Archivi categoria: Letture

Quello strano tipo di Jo Spatacchia

di Giovanni Tortelli

Alcune copertine di Alessio Giurintano (da jospatacchia.it)

Alcune copertine di Alessio Giurintano (da jospatacchia.it)

Jo Spatacchia non è un personaggio artificioso. E’ uno di noi, sistemato nell’anonimato di una vita qualunque, di una strada qualunque di una qualunque città del nostro tempo, che l’Autore Vieri Tommasi Candidi ha presentato in un e-book arricchito – è il caso di dirlo – dai disegni di Alessio Giurintano, dalle illustrazioni di Nilo Australi e dalle musiche di Sergio Borghi.

L’«evento Jo Spatacchia» è importante perché segna l’esperienza singolare dell’inserimento della prospettiva metafisica nel genere della narrativa elettronica . E con eccellenti risultati, dal momento che l’Autore muove il suo protagonista tutto sul piano dell’essere, attento però a non abbandonarlo a se stesso in un labirinto di psicologismi, ma inserendolo in un contesto fatto di colpi di scena degni dei migliori racconti d’azione la cui origine sta, però, in un’altra dimensione.

Non più domande e turbamenti che nascono e si concludono nel cerchio della realtà fenomenica, ma che vanno invece ad incidere sul carattere del protagonista, quindi sulla sua essenza, che è poi esistenza, secondo il canone metafisico. Continua a leggere

La Lucania di Nunzio Festa

di Marino Magliani

BasilicataL’ultima volta che ho dialogato col poeta e scrittore Nunzio Festa, figlio della Basilicata di Scotellaro ed erede di una tradizione che incontra la paesologia di Arminio e la beat anti-yankee, (sempre su questo blog), era appena stato pubblicato per le edizioni Senzapatria il suo romanzo breve Farina di sole. Invece adesso è uscito il suo Basilicata. La Lucania: terra dei boschi bruciati. Guida narrata coi luoghi e il resto, presso le edizioni Golena/Malatempora, già egregiamente presentato tra l’altro dalla nostra Rosa Salvia.

MM: Solitamente nella tua prosa e nella tua poesia, il luogo d’origine, lo spazio di resistenza ed esistenza ha un ruolo molto importante. Ma adesso hai scelto di entrarci pienamente per descriverli. Anche se lo fai spostandoti rapidamente da un punto all’altro della carta geografica lucana, come vedremo. Perché hai sentito quest’esigenza?

NF: Innanzitutto per un estremo atto d’amore per la madre originaria. Sostenuto dal racconto per immagini e giudizi, passami il termine, su pezzettini fascinosi della Basilicata. Pezzi di terra e bellezze già attraversati da artisti e intellettuali, spesso descritte, perfino, e adesso pronte al turismo di massa, oltre che a quello di qualità oppure, diciamo, non invasivo in quanto molto più rispettoso dei posti. Però allo stesso tempo so e “dimostro” che si tratta di pezzi di terra e bellezze, naturali e artistiche, oggetto e soggetto di speculazione, e a volte speculazione rapace. Bellezze che si fanno tavola tante volte imbandita, insomma, per interessi soltanto particolari. Continua a leggere

L’AFRICA DI ROBERTA LEPRI

LIBRO

di Max Ponte

Roberta Lepri, nata in Umbria, vive a Grosseto. “Io ero l’Africa” (Avagliano Editore) è il suo ultimo libro che si distingue per l’impegno civile e l’attenzione a questioni sociali sempre attuali, come conferma l’intervista. “Io ero l’Africa” è a mio avviso il miglior romanzo della Lepri, attiva anche in ambito editoriale e fondatrice del blog letterario “Tutta colpa della maestra”. Continua a leggere

Jasmin Efte, blogger iraniana, poesia ed impegno civile nella lingua di Dante

 jasmine

di Max Ponte

Qualche giorno fa ho ricevuto su Facebook la richiesta di amicizia di una blogger, complici contatti comuni e un interesse per il poetry slam. Leggendo la sua biografia mi sono accorto che scriveva dall’Iran, e che le sue poesie erano in italiano. La cosa mi ha incuriosito subito, le poesie, nonostante alcune piccole imprecisioni linguistiche, mi sono sembrate promettenti. Allora mi sono chiesto: chi è Jasmin Efte? E poi mi son detto: perché non chiederlo a lei?

Raccontaci di te, dove abiti? che fai nella vita? Dove hai appreso l’italiano?

Sono nata nel 1985 da genitori musulmani della minoranza etnica Lor. Sono cresciuta a Isfahan dove vivo attualmente, una città centrale dell’Iran, conosciuta anche come “Il Mezzo Mondo”.

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“BUONA LETTURA” – “SACRIFICIO”, DI GIACOMO SARTORI

di Mara Pardini

Buona lettura è uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia.
Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina, ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità.
Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.

SacrificioSacrificio di Giacomo Sartori è una storia di questi tempi, tutta giocata su sentimenti di speranze deluse, grigiore e desolazione.
Marta, Diego, Katia, Frank, Anna e Roberto – un gruppo di ventenni in un’opprimente valle trentina – si trovano a fare i conti con un episodio solo a prima vista chiaro e immutabile, perché capace di innescare il sentimento di dolore sotteso alla storia: la morte di Andrea, avvenuta durante il folle attraversamento del greto di un fiume in piena, a bordo di un fuoristrada, in una notte di pioggia.
Per scherzo, per noia, per una stupida scommessa.

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Tre bei modi di sfruttare l’aria

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di Nadia Agustoni

La nuova raccolta di poesia di Francesco Balsamo,Tre bei modi di sfruttare l’aria (Forme Libere 2013), ha un incipit che si imprime: “dedicato a quei miracoli / detti fra noi, / quelli di cui avremo cura – / dedicato a qualcuno / che si dedica a qualcun altro…/ (9). Se alcuni versi decidono una poetica questo è uno di quei casi ed è un caso felice. Balsamo è autore colto, ma la sua cultura ci arriva filtrata dalla sensibilità di una persona che si affida alla parola senza farne un totem. Per questo le sue immagini ci raggiungono anche dove potremmo essere presi dal dubbio: “e mi parli dalla cometa delle mani” (19). Continua a leggere

Poesia di strada 16

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Certe volte, non sempre, ciò va detto,
quando sono diventati fin troppi
i giorni che nessuno si ricorda
di me, dal fisso mi chiamo al numero
di cellulare, e sorrido a sentirlo
squillare – poi chiudo, che posso fare.
Eri solo tu, chiamavi te stesso.

***

1. Possono partecipare al Concorso autori italiani o stranieri ovunque residenti.
2. I testi devono essere in lingua italiana.
3. Ogni concorrente partecipa obbligatoriamente con 3 poesie inedite a tema libero, di propria produzione, ciascuna composta da non più di 30 versi.
4. Gli elaborati devono essere inviati in n.1 copia esclusivamente via email all’indirizzo di posta elettronica [email protected] entro il 24 novembre 2013 (compreso). Continua a leggere

Ruggine, di Marilena Renda: una nota di Nadia Agustoni

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Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 il Belice fu sconvolto da un terremoto che devastò alcuni paesi uccidendo 370 persone e lasciando dietro di sé 70.000 senzatetto. A quella notte e a tutto ciò che seguì Marilena Renda, poeta nata a Gibellina, uno dei paesi distrutti dal sisma, dedica un intenso poema, Ruggine (Le Voci della luna, 2011), con prefazione di Maria Grazia Calandrone, una nota molto significativa della stessa autrice, e una postfazione di Manuel Cohen. Ruggine è un libro su cui si torna sia perché rievoca fatti che inducono a una riflessione attenta, specie per chi ha assistito anche se in modo indiretto ad altre vicende di sisma che hanno colpito l’Italia, dal Friuli all’Irpinia dall’Abruzzo all’Emilia, sia perché una corrente forte attraversa le pagine del testo e lega la memoria della gente, raccolta in brevi interviste, ad un’epica dei paesi e degli oggetti che nella poesia dell’ultimo decennio ha un notevole spazio.

Hermann Hesse : Le metamorfosi di Piktor. Una fiaba d’amore

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Piktor era appena entrato in Paradiso, quando si trovò di fronte ad un albero, che era nel contempo uomo e donna. Piktor salutò l’albero con riverenza e gli chiese: “ Sei tu l’Albero della Vita?” Siccome, tuttavia, il serpente pretendeva di rispondergli al posto dell’albero, egli volse le spalle e se ne andò. Era tutto occhi, gli piaceva tutto così tanto. Percepiva chiaramente di trovarsi a casa sua, presso la sorgente della vita.
E di nuovo vide un albero, che era nel contempo sole e luna.
Piktor disse: “Sei tu l’albero della vita?”. Continua a leggere

Tre testi da I cani dello Chott-el-Jarid, di Andrea Raos

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[…] Anima sola, lasciarmi,
ti chiedo e ti dico: non torna.
Passando, passavi, sarà.

Breve e compatto poemetto, I cani dello Chott-el-Jerid (Arcipelago 2010) di Andrea Raos, mette in scena quest’area del deserto tunisino, un lago salato, con temperature fino a 60 gradi. Luogo difficile per la situazione climatica, appare nei versi di Raos a bilanciare o forse specchiare una crudeltà che riguarda il genere umano ed è ben più forte e meno spiegabile dell’aridità di un’area depressa. Continua a leggere

NEL VENTRE

di Marino Magliani

Nell’arte di Jean Olivier Herón troviamo la molteplicità della genesi, cui seguono trasformazioni intermedie, e per ultimo un oggetto apparentemente finale. Tra la prima immagine e l’ultima ci sono sempre quattro o cinque passaggi, ma se ne potrebbero inventare venti. Sono quasi tutti quanti mondi anfibi, o marini, o aerei, ad esempio uccelli che si trasformano in esseri tra l’animale il minerale, fino a perdere l’animalità ma non l’essenza faunistica, per poi trasformarsi ancora, che ne so, nel ventre di una barca. Lettere dell’alfabeto che diventano un catamarano o un oggetto volante. Una farfalla, un cigno. Anche il capitano Benjamin Willard, durante il suo viaggio sul fiume Nung, viene trasportato in un luogo che in qualche modo assomiglia a un ventre, non il ventre del nemico, e si parla di appendice infettata, che va eliminata per non perdere di vista il nemico.

Nel ventreMan mano che il battello prosegue, il capitano legge il dossier sul colonnello Kurtz. Non so perché, mentre leggevo il romanzo di Claudio Sergio Perroni, Nel ventre (Bompiani 2013), ogni tanto mi tornava in mente questa cosa. Un’altra immagine parallela è stata quella del buio di una trincea, ma qui ci giocano le ultime mie letture, tra cui scene di battaglie della Grande Guerra sulle colline delle Ardenne. Nel ventre è effettivamente una storia procreatrice, come se da quel ventre fossero nati i dialoghi e le paure di ogni battaglia moderna e postmoderna. Continua a leggere

Riletture. Francesco Forlani, Parigi, senza passare dal via. Marino Magliani, Amsterdam è una farfalla.

di
Roberto Plevano

Questi di Francesco e Marino sono due libri belli, personali, ottimamente scritti, soprattutto autentici e veritieri, nel senso che qui la finzione letteraria mantiene solide relazioni, e risuona, con realtà che sono parte dell’esperienza di molti lettori, e non è posticcio infingimento.

A prenderli in mano a qualche tempo dalla pubblicazione, nella prospettiva dunque dello scenario, ultimamente un po’ difficile da caratterizzare, della narrativa italiana, questi due testi possono essere letti come variazioni – tra le prime forse – su un tema che – è facile prevedere – sarà visitato in futuro assai spesso: la vita e la condizione dell’intellettuale italiano (anzi, meglio cominciare a definirlo homme de belles lettres, intellectual, Intellektueller, che si esprime perlopiù in lingua italiana) a cui capita di essere formato – spesso assai bene – in Italia e di proseguire naturaliter il corso della sua vita, appunto intellettuale – spesso assai produttiva – fuori dall’Italia, permanentemente.
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Lou Reed (1942-2013)

Avrebbe dovuto morire prima di Hendrix, prima di Brian Jones, e molte volte dopo. La sua carriera è stata di un sopravvissuto a esperienze letali, e ha trovato bellezza nelle più amare pieghe della vita.

They’re taking her children away
Because they said she was not a good mother
They’re taking her children away
Because she was making it with sisters and brothers
And everyone else, all of the others
Like cheap officers who would
Stand there and flirt in front of me

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IL RICORDO DI DANIEL, DI MARCO CANDIDA

di Lorenza Ronzano

il-ricordo-di-danielEsteriormente Il Ricordo di Daniel ha ben poco di romanzesco: la trama è semplice e scarna, e anzi non si può nemmeno definire “trama”, perché manca l’intreccio, manca la cara vecchia intessitura delle vicende, e questo perché le vicende non esistono più, essendosi tutte pianificate in atti, riportati e classificati con il rigore elementare di una rubrica, di un insieme di cose da compiersi, di un’agenda.

Non si può più raccontare, è questo che sembra volerci dire l’autore – non si può più ottenere una storia da un assembramento di atti, quando ogni atto esprime soltanto una funzione e non rimanda ad altro che a se stesso. Nessun intreccio è possibile, perché tutti i personaggi non hanno una morale, non hanno un’identità, e non c’è alcuna psicodinamica a muoverli: hanno soltanto un ruolo, ovvero una funzione all’interno del sistema cui appartengono. Non è un caso che Daniel, il protagonista, li definisca di volta in volta come “la donna che sostiene di essere sua madre…”, “l’uomo che dice di essere suo fratello…, o ancora “la ragazza che sostiene di essere la sua fidanzata”, e così via. Tutto il libro, anziché da persone, è popolato da giri di parole. La fidanzata, la madre, il padre, tutti perdono la loro identità di esseri umani: come i componenti di una squadra, esistono solamente in virtù del ruolo e della funzione che adempiono rispetto al sistema d’appartenenza. Continua a leggere

Silvio Raffo, Al fantastico abisso

Silvio Raffo, Al fantastico abisso
di Silvio Aman

Capita, talvolta, che fra poeti ci si intenda fin da subito: è questa l’impressione che ho ricevuto leggendo la prefazione di Marisa Ferrario Denna (curatrice della collana di poesia della Nomos Edizioni) alla raccolta di Silvio Raffo dal titolo Al fantastico abisso. Continua a leggere

Lucia GRASSICCIA – ELEVATOR. Recensione di Marco Scalabrino

Grassiccia - ELEVATOR - copertina

 

di Marco Scalabrino


Sei qui da due settimane. A parte il nome e il piano in cui abiti, so poco di te. Ho imparato a distinguere il tuo passo. Due settimane possono bastare. Mi sento felice. Per la prima volta qualcuno è lì dove sono anch’io. Prendi corpo nei miei sogni. E comincio a sapere di essere innamorato. Irrimediabilmente. Ora so che forma ha un desiderio, ragazza dolce cui tutte fanno un baffo. Continua a leggere

Il grado zero del pianto: “Come una lacrima” di Federico Scaramuccia ( di DIEGO CONTICELLO)

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È davvero raro nella poesia d’oggi, fatta per lo più di smielati accenti egotistici e di flebili strutture progettuali, che giunga sotto gli occhi un testo che, con poche pennellate insieme studiate ed istintive, riesca a riesumare la stessa cupa atmosfera di silenzio e morte che tutti noi abbiamo avvertito all’indomani dello schianto di inizio millennio che ci ha lasciato in eredità il disastro di ground zero, in cui l’estremo sconvolgimento vitale non ammetteva più colori per essere descritto.

Nel poemetto bipartito di Federico Scaramuccia (Come una lacrima. Napoli, d’If 2011) vi è, oltretutto, una parte cosiddetta del “coro”, la quale non fa altro che accentuare, amplificare – e, insieme, rendere dignitoso – il senso di dolore per quella che è forse la più grande tragedia che l’occhio mediatico abbia mai avuto la ventura di esperire.

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INTERVISTA A GIUSEPPE CONTE

di Marino Magliani

da Nazione Indiana

MM Il mare. Dalla Liguria dei costoni rivolti all’opaco, è lì ma è più dei turisti che tuo. Troppo facile. Il mare non si risolve mica così, con una battuta. Alla fine quelli come me non ci si mettono neanche, manca il coraggio. Provo a dirmi: sei stato mozzo sul Corsica Ferry, qualche mese… Ma il mare? Non è andarci noi, esplorarlo, è farlo emergere. Era questa la sfida, Giuseppe Conte, dopo aver scritto Il terzo ufficiale con i vascelli carichi di schiavi e dolore, e La Casa delle onde, l’aria inzuppata che hanno respirato Shelley e Byron? Era Il male veniva dal mare (NdR: Longanesi, 2013), il romanzo al quale lavoravi da anni per chiudere la grande trilogia del mare?

GC La Liguria ha due mari. Uno è quello dei turisti o peggio ancora dei bagnanti. Un mare qualunque, scialbo come la sagoma di un ombrellone, addomesticato, sempre un po’ freddo, totalmente insignificante. Poi ha un altro mare. È quello delle navi, della Repubblica di Genova, dei capitani di Porto Maurizio che partivano da qui per varcare Capo Horn, il mare grandioso e solitario che sta dirimpetto alle scogliere dei Balzi Rossi, che fronteggia le Alpi sino a Savona e poi il verde degli Appennini, che rende tutto verticale e fa di tutto una visione e un miraggio, un mare d’avventura e di metafisca, un mare interiore e terribile, che a noi non resta che guardare, contemplare, seguire nel suo movimento incessante. Io ho cominciato a capire il mare quando sono tornato in Liguria dagli anni passati nelle metropoli del Nord, a Milano soprattutto, e poi anche a Torino. Quando ero un adolescente, non me ne fregava niente del mare, come della campagna. I miei orizzonti erano esclusivamente urbani. Via Cascione a Porto Maurizio (allora era davvero una via viva) era la mia Oxford Street, il mio Boulevard Saint-Germain. Mi vedevo e sognavo in città. I miei parenti materni sono forse gli unici liguri che risiedendo in Liguria da più di quattro secoli non abbiano conservato un pezzo di terra. Poi, i terreni comperati da mio padre a Diano Arentino e a Baiardo e che ho ereditato li ho tutti venduti: ho commesso il sacrilegio di vendere gli alberi. Ma era fatale che prevalesse lo sradicamento. Io amo vincere la forza di gravità, avere radici verso l’alto. Il mare, come gli alberi e i fiori, li ho scoperti tornando. Allora mi aggiravo tra le ville di Sanremo a cogliere gli estremi sussulti di una vegetazione in splendore. Gli agapanti, gli acanti. Solo dei corrotti possono pensare che sono fiori e nomi preziosi, da bandire. Sono fiori comuni, democratici, selvatici alle volte, basta avere occhi selvatici per vederli. E poi pian piano la mia attenzione si è rivolta al mare. Mare padre, per il Montale di “Mediterraneo”. Mare madre, per chi pensa in francese. Mare delle origini, mare della vita. Nei miei romanzi , il mare c’è subito, penso al diario della mareggiata che corre lungo tutta la vicenda raccontata in Equinozio d’autunno ambientata a Baiardo. Una Baiardo che poteva anche essere in Irlanda, per me andava bene lo stesso. Ma certo nei miei ultimi romanzi il mare diventa davvero protagonista, non so se si tratta di una trilogia, caro Marino, ma tu hai colto bene il filo che passa dal Terzo ufficiale a La casa delle onde a questo Il male veniva dal mare. Un mare di libertà e di schiavitù (l’edizione greca del Terzo ufficiale ha intitolato: Schiavi della libertà), un mare scuola di vita, un mare rigurgitante di visioni e di miti, diventa il mare amato da Shelley e Byron, il mare dell’utopia e della bellezza. E infine questo mare, in Il male veniva dal mare, quello di oggi e di un futuro vicino, sempre più avvelenato, infestato da isole di plastica, teatro di morte e di distruzione. Il mare è il filo conduttore. Quello reale e quello fantastico, delle mitologie e delle visioni , che non può essere ucciso dalla avidità e dalla violenza dell’uomo. Il mio è un libro riparatorio. Un libro di resistenza. Senza moralismi e senza soluzioni pronte. Il mare è simbolo della stessa profondità, complessità, tempestosità dell’anima umana. Per chi crede che esista una corrente di energia spirituale che chiamiamo anima, e che esiste un fruitore di questa energia che chiamiamo essere umano. Continua a leggere