Archivio mensile:Aprile 2010

La bicicletta nella resistenza

La bicicletta nella Resistenza.
di Rosanna Fiocchetto

Anche perché la bici (una Bianchi rossa) è stata una mia fedelissima compagna di lotta e di spostamenti in una città oberata dal traffico come Roma, ho letto con attenzione e curiosità il libro “La bicicletta nella Resistenza – Storie partigiane” (Edizioni Arterigere, 254 pp., 12 euro, 2010), curato da Franco Giannantoni e Ibio Paolucci. Con un occhio particolare per le storie delle donne: Tiziana Bonazzola, Onorina Brambilla, Bianca Diodati, Anna Gentili, Stellina Vecchio. Affiancate da quelle degli uomini: Quinto Bonazzola, Arrigo Diodati, Alfredo Macchi, Renato Morandi, Giovanni Pesce, Gillo Pontecorvo, Bruno Trentin, Don Raimondo Viale. In copertina, una bella immagine un po’ sfocata dalla velocità ritrae Jenny Wiegmann Mucchi, staffetta partigiana a Milano; sul portapacchi della bici, il cestino di vimini dentro cui nascondeva documenti e armi. Continua a leggere→

La ricerca del Graal (XXI)

di
Georg Wilhelm Friedrich Hegel
Wolfram Von Eschembach
Giuseppe Segato

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX)


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Quella abbagliante

Il cavallo e il vecchio sembrano turbati. Anzi, lo sono certamente. Lo zoccolo alzato si ritrae, l’uomo aggrotta la fronte, non sa come reagire. E’ il mondo delle azioni ripetute, uguali a se stesse, solide, nella loro meccanica certezza. Il cavallo è fatto per viaggiare, il vecchio stalliere per servire. La paga e il fieno bastano e avanzano, come ricompensa. L’animale, a dire il vero,  non dovrebbe esserci, nei resoconti non se ne fa menzione. Allora non sarebbe un’ovvietà, ma uno scarto dalla norma. Il cavallo è la ricchezza, i beni del mondo, l’autosufficienza. Continua a leggere→

NON SONO MAI PARTITO. Intervista a Pietro Treccagnoli

Pietro Treccagnoli vive a Napoli e lavora a «Il Mattino». Ha scritto “Non lo chiamano veleno” (Avagliano, 2006). “Non sono mai partito” è il suo secondo romanzo (Cento Autori, pagg. 112, euro 10).
In questo nuovo libro, Treccagnoli “tratteggia un viaggio a cavallo tra i favolosi anni Sessanta e un ’77 troppo presto dimenticato, tra terroristi e figli dei fiori, tra un passato di rivoluzioni vere o sognate e un presente da reality show”.

– Pietro Treccagnoli, la prima domanda è d’obbligo e riguarda il titolo del libro: “non sono mai partito”. Che significa?
“Non sono mai partito” è tratto da un verso di “Grapefruit moon”, una canzone di Tom Waits. “Non ho mai avuto una meta, non sono neanche mai partito”. Gioca anche sul doppio senso di “partito”, inteso come partito politico, quindi vuole puntare sul “movimento” che allora, negli anni Settanta, era un totem e un sogno.
Quasi tutti i miei personaggi non partono. Lo fa solo Serafino, il più folle con il suo progetto folle. Serafino parte. Gli altri restano nel loro piccolo mondo.
Inoltre, quando ho scelto come titolo del romanzo “Non sono mai partito”, ho pensato anche a George Bailey di “La vita è meravigliosa”. Lui desidera fare l’esploratore, ma è costretto a non partire mai dalla sua piccola città americana.

– Guardo la copertina: vedo sangue, un’orma, la falce e il martello…
Non è un modo per calpestare un simbolo sicuramente glorioso e, in gran parte, vilipeso dei suoi stessi seguaci.
L’impronta vuole evocare una partenza.
Il sangue c’è, perché c’era.
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Scrivi un noir – Roberto Saporito

“Nel noir non c’è nessuna evasione dalla realtà.

Chi lo scrive non può neanche evadere da se stesso.”

(Derek Raymond)

Le guardo con vero interesse le scarpe rosse dai tacchi alti, lei si alza e scende dal tram, la seguo, discreto, con calma.

L’editore mi ha detto: hai scritto due romanzi, due romanzi di formazione, esistenziali, o quello che sono, non puoi scrivere un terzo romanzo di formazione, non avrebbe senso.

E cosa dovrei scrivere, ho detto io.

Che so, un noir, per esempio, un noir mi sembra una buona idea, no?

Ma io cosa ne so di noir.

Sei uno scrittore, sì, allora puoi scrivere qualunque cosa, no?

Ma non funziona mica così.

E come funziona, allora. Continua a leggere→

“Le perizie” di William Gaddis

di Amedeo Buonanno

 
“L’errato giudizio di una generazione è sempre fonte di sorpresa per la successiva.” Uguale stupore, suggerisce Steven Moore nel suo saggio “William Gaddis”, ci prende ora quando veniamo a conoscenza che “Le perizie”, opera prima di William Gaddis pubblicata nel 1955, fosse stata largamente ignorata per 20 anni fino alla pubblicazione, nel 1975, di “JR”. Sfortunatamente in Italia l’autore continua ad essere perlopiù ignoto nonostante la vittoria del National Book Award per ben due volte (nel 1976 per “JR” e nel 1994 per “Frolic of his own”). La sua ridotta notorietà qui da noi è andata di pari passo con la mancata traduzione delle sue opere in italiano, basti pensare che solo nel 2009, dopo 34 anni dalla sua pubblicazione, è apparso sugli scaffali delle librerie, per i tipi di Alet, “JR”.

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Mi sembra bello (benedizione delle case)

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da qui

Quattrocento, seicento, cinquecentocinquanta. Do i numeri: delle pensioni, dei pagamenti che esauriscono il mensile in una volta sola, delle persone più o meno sorridenti, più o meno cordiali, sempre gentili, dignitose. C’è il romano di sette generazioni a cui non funzionano le gambe e vive in casa facendo lavori di falegnameria. Gli domando:
– Cosa vogliamo chiedere?
Mi squadra come fossi un marziano:
– E che dovrei chiedere? Io c’ho tutto.
La signora, che mi accompagna nel palazzo popolare, gli fa un sorriso accattivante:
– Dài, ci sarà pure qualcosa che desideri.
– Preghiamo per le gambe, azzardo io.
– E vabbe’, preghiamo per le gambe, tanto non cambia niente. Continua a leggere→

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.37: Il sogno di una farfalla felice. La nuova lirica di Innocenza Scerrotta Samà in “Nel cerchio della rete”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Il sogno di una farfalla felice. La nuova lirica di Innocenza Scerrotta Samà in Nel cerchio della rete, Firenze, Polistampa, 2009

«Passò nel riquadro azzurro una fugace danza / di farfalle; una fronda si scrollò nel sole. / Nessuna cosa prossima trovava le sue parole, / ed era mia, era nostra, la vostra dolce ignoranza»

(Eugenio Montale, Ossi di seppia)

 

1. La farfalla

Innocenza Scerrotta Samà ritorna alla sua produzione lirica. Era un ritorno atteso, certo necessario e del tutto improrogabile. Dopo l’ Afa d’agosto e la fresca cascata d’acqua che l’aveva cancellata in nome di una volontà di rigenerazione lirica, questo Nel cerchio della rete rappresenta, in ogni caso, un salto di qualità. Innanzitutto, il titolo: il cerchio, figura della perfezione assoluta, sogno di un raggiungimento divino mai effettuato e neppure possibile si sposa ai rettangoli furibondi della trappola vitale, della rete che costringe alle scelte e all’oblio.

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Notte di luna

di Antonio Sparzani

Da quando un certo mio cugino mi suggerì discretamente ma con una certa autorevolezza — io avevo appena superato la maturità ed ero stato un entusiasta e vorace lettore di Remarque — di leggere Gadda, eseguii prontamente e prontamente mi innamorai del nuovo autore, desiderando immediatamente leggere tutto quello che aveva scritto. Non dico di aver portato a termine questo compito alla lettera, tuttavia da allora ho molto cercato di portarmi avanti su quella strada. Oggi voglio parlare di questo:

    Un’idea, un’idea non sovviene, alla fatica de’ cantieri, mentre i sibilanti congegni degli atti trasformano in cose le cose e il lavoro è pieno di sudore e di polvere. Poi ori lontanissimi e uno zaffiro, nel cielo; come cigli, a tremare sopra misericorde sguardo. Quello che, se poseremo, ancora vigilerà.

Con questa visionaria apertura comincia Notte di luna, il primo dei disegni milanesi che compongono l’Adalgisa (prima edizione 1944), disegni scritti e arabescati da Carlo Emilio Gadda (1893-1973). Questo inizio mi ha sempre affascinato come tutte le cose che non capisco completamente nelle quali però sospetto un meraviglioso segreto. L’ingegnere Carlo Emilio è presente anche nei suoi testi più letterariamente impegnati, i cantieri e i sibilanti congegni lo affascinano. Ma, leggendo questo come tanti altri scritti suoi mi convinco sempre che nella sua scrittura lo sfondo continuo ma mai opprimente di una “coscienza scientifica” nitida e discreta, si fonde senza sforzo con la sua prosa continuamente poetica. Continua a leggere→

Tosse

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da qui

Ho una specie di tosse convulsa, che non passa con niente. Ho seguito consigli vari su sciroppi e una certa salicina, che non so a cosa serva. Ieri sera mi sono deciso finalmente a stare in casa. Vado per chiudere il cancello, ma c’è qualcosa di strano: una luce lampeggiante sulla strada di fronte alla Parrocchia. Che faccio? Rischio o torno indietro? Il furgoncino della polizia municipale è parcheggiato vicino a un auto grigia, col parabrezza rotto. Tre agenti, due uomini e una donna, stanno parlando con altrettanti giovani, dalle facce stralunate. Mi scappa la domanda:
Cosa è successo?
– E’ stato investito un uomo ubriaco, fa il vigile più grosso. Continua a leggere→

L’immagine del volo nei versi di Chandra Livia Candiani e Nadia Agustoni

Chagall

di Roberta Borsani

Primavera, e i nostri pensieri sono tutti intessuti di leggerezza!

Sarà questo che ha influenzato la mia lettura di due poetesse contemporanee, ignorate dalla grande (grande?) editoria, ma conosciute e amate.

Poetesse che con le parole vivono a tu per tu, in dolce intimità, capaci di parlare al cuore. Sto parlando di Livia Candiani e Nadia Agustoni.

Poetesse diverse, a considerare quanto sono diverse le atmosfere che aleggiano, evocate, intorno ai loro scritti. Diverse, come l’aria dall’acqua, le cime dei monti dal fiume. Eppure con qualcosa di importante che le accomuna; disseminato, o magari disciolto e dissolto nei versi, implicito e oscuro. Continua a leggere→

La Chiesa che non ha perdonato, non viene perdonata

di
Nico Rossi

Genera acuto dolore, spirituale e morale, la ferita sul volto della Chiesa cattolica dallo scandalo pedofilia. E’ uno scandalo profondo, non privo di risvolti politici e di forzature polemiche, di tale portata da oscurare oggi la bellezza della Comunità ecclesiale e da frapporre un velo di diffidenza tra il Popolo di Dio e la Gerarchia, accusata di aver occultato i peccati e i peccatori, anziché difendere le vittime.

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Sembra facile

Sembra facile scrivere un vangelo. Prima di tutto, devi metterti comodo: va bene anche una sedia in legno lavorato, a braccioli e senza schienale. Un po’ di traverso, col quadernone sulla coscia sinistra, accavallata sulla destra. Una penna d’oca, anche se logora, è più che sufficiente. Ti concentri, aggrotti la fronte per lo sforzo, cominci a buttare giù come ti viene: Gesù Nazareno nacque a Bethlehem… No, così è contraddittorio. Riproviamo: Gesù, che sarebbe stato chiamato il Nazareno, nacque nella città di Bethlehem… Non si parte in maniera contorta, il lettore si scoraggia facilmente. Forse così: Gesù nacque a Bethlehem, ma la famiglia si recò presto a Nazaret, dopo la morte di Erode, che costrinse i genitori a fuggire in Egitto… Mi pare vada meglio, ma non convince ancora. Continua a leggere→

Sprecato. Di Anna Maria Curci


(Il discorso della montagna)

Vertan, sprecato
di Anna Maria Curci

Ho letto, in traduzione, la lettera aperta che il teologo Hans Küng ha inviato ai vescovi tedeschi. I termini chiari e le argomentazioni serrate concorrono a rendere esplicito il pensiero di Küng, la sua denuncia del costante allontanamento dallo spirito conciliare. Mi ha colpito l’elenco di esempi di scialo sistematico, di occasioni perdute. Per questa ragione ho cercato e trovato il testo originale della lettera. Nel paragrafo intitolato Verpasste Gelegenheiten (occasioni perdute, appunto), l’autore ricorre per ben sette volte all’anafora. Lo fa con la parola ‘vertan’, participio passato del verbo ‘vertun’. ‘Vertun’ significa in tedesco sprecare, giocarsi un’occasione. Continua a leggere→

Roberto Saviano: uno, centomila, sessanta milioni.

Ce ne fossero di Roberto Saviano (vedi Repubblica e Nazione Indiana ), per coraggio e lucidità di analisi, per quel suo (bi) sogno di  verità e di giustizia inarreso in questo Paese bello, per le innumerevoli bellezze naturali e artistiche, e dannato, per la sua insofferenza alle regole, e non solo; un paese che pure è stato capace (da Giustiniano alla Costituzione   repubblicana) di concepire la misura del giusto e dell’ingiusto, i limiti dei doveri e dei diritti dei suoi cittadini. Roberto Saviano è per ciò non solo lo scrittore di Gomorra, ma un’icona di questo sogno. Continua a leggere→

Jean Claude Izzo in tour

Martedì 20 aprile 2010 alle ore 18:00 presso il Centre Culturel Saint Louis de France, Largo Toniolo 20-22 (zona Pantheon), presentazione del libro Jean Claude Izzo. Storia di un marsigliese di Stefania Nardini.

Intervengono, con l’autrice, Paride Leporace, Sandra Petrignani, Paolo Ruffini e Piero Sansonetti.

Di seguito le prossime presentazioni (controlla sul sito gli aggiornamenti)

BOLOGNA, 23 aprile, Libreria Irnerio, con Luigi Bernardi e Giampiero Rigosi
MILANO, 7 maggio, FNAC, con Luca Crovi e Sebastien Izzo Continua a leggere→

Provocazione in forma d’apologo 156

Solita riunione per consuntivare le vecchie attività e preventivarne di nuove.
Quando viene il mio turno il dirigente, persona simpatica e umana, mi dice nel suo tono migliore: “A proposito di quella commessa di cui si diceva, hai sforato di una settimana…” “Di due.”
“Del resto, non è poi tutta colpa tua…” “Vero, ma il responsabile ero io.”
“E parlarmene?” “Ho sempre detto che prendevo lo stipendio per mangiare la emme e trovarla anche buona, non per sedermi in terra e chiamare la mamma alla prima inezia.”
“Allora è un’inezia.” “Certamente.”
“Un’inezia quanto?” “Per chiudere l’attività il centro servizi ha lavorato fuori convenzione due settimane, per un totale di 5.000 euretti.”
“E allora?” “E allora ce li metto io.”
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STORIA CONTEMPORANEA n.40: Lirica dialettale e poesia regionale. Pietro Civitareale, “La dialettalità negata. Annotazioni critiche sulla poesia dialettale contemporanea”; Paolo Saggese, “Storia della poesia irpina (dal primo Novecento a oggi)”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

 

Lirica dialettale e poesia regionale. Pietro Civitareale, La dialettalità negata. Annotazioni critiche sulla poesia dialettale contemporanea, Roma, Edizioni Cofine, 2009; Paolo Saggese, Storia della poesia irpina (dal primo Novecento a oggi), volume I, Avellino, Elio Sellino Editore, 2009

La tradizione della poesia dialettale è larga parte della dimensione nativa della letteratura italiana. Fin dalle origini e addirittura fino dalla costruzione di un volgare autorevole e rappresentativo delle potenzialità di scrittura della lirica nell’ambito della cerchia dei maggiori poeti italiani, il dialetto ha avuto una notevole e decisiva modalità di potenziamento della lingua che quegli autori esprimevano. Il dialetto ha accompagnato, di conseguenza, con una modalità coassiale di riferimento tra i due aspetti lirico-compositivi, lo sviluppo e il potenziamento della poesia in lingua volgare e ha mantenuto questa sua dimensione creativa anche quando si è giunti alla ri-composizione di un linguaggio della koiné valido per la maggior parte delle esperienze di scrittura della letteratura nazionale. La lirica dialettale è vissuta, in momenti assai importanti della crescita della cultura letteraria italiana, in una dimensione parallela alla scrittura in lingua. In molti casi ne ha sopravanzato l’evoluzione (sono certo emblematici, al riguardo, i casi di Porta, Belli e altri poeti ottocenteschi come pure quelli primo-novecenteschi di Pascarella o Trilussa o quelli del secondo Novecento di Pasolini, Franco Loi e Franco Scataglini) e a tutt’oggi segue di pari passo l’evoluzione della poesia lirica più tradizionalmente intesa (anche nella sua pratica sperimentale)

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Maria De Filippi (8)

di Emanuele Kraushaar


Io ho scritto pure un libro che ho pubblicato con la casa editrice che ho pagato più di mille euro, ma nessuno lo sa.
Per questo quando mi fanno parlare la prima volta al programma di Maria De Filippi dico subito che sono uno scrittore.
“Sono uno scrittore” dico alla tronista, che è bella come il sole.
“Sei bella come il sole” mi viene da aggiungere. Ma quella, senza nemmeno lasciarmi finire e guardando verso Maria De Filippi, dice che non l’ho guardata negli occhi e questo significa che sono un egocentrico. Durante la puntata alzo la mano perché vorrei intervenire, ma nessuno mi lascia parlare. Alla fine la tronista mi elimina.
“Ti posso lasciare il mio libro?”.
“No, ti prego”.

[Altri Maria De Filippi]