato, ho cercato di guardare quella sagoma o quella faccia riflessa nei vetri della cabina dell’ascensore ma è durato un attimo: quella faccia si è sciolta nella penombra, come una nuvola di fumo. Continua a leggere
L’assoluta gratuità dell’atto
(Gustav Klimt, L’albero della vita, 1909)
(Questo testo contiene le mie risposte a un questionario propostomi da Sebastiano Aglieco
per il blog Scritture in attesa, da lui fondato e diretto.)
L’ASSOLUTA GRATUITA’ DELL’ATTO
1. Nel lavoro di diffusione della poesia che stai facendo in Rete, mi sembra ci sia una specificità – o un’anomalia, dipende dai punti di vista. E cioè l’essere al di sopra del gusto, delle preferenze e delle somiglianze con la propria scrittura. Puoi confermare questa mia impressione?
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L’infernale Harold Bloom
Si può essere più o meno d’accordo con le “canonizzazioni” che Harold Bloom opera nel suo (ormai canonico) “Canone occidentale”. Personalmente ho sempre trovato ostica la sua interpretazione del Faust, ma ultimamente ho cominciato a ricredermi. Confesso: quando un critico interpreta un’opera interamente ed esclusivamente da un punto di vista sessuale, storco il naso. Credo e spero che il senso dell’esistenza degli esseri umani sulla terra vada oltre il puro e semplice “crescete e moltiplicatevi”. Un parametro interpretativo di questo genere varrà forse per Melissa P. Nel caso di Goethe non sarebbe il caso di andare un po’ più a fondo? Continua a leggere







