Archivi categoria: Fabrizio Centofanti

77. Ismail!

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La considera, Ismail, la collezione preferita: è tutto bianco, questo, sei parallelepipedi a scalare, nello snodo cruciale di stazione e centri commerciali, a quindici minuti di autobus dal cuore antico di Jerushalaim. L’interno, come sempre, è gigantesco: colonne enormi sorreggono un soffitto trapunto di lampade moderne; palme in miniatura spuntano da vasi in terracotta; su un piano rialzato s’intravedono altre sale. Continua a leggere→

76. Via dolorosa

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Un’indicazione semplice sul muro: Via Dolorosa, in ebraico, arabo e italiano. A Chlomo vengono in mente frasi senza senso: la quota non comprende, sistemazione in hotel, cena e pernottamento, mattinata a disposizione per lo shopping, termine dei servizi. Si chiede se il dolore evocato dalla via non sia quello dei pellegrini alle prese col programma. Il conforto arriva subito: il mercato coi vestiti appesi alle stampelle, gli uomini che fumano in attesa del cliente, frammenti di cielo intravisti fra tetto e tetto dei chioschi in lamiera o legno scuro. Continua a leggere→

75. Potere

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Banias è l’ideale per parlare di potere: il tempio di Augusto s’indovina ancora nelle tracce di finestre sulla roccia, nei frammenti di colonne che irradiano gli ultimi riflessi di grandezza.Turisti in magliette variopinte fotografano un presente che un istante dopo è già passato. Continua a leggere→

74. Così lontani, così vicini.

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Lo chiamano Monte delle Beatitudini: un prato verde curato nei dettagli, palme, querce, sicomori circondano il tempio intorno al quale corrono arcate bianche che sostengono lo slancio della cupola più scura. La vista migliore è dall’alto, di fronte all’ingresso principale, con la testa fra le piante che digradano fino alla soglia del cancello in ferro, l’elmetto grigio del santuario e il verde raso che si getta nel lago incorniciato dai monti contrapposti. Magdalenne starebbe ore a contemplare la linea curva all’orizzonte, i confini fra terra, mare e cielo che richiamano l’equilibrio difficile tra vicinanza e lontananza, rispetto e amore, passione e correttezza. Continua a leggere→

73. Sudando sangue

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Camminano lentamente lungo un muro di mattoni bianchi, confusi tra i turisti con cappelli a visiera, fazzoletti e bandierine di riconoscimento per il gruppo. Sullo sfondo, la città è una spruzzata di panna sulla torta, con candeline-grattacieli e alberi-canditi. I pensieri di Ismail e Yousef sono distanti da quelli dei pellegrini in estasi perenne. Continua a leggere→

72. Il nostro posto

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Siedono in silenzio, guardando ognuno avanti a sé. Yehochoua vede i tre quadri dei profeti, avvolti come in una nebbia; Myriam scruta l’albero che stende i rami rinsecchiti al di là della finestra; Chochana osserva il vaso di fiori nella nicchia; Matityahou, col suo sorriso fisso, è l’unico che cerca gli occhi del suo dirimpettaio:
– Un bell’impiccio: la morte di Nathane ci costringe a riflettere sull’opportunità di continuare a sfidare tutto e tutti. Continua a leggere→

70. Felicità

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Viene una specie di vertigine a guardare la valle da quassù; la forza di gravità, che schiaccia sulla terra come una condanna, non ha più potere; ci si libra in pensieri rarefatti; i problemi, le ansie, le paure, perdono peso, diventano sottili e inconsistenti. Finalmente un’oasi di pace, Yehochoua, goditi il distacco dal fardello della gente, scròllati i lamenti dei malati, le angosce dei poveri, le grida degli oppressi. Continua a leggere→

69. Sei rimasto tu

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Non è abituato a posti come questi. La facciata sembra un ministero: gialla, alleggerita dalle arcate dell’ingresso, circondata da palme che, insieme con la vasca antistante, evocano oasi favolose in cui ci si vorrebbe perdere una volta nella vita. Percorre sale maestose che non sfigurerebbero in una reggia di nababbi: colonne moderne e stilizzate, soffitti mosaicati con prese di luce finemente elaborate, anfore giganti colme di fiori esotici. Continua a leggere→

68. Parole

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– Cosa attira in questa città di rocce bruciate dall’arsura?
– Un cimitero a cielo aperto, una distesa di tombe senza fine.
– Colline brulle di polvere e sassi.
– Ma le pietre racchiudono la storia.
– Traspirano l’odore dei secoli.
– Ti siedi su una panca e sei circondato da fantasmi. Continua a leggere→

67. Ci sono posti

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Sulla parete rocciosa ci sono pochi segni di quello che fu il tempio splendido di Augusto: una grotta in mezzo alla parete; impronte di finestre sparse qua e là senza un ordine apparente; scalini enormi che scendono curvando tra rocce di colore e consistenza vari. Si potrebbe immaginare come fosse in origine: i frontoni e i colonnati in marmo, le scalinate solenni che incutevano rispetto, le porte gigantesche, aperte sulla semioscurità di interni raffinati. Continua a leggere→

66. Chi io sia.

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Quassù non c’erano mai stati. Oltre i rami degli alberi si snoda la strada su cui arrancano i pullman turistici, stipati di valigie e pellegrini; oltre il guard rail, la distesa delle case va incontro al tramonto di nubi rosse e nere che non riescono a nascondere l’azzurro. Il sorriso della donna traspare dagli occhi, fari incastonati nell’ovale bianco del viso, dello stesso colore dei capelli neri, raccolti solo in parte.
– E’ bello qui: la città sembra correre verso l’orizzonte. Continua a leggere→

Due opere, un percorso – Fabrizio Centofanti tra Calvino e la vita

Recensione di Giovanni Agnoloni

    

Di solito le recensioni si fanno di un libro. Questa, se è una recensione, lo è di due. Ma forse non lo è nemmeno. È la fotografia di un percorso. Umano, artistico e spirituale.
Fabrizio Centofanti è uscito con un saggio su Italo Calvino (Italo Calvino. Una trascendenza mancata, ed. Clinamen, 2011 – prefazione di Giuseppe Panella e postfazione di Antonio Sparzani) e con una raccolta di pensieri, Non superare le dosi consigliate (Effata’ Editrice, 2011). Opere che sono un po’ la summa del suo itinerarium mentis (e direi anche cordis). Continua a leggere→

65. Quella palma

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Sembra il muro del pianto, ma Amos può vedere, ormai, che non lo è. Non ha bisogno di toccare, di sentire le pieghe delle cose, di saggiare il mondo come fosse una nuvola di tessere di cui non si conoscono i colori. Gli sembra impossibile passare tra i tavoli in legno e le poltrone in pelle; accarezza le piante, accende per gioco uno dei computer collocati in ogni postazione. Continua a leggere→

64. Cosa avevi letto?

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Dal Monte degli Ulivi si vede un mosaico a fasce di colori: il bianco delle tombe, il giallo della terra punteggiata di cipressi, il grigio dei muretti in pietra, fino al beige delle mura che abbracciano la pasta chiaroscura delle case, l’oro della cupola e il verde degli alberi che vegliano come un manipolo di guardie. Continua a leggere→

Per sempre

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Il golfo di Sirolo è il paradiso.
L’ho capito seduto nel terrazzo
a picco sul campeggio
cosparso di conifere e bambini.
Una ferita graffia la ringhiera:
l’assenza dei tuoi occhi,
lo scatto luminoso della sedia.
Il vaporetto schiuma la sua rabbia,
una canoa ricorda la pochezza
di chi non oltrepassa
la linea della boa,
il limite alle grandi aspirazioni
di guadagnare il largo,
di capire se il Regno è la bellezza
della costa o il mare o gli occhi chiusi
che cercano i tuoi occhi, senza sosta.

63. Nel ventre della terra

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Ci sono tutti, nell’orto degli ulivi: Matityahaou, con la faccia da ragazzo allegro, Shime’on, dal piglio fiero, Yaakov, coi dentoni da coniglio, Yoh’anan, giovane e bello come devono essere gli eroi, Andreas, con le orecchie a sventola e una strana smorfia sulla bocca, Yehouda, dai riccioli ribelli, Nathane l’intellettuale ed Eleazar, scampato a due attentati. I viali che tagliano il giardino sono fiumi di sassi minuscoli che riflettono la secchezza del cuore dei discepoli. Continua a leggere→

62. Deviazioni

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Le canne riparano dal sole, ma non dal caldo; l’azzurro è una minaccia, soprattutto nei punti in cui lo spazio aperto si allarga per qualche cedimento, o perché meglio di così non si può fare. Le sedie in bambù – provenienti dalla Cina? – sono l’ideale per la traspirazione e il succo di tamarindo recita la parte che gli spetta. Continua a leggere→

61. Lampioni

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– Mi sta perseguitando?
– Per Magdalenne è sempre più difficile distinguere il confine tra la fascia azzurra del cielo e quella grigia: è come se una lotta senza quartiere, o un amplesso ardente, confondesse la linea, la spostasse su e giù, di qua e di là, in un cercarsi e offendersi e abbracciarsi senza fine.
– Voglio solo un parere da chi conosce Yehochoua meglio di tutti. Continua a leggere→

60. Urla

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La divisa blu, il berretto con visiera, il cinturone e le custodie per pistola e cellulare, gli occhiali scuri che cancellano intenzioni e sentimenti, ma è facile intuire che accadrà, uno spintone a Myriam che cerca di fermarli, un altro a Yehochoua, che ha fatto in tempo ad alzarsi ed è già a terra, le sedie volano in un angolo, il tavolo in legno è rovesciato, è chiaro l’obiettivo, come animali che annusano la preda, Chochana, che ai due bruti appare un boccone prelibato, la pelle liscia, i polpacci affusolati, le cosce sode da donna abituata a camminare, i seni generosi. Continua a leggere→