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“Il mare immobile”, di Valentina Ferri

Recensione di Giovanni Agnoloni

Da Postpopuli

Un sogno di vacanze passate, un incubo affiorante d’infanzia rubata. Il mare immobile di Valentina Ferri (Galaad Edizioni) è un romanzo che si potrebbe definire di de-formazione. Racconta la storia di una bambina di dieci anni, Lia, che negli anni Settanta va in vacanza in Toscana con la mamma e le sorelle più piccole, ma si porta dietro, e dentro, tutto un mondo di ricordi e sensazioni da incubo. La scrittrice evidenzia molto bene i sottili passaggi del suo tormento, che si manifestano nei suoi nervosismi, nei non detti e nelle tensioni sempre latenti e a tratti affioranti nel rapporto con la madre, donna molto bella ma riluttante al contatto e alla dolcezza. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.92: Risate a denti stretti. Aa.Vv. “Riso nero”, a cura di Graziano Braschi e Mauro Smocovich

Risate a denti stretti…Aa.Vv. Riso nero, a cura di Graziano Braschi e Mauro Smocovich, Milano, DelosBooks, 2010

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di Giuseppe Panella*


Il sottotitolo dell’antologia di Braschi e Smocovich recita: “Gialli comici, brividi brevi e comici microcefali. Diversi modi per ridere in noir” e, tutto sommato, alla fine della lettura del libro, mantiene la parola. Non farà magari “morire dal ridere” – come ha dichiarato Carlo Lucarelli – ma mette in relazione due aspetti fondamentali dell’esistenza: il riso e la morte in un contesto che non è quello filosofico tradizionale e che ha attraversato tutto il passato Novecento partendo da Bergson per arrivare a Bataille e a René Girard.

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“Cento micron”: madri a ogni costo

Forse è nel color crema – che spesso ricorre tra le pagine di questo splendido romanzo – che troviamo una chiave di lettura: il bianco non è puro, ma sporcato. La pulizia, se c’è, è solo facciata, una stuccatura che non regge lo scrutinio di un secondo sguardo. Meno onesta persino dello sporco muffito e polveroso dei locali dove la protagonista Eva, quasi quarantenne ricercatrice di un Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma, lavora tentando caparbiamente di produrre risultati scientifici di rilevanza internazionale pur nell’abbandono tecnologico e architettonico in cui versa l’istituzione. Per contrasto, la sua amica vecchia Bibi, pariolina ricchissima e viziata, vive in un mondo quasi rarefatto per la sua distanza da quello reale. Un mondo tenue e color crema, in cui l’unico sudore è quello che si lascia sul tappetino di una palestra.
Ma non è una donna fortunata, Bibi: prima di riuscire a ottenere una gravidanza attraverso un impianto di embrioni suo marito muore in un incidente stradale, e lei, a seguito di una chemioterapia, è diventata sterile. Secondo la recente legge italiana sulla procreazione assistita gli embrioni pronti per una sua gravidanza non sono più impiantabili, ma lei decide di ottenerli dalla clinica presso cui dovrebbero essere custoditi a costo di pagare qualsiasi cifra, e commettere qualsiasi crimine. Ed Eva decide di aiutarla, nonostante tutto, imbarcandosi in un intrigo con dubbie e sospette diramazioni internazionali dove la puzza di pericolo aumenta con il crescere del profumo dei soldi. Continua a leggere

Giovanni TURRA ZAN – Minimi esodi ad Albion road

“Mi piaceva totalmente l’enuresi diurna alla fermata
del 38. Lo scarico della sera prima
nelle brache e la pace del dopo.
Pochi passi e si annuncia il barbiere
a due sterline, che rimpiange i tempi
di un’ordinata segregazione.
Il sabato in Columbia road che compera e
ve ne vendo tre per una cinquina,
poi quei pomodori tigrati nella terrina
più crescione più cannellini e la signora borderline”.

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“Nessuno è più importante di te”, di Fabrizio Centofanti

Prefazione del libro di Augusto Benemeglio

1.Tornando a casa per Natale
Tornando a casa per Natale (è il titolo di un film di Bent Hamer), capita che trovi un regalo inatteso sotto l’albero: un libro, un romanzo di Fabrizio Centofanti, Nessuno è più importante di te, ancora come dattiloscritto, insomma un’anteprima assoluta (se escludiamo il blog, dove però non si ha mai una visione d’insieme), che subito ti coinvolge. Conosci lo scrittore e la sua straordinaria capacità di essere prodigiosamente plastico nel mettere in prospettiva, in scena i ricordi, quasi di sbalzarli come in un racconto stereoscopico; ma conosci anche il sacerdote, capace di riunire gli uomini e stimolare, far emergere i loro lati migliori – un po’ come il regista finlandese del film in questione, ma qui la regia viene dall’Alto –, parliamo dei singoli uomini e delle singole donne che s’incontrano tra loro, si sentono vicini, provano simpatia gli uni per gli altri, e questo sentimento permane, li pervade al di là di ogni tentativo di separarli e isolarli nelle loro (talora profonde) solitudini. Non tutti gli uomini e le donne che si incontrano nella sua chiesa-casa-ventre-rifugio (“la chiesa ti partorisce una seconda volta; i canti sono grida, le doglie della donna, i vagiti del bambino, il tunnel buio che bisogna attraversare per riconoscere la luce” – pag.36) sono dei vinti e degli emarginati, ma sono pur sempre, “ciottoli umani levigati dalla fede, schegge impazzite di speranza…”, esposti alla vita, indifesi nella loro nuda singolarità, e tutti hanno bisogno della sua tenerezza di poeta, della sua guida di pastore, del suo telescopio interiore che sa scorgere nel nero infinito le stelle più luminose. (“Vi sento, sento le vostre voci, il fiume si è fermato, no, ancora tremano, te ne accorgi se guardi attentamente, ancora tremano le stelle”). Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.88: Cantare la totalità del mondo. Tiziana Curti, “Alle radici del canto”

Cantare la totalità del mondo. Tiziana Curti, Alle radici del canto, Poggibonsi (SI), Nencini, 2011

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di Giuseppe Panella*


“Così la poetessa, sospesa tra il Novecento e il Terzo Millennio, scioglie le cantate di una donna che racconta la sua epoca con gli occhi dell’amore” – scrive Dalmazio Masini nella nota introduttiva al libro. Ma l’amore cantato da Tiziana Curti non è soltanto quello magico tra uomo e donna (che pure alimenta spesso la sua ispirazione – si vedano poesie come Non dirò o Come vorrei) o quello per la natura e per la sua bellezza spesso inesplorata e incompresa dagli occhi degli uomini. Il suo desiderio di poesia avvolge la totalità del mondo in empito di accettazione della sua complessità, in una sua forma di immedesimazione con la realtà in continuo e assoluto divenire. Come Tiziana Curti scrive in E non basta il cielo, la lirica che apre il volume: “[…] Spalanco le mie braccia incontro al sole / divento terra verde e rigogliosa / su cui nasce la rosa / fiammeggiante nel vento dell’altura. / Scrivo una nuova rotta avventurosa / sul giornale di bordo // per le navi lanciate all’orizzonte / delle nostre translucide mattine. / Le siepi vespertine / che fecero da limite ai miei canti / non son più l’inviolabile confine / alle vene del cuore”.

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“Severino di Giovanni”, di Osvaldo Bayer

Introduzione di Marino Magliani

Ho conosciuto Alberto Prunetti lo scorso dicembre ad Haarlem. Di suo avevo letto Il fioraio di Perón, e i suoi pezzi su Carmilla, l’ormai famoso Argentinazo, e una traduzione, anch’essa da osvaldo Bayer su “Il Reportage”. Con la traduzione di Severino Di Giovanni (Agenzia X, 2011) diciamolo subito, l’editore ha regalato agli italiani la possibilità di leggere uno dei libri più odiati dalla dittatura argentina, quella della guerra sucia. Ma Severino racconta una storia di sangue e anarchia degli anni Venti, un tango-punk nero e ribelle, come lo definisce la quarta. Come ha fatto a farsi odiare tanto dai generali e dai marescialli? Qui ha giocato molto la forza narrativa di Osvaldo Bayer. Per questo estratto, di cui ringraziamo l’editore, ho scelto la parte romantica – distruttiva, folle e d’altri tempi, tenera e selvaggia, innocente e libera, eppure colpevole come lo è la vita di Severino Di Giovanni – dell’amore di Di Giovanni con l’allora quindicenne, America Josefina Scarfò.

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STORIA CONTEMPORANEA n.91: Quel pasticciaccio brutto avvenuto a Lucca… Michele Cecchini, “Dall’ aprile a shantih”

Quel pasticciaccio brutto avvenuto a Lucca… Michele Cecchini, Dall’ aprile a shantih, Livorno, Erasmo Edizioni, 2010

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diGiuseppe Panella*


Datta. Dayadhvam. Damyata. / Shantih shantih shantih – sono i versi conclusivi di The Waste Land, il capolavoro poetico di Thomas Stearns Eliot del 1922. Shantih indica uno stato di assoluta pace interiore, di appagamento della mente rispetto al turbamento prodotto dai vritti, le onde-pensiero generate dall’avvicendarsi umano delle proiezioni di desiderio, quando esse cessano di agitare gli uomini che riescono a non ascoltare più la loro voce e le loro esigenze. Lo shantih è uno stato totale di negazione del futuro in nome di un qui e ora raggiunto attraverso sforzo concentrazione e riduzione drastica della volontà. Shantih, inoltre, è un termine usato alla conclusione di una upanishad, i testi di carattere filosofico che costituiscono la parte conclusiva dei Veda (in tal senso, infatti, è utilizzato da Eliot nel suo poema aurorale).

Ma perché questo termine sanscrito così connotato compare addirittura nel titolo del romanzo di esordio di Michele Cecchini?

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“La musica della neve”, di Davide Sapienza

Recensione di Giovanni Agnoloni

Davide Sapienza

La musica della neve – Piccole variazioni sulla materia bianca

Ediciclo, 2011

Una delle cose più difficili, anche per i saggi, è spiegare che cosa sia l’essenza delle cose. Anthony De Mello ha parlato di questo in un suo libro con riferimento al verde. Possiamo dire che cosa è verde (un prato, un indumento, per esempio), ma definire il verde in sé è impresa ben più ardua, che comporta l’addentrarsi in un territori fatti di puro intuito e pura percezione, non mediata dalla razionalità.
Sono questi gli spazi che Davide Sapienza ha esplorati in La musica della neve – Piccole variazioni sulla materia bianca, opera uscita per la collana di Ediciclo “Piccola filosofia di viaggio”, in cui lo scrittore, viaggiatore ed esperto di musica unisce le sue tre grandi vocazioni per calarsi nello spirito del bianco e di quella materia sempre mutevole e mai prevedibile che più di ogni altra cosa lo rappresenta e lo esprime. Continua a leggere

Lo “Zibaldone” di Marco Palladini

Marco Palladini, Chi disturba i manovratori? Zibaldone incerto di inizio millennio 2000-2010, Editrice Zona, Arezzo 2011.

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di Antonino Contiliano

Se i manovratori fanno sapere che sono disturbati, allora vuol dire che c’è qualcuno che si accorge che la guida della macchina che contratta o contrabbanda il consorzio dei rapporti umani e la polis non è a posto. E la macchina è l’ingranaggio degli affari multilaterali del mondo.

Sono i fatti messi in opera dagli uomini di buona volontà e dis-messi dalla concordia-discordia, e naturalizzata da quanti a ciò spinti da interessi di parte: si vuole la pace e scatta la guerra; si predica l’amore e l’odio apre i suoi centri commerciali dappertutto; si vuole ricchi e felici tutti e i pochi spuntano come i soli eletti del destino.

Sono i fili del telaio linguistico-simbolico o culturale che, impiegati per connetterli, giustificarli, giustificarsi, o ergersi a maestri e giudici (giudici che emettono sentenze, sentenze di morte e si sottraggono però al giudizio stesso), non danno con-vincente il valore di scambio delle relazioni asimmetriche tra sé e gli altri nell’ordine politico-sociale.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.87: Elegie per il Sud. Antonio La Penna, … qui vidi ridere nel cielo le Ninfe eterne…. “Poesie irpine e altri versi”

Elegie per il Sud. Antonio La Penna, … qui vidi ridere nel cielo le Ninfe eterne…. Poesie irpine e altri versi, a cura di Paolo Saggese, Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2010

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di Giuseppe Panella*

«Oscata 1. Anche gli olmi sono secchi, ischeletriti, / mentre primavera d’intorno / finalmente prorompe. E’ un’infanzia che affonda / nell’erba umida di questa primavera tardiva, / forse una vita. // Il progresso è arrivato anche qui / con automobili, case imbiancate, / con blue jeans e provocanti seni, / con cartelloni logori piantati / sui letamai. // Non ero nato per questo. / Predicavo progresso. Ero incapace / di spostare un fuscello; ero incapace / di godere i frutti / della nuova era. // Come se fossimo nati / per segnare destini, per una vita degna / di biografia, non per la cieca marcia / ripetitiva / delle formiche! Meglio di me / lo sanno da sempre i vecchi rannicchiati, / sonnecchianti al sole. // Eppure io qui / vidi ridere nel cielo le Ninfe eterne, / rifiorire le primavere / dei patriarchi, alzarsi cupole / di eguaglianza e giustizia / in palingenesi millenarie. // Ma ora gli olmi sono secchi…» (p. 21).

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“Effekappa”, di Franz Krauspenhaar

Recensione di Giovanni Agnoloni

Definire Franz Krauspenhaar un poeta è riduttivo, e non solo perché è anche un romanziere.
Ce lo dimostra la sua nuova pubblicazione, la raccolta poetica edita da Zona, che ha per titolo le sue iniziali, Effekappa. Quasi un imperativo consonantizzato, che si fa personaggio e declina se stesso e il proprio grumo gutturale in una varietà di sfumature che sono lirica, flusso di coscienza e dialogo intimo. Continua a leggere

“Loro”, di Sergio Rotino

Testo introduttivo di Marino Magliani

Loro è un volume di poesia di Sergio Rotino edito da DotCom Press, con prefazione di Enzo Mansueto e postfazione di Roberto Roversi.

Riportiamo qui proprio gli scritti critici di apertura e chiusura, e al centro cinque delle poesie di Rotino, intitolate Azione (dalla prima alla quinta). Continua a leggere

Giorgio Conte, Un trattore arancio

di Guido Michelone

Giorgio Conte, astigiano, settantenne, è molto noto quale autore di canzoni per altri (Mina, Celentano, la Vanoni, Milva, Patty Pravo) e per sé, emulando o forse superando n bravura persino il fratello Paolo, ormai internazionalmente riconosciuto come lo chansonnier italico per eccellenza. Ma a ben vedere proprio i brani arguti, ironici, grotteschi del folksinger piemontese secondogenito, un po’ alla George Brassens, rivelano una vis narrativa fortissima, che da qualche tempo si estrinseca pure nella fiction letteraria con un libro di racconti (Sfogliar verze, per Excelsior 19881, Milano 2007), con tanti volumetti allegati ai suoi notevoli CD e ora con un testo che in copertina, sotto il titolo, si fregia dell’ambiziosa dicitura di romanzo. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.90: Rinascita e morte di un mito. Alberto Cola, “Lazarus”

Rinascita e morte di un mito. Alberto Cola, Lazarus, Milano, Mondadori (Urania 1565), 2010

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di Giuseppe Panella*

Con questo romanzo Alberto Cola ha vinto il Premio Urania per il 2009, dimostrando di essere diventato un narratore di razza rispetto ad altre sue prove precedenti pur rilevanti e di qualità (ricordo, tra tutte le sue prove narrative, il Goliath che anni addietro, nel 2003, fu pubblicato da un’esangue casa editrice che pur voleva stampare dei Solid Books).

Lazarus è ambientato nel futuro temporalmente indeterminato di un Giappone devastato e avvilito, proprietà di multinazionali avide e indifferenti ai vecchi valori spirituali del Paese.

Gabriel, un Mistico (una persona che risulta dotata di poteri particolari che la mettono in grado di uccidere o di paralizzare con il solo pensiero) che vive con una studentessa non vedente di nome Miko (e che risulterà anch’essa alla fine avere le sue stesse potenzialità) viene incaricato di ritrovare Yukio Mishima redivivo che è sparito dal luogo dove avrebbe dovuto trovarsi. Grazie a tecniche pioneristiche di rigenerazione dei tessuti muscolari e cerebrali, è, infatti, possibile ormai far risorgere i morti e riportarli in vita (l’unica condizione è che i neo-vivi si sottopongano a cure particolari che ne permettano la nuova esistenza, altrimenti il corpo che li sostiene si disfa e si avvia a una rapida distruzione). Il padre del Progetto Lazarus, il biochimico Kao Yee, ricostruisce così la genesi e lo sviluppo della sua portentosa scoperta:

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Domenico Starnone, Autobiografia erotica di Aristide Gambia

 

di Guido Michelone

Occorrono tempo e pazienza per leggere attentamente le 452 pagine di questo nuovo libro di Domenico Starnone, il diciottesimo ufficiale in ventiquattro anni di pubblicazioni tra la narrativa e la saggistica: e anche quest’ultimo è un testo anomalo, a metà fra i due generi, pur con forti tinte autobiografiche come si evince sin dal titolo, che fornisce anche una seconda fondamentale chiave di lettura. Continua a leggere

L’onore dei Kéita di Moussa Konaté: un afro-noir

Mi è stato chiesto di leggere un libro e io l’ho letto, incuriosita perchè mi è stato presentato come un noir africano. Un afro-noir, per dire; insomma, un nero che più nero non si può. Imperdibile.

Ho cominciato ad amare l’Africa, letterariamente parlando, quand’ero più giovane, grazie a Wilbur Smith e ai suoi incredibili romanzi, ma al di fuori di Smith non avevo avuto modo di leggere altro. Questa è stata l’occasione.
Il libro che mi hanno suggerito si intitola L’onore dei Kéita, di Moussa Konaté, pubblicato da Del Vecchio. Il nome dell’autore, il titolo e perfino la copertina parlano subito di Africa, perciò mi sono sentita molto bendisposta. Del resto ho una predilezione, una delle tante, per la letteratura straniera, quando per straniero s’intende qualcosa di molto lontano e diverso. Cinese, giapponese, finlandese, russa, israeliana… tanto per capirci. Continua a leggere

Angelo MUNDULA – DIALOGHI, Scritti per un’idea di letteratura

Ecco un libro da leggere e, come pochi, da rileggere e da proporre. Dialoghi (Edizioni Feeria 2011) di Angelo Mundula è una scelta di articoli pubblicati sull’Osservatore Romano dal 1996 al 2005, che trattano di svariati argomenti come precisa il curatore Federico Favali nella sua nota: “E’, infatti, proprio dal dialogo di Mundula con i libri e i loro autori che nascono questi scritti che spaziano nei vasti orizzonti della poesia, della letteratura, dell’arte, della spiritualità, della società contemporanea, con quella sensibilità e quello spirito critico che lo contraddistingue.” Continua a leggere

Alberi, radici, fiori e fuoco: cosa si distilla dalla quintessenza di Tolkien

Articolo di Andrea G. Sciffo

Dal sito di Arianna Editrice

“Ancora Tolkien?” chiedono esasperate le voci, soprattutto italiane. Quando s’imbattono in qualcuno che gli mostra come attorno al tronco dell’opera (ossia all’Opus magnum) de Il Signore degli Anelli continuino a germogliare gemme, ad irrobustirsi rami e branche, a fronteggiare foglie: cioè, i “commenti” che dal 1954, anno della pubblicazione della prima parte della Trilogia, si infoltiscono, in tutte le lingue, da svariati punti di vista critici e ideologici, al punto che Tolkien è oggi stato confrontato con quasi tutto.
Fenomeno unico nella letteratura contemporanea, paragonabile a quanto accadeva con Omero e con la Bibbia (che, secondo una citata indagine britannica, sarebbe l’unico libro al mondo che superi per diffusione The Lord of the Rings). Peraltro, nella cultura anche accademica anglosassone, l’opera tolkieniana è già accettata a pieno titolo nell’ambito di studi accademico, senza false modestie; come dire: tra dieci anni di questo mio preambolo tutto teso contro gli “antitolkienisti” si riderà come di un inutile aggeggio. Continua a leggere