Archivi categoria: Recensioni

STORIA CONTEMPORANEA n.83: Storiella omosessuale. Franco Buffoni, “Zamel”

Storiella omosessuale. Franco Buffoni, Zamel, Milano, Marcos y Marcos, 2009

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di Giuseppe Panella*


Zamel è un insulto. Vuol dire omosessuale solo passivo (per usare una terminologia neutra e gentile al riguardo ma i termini in italiano sarebbero altri). Aldo, un gay maturo e trasferito da tempo in Tunisia, usa questo termine per interpellare Nabil, un giovane che frequenta ormai da tempo e con il quale ha avuto nutriti rapporti sessuali. Per tutta risposta, il giovane lo uccide e infierisce sul suo corpo, lasciandolo senza vita nella vasca da bagno della casa, poi simula una rapina e fugge. Catturato dopo poco tempo, sarà condannato a vent’anni di carcere per omicidio conseguente a un furto e non per aver ucciso perché è stato provocato. Il tunisino preferisce così perché aver commesso un furto non è disonorevole come aver compiuto atti contro natura con un uomo. Edo, più giovane e disinibito omosessuale militante “liberato”, abita nella casa di Aldo durante il processo a Nabil, ne scrutina i libri, ne commenta i gusti letterari. Il morto, infatti, appartiene a un’altra generazione di omosessuali – quelli che amano definirsi al femminile e rifiutano l’idea di rapporti con loro altri simili piuttosto che con “uomini veri”.

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La sfuriata di Bet

Christian Frascella, La sfuriata di Bet, Torino, Einaudi, 2011.

di Guido Michelone

“Le scene finale valgono tutto il film” oppure “l’ultima canzone giustifica l’acquisto dell’intero cd”; così si esprimono i critici rispettivamente di cinema e di musica e così, analogamente, si è tentati di affermare giungendo alle ultime magistrali quattro-cinque pagine di questo nuovo romanzo, pagine che, dopo un colpo di scena, commuovono sino alle lacrime, come di rado succede a un giovane libro italiano: c’è in questo happy end costruttivo, un atteggiamento finalmente positivo, sereno, pacificato con l’esistenza umana: l’odio si trasforma in amore per la vita, il prossimo e se stessi; per far ciò il perno attorno a cui ruota l’intera vicenda architettata costruito su due livelli esegetici, due estremi che poi arrivano a toccarsi e congiungersi. Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.79: KINDERTODENLIEDER. Maria Rita Bozzetti, “Sulla soglia”

KINDERTODENLIEDER. Maria Rita Bozzetti, Sulla soglia, Roma, Lepisma, 2010

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di Giuseppe Panella*

Fin dalla soglia di questo libro il tono tragico si presenta elevato anche se, forse un po’ improvvidamente, ad aprirlo (e ad invitarne alla lettura) ci sono ben sei testi di presentazione che forse allontanano il lettore dall’impatto con la liricità dell’evento poetico. Da essi citerò soltanto una frase di Raffaele De Giorgi, non a caso un filosofo e sociologo del diritto:

«La nostra società è violenta in modo diverso dalle altre e la sua barbarie è anch’essa soltanto diversa. Entrambe, violenza e barbarie, sono tipicamente moderne e, più che con le coscienze, hanno a che fare con la dimensione temporale della produzione di senso in questa società e quindi con la rappresentazione di sé che essa appresta a se stessa. Questa società, infatti, si rappresenta come società del mondo perché in ogni comunicazione il mondo è presente come orizzonte della produzione di senso. Questo orizzonte rende accessibile un eccesso di informazioni che ci inondano di ridondanza: è come se sapessimo già che cosa significa ciò su cui di volta in volta comunichiamo» (p. 13).

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Vincenzo Pardini, “Il viaggio dell’orsa”

Vincenzo Pardini, Il viaggio dell’orsa, Fandango 2011, euro 18.

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di Marino Magliani

C’è un ritorno alla bestia nella letteratura italiana? Forse un vero e proprio abbandono non c’è mai stato, “Fabio” è di un paio d’anni fa, scoperta di un ragno, di Voltolini, e dallo sviluppo di “Fabio” è nata Zoo, la bella collana “bestiale” di Duepunti edizioni, curata appunto da Giorgio Vasta e Dario Voltolini. Librini eleganti, le cui copertine sono realizzate con escrementi di elefanti. Una collana che ospita le voci della narrativa italiana contemporanea, dove vedrei molto bene Pardini.
Poiché Vincenzo Pardini è un altro che a raccontare le bestie ci riesce dar par suo, attentissimo, laddove il precipizio della banalizzazione è sempre in agguato, Pardini percorre a passo sicuro lo spartiacque, cosciente del pericolo, scarta le vie difficili, quelle impossibili, come fanno le bestie selvatiche nel bosco, che seguono sempre le stesse piste, e lasciano solchi nell’erba.

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Gian Filippo Pizzo interviene sui saggi di Giovanni Agnoloni

Dall’articolo “La fantacritica” di Gian Filippo Pizzo apparso sul n. 475 di settembre 2011 de “Il Giornale dei Misteri”, riporto questo riferimento a Nuova letteratura fantasy (ed. Sottovoce, 2010) e Tolkien e Bach: dalla Terra di Mezzo all’energia dei fiori (Galaad Edizioni, 2011), di Giovanni Agnoloni

 

“Dal particolare all’universale: Nuova letteratura fantasy di Giovanni Agnoloni (ed. Sottovoce) tratta, come si evince dal titolo, del fantastico moderno, ma con un approccio del tutto particolare: dopo un capitolo introduttivo in cui vengono evidenziate differenze e affinità (sono tutte espressioni della fantasia) tra neo-fantasy, fiaba e fantascienza, l’autore passa ad esaminare una serie di scrittori che normalmente non sono ascritti al novero di quelli “fantastici” – o almeno non lo sono in modo preponderante: Hesse, Saramago, García Márquez, Coelho, Vázquez Montalbán, Yoshimoto e altri. Continua a leggere

IL PARLAR FRANCO. Recensione di Marco SCALABRINO

“Per anni sono andato in giro con il registratore o un taccuino in tasca, e quando sentivo qualcuno parlare in dialetto mi avvicinavo, gli facevo delle domande, mi mettevo a chiacchierare, e poi a casa trascrivevo tutto, mettendolo in poesia.” Così Franco Loi in un’intervista rilasciata a Luigi Mascheroni del maggio 2007.

Un nuovo numero de IL PARLAR FRANCO, la Rivista di cultura dialettale e critica letteraria, edita da Pazzini Stampatore Editore in Verucchio (RN), www.pazzinieditore.it. Un numero, il 10 del Marzo 2011, sottotitolato AL TRAGUARDO DEGLI OTTANT’ANNI, interamente dedicato a FRANCO LOI. Un numero prezioso, sia nella accuratissima veste grafica, che consegna in copertina una bella foto in bianco e nero del Poeta, sia nelle fitte righe delle oltre centottanta pagine, che ne costituiscono di fatto una monografia. Continua a leggere

IL TERZO SGUARDO n.35: Sondaggi leopardiani e ritrovamenti (veri o presunti). Lorenza Rocco Carbone, ““L’Italia agli Italiani”. Versi inediti veri o presunti di Giacomo Leopardi” & Novella Bellucci, “Il “gener frale”. Saggi leopardiani”

Sondaggi leopardiani e ritrovamenti (veri o presunti). Lorenza Rocco Carbone, “L’Italia agli Italiani”. Versi inediti veri o presunti di Giacomo Leopardi, con una prefazione di Pasquale Maffeo, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2011; Novella Bellucci, Il “gener frale”. Saggi leopardiani, Venezia, Marsilio, 2010

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di Giuseppe Panella*

Saranno davvero di Giacomo Leopardi (e scritti nel 1836 poco prima della morte) i versi riportati nel cuore del saggio ad essi dedicati da Lorenza Rocco Carbone? Probabilmente non si saprà mai con certezza in assenza di una documentazione filologicamente corretta e adeguatamente commisurata all’oggetto che li concerne. Sarebbe tuttavia magnifico se questi versi scritti sull’onda della notizia di una sottoscrizione (Leopardi o chi per esso dice “soscrizioni”) in favore della costruzione di un monumento in onore della grande soprano francese Maria Malibran da poco deceduta a Manchester il 23 settembre 1836 fossero effettivamente del poeta di Recanati. L’autore dei versi si dice costernato da questa prospettiva quando, invece, uomini ben superiori per cultura e per importanza nazionale sono stati affidati all’incuria sepolcrale delle fosse comuni:

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Trauma senza evento. La narrativa italiana nell’epoca della sottocultura, di Andrea Sartori

Premessa psicoanalitica.
Un trauma psichico non è sempre congiunto in modo chiaro e univoco a un evento pregresso nel mondo reale. Anzi, come già sosteneva Sigmund Freud, esso è caratterizzato da una specifica Nachträglichkeit, ovvero si manifesta come tale solo a posteriori, in conseguenza di altri avvenimenti scatenanti, che ne dissotterrano l’eventuale nucleo patogeno. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.82: “The Stalking Place”. Leonardo Bonetti, “Racconto d’inverno”

The Stalking Place. Leonardo Bonetti, Racconto d’inverno, Genova-Milano, Marietti 1820, 20092

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di Giuseppe Panella*

Primo di una tetralogia già in corso (nel 2010 è, infatti, uscito il Racconto di primavera sempre presso Marietti 1820), Racconto d’inverno è un romanzo disperato pieno di speranze. Redatto da un morto che sa di “essere ancora vivo” dato che è rimasto in vita per raccontare la propria morte, l’opera prima di Bonetti è il resoconto, lucido e allucinato, del sogno ad occhi aperti di un protagonista che non vorrebbe accettare l’idea di non poter più vivere eppure continua a farlo. La sua non vita è la chiave di volta dell’intero libro. In esso, la vita e la morte si intrecciano e si susseguono senza soluzione di continuità. Uno “sbandato” di cui non viene detto il nome o la provenienza e di cui non viene rivelato il passato arriva a una grande casa che si erge in un bosco in prossimità delle montagne che difendono il confine del paese in guerra:

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LE ARANCE NON RACCOLTE di Salvatore Ferlita

Il sogno più o meno inconfessato di ogni scrittore è che le proprie opere possano sopravvivere alla inevitabile fine del loro creatore. È un sogno immenso, che si realizza solo per pochissimi eletti: i più grandi, i mostri sacri della scrittura, i consacrati dalle Patrie Lettere. Spesso sono i libri migliori a vincere la scommessa contro il tempo. Eppure, nell’oceano sconfinato di parole e di carta prodotto negli anni, nei decenni, nei secoli, tante opere meritevoli di essere ricordate finiscono inevitabilmente con l’essere risucchiate nei gorghi della dimenticanza, per finire depositate sui fondali dell’oblio. È per questo che, da siciliano, sono profondamente grato al critico e italianista Salvatore Ferlita che ha tentato, con successo, di realizzare un’ambiziosa opera di recupero di autori e testi di valore che, per motivi vari e non sempre identificabili, sono stati emarginati o – in alcuni casi – persino cancellati dalla nostra memoria letteraria. Nel volume antologico “Le arance non raccolte. Scrittori siciliani del Novecento”, appena edito per i tipi di Palumbo (pagg. 351, euro 20), Ferlita punta i riflettori su nomi che – nella maggior parte dei casi – risulteranno ignoti al comune lettore (e a molti degli addetti ai lavori). Come precisa lo stesso Ferlita nella prefazione, “A chi scrive premeva soprattutto trarre in salvo alcune pagine di un drappello di autori siciliani condannati alla condizione di minori, sacrificati sull’altare del canone, in nome di un gruppo ristretto di scrittori ritenuti maggiori, gli imprescindibili, insomma i classici”.
Naturalmente ci sono minori e minori. “Minori che sono davvero tali”, scrive Ferlita “e altri che lo sono a torto, condannati a una subalternità da una congerie di cause, che vanno, tanto per fare qualche esempio, dalla disattenzione di certi critici al contesto storico in cui le opere in questione hanno visto la luce; dalla predisposizione personale degli autori all’eremitaggio fisico e spirituale, all’insipienza degli editori che su di essi non hanno creduto fino in fondo. E così a seguire”. Continua a leggere

Mario BERTASA – Tiro con l’arco

Da:

un’altra,
                       un’altra volta

.IV

Fu una stagione in cui credevo
che le parole non mi bastassero.
Da allora ne ho imparate di nuove, ne ho pure inventate.
Oggi che provo scipito, e non l’avrei mai immaginato possibile, quel senso
trasecolato d’amore che sentivo diffuso in me per sempre,
sono voci a vuoto. Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.78: Tutti i colori del mondo. Roberto Parente, “Eravamo di passaggio”

Tutti i colori del mondo. Roberto Parente, Eravamo di passaggio, Firenze, Lucio Pugliese Editore, 2010

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di Giuseppe Panella*

Roberto Parente è essenzialmente (e irreversibilmente) un pittore anche quando si affida alla sua ispirazione letteraria ma la sua frequentazione della poesia non rifugge certo dal ripiegamento esistenziale e dalla lirica d’amore (e spesso erotica). La sua, di conseguenza, è una proposta globale, di intendimento generale della riflessione artistica (orazianamente ut pictura poësis, tanto per intenderci). La sua scrittura poetica gioca di sponda con l’arte pittorica e le fa da cassa armonica di risonanza. La presenza di dipinti (anche non suoi) e di collage costituisce un tentativo (talvolta ben riuscito) di collegare la dimensione del colore con quella dell’illuminazione lirica o del flash (parzialmente) narrativo. Come scrive Pier Francesco Listri nella sua nota introduttiva al volume:

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L’esordiente di Raul Montanari

di Guido Michelone

C’è molta carne al fuoco in questo nuovo romanzo del cinquantunenne autore milanese-bergamasco, il quale si diverte, stavolta, a giostrarsi tra fiction e realtà (iperrealisticamente tra fiction pura e realtà vera) e sopratutto a giocare con la letteratura medesima. Montanari nel suo undicesimo romanzo, imbastisce anzitutto una trama dove l’autobiografia pubblica/privata e l’aspetto strettamente metalinguistico vantano un ruolo primario, fondendosi fra loro, integrandosi a vicenda. Raul presenta le ‘peripezie’ dello scrittore cinquantenne Livio Aragona, frustrato per essere ritenuto solo un brillante giallista (o noirista) da pubblico e critica, dunque alla ricerca del colpaccio per elevarsi di grado, che, nell’ambiente significa vincere un premio letterario, anzi il Premio per eccellenza, ma innominabile per scaramanzia. A mettere il bastone fra le ruote a Livio intervengono le donne, due, in questo caso, belle, mature, problematiche ma disponibili e soprattutto innamorate di lui; entrambe però sono freno e ostacolo alle mire ambiziosissime del personaggio (e dell’artista): da un lato Veronica, allieva del corso di scrittura creativa, diviene ben presto non solo la nuova amata/amante, ma la più acerrima rivale per la conquista del suddetto Premio; dall’altro l’ex moglie Silvia con il rude boy friend Emiliano, a causa di quest’ultimo (criminale e pazzoide), metterà in serio pericolo l’esistenza del romanziere, a cui vuole ancora un gran bene (e forse qualcosa in più). Attorno a questa partita a quattro, Montanari svolge benissimo i differenti piani letterari, grazie a un fine tratteggio psicologico di caratteri e di azioni e grazie a un intreccio di proposito scontato alle prime apparenze, quindi via via sviluppato e avviluppato fino al botto compulsivo di un avvincente imprevedibilità (che è poi il registro giallo-noir, ma virgolettato e citazionista, dell’intera opera montanariana). Continua a leggere

“Fuochi di Bengala e altre poesie”, di Krzysztof Karasek

Fuochi di Bengala e altre poesie, di Krzysztof Karasek (ed. Il Ponte del Sale, 2011) (a cura e per la traduzione di Leonardo Masi)

Recensione di Giovanni Agnoloni

I lavori letterari a cui ‘mette mano’ Leonardo Masi, raffinato polonista e musicista di cui già abbiamo parlato, su questo blog, si segnalano sempre per una profondità “diversa”. L’ultima volta ne parlammo riguardo alle poesie da lui tradotte per le Edizioni della Meridiana, Antimondo di Tomasz Ró?ycki, uno dei più importanti poeti polacchi dell’ultima generazione. Oggi guardiamo invece a Fuochi di Bengala e altre poesie, raccolta di liriche di Krzysztof Karasek (ed. Il Ponte del Sale), che in Polonia è un protagonista della vita letteraria fin dagli anni Settanta, quando faceva parte di un movimento poetico detto Nowa Fala (“nuova ondata”). Leonardo Masi, che ha tradotto e curato questa antologia di testi, è anche autore della postfazione al volume (mentre la prefazione è di Jaros?aw Miko?ajewski), nella quale ben tratteggia l’itinerario artistico di questo autore apparentemente così “strano”, perché fuori dagli stereotipi dell’intellettuale accademico (ex studente di educazione fisica, grande amante delle bevute), ma al tempo stesso di un’intensità di sguardo direi quasi ‘chirurgica’, perché capace di andare dentro al cuore del segreto emotivo dell’uomo. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.81: “Steampunk”. Tommaso Pincio, “Lo spazio sfinito”

Steampunk. Tommaso Pincio, Lo spazio sfinito, Roma, Minimum Fax, 20102

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di Giuseppe Panella*

Anche se Il tempo sfinito (già uscito per i tipi della Fanucci di Roma nel 2000 e qui riproposto in una versione rimasta inalterata) non è certo ambientato nell’Inghilterra vittoriana e neppure nell’Ottocento, è difficile, se non impossibile, definire altrimenti questo romanzo così anomalo di Tommaso Pincio. Anomalo fin dal nome del suo autore (italianizzazione un po’ reboante quanto grottesca di un nome e cognome sconosciuti ai più) e anomalo nell’ambientazione – un 1956 di cui, a un certo punto, a p. 61, quasi a metà del libro, vengono elencati gli eventi straordinari e le scoperte realizzate come pure talune bizzarre invenzioni tra cui “i primi orologi senza numeri”).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO 77: On the Road Again. Paolo Marini, “All’oro. Versi nel cammino e della marcia”

On the Road Again. Paolo Marini, All’oro. Versi nel cammino e della marcia, Firenze, Polistampa, 2011

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di Giuseppe Panella*

Versi nel cammino e della marcia, sottotitola il suo secondo libro di versi Paolo Marini a indicarne il carattere in progress e di discussione delle fasi esistenziali che lo sottendono. Come scrive bravamente Franco Manescalchi nel suo denso saggio introduttivo:

«Sembrerebbe, quello di Paolo Marini, un canzoniere scritto nel tempo che, su questa costante, sviluppa gradualmente un percorso che va dalla ricerca dell’altro alla presa di coscienza del mondo, ad una rimodellazione poetica e coscienziale del mondo stesso. Come ebbi a scrivere nel 1997 presentando il suo primo libro, Pomi acerbi, il poeta “ha saputo parafrasare se stesso per il viaggio esistenziale in cui si è mosso e commosso” dando voce e prefigurazione a un ecosistema dove l’uomo e la poesia abbiano ancora spazio per r/esistere» (p. 9).

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IL TERZO SGUARDO n.34: Il destino della scrittura e la nascita di un mito letterario. Humphrey Carpenter, “Gli Inklings. C. S. Lewis, J. R. R. Tolkien, Charles Williams e i loro amici”

Il destino della scrittura e la nascita di un mito letterario. Humphrey Carpenter, Gli Inklings. C. S. Lewis, J. R. R. Tolkien, Charles Williams e i loro amici, trad. it. di M. E. Ruggerini, Genova-Milano, Marietti 1820, 2011

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di Giuseppe Panella*


C’erano una volta (tra gli anni Trenta e i Quaranta) gli Inklings, scrittori-professori-teologi e cultori della letteratura di genere: quasi tutti insegnavano al Magdalen College di Oxford o a Oxford vivevano come Charles Williams. Avrebbero scritto romanzi memorabili per i loro caratteri innovativi all’interno del genere da loro scelto non tanto per la qualità delle vicende raccontate quanto per l’innovazione profonda da essi apportate alla lingua inglese e al modello narrativo adottato. Tolkien diventerà famoso soprattutto per Lo Hobbit del 1937, inizialmente concepito come un racconto per bambini e soprattutto per il suo colossale seguito, Il Signore degli Anelli (1954-1955). Lewis scriverà tre significativi romanzi di fantascienza (Lontano dal pianeta silenzioso, Perelandra, Questa orribile forza), una fortunata serie di sette libri fantasy (Le Cronache di Narnia) e un romanzo epistolare tra l’apologetico e il grottesco noto in italiano come Le lettere di Berlicche (The Screwtape Letters). Charles Williams lascerà una serie di thriller metafisici in cui eventi misteriosi dal punto di vista criminale si alternano a profondi interrogativi metafisici (La vigilia di Ognissanti, Il posto del leone, Guerra in Paradiso, La pietra di Salomone). Il libro di Humphrey Carpenter (giustamente ormai un classico della biografia letteraria) racconta le loro vite, i loro incontri, le loro strategie letterarie, i loro sogni, le loro sconfitte. Si pone inoltre domande fondamentali riguardo la forma assunta dalle riunioni tenute dagli scrittori che formarono il circolo degli Inklings e il loro destino e la loro fortuna sia durante il periodo in cui esse si svolsero che successivamente:

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L’angoscia del moralista nell’esordio di Alfonso Brentani, di Andrea Sartori

In un passaggio del suo drammatico referto Senza trauma. Scrittura dell’estremo e narrativa del nuovo millennio (Quodlibet, Macerata 2011), Daniele Giglioli sintetizza così lo stato della vita pubblica del Paese a cavallo del nuovo millennio, il perdurante anno zero dello spirito sociale italiano, refrattario a essere simbolizzato nel linguaggio da un soggetto capace di verità: «Non c’è settore della vita pubblica, dalla politica alla finanza, dallo sport alla cultura, che non si presti a essere interpretato in chiave di bande – cordate, scalate, filiere, gruppi di pressione, patti di sindacato, lobby, cricche, conventicole, famiglie, mafie». Uno scenario sconsolato a cui quasi tutti siamo assuefatti, appiattiti per stanchezza, delusione e talvolta paura, sulle locuzioni più indeterminate che ci siano, che meno di altre richiedono una presa di posizione, una specifica postura critica, da parte dell’enunciante: si sa, così fan tutti, non c’è altrimenti. Nel furioso e al tempo stesso insensibile dileguare del vero e del senso di responsabilità, l’unico principio che le bande macinatrici di realtà e di potere adottano per imporsi e mantenersi sulla scena pubblica nazionale, è quello arcaico dell’auto-conservazione. All’apice – presunto – della società e dell’economia della conoscenza, laddove si disquisisce di preziosi capitali cognitivi da valorizzare e di evoluti strumenti di comunicazione da adottare, il campo politico e produttivo del Paese è per lo più attraversato dagli impulsi ferini di un rinnovato stato di natura hobbesiano, dalle leggi di un incravattato darwinismo sociale, ove contano null’altro che la sopravvivenza, la conservazione dell’utile e del proprio interesse materiale. Continua a leggere

Lezioni di vita, e anche di tango

Ogni volta che la nomino un amico di Reggio Calabria che mi è molto caro  mi dice “Messina non esiste”, con quel razzismo della campana che noi italiani ci trasciniamo dietro da medievali generazioni. Credo abbia ragione, però.
Anna Mallamo,  Manginobrioches, re(g)gina prestata a Messina, teorizzatrice e praticante del modello politico del Matriarcato Calabrese, nella sua vita precedente era un distico elegiaco. In questa, è un tango. Un tango scrivente.
Pura sensualità di parola, strazio e predominanza di femmina, non può che scrivere Anna Mallamo, solo logos brivido e sogno. Non importa sapere altro di Manginobrioches, lei è tutta qui nelle sue pagine, nel suo essere tango e argentina magnagreca, nelle sue milonghe messinesi che non ci sono, a destra di molte stelle.
Quindi ha ragione il mio amico reggino: Messina non esiste, e Anna Mallamo ne canta l’evanescenza, la polvere brumosa che si allunga nello Stretto che lei unifica piantando un tacco su Scilla e l’altro su Cariddi, sapiente e utile come mai un ponte. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.80: Romanzo di formazione. Paola Ronco, “Corpi estranei”

Romanzo di formazione. Paola Ronco, Corpi estranei, Bologna, PerdisaPop, 2009

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di Giuseppe Panella*

Corpi estranei di Paola Ronco è un romanzo di formazione – certo molto diverso da quelli che hanno scritto Joseph Conrad, Thomas Mann o James Joyce ma con una costruzione narrativa e una linearità di scrittura che la conduce alle stesse conclusioni. Come accade in ogni Bildungsroman che si rispetti, è necessario che alla fine di una determinata serie di eventi si giunga a un punto di svolta: o si finisce (in qualsiasi modo, non solo con la morte) o si cambia e si passa su un altro piano. E’ proprio quello che accade in questa opera prima pubblicata della Ronco. Tre personaggi – Mauro Cabras, un poliziotto parzialmente invalidato al servizio attivo e trasferito nell’archivio del commissariato, Silvia, un’addetta stampa precaria con un contratto a progetto che lavora in un’agenzia che si occupa di pubbliche relazioni, Alessia, una studentessa di Filosofia che si arrabatta con lavoretti saltuari – risultano legati dal filo insanguinato di una morte avvenuta durante una grande manifestazione politica a Torino.

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