Archivi categoria: Recensioni

L’illuminismo libertino di Sade républicain

Donatien Alphonse François de Sade, Ancora uno sforzo… Rivoluzioni e profanazioni del gran maledetto, Nuovi Equilibri, 2012, pp.152, 13,00 €

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di Antonino Contiliano

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L’editrice Stampa Alternativa, nella nuova collana “Fiabesca BenedettiMaledetti, curata dallo scrittore e critico Stefano Lanuzza, pubblica il suo primo volume (Français, encore un effort si vous voulez être républicains, Roma 2012, pp. 149, € 13,00). Di questo primo libro, dedicato al pensiero politico di Donatien Alphonse François de Sade – la penna della più “sfrenata immaginazione erotica” (p. 21); lo scrittore accusato (solo a causa dei suoi libri) di “empietà, oscenità e perversione” (p. 25) e proposto dallo zio abate per l’internamento in manicomio” (p. 20) perché segnalato come pazzo –, l’autore è anche lo stesso Lanuzza.
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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.91: Parabole dell’inconscio. Antonio Spagnuolo, “Misure del timore. Antologia poetica dai volumi 1985-2010”

Parabole dell’inconscio. Antonio Spagnuolo, Misure del timore. Antologia poetica dai volumi 1985-2010, Napoli, Kairos Edizioni 2011

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di Giuseppe Panella*

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Misure del timore è un’antologia che risulta ricavata e ricomposta dal lavoro di tutta una vita operosa e quasi frenetica, tutta intesa ad inseguire e ricomporre le fratture esistenti tra inconscio e vita della consapevolezza (il volume contiene testi redatti dal 1985 al 2010, la cui sezione, quella che dà il titolo al libro, è in realtà composta di poesie finora in gran parte inedite).

Dichiarazione programmatica:

«La libido produce il sapere senza oggetto in disarmonia con il reale. La poesia è legata all’inconscio e l’inconscio è il luogo della poesia»

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Quando i Beatles cantavano ad Amburgo

di Guido Michelone

Ha quasi un valore didattico o pedagogico questo bel libro illustrato – Spencer Leigh, Beatles ad Amburgo. Le storie, la scena e l’inizio di tutto – di un decano della critica rock britannica, giornalista musicale a tutto tondo per la radio e la carta stampata. Il volume racconta – anche grazie a testimonianze, camei, inserti, immagini rare e oinedit4 – il periodo di apprendistato dei Beatles ad Amburgo, quando cinque ragazzi di Liverpool, tra i 17 e il 19 anni, deal 1960 al 1962, suonano a più riprese (talvolta per interi lunghi mesi) in alcuni localini metropoli portuale tedesca: Bambino-Kino, Indra, Kaiserkeller, Top Ten, Star-club sono i nomi dei posti, via via a metà tra dancing, night, bar, cabaret, dove i futuri Fab Four si sono fatti le ossa dal punto di vista artistico, umano. professionale.
Proprio all’epoca cambiano nome da moondogs a Beatles, da Silver Beatles al definitivo Beatles e nel corso del periodo amburghese mutano la formazione-base: accanto agli inseparabili John Lennon (chitarra ritmica, voce, armonica a bocca), George Harrison (chitarra solista e cori), Paul McCartney (chitarra e voce, poi basso e pianoforte) ci sono Stuart Sutcliffe (basso, poi ritiratosi e morto giovanissimo di malattia) e Pete Best (batteria, sostituito da Ringo Starr, anch’egli spesso attivo ad Amburgo nel gruppo Rory Storm & Hurricanes). Continua a leggere

Il grande Walter Chiari raccontato dal figlio Simone Annicchiarico

di Guido Michelone

A vent’anni dalla scomparsa di Walter Chiari (1926-1991), si torna a parlare del grande comico veronese, utilizzando diverse maniere di racconto biografico: dopo il bel saggio critico di Michele Sancisi Walter Chiari. Un animale da palcoscenico (Medine, Milano 2011) e accanto allo sceneggiato Walter Chiari per la regia di Enzo Monteleone con Alessio Boni che Rai Uno manda in onda il 26 e 27 febbraio (con probabile uscita in DVD nei mesi prossimi), ecco Walter e io. Ricordi di un figlio, le memorie di Simoncino, ovvero Simone Annicchiarico – questo, all’anagrafe, il vero cognome di entrambi – unico figlio nato nel 1970 dal matrimonio con Alida Chelli. L’autore che, come i genitori, intraprende giovanissimo la carriera nel mondo dello spettacolo, ritagliandosi in tempi recenti un notevole spazio da entertainer televisivo, rinuncia alla narrazione sistematica, per evocare invece i momenti più belli vissuti accanto alla figura paterna, la quale viene ulteriormente esaltata dalle informazioni indirette e giunte alle orecchie di un bambino e, poi, di un ragazzo che si trova nel bel mezzo di uno show business italiano in via di transizione: un momento particolarissimo, di cui Walter Chiari è protagonista e vittima al tempo stesso. Quando Simone nasce, il papà è in galera per scontare tre mesi che gli cambieranno la vita: accusato di uso e spaccio di droga (cocaina), viene prosciolto, ma la carriera è ormai rovinata; per lui gli anni Settanta e Ottanta rappresenteranno un punto di inesorabile declino artistico, l’esatto contrario di quanto accaduto nei due precedenti decenni che lo vedono trionfatore al cinema, nel varietà, in una televisione nascente, che egli stesso tende a nobilitare con un umorismo colto e popolareggiante al tempo stesso. Continua a leggere

La fabbrica dei sogni: Hugo Cabret, di Martin Scorsese

di Ezio Tarantino
Appena terminata la visione di Hugo Cabret viene voglia di aspettare che il film ricominci e riguardarlo da capo, per catturarne ogni dettaglio, ogni sfumatura, per capire ogni movimento di macchina, trucco, effetto. Ma già, non si può più. Alla fine della proiezione bisogna abbandonare la sala, come fosse un treno, la corsa è finita e non si può replicare. Il biglietto era valido solo per un sogno, e il sogno non si ripete. Forse è giusto così.

Che Martin Scorsese abbia contratto nel corso della sua straordinaria carriera un debito con la storia del cinema è cosa nota. Con Hugo Cabret Scorsese prende di petto l’oggetto del suo desiderio, ne indossa i vestiti, rende esplicite le premesse, apre la valigia della memoria e ne tira fuori tutto ciò che vi ha raccolto per tutta la vita.

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Caryl Férey, un giallo tra polar e noir

di Guido Michelone

Joe Strummer del titolo è il leader e chitarrista dei Clash, gruppo punk inglese degli anni Settanta, noto anche per l’attivismo politico: è la musica preferita dal protagonista del romanzo, lo scorbutico Mc Cash, cinquantenne irlandese, già terrorista nell’IRA, quindi regolare agente in varie località francesi. Agile e prestante ma con un occhio di vetro, dolori su tutto il corpo, la consapevolezza di essere gravemente malato, Mc Cash si licenzia improvvisamente dalla polizia quasi per obbedire alle richieste di una delle tante ex mogli, che in una lettera,poco prima di morire, lo mette al corrente dell’esistenza di una loro figlia, Alice, di otto anni, che vive con una famiglia adottiva nel piccolo villaggio di Montfort-sur-Meu vicino a Rennes. Partito alla ricerca della bambina, Mc Cash s’imbatte in un misterioso omicidio, che sarà il primo anello di una lunga catena di delitti collegati a loro volta a traffici loschi dalla pedofilia alla corruzione politica. E qui il racconto prende corpo in maniera efficacissima, alla maniera del miglior polar francese, con qualcosa anche del noir americano: Mc Cash, come tanti altri suoi colleghi letterari è il classico giustiziere anarcoide, in apparenza anaffettivo (in quanto grezzo, scorbutico, maleducato), in realtà alla ricerca di nuova identità, forse addirittura desideroso di affettivi nobili, sinceri, duraturi. Uomo incorruttibile, Mc Cash si fida a naso della verità altrui e trova quindi nella giovane mulatta Saholy, la bella assistente sociale che di fatto salverà Alice, un punto di riferimento per un happy end preceduto da una raffica di colpi di scena della miglior tradizione pulp, dove Mc Cash non lesina a fare a cazzotti e soprattutto a impugnare il revolver per farsi giustizia da sé. L’abilità, quasi cinematografica – che rivela forse nel giovane autore una conoscenza profonda e un’adesione ideale non solo alla narrativa ma pure a film e telefilm di questo tipo – nel comporre ogni capitolo con un montaggio serratissimo, fanno di questo libro un vero cult nell’attuale scena gialla; e l’idea, infine di intitolare proprio i capitoli come tante canzoni dei Clash di Joe Strummer, rende omaggio a un gruppo che basa la propria forza proprio sulla secchezza dei tratti e sulla rapidità dell’esecuzione.

Caryl Férey, La gamba sinistra di Joe Strummer, Edizioni E/O, Roma 2012,pagine 167,euro 17,00.

“Justine c’est moi”: recensione del dvd Melancholia di Lars Von Trier

Si è già scritto molto a proposito di “Melancholia”, un film che ha in comune con l’altro capolavoro presentato a Cannes nel 2011, The Tree of Life di Terrence Malick, l’essere una pellicola senza scale di grigio: la si ama o la si odia. Due opere simili, per alcuni aspetti, che differiscono molto nell’esecuzione: nitido e cristallino Malick, sporco (ma non quanto un tempo) Von Trier, che pur non ostentando più il Dogma, continua a preferire macchina a mano/camera a spalla piuttosto che cavalletti, dolly, carrelli e quant’altro ostacoli un set. Ma di questo diremo meglio più avanti, concentrando ora il discorso sugli aspetti che emergono dalla visione del film in dvd, in lingua originale.

La storia è quella di Melancholia, un pianeta senza orbita gravitazionale (un “pianeta interstellare”, secondo la definizione astronomica), che entra in collisione con la Terra e la distrugge, come apprendiamo subito dal bellissimo e pittorico prologo-spoiler. I personaggi principali del film sono Justine (Kirsten Dunst – premiata come miglior attrice a Cannes) e sua sorella Claire (Charlotte Gainsbourg),  protagoniste l’una della prima parte della pellicola e l’altra della seconda. In realtà Justine rimane comunque la figura centrale del film e lo domina emotivamente fino alla fine: il suo personaggio è l’unico che compie una reale evoluzione all’interno della storia, gli altri si limitano a reagire a ciò che accade restando sostanzialmente uguali a se stessi.
Nel primo tempo assistiamo allo sfarzoso e patetico ricevimento di nozze di Justine e Michael, organizzato da Claire nella lussuosa magione in cui abita col marito John e il figlio Leo. Continua a leggere

Vittorio Bongiorno. Il Duka in Sicilia

di Guido Michelone

Il Duka in Sicilia è il quarto libro del trentasettenne autore palermitano da anni residente a Bologna: aveva iniziato giovanissimo con il romanzo La giovane Holding (Comix, 1997), seguito dal giallo In paradiso (DeriveApprodi, 2001) e da Il bravo figlio (Rizzoli, 2006 ), ispirato al disco The good son del rocker Nick Cave; diverse anche le incursioni nel cinema dal cortometraggio K sta tornando a casa (1997) al documentario Buia era la notte premio fino ale due sceneggiatura Il Duka (pubblicato come racconto su Alias-il manifesto) e Alma (per l’omonimo lungometraggio diretto da Massimo Volponi.

Il Duka in Sicilia parte da un fatto vero: dal 17 al 19 luglio 1970 allo stadio La favorita di Palermo, dove accorrono circa ottantamila giovani (cifra enorme per l’epoca e ancor oggi) si tiene il primo megaraduno giovanile italiano con tanti musicisti internazionali e nostrani tra cui Duke Ellington, Aretha Franklin, Brian Auger, Tony Scott, Kenny Clarke, Phil Woods, ma anche Exseption, Arthur Brown, Johnny Halliday, Little Tony, Nino Ferrer, Enzo Randisi, i Ricchi e Poveri. E il libro racconta come indirettamente viene vissuto questo grande evento spettacolare e mediatico da una minuscola località nella Sicilia meno turistica più arretrata, già in mano a mafiette e padroncini, contenendo costantemente un tono agrodolce e tragicomico, che forse è il punto di forza dell’intero romanzo. Continua a leggere

IL TERZO SGUARDO n.38: Chi ha paura di Guido Piovene? Franco Cordelli, “L’ombra di Piovene”

Chi ha paura di Guido Piovene? Franco Cordelli, L’ombra di Piovene, Firenze, Le Lettere, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Perché Guido Piovene è stato dimenticato dagli editori, dai lettori e anche dai critici e sopravvive stentamente in qualche tesi di laurea? Secondo Franco Cordelli, la prima ragione per cui nessuno oggi legge più le sue opere (romanzesche e diaristiche) è dovuta al fatto che lo scrittore è sempre rimasto il grande giornalista che fu, anche nell’opera di finzione. La seconda è più complessa:

«La seconda ragione per cui Piovene non viene più letto è anch’essa duplice, letteraria e filosofica. In questo senso Pampaloni ha ragione. Piovene fu mostruosamente intelligente. Ma l’intelligenza, l’essere stato uno scrittore per così dire francese (alla Constant, alla Sènancour, tutto analitico, privo di quella divina facoltà, diventare plastico, se non corporeo) è sempre, in Italia, percepito come limite, come colpa. In questo caso, una colpa in più. L’altro aspetto dell’intelligenza di Piovene è lo stesso che condanna Flaiano. Se Flaiano si salva è per i suoi meriti comici, cioè extra-letterari. Ma egli fu uno dei grandi scrittori nichilisti del Novecento italiano. Un altro fu Piovene» (p. 10).

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Mancando a se stesso. Il canto alla dissipazione di Francesco Forlani.

Di Livio Borriello

Che si può dire con le parole? Le parole possono dire ciò che siamo? Ciascuno di noi, in realtà riesce a dire qualcosa di ciò che è dicendo cose che non è, e lasciando quindi inespresso quel che era. La cosa si complica nel caso di Francesco Forlani, che sembra manifestare una certa renitenza ad essere qualcosa, o almeno qualcosa di fissato. Forlani è infatti un dissipatore, un dispositivo di dispendio che esiste in quanto si rilascia e sperpera nel mondo. Forlani si produce nel mancare a se stesso, è quella cosa che è dove prima sarebbe stato, e dove dopo era stato, perché non è mai quello che è appena stato e che sta or ora per essere. E’ una migrazione continua, un esiliarsi incessante, una sparizione perpetua, che come certi animali selvatici è identificabile solo dalle tracce del passaggio, borre, escrementi, carcasse delle vittime, impronte, ricordi annebbiati di chi l’ha visto, che però non sa dire bene se si trattava di un gatto, una pantera fuggita dal serraglio di un miliardario, lo yeti nemmeno tanto rasato, un’ipnagogia da sbronza, o il pezzo di un oggetto esploso che sarà poi ritrovato nei paraggi. E’ il nomade perfetto, il girovago e saltimbanco. Si firma spesso effeffe, e in questo senso l’ho chiamato talvolta l’effeffervescente. Con termine moderno, è il performativo, o il processuale, colui che si definisce in itinere. Continua a leggere

Ritorno al futuro

di Ezio Tarantino

Oggi vi suggerisco di fare un viaggio nel tempo e nello spazio. Salite su una “e” e dopo un elettrizzante giro della morte vi ritroverete a cavallo di una “a”. E così da Cinecittà atterrerete a Cinacittà: dagli studi di Cinecittà sulla Tuscolana, nel 1960, sarete approdati in un anno qualsiasi del futuro prossimo, in una Roma molto diversa da come la conosciamo.

Per fare questo viaggio vi servono due libri: C’era una volta il futuro, di Oscar Iarussi, edizioni Il Mulino, e Cinacittà, appunto, di Tommaso Pincio, edizioni Einaudi Stile libero.

Il libro di Iarussi, giornalista e critico cinematografico della Gazzetta del Mezzogiorno di Bari è, fatevi conto, un grande telo bianco disteso su un bel pezzo di storia italiana, sul quale sono proiettate, in modo simultaneo, o in un montaggio alternato dal ritmo sincopato le immagini della nostra storia recente. Si comincia dal 1960, l’anno della Dolce vita e si arriva ai giorni nostri, ma forse è il contrario, si parte dai giorni nostri, dalla politica, dal cinema, dalla televisione (soprattutto dalla televisione, cioè dalla politica), e si arriva al 1960. O forse si va e si ritorna su e giù, sopra il telo bianco, senza sottostare a uno schema troppo rigido.
Il tema del libro è la Profezia. Il profeta è Federico Fellini e l’oggetto del suo vaticinio è l’Italia, il suo degrado che oggi definiremmo “televisivo”, ma che cinquantadue anni fa sarebbe suonato come una bizzarria. La televisione era appena nata, e non disturbava i sonni di nessun intellettuale, o quasi (Umberto Eco già stava affilando i polpastrelli: il suo famoso saggio su Michael Nicholas Salvatore Bongiorno, detto Mike, è infatti dell’anno seguente).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.90: “Intus et in cute”: il tempo secondo di Franco Manescalchi. Franco Manescalchi, “Selva domestica”

Intus et in cute: il tempo secondo di Franco Manescalchi. Franco Manescalchi, Selva domestica (1956-2006), prefazione di Marco Marchi, Firenze, Polistampa, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Selva domestica è il tempo secondo della produzione poetica di Franco Manescalchi: secondo in ordine di tempo (anche se raccoglie testi che vanno dal 1956 fino a tutto il 2006), secondo nel senso etimologico del termine in quanto felice ritorno alla scrittura poetica dopo l’apparente chiusura delle pagine liriche presentata in La neve di maggio, la precedente raccolta che chiude il secolo che è trascorso o forse apre il secolo che viene. Selva domestica è, dunque, ancora un libro di sintesi ma nel senso peculiare in cui il termine può avere per un poeta come Manescalchi.

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“Il crocifisso”, di Leonardo Marini

Recensione di Giovanni Agnoloni

Ho maturato da qualche tempo il convincimento che Dio non sia qualcuno in cui si crede o non si crede. Lo si è o non lo si è. O meglio: lo si riconosce o non lo si riconosce come presenza/Fonte energetico-spirituale, dentro di sé.

Lo dico perché c’entra con questo romanzo di Leonardo Marini, intitolato emblematicamente Il crocifisso (Galaad Edizioni, 2011). È un libro molto particolare, il terzo romanzo di questo brillante sceneggiatore, tra gli autori dell’adattamento televisivo dei romanzi di Andrea Camilleri della serie del Commissario Montalbano.

Il suo romanzo, però, non è la storia di un’indagine, per lo meno non in senso immediato. In realtà, indaga eccome. Il protagonista è Alessio Parisi, un maestro elementare un tempo “credente”, ma poi serenamente riconosciutosi “ateo”, sposato a una donna (Giovanna) anche lei priva di fede, e padre di due bambine non battezzate. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.93: “E non c’è nulla da capire…” (Francesco De Gregori). Luigi Bernardi, “Niente da capire. Tredici storie senza mistero”

“E non c’è nulla da capire…” (Francesco De Gregori). Luigi Bernardi, Niente da capire. Tredici storie senza mistero, Bologna, PerdisaPop, 2010

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di Giuseppe Panella*

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Nel 1929, per dimostrare al suo pubblico di essere sul serio un autore di “vere” storie poliziesche, Georges Simenon pubblica I tredici enigmi (con lo pseudonimo di Georges Sim) e poi nel 1932 I tredici misteri che proseguono nell’impresa narrativa precedente. Il numero tredici (di solito considerato ominoso o iettatorio – tredici erano i convitati dell’Ultima Cena di Gesù) sembra aver attirato anche Luigi Bernardi per la redazione di questo suo libro di racconti brevi (ma spesso duri e precisi e feroci come la lama di un coltello alla giugulare del lettore). Così sono tredici anche le storie che hanno come protagonista la giudice Antonia Monanni, donna forse bella e affascinante ma segnata nel profondo dalla difficoltà ad essere contemporaneamente donna e magistrato.

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Pasquale VITAGLIANO – Cibo senza nome

Notte, è notte, è notte
pietra contro pietra,
foglio su foglio,
mattone dopo mattone,
ho spolpato la mia colpa
di essere – come dici tu –
perfettamente senza costrutto;
un talento inutile
riverso sul letto, un addio scordato,
secreto da una sagoma di carta
che esecra un duttile congedo
che chiama morte la più infantile
posa della vita.
Segreta è la lettura di questa vita apocrifa
che non tramanda la propria
verità palese, ma resta pensile
dentro una docile rete che pure
i denti non squarciano.

Sa di fame il morso delle mie parole.

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“Lodi a Maria e arte in Suo onore”, di Valentino Salvoldi

Recensione di Giovanni Agnoloni

Nella raccolta di quattro volumi di Lodi a Maria e arte in Suo onore (Edizioni Messaggero Padova) di Don Valentino Salvoldi mi sono imbattuto per uno di quei casi del destino che, secondo me, casi non sono.
Ero giunto da poco all’Albergo Centrale di Fino del Monte (BG), sotto la Presolana, per la performance letterario-musicale di Davide Sapienza e Giuseppe “Jos” Olivini sul libro La musica della neve (Ediciclo) di Davide, poi rivelatasi (ma non che avessi dubbi) un’esperienza straordinaria.
Ma evidentemente c’erano anche altre sorprese ad attendermi. Continua a leggere

“Mi vestirei di mare”, di Carla De Angelis

Recensione di Michela Zanarella

Mi vestirei di mare racchiude ventiquattro poesie di Carla De Angelis, edite da Progetto Cultura nella collana “Le gemme”, collezione di quaderni di poesia curata da Cinzia Marulli Ramadori. È il mare con le sue acque, simbolo di vita, amore e sofferenza, ad alimentare in maniera totalizzante la creatività dell’autrice.
In un fluire rapido e autentico dei versi, si sviluppano le esperienze di una donna, di una moglie, di una madre che vive, ama, soffre e sogna in un mondo che le riserva più ombre che luci.
Una poesia di grande umanità e sensibilità, quella di Carla De Angelis, che si lega indissolubilmente agli affetti dei familiari, in particolare alla figlia, sublimando quell’amore puro e sincero che si manifesta quotidianamente. “Non chiedetemi / gli anni che ha / Ha gli anni / del tempo / che vive.” Continua a leggere

Il Connettivismo in video e negli studi internazionali

Qui potete trovare tutti i video tratti dalla NeXTCon (convention del movimento letterario di avanguardia del Connettivismo) tenutasi a Firenze al Pub Joshua Tree (Via della Scala, 37/r) il 14 dicembre 2011.

Colgo anche l’occasione per segnalare che del movimento connettivista si è recentemente parlato sulla rivista accademica digitale dell “California Italian Studies Journal”, facente capo all’Università della California. Giovanni De Matteo l’ha recentemente segnalato su Fantascienza.com.

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“Vicolo del precipizio” – Intervista a Remo Bassini

di Marino Magliani

Remo Bassini ha scritto parecchi libri, alcuni molto ben accolti dalla critica, e credo anche dal pubblico. Sicuramente è un autore che, col tempo, è riuscito a proporsi ad un “suo” pubblico. Nel suo blog, Altri Appunti, emergono a volte le ossessioni delle cose editoriali. Anche di questo genere di informazioni, per o sugli addetti ai lavori, Bassini scrive sinceramente (una parola che non ama usare); non spiega mai, non ha questa presunzione, ma racconta, e questa è una cosa che sa fare bene.
Oggi parleremo con lui di Vicolo del precipizio, che è l’ultimo suo romanzo (Perdisa, 2011). Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.89: Il Tempo è il solo nemico. Aldo Roda, “Rompere la forma del tempo”

Il Tempo è il solo nemico. Aldo Roda, Rompere la forma del tempo, Firenze, Gazebo, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Aldo Roda, architetto fiorentino trapiantato in Chianti, da tempo persegue con ostinazione e tenacia un proprio progetto di lettura delle dimensioni profonde e segrete della realtà, un percorso che lo ha portato ad esplorare la dimensione alchemica dello studiolo di Francesco I de’ Medici o a leggere gli elementi mercuriali della natura come sostanza solida del Tempo e della Storia. Convinto allievo dell’opera e del pensiero di Joseph Beuys, gli ha dedicato opere in poesia e in installazioni artistiche.

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