Archivio mensile:Giugno 2025

Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 10. Eugenio De Signoribus

Eugenio De Signoribus, Ceneri germogli ceneri, Mondadori, 2025

Questa volta sarò davvero breve, perché così richiede l’occasione. E dico subito che Ceneri germogli ceneri di Eugenio De Signoribus, uscito in libreria a marzo di quest’anno è una vera e propria novità nel panorama della produzione poetica degli ultimi decenni. Infatti, siamo ormai abituati, negli ultimi anni, a poeti che pubblicano libri con testi più o meno del tutto inediti, oppure a poeti (o a chi per loro) che fanno una scelta dei loro testi editi in libri già pubblicati e in tal caso ne vengono fuori raccolte antologiche, che spesso sono implementate da sparuti testi inediti a conclusione del libro, che fanno da apristrada al nuovo libro inedito in divenire che verrà pubblicato di lì a poco (o a molto tempo dopo). Ecco, Ceneri germogli ceneri è invece un libro originale, sui generis direi, dal momento che il poeta “riscrive” un libro di poesia ex novo, avvalendosi, però, di testi già editi, ripresi pertanto da raccolte precedenti, ma che spesso sono rimaneggiati, rivisti e soprattutto spesso ri-scritti e modulati in una architettonica del libro a far sì che con l’innesto di alcuni testi del tutto inediti si ottenga un libro nuovo.  Continua a leggere→

Il vintage mortuario del Corriere della Sera

di Fabrizio Centofanti

Ormai da tempo il Corriere della Sera dedica uno spazio a un memoriale sui generis: la rievocazione del passato di personaggi, più o meno famosi, che presentano episodi salienti legati al loro vero o presunto successo. L’operazione è piuttosto deprimente, perché fa capo a figure  semisconosciute, il cui passato vincente interessa forse solo loro, e si risolve nel ricordo di un contatto fuggitivo con la star di turno. Altre volte, nel caso di “famosi di fatto”, mette in luce la natura effimera del successo stesso, che più è presentato come vivo più si percepisce come funebre: un necrologio di azioni e reazioni corrispondenti a ciò che nella Bibbia è definito havel, ossia vuoto. Vanità delle vanità, dice Qoelet, havel havelim, vuoto dei vuoti. Continua a leggere→

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino

Arte e morale

L’equivalenza etica/estetica è indiscutibile a parte subiecti, non obiecti, ossia nell’attività, non già nel prodotto.
Nessuno vorrà negare la santità, la profonda moralità dell’attività artistica: sovrana noncuranza del proprio utile, totale abnegazione (cfr. il sughero del malato cronico Proust e il sale dell’esule Dante), finalità antieconomica, ricerca pura (dell’universale, non del contingente).

La scuola di Serena Bedini 6. Per mano a un personaggio

Iniziare a scrivere un romanzo significa porsi in ascolto e in osservazione della storia raccontata dai personaggi e da loro vissuta.
Henry James sostiene che per Ritratto di signora, prima ancora che la trama del romanzo, si presentò alla sua mente il volto di una donna, ossia la protagonista stessa. L’ispirazione – se così vogliamo chiamarla – segue vari canali che via via vedremo, ma uno di questi è proprio la capacità di lasciarsi trasportare dalla fantasia e consentire che siano i personaggi a condurci. Carlo Lucarelli, spiegando come è nato il suo celebre personaggio Coliandro, chiarisce che inizialmente lo aveva pensato come spalla di una protagonista femminile, salvo poi rendersi conto che tale era la vivacità che lo caratterizzava da guadagnarsi a poco a poco il ruolo principale, rubando la scena agli altri.
Il fatto è che ostinarsi per una strada in favore di quanto inizialmente stabilito da scaletta non può che dare pessimi risultati. Nel momento in cui cominciamo a delineare l’indole di un personaggio, a immaginarne le movenze e a studiarne le espressioni o il modo di parlare, diamo vita a un essere pensante, capace di prendere decisioni e fare scelte autentiche, sia pure nell’ambito di una storia. Forzarlo in un senso, costringerlo ad agire quando sarebbe più logico – stanti le sue caratteristiche – lasciarlo fermo o in attesa, indurlo a reazioni esagerate se ha un animo pacato o al contrario frenarlo se è un impulsivo porterà a una storia inverosimile, in cui il lettore non saprà immedesimarsi.
Lasciamo piuttosto che siano i personaggi a prenderci per mano e a condurci, lasciamo a loro il compito di mostrarci in che direzione preferiscono procedere perché in questo modo la narrazione diventerà fluida, priva di intoppi, la trama seguirà il suo corso che probabilmente si discosterà in parte dall’idea che avevamo in principio, ma sarà in grado di stupirci e divertire anche noi, primi lettori del romanzo che stiamo scrivendo.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Come vento, all’improvviso

(affresco-puzzle s. Maria di Cerrate)

 

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». [Gv 14, 15-16. 23-26 ]. Continua a leggere→

10

Simone Weil in dialogo con San Francesco

di Alida Airaghi

Sabina Moser (1961), di formazione filosofica e teologica, studia da tempo la figura di Simone Weil, su cui ha pubblicato diversi saggi e volumi. Questo suo ultimo testo, uscito da Le Lettere con prefazione di Marco Vannini, esplora in maniera finora inedita il legame che ha unito la filosofa ebrea francese (1911-1934) a San Francesco, accostando la ricerca severamente razionale di lei, originale pensatrice laica novecentesca, alla fede immediata e limpida del frate di Assisi vissuto sette secoli prima: in entrambi ritroviamo infatti la stessa volontà di adesione alla parola di Gesù e la scelta di un cammino esistenziale di purificazione e riduzione all’essenzialità della vita.  Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Ricordo 3

Il Ricordo 3.   Le scorie di un patto

 

   Cosa fare del Ricordo? Come viverlo fino in fondo, come abbandonarsi alle sue voluttà? O, all’opposto, come negarlo alla radice, come vivere senza essere sopraffatti dalla memoria? 
L’uomo al risveglio non si pone questi problemi, inizia la sua giornata al solito modo, poi però compie un gesto imprevisto, devia dalla rotta consueta e si ritrova su una spiaggia, dove incontra una donna meno timida di lui, che lo aggancia, lo provoca, infrange la sua corazza; nasce una storia. Ma è una storia che appartiene al passato. Sono già stati insieme, l’uomo e la donna, per due anni, tra alti e bassi – a quanto pare pochi alti e parecchi bassi – ed ora non fanno che rivivere quei momenti. Com’è possibile? Accade perché entrambi hanno voluto stringere un patto innaturale con sé stessi, prima lei, poi di ripicca lui, un patto per dimenticare ciò che è avvenuto, il loro coinvolgimento, le emozioni, i sentimenti, gli alti come i bassi: un patto specifico, selettivo, capace di ricacciare nell’oblio ogni loro trascorso. Un patto sancito dalla scienza. Entrambi hanno fatto ricorso ai servigi della clinica Lacuna, sottoponendosi ad un trattamento che elimina dalla mente ciò che non si ritiene più sopportabile, ciò che ormai provoca solo fastidio, astio, dolore. Il trattamento, tuttavia, benché riuscito, non spalanca per loro le porte della serenità. Anzi.  Continua a leggere→

Poeton poetoni, di Sangiuliano

di Francesco De Girolamo

In queste poesie di Sangiuliano, tratte dalla sua ultima raccolta Poeton poetoni (Il vizio delle parole), appare evidente che ci troviamo di fronte ad una sorta di bilancio del percorso personale, umano, esistenziale, affettivo, oltreché, ovviamente, letterario dell’Autore.
Sembrerebbe qui quasi intravedersi una componente lirica nei versi del Poeta, uno scavo interiore, una più diretta esigenza di entrare nella dimensione del ricordo, del sogno, con maggiore decisione che altrove, che conduce la sua scrittura più all’interno degli elementi evocati del vissuto, per tentare di coglierne l’essenza, mettendo apertamente in gioco la soggettiva condizione umana del Poeta, del momento presente dell’esistenza nel suo scorrere, e nella sua fase storica, con tutte le sue tragiche connotazioni sullo sfondo. Ma vi è sempre un’irrinunciabile sobrietà, un congenito pudore virile, che, a volte, sembrano quasi ricorrere a una sorta di reticenza, più che di allusività, un freno verso ogni possibilità di abbandono che il navigato mestiere di Sangiuliano, scaltro e di una assoluta padronanza, non elude mai, confermando l’alveo sicuro e il passo saldo, ancora, di quella che è una poesia sicuramente colta, vigilata, scabra e anche, suo modo, lievemente sperimentale, mai ripiegata su stilemi troppo desueti; e che continua ad esserlo anche in questa fase di maggiore apertura ad una più íntima dimensione di temi quasi confessionali, con sprazzi di nostalgia, di rimpianto, di propensione ad un utopico desiderio di assoluto. Ed è proprio in questo nuovo capitolo del suo tanto lungo e ricco lavoro letterario, suo vero “dono”, più che “vizio” delle parole che i versi di Sangiuliano trovano un nuovo estro, una più franca immediatezza, una finora insospettabile dolcezza, che mitiga la sua originaria, aspra, a volte caustica, ironia, gli scatti epigrammatici, saturnini, sferzanti, pur di una ben nota, estrema, efficacia, che hanno solitamente caratterizzato la sua poesia; scatti presenti anche in queste pagine, ma in misura assai più blanda e bonaria, quasi, nel tempo, offrendo il tardo frutto di una stagione di riconciliata volontà di perdono e fiducia verso le offese di una dimensione sempre più spietata del vivere. Continua a leggere→

Kim Simonsen, “La composizione biologica di una goccia di acqua di mare porta con sé l’eco del sangue nelle mie vene”

Estratto della postfazione di Giovanni Agnoloni alla silloge del poeta faroese Kim Simonsen La composizione biologica di una goccia di acqua di mare porta con sé l’eco del sangue nelle mie vene (I Libri di Mompracem, 2025), da lui tradotta dalla versione americana a cura di Randi Ward 

C’è (…) tanto “dietro” questa apparentemente breve ma in realtà assai densa raccolta di versi. Andiamo a osservarne più nel dettaglio le diverse parti e la ricchezza di temi e suggestioni poetiche. Le sezioni, come si accennava, sono quattro: “Prima mattina sulla terra”, “La storia naturale dello spinarello”, “La filosofia dei pesci” e “Umani”. Già di per sé, sembrano descrivere un arco che parte dall’ampio scenario della natura, con al suo interno uomini, animali, vegetali e minerali, per poi passare a un piccolo protagonista della vita ittica del posto, al centro dei ricordi dell’autore, e quindi riallargarsi su tutti i pesci, ai quali – in accordo con le linee teoriche di fondo tratteggiate nel paragrafo precedente – viene applicata una parola abitualmente umana, “filosofia”. Infine, ecco noi, gli “umani”, non più cuore dello scenario ma suo ultimo atto, ultimi inter pares, se mi si passa l’espressione.

Insieme, c’è già implicito un altro arco, puramente interiore, racchiuso in quel “prima mattina” nel titolo della sezione d’apertura. L’inizio, infatti, coincide con la morte del padre, che segna, sia pur col dolore, l’apertura di una nuova fase nella vita del poeta, e pare essere il motore segreto di tutte le percezioni e le riflessioni che da lì in poi si dipaneranno, fino ad approdare all’ultimo verso della quarta sezione e di tutta la raccolta, «Ben presto mio padre s’infrangerà come un’onda contro gli scogli e sparirà». Con esso, il cerchio si chiude e l’arco interiore viene nuovamente a coincidere con quello dei cicli naturali, che partono dal mare e ad esso ritornano, venendo risucchiati nel Tutto che niente ricorda a lungo, perché ogni persona-o-cosa rientra nell’incessante divenire (e fluire) cosmico.

In una delle poesie della prima sezione leggiamo: «Siamo uno stato di flusso liqueforme». È forse questa l’essenza dei concetti già evocati e ritornanti lungo tutto l’arco del volume – a ondate, per rimanere coerenti con il contesto, «in un turbinio sovrapposto / di strati / su / strati» –. Proprio come l’editore faroese ha sottolineato nel presentare il volume: «La natura fuggevole dell’esistenza è intessuta in un tutto cosmico di onde e di mare – di vita e di morte – in cui vengono esplorati il rapporto tra gli esseri umani e il mondo, il mare dentro di noi e il nostro legame con l’acqua».

Esiste dunque una circolarità orizzontale, per così dire, che cinge e unisce tutti i componenti della natura, dai più microscopici («Sono virus, / sono alga, / sono ciò che è ammuffito»), agli animali e agli esseri umani («La mia fredda mano tocca la staccionata impregnata / d’acqua, c’è odore di terra qui; / sento le ali degli uccelli»), fino alle più imponenti formazioni rocciose («L’oceano sta erodendo queste sponde; / i flutti s’infrangeranno su questa terra / finché l’ultimo faraglione non sarà abbattuto»). Ma esiste anche una circolarità verticale, che attraversa il tempo accomunando e facendo brevemente rivivere nel qui e ora attimi appartenenti al passato degli affetti («E mentre cammino in questo / paesaggio / sto forse muovendomi tra filamenti protesi verso qualcos’altro, / verso un mondo migliore, un tempo / in cui sentivo di essere amato?») e del paesaggio in genere. Per esempio qui: «Il fiordo, le onde, il pendio ormai saturo / Sono divenuti una necropastorale». Il concetto di “necropastorale”, che in un contesto poetico potrebbe anche chiamarsi un’“elegia del disfarsi (o del decomporsi) delle cose”, è stato definito da Joyelle McSweeney come «una zona politico-estetica in cui la realtà delle depredazioni attuate dal genere umano non può essere disgiunta dall’esperienza di una “natura” avvelenata, mutata, aberrante, impressionante, piena di effetti e stati emotivi dannosi»[1], e riguarda specificamente situazioni e modalità di carattere non umano, come «insetti, virus, alghe e muschi»[2].

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La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Prisco De Vivo

L’amore come calamita: energia sulla terra, che dona luce alla materia e guarisce da tutti i mali. 

L’imperitura forza dell’amore rompe tutte le catene. Oltrepassa tutti muri.
Questo iridescente e infinito flusso è la medicina al male.
La preghiera e l’amore quando si uniscono diventano una grande calamita, un potente vettore che generando un campo magnetico rilascerà l’energia del bene. Dappertutto.
Cosi questa energia del bene si unisce a se stessa per diventare forza incommensurabile a disposizione degli uomini di Dio. E forse il nostro compito sulla terra è quello di unificare l’amore, intrecciare tutti i suoi fili, tutte le radici che vi si presentano quasi anonimi davanti a noi con una nuova volontà .
Costruire tutti insieme come con la torre di Babele, oggi invece c’è bisogno di farlo con la forma dell’amore, una nuova torre che dal cuore e all’anima ascende a Dio. Solo dando amore possiamo curare ed essere curati. Tutto ciò inevitabilmente porta alla salvezza del mondo.
Ritrovarsi a benedire ed essere benedetti  in  un vortice che ci conduce  con naturalezza alla vita eterna. Continua a leggere→

La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 6

Il tempo che si spezza: quando la malattia riscrive la nostra esistenza

Tutti noi viviamo con l’illusione di padroneggiare il nostro tempo. Pianifichiamo il domani, organizziamo settimane e mesi, costruiamo progetti che si estendono negli anni. Ma cosa accade quando il corpo si ribella a questa logica progettuale? Quando una diagnosi di malattia cronica irrompe nella nostra vita, non porta con sé solo sintomi e terapie: trasforma radicalmente il nostro rapporto con il tempo stesso.
Non si tratta di un’esperienza che riguarda solo chi vive una condizione patologica. In realtà, la malattia cronica rivela qualcosa di universale sulla condizione umana: la fragilità delle nostre certezze temporali, l’illusorietà del controllo che crediamo di esercitare sul nostro futuro. Osservare come cambia la percezione del tempo in queste circostanze significa guardare in uno specchio che riflette aspetti nascosti della temporalità di ciascuno di noi. Continua a leggere→

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Il tempo della fedeltà

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».

Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio. »[Lc 24,46-53] Continua a leggere→

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