è ora, lo sai
di coricarsi nuovamente,
non scordare
gli antichi insegnamenti
del cauto occidente –
metti spine alle finestre
e doppia mandata alle porte.
la notte nasconde
i lupi nel ventre
e una lama che scatta
quando vede la gola distratta
è ora, lo sai
di coricarsi nuovamente,
non scordare
gli antichi insegnamenti
del cauto occidente –
metti spine alle finestre
e doppia mandata alle porte.
la notte nasconde
i lupi nel ventre
e una lama che scatta
quando vede la gola distratta

Reb Stein – L’oblio dell’evento (1998)
(tratto da Il codice delle sabbie, di prossima pubblicazione)
Dice lo straniero nel deserto: “Ogni cosa
al mondo mi è nuova”. E la nascita del suo
canto non gli era meno straniera.
Saint-John Perse
L’oblio dell’evento – I. Sul bordo di astri ombrosi
1.
Lingue notturne cumulano dal futuro macine di canti
per te che segui pupille non ancora cieche
sul bordo di astri ombrosi
Continua a leggere
Pianeta sacro
Ogni singola vita non è che una nota
dell’unica sinfonia che risuona
nel cavo di una conchiglia, nelle basse
frequenze percepite dai radiotelescopi
e nei richiami che le orche si scambiano
misurando in banchi, anno dopo anno,
le acque dei due emisferi, per andare
ad amarsi al largo delle coste
del Labrador o della Terra del Fuoco: Continua a leggere
[…] La nostra terra inghiottita non esiste sotto i piedi,
nostra patria è una barca, un guscio aperto.
Potete respingere, non portare indietro,
è cenere dispersa la partenza, noi siamo solo andata.
È il 13 Luglio. Sono sdraiato nella mia tenda e provo a continuare a leggere. Ma non riesco a concentrarmi, la mia mente è fissata su quella parete. La parete Rakhiot, su quel stramaledetto seracco in mezzo alla parete. In quella fascia di ghiaccio, che ci ostruisce la via di salita.
Un mese fa quando arrivammo al campo base, questa parete mi fece paura. Le foto invece, danno l’impressione che faccia parte del mondo delle fiabe. La parete vista da “Fairy Meadows” si erge con tutta la sua maestosità per 3 chilometri verso il cielo.
Ben 9 chilometri di placconata separano la vetta del Ganalo Peak ad ovest dalla vetta di Rakhiot ad est. Però sono le scariche di ghiaccio che mi procurano paura.
Sono appesi dappertutto su questa montagna, sicuramente già da secoli fanno tremare tutta la valle ed inducono la gente del paese ad avere rispetto e sacralità. Dal basso mi è parsa una montagna ostica, tanto da lasciarmi perplesso e scettico per tutto il periodo che siamo qui.
34.
La nudità del piede, del calcagno vizzo non conosce
se non il masso, i suoi secchi licheni.
Da Cristuri alla Fornace, a Pragò
l’occhio raccoglie il manto
di cui artefice è il merlo, o la ciaula,
con il seme malfermo nel becco.
La quercia roverella, il bagolaro, invadono
tutte le armacie dell’uliveto ch’era un monte
e un mondo, andato in una fiamma
non di roveto ardente, ma di sperpero deserto.
35.
Lumi, segnali, segni, signature,
semi di luce, sementi del chiarore
illùne, un’assenza nel guscio,
nella vagina asciutta della terra,
insediamo per verba gli atti
dell’ostinazione della presenza vana, liberiamo
lo sguardo, ammutoliamo con i nostri morti.
Saluto al mare
Thàlatta! Thàlatta!
Io te, mare eterno, saluto!
Io te, con cuor giubilante,
diecimila volte saluto,
come te salutarono un giorno
diecimila cuori di greci
eroi, famosi nel mondo,
con l’avversa fortuna pugnanti,
anelanti alla patria lontana… Continua a leggere

(Alfred Otto Wolfgang Wols, Pittura, 1945-46)
Forme del desiderio e della voce
Quello di Dome Bulfaro è un percorso di ricerca e di scrittura molto suggestivo, che trova nella sperimentazione formale (non solo poetica) il terreno più fertile per le sue intuizioni: una traccia fatta di sbocchi, di sussulti improvvisi, osservata da uno sguardo sempre in movimento che rovescia in visione l’esplorazione e la catalogazione dei frammenti del reale in cui si imbatte. Continua a leggere
Sovrimpressioni
da Verso i palù*
” Sono i luoghi freddi, vergini che
allontanano
la mano dell’uomo” – dice un uomo
triste; eppure egli è assorto, assunto in essi.
Intrecci d’acque e desideri
d’arborescenze pure,
dòmino di misteri
cadenti consecutivamente in se stessi
attirati nel folto del finire
senza fine, senza fine avventure. Continua a leggere
di Giovanni Agnoloni
Oggi voglio presentarvi un altro giovane poeta fiorentino, Francesco Gori. Qui di seguito inserisco tre sue poesie, due tra il musicale e il carnascialesco (“E musica” e “Di stagione in stagione”), e l’ultima in lingua spagnola, suggestiva e con venature meditative (“En el mediodía”), che traduco.
Segue anche una breve intervista con lui. Continua a leggere
Chi segue ed apprezza da anni, come me, la poesia di Angelo Mundula non può non compiacersi di questo saggio recente dedicatogli da Renzo Cau in cui si coglie, fin dalle prime pagine, la profondità e la cura di analisi che si riservano, solitamente, ad autori di prima grandezza. Uno studio in cui però, metodologicamente, tiene subito a precisare nella sua presentazione Carmelo Mezzasalma, richiamando Auerbach (Philologie der Weltliteratur. Filologia della letteratura mondiale, a cura di E. Salvaneschi e S. Endrighi, Book Editore, Bologna 2006), “il punto di partenza non deve essere rappresentato da una categoria generale applicata all’oggetto dall’esterno – deve crescere al suo interno, essere una sua parte. Le cose devono farsi linguaggio, e non si riuscirà mai nell’intento se già il punto di partenza non è concreto e ben circoscritto”. Continua a leggere
Come di sdegno fornicanti, impure e di brama sfatte
la parola e l’altre, da scranne verse e già bell’e servite!
in frega l’ale pecca e boia, in mala stamberga di latte
s’offre ad Atridi e lolite sciacquaossa, Coribanti e re.
Come a riprova dei f’atti, in pura revoca Lete vintage
nel baratto de le Ceneri l’ergo in riga posa da redento,
com’un volete che fossi, brache sul ridotto di Morsa
a Rimessa mistica di rimpianti già versi, contraffatto Continua a leggere
43.
artigli d’ebetudine l’abicì
del quadro. dove formammo
le ruberie del sale, la lentezza
afona del fondale di pozza.
dove le perle gironzolano
nei macelli delle bestie
stigmate da mangiare. già
si mozza la frottola dell’apice
da guardare. impugna di me
la vena antica, pugnalala con
un permesso di lasciapassare
altrove nelle fauci di una leonessa
sazia sapiente in pieno sonno breccia. Continua a leggere
I fuochi della tara
l’acciuga della sera
ad immolare
Con petto di palude, sérrati!
pennacchio d’alta uniforme per le risa.
Impara ancora e ancora la resistenza
il proverbio servile pure il bavaglio
da strappare. Pare costi un eremo
di avverbio il bio starsene anche
insistiti inesistenti, sottraendi addendi.
Continua a leggere
(Gustav Klimt, L’albero della vita, 1909)
(Questo testo contiene le mie risposte a un questionario propostomi da Sebastiano Aglieco
per il blog Scritture in attesa, da lui fondato e diretto.)
L’ASSOLUTA GRATUITA’ DELL’ATTO
1. Nel lavoro di diffusione della poesia che stai facendo in Rete, mi sembra ci sia una specificità – o un’anomalia, dipende dai punti di vista. E cioè l’essere al di sopra del gusto, delle preferenze e delle somiglianze con la propria scrittura. Puoi confermare questa mia impressione?
Continua a leggere

Aruspici
il cigolio dell’altalena
ossessivo, somiglia
al grido di uccelli che precipitano
nell’azzurro.
Chi siano non so
né importa. Solo
aria stanca, bambini
cittadini e madri
con un carico di fumo leggero
nei polmoni. Continua a leggere

(Robert Frost 1874-1963)
A minor bird
I have wished a bird would fly away,
And not sing by my house all day;
Have clapped my hands at him from the door
When it seemed as if I could bear no more.
Continua a leggere
Mozart a Praga –Tredici rondò su Praga
(Traduzione di Sergio Corduas)
(Mozart v Praze. T?ináct rondeaux o Praze, 1951)
I
Kdybych na flétnu um? hrát,
tak jako umím verše s rýmy!
[…]
Ah, se il flauto io sapessi suonare
come so fare i versi in rima!
La parola? Che vuoi che esprima
per colei che ha voglia di danzare
Continua a leggere

*
Non si vede pressoché niente da qui. Si scorge solo il fianco di una collina che scende, e un grandissimo abete dalla chioma regolare. E il tetto di un edificio a una sola falda che d’inverno, le volte che nevica, sembra volere come una slavina venirsene giù. E poi c’è un altro abete, ma questo qui ha le fronde che vanno a casaccio. Continua a leggere

21.Risveglio
Troppo calda l’acqua stamattina
mi svapora nei pensieri secchi
di domande all’amo che mi pasce. Continua a leggere

Testi e traduzioni sono tratti da: Paul Celan, Sotto il tiro di presagi. Poesie inedite 1948-1969, traduzione e cura di Michele Ranchetti e Jutta Leskien, Torino, Einaudi, “Supercoralli”, 2001 (Die Gedichte aus dem Nachlaß, Frankfurt am Main, Suhrkamp Verlag, 1997).
Der Andere
Tiefere Wunden als mir
schlug dir das Schweigen,
größere Sterne
spinnen dich ein in das Netz ihrer Blicke,
weißere Asche
liegt auf dem Wort, dem du glaubtest.
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