Archivi categoria: Scritture

Piccolo manuale di spiritualità

di Fernando Altieri

Il Piccolo manuale di spiritualità è una lettura bella: è il primo requisito perché un messaggio possa farsi strada nel lettore. Ogni capitolo del volumetto è una proposta al tempo stesso convincente e suggestiva, come se gli autori avessero appreso la lezione indicata all’inizio della Bibbia: “E vide che era cosa tov meod”, molto bella e molto buona. Un assunto del libro è che bello, buono e vero “funzionino” solo nell’armonia del loro dispiegarsi, dando l’unica risposta plausibile alla disintegrazione dell’oggi. Il perno dell’opera è l’appello che Gesù lancia all’inizio della Sua predicazione: metanoèite, cambiate mentalità, mutate direzione. Lo shub ebraico si spiega con l’immagine del pastore che conduce il gregge verso l’oasi e si accorge di aver sbagliato direzione: capita anche a noi di cercare la verità nell’io, e di non trovarla. Ecco, allora, che cambiamo rotta, dirigiamo la nostra umanità, la nostra storia, verso il Tu che libera dalla prigionia e consente un esodo dalle proprie illusioni, per approdare alla terra promessa dell’amore. La felicità si trova in questa prospettiva, in uno sguardo liberato dalla trave delle false convinzioni. La gioia è a portata di mano: Fabrizio Centofanti e Sabrina Trane ce la indicano con sicurezza, sulla scorta di un insegnamento ricevuto e trasmesso con l’entusiasmo di un bambino.

Trasversalmente “oltre” tra cinque libri

“Trasversalmente oltre tra cinque libri”

 di Giovanni Agnoloni

Negli ultimi tempi mi è capitata più spesso un’esperienza che avevo già vissuto in precedenza, sempre nel solco del tema a me caro delle sincronicità junghiane: ovvero, riscontrare sorprendenti assonanze tra i miei stati d’animo e pensieri e i temi trattati o nei libri che sto traducendo o in quelli che sto leggendo. Senza volerlo, trovo una continuità trasversale in e tra tutti questi scritti, che sembra accompagnare i miei percorsi interiori, portandomi oltre gli stati mentali attuali e nella direzione di un’evoluzione spirituale capace di produrre risultati migliori di quelli forniti dai meandri della mente. Trasversalmente oltre, insomma, come ho indicato nel titolo di questo pezzo. Gran parte di questa strana sintesi è riflessa da una recente intervista fattami da Gianluca Garrapa, dove per la prima volta ho visto con chiarezza le mie due anime letterarie – contemplativo/metafisica e di osservazione e critica sociopolitica – convergersi e fondersi appieno. E, se lo dico, non è tanto per autopromozione, quanto perché per me sarebbe ridicolo ergere barriere tra i vari aspetti del mio lavoro quotidiano (scrivere, tradurre, leggere, interpretare la realtà, nonché viaggiare e perfino suonare), visto che nell’universo “tutto è uno”. E i cinque libri di cui oggi voglio parlare rispecchiano perfettamente, nella trasversalità dei temi che li attraversano, l’incontro di quelle due anime nella direzione di un Oltre geografico, culturale, emotivo, professionale e sociale.

Il primo è Romanzo olandese di Marino Magliani, edito da Scritturapura (2025). Si tratta di una trilogia, come recita il sottotitolo, o meglio di una sinfonia in tre movimenti, mi verrebbe da dire. Qui l’autore ligure – che vive nei Paesi Bassi, e che ha fatto del tema del confronto tra l’orizzontalità olandese e la verticalità dell’entroterra ligure, nonché di quello dello sradicamento e del vagare nel mondo, alcuni dei motivi (appunto) trasversali di tutta la sua produzione – riunisce, rielaborandoli profondamente, tre suoi vecchi lavori, che finiscono per assumere una sostanza del tutto nuova, diventando le tre parti di un discorso unitario che ha al centro la sua terra di adozione. Il primo atto, “La talpa”, è un itinerario – inizialmente in bicicletta – nella capitale olandese (dove Magliani non abita ma va di tanto in tanto per attività letterarie presso l’Istituto Italiano di Cultura e, in passato, nella libreria italiana “Bonardi”, dove una volta presentammo anche insieme un mio libro per l’appunto ambientato ad Amsterdam, e che purtroppo ha chiuso), ma non solo. È un autentico sovvertimento della dimensione orizzontale, così intrinseca ai Paesi Bassi, perché lo conduce nei sotterranei della città, nel cuore stesso della sua struttura nascosta e oscura, con due guide “dantesche” come il suo traduttore olandese Roland Fagel e una ragazza del posto, Walmoet. Sì, perché si tratta di un percorso prima di tutto simbolico (anche ricco di suggestioni bolañiane, tema che Marino e io amiamo per aver tradotto metà per uno la raccolta di saggi su Roberto Bolaño Bolaño selvaggio edita da Miraggi), dove l’esplorazione delle “magagne” olandesi – speculazione edilizia, acque di scolo, correlati rischi di smottamento e altro – fa tutt’uno con una discesa negli inferi del subconscio. Insomma, ciò che ci si aspettava di trovare di sopra, in una città dove la luce, quando non piove, è meravigliosa, ha ceduto il posto a un mondo di sotto la cui “risoluzione” appare un’imprescindibile premessa alla riscoperta della vita nel “fuori”.

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POESIA E POLITICA.13. BIAGIO CEPOLLARO

 

Meditationes, 1996 

 

                                                Meditationes n°1

 

nella terza rivoluzione industriale si fa ciò che non si pensa e anche si è pensati da ciò che non si è fatto. non l’antico sulfureo inferno né

 

il fiorito giardino di delizie assoggettando ti fa soggetto ma lo stallo nel vuoto assoluto d’esperienza. l’evidenza ora si fa sospetta allusione

contronatura

 

                                              Meditationes n.°2

 

 è che noi non siamo neanche noi e dispersi di noi fu fatta foresta

e ognuno di noi col sé di plastica arreda l’urbana transizione ficca al suo posto

ciò che un altro

 
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20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

Il tema del Ethna, l’ultimo romanzo di Anna Bertini (Arkadia, 2025), è musicale. Anzi, è una canzone, Ethna’s Song. Intorno a questo tema, che ritorna puntualmente, come nel jazz, c’è l’imprevedibile assolo della vita di ciascuno di noi. La protagonista ritorna in un luogo, Castel Sonnino, dove aveva soggiornato in un periodo difficile della propria eistena. Si trova a dialogare con una sua doppia e a riscoprire la persona che era stata allora e che non è più. La musica tende il filo che le consente di non perdersi in questo viaggio a ritroso. “Ho cercato dentro di me un certo distacco, necessario per ripercorrere i giorni che hanno cambiato in modo radicale l’andamento della mia esistenza, e anche la mia indole”. Il jazz è il viatico per il suo rinnovamento.

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Kim Simonsen, “La composizione biologica di una goccia di acqua di mare porta con sé l’eco del sangue nelle mie vene”

Estratto della postfazione di Giovanni Agnoloni alla silloge del poeta faroese Kim Simonsen La composizione biologica di una goccia di acqua di mare porta con sé l’eco del sangue nelle mie vene (I Libri di Mompracem, 2025), da lui tradotta dalla versione americana a cura di Randi Ward 

C’è (…) tanto “dietro” questa apparentemente breve ma in realtà assai densa raccolta di versi. Andiamo a osservarne più nel dettaglio le diverse parti e la ricchezza di temi e suggestioni poetiche. Le sezioni, come si accennava, sono quattro: “Prima mattina sulla terra”, “La storia naturale dello spinarello”, “La filosofia dei pesci” e “Umani”. Già di per sé, sembrano descrivere un arco che parte dall’ampio scenario della natura, con al suo interno uomini, animali, vegetali e minerali, per poi passare a un piccolo protagonista della vita ittica del posto, al centro dei ricordi dell’autore, e quindi riallargarsi su tutti i pesci, ai quali – in accordo con le linee teoriche di fondo tratteggiate nel paragrafo precedente – viene applicata una parola abitualmente umana, “filosofia”. Infine, ecco noi, gli “umani”, non più cuore dello scenario ma suo ultimo atto, ultimi inter pares, se mi si passa l’espressione.

Insieme, c’è già implicito un altro arco, puramente interiore, racchiuso in quel “prima mattina” nel titolo della sezione d’apertura. L’inizio, infatti, coincide con la morte del padre, che segna, sia pur col dolore, l’apertura di una nuova fase nella vita del poeta, e pare essere il motore segreto di tutte le percezioni e le riflessioni che da lì in poi si dipaneranno, fino ad approdare all’ultimo verso della quarta sezione e di tutta la raccolta, «Ben presto mio padre s’infrangerà come un’onda contro gli scogli e sparirà». Con esso, il cerchio si chiude e l’arco interiore viene nuovamente a coincidere con quello dei cicli naturali, che partono dal mare e ad esso ritornano, venendo risucchiati nel Tutto che niente ricorda a lungo, perché ogni persona-o-cosa rientra nell’incessante divenire (e fluire) cosmico.

In una delle poesie della prima sezione leggiamo: «Siamo uno stato di flusso liqueforme». È forse questa l’essenza dei concetti già evocati e ritornanti lungo tutto l’arco del volume – a ondate, per rimanere coerenti con il contesto, «in un turbinio sovrapposto / di strati / su / strati» –. Proprio come l’editore faroese ha sottolineato nel presentare il volume: «La natura fuggevole dell’esistenza è intessuta in un tutto cosmico di onde e di mare – di vita e di morte – in cui vengono esplorati il rapporto tra gli esseri umani e il mondo, il mare dentro di noi e il nostro legame con l’acqua».

Esiste dunque una circolarità orizzontale, per così dire, che cinge e unisce tutti i componenti della natura, dai più microscopici («Sono virus, / sono alga, / sono ciò che è ammuffito»), agli animali e agli esseri umani («La mia fredda mano tocca la staccionata impregnata / d’acqua, c’è odore di terra qui; / sento le ali degli uccelli»), fino alle più imponenti formazioni rocciose («L’oceano sta erodendo queste sponde; / i flutti s’infrangeranno su questa terra / finché l’ultimo faraglione non sarà abbattuto»). Ma esiste anche una circolarità verticale, che attraversa il tempo accomunando e facendo brevemente rivivere nel qui e ora attimi appartenenti al passato degli affetti («E mentre cammino in questo / paesaggio / sto forse muovendomi tra filamenti protesi verso qualcos’altro, / verso un mondo migliore, un tempo / in cui sentivo di essere amato?») e del paesaggio in genere. Per esempio qui: «Il fiordo, le onde, il pendio ormai saturo / Sono divenuti una necropastorale». Il concetto di “necropastorale”, che in un contesto poetico potrebbe anche chiamarsi un’“elegia del disfarsi (o del decomporsi) delle cose”, è stato definito da Joyelle McSweeney come «una zona politico-estetica in cui la realtà delle depredazioni attuate dal genere umano non può essere disgiunta dall’esperienza di una “natura” avvelenata, mutata, aberrante, impressionante, piena di effetti e stati emotivi dannosi»[1], e riguarda specificamente situazioni e modalità di carattere non umano, come «insetti, virus, alghe e muschi»[2].

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Estratto de “Le continuazioni”, romanzo di Marco Candida

Estratto de “Le continuazioni”, romanzo di Marco Candida (Arca Edizioni, 2025)

Ma pure Nicolò ha un vizio mica da ridere.
Però, trattasi di vizio diverso da quello di Silverio.
Se per Silverio il tic nervoso agli occhi è una chiave aurea per aprire scrigni di esoterico sapere, per Nicolò il suo vizio lo caccia solo nei guai, non rappresentando alcuna cartografia alternativa relativa a tesori nascosti. Nicolò parla ad alta voce. Cammina e borbotta da solo. A volte parla a voce proprio alta alta e sempre più spesso si ritrova a farlo in mezzo ad altre persone e addirittura quando è in compagnia di una singola persona, come a tavola o al bar, il che forse è ancor peggio di quando lo fa smaterializzato nella folla. Gli scappa qualche parola ad alta voce sciolta dal contesto e dalla conversazione costringendo chi è con lui a sorridergli e a chiedergli se per caso stia parlando da solo. Altri più stronzi non si limitano a chiedere, ma lo accusano proprio. Lo dileggiano. Nicolò cerca di dissimulare. Cos’altro potrebbe fare? Ammettere di essere matto come un cavallo e di sentirsi solo come un cantante in un’astronave deserta? Nicolò non si rende nemmeno più conto ormai di parlare a voce alta da solo, mentre esce di casa per fare commissioni. Non solo frasi sconnesse, ma ormai interi discorsi e a volte intere confessioni. Il suo è un rimuginare costante che scaturisce dai recessi più tempestosi del suo animo: è un fiume di mesto risentimento che incontenibile sgorga dalla bocca. In tempi di Covid gli andava anche bene indossare la mascherina: nascondeva le labbra in perpetuo movimento. Adesso invece occulta l’indefesso cicaleccio solitario ficcandosi un auricolare nell’orecchio in modo da far finta di parlare al cellu con qualcuno. Ma molte volte si dimentica. Ovviamente il disturbo si è acuito dopo la rottura con Marina. Nicolò mastica e rimastica il trauma in vari modi. E borbotta la storia con Marina (o dove Marina della storia è il centro irradiante) pressoché di continuo.

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Augusto Benemeglio, Mio antico Salento

di Fabrizio Centofanti

L’avevo avvertito: questa volta niente recensioni. La mia vita è diventata impossibile, tra impegni di ogni tipo e la ricerca di una preghiera che illumini gesti e parole che ingorgano la vita di un prete. Niente recensioni. Poi ti immergi nel libro e vieni avvolto e travolto dal calore e colore di una terra che fa dimenticare le mani avanti di una mancanza di tempo disperata.

Questo è il Salento di don Tonino Bello, “il fratello vescovo, il più grande e luminoso uomo nato nel Salento, il santo più amato e più importante dell’ultimo scorcio del ventesimo secolo”. Continua a leggere

Giorgio Stella. Una poesia

Io volli i colori della morte nel gesso tricolore della fame di gesso, lo scudo l’ elmo e corazza nudi nel baule di Cassandra! La betoniera nell’ arco io volli che fosse ceramica nel volto di un altro specchio – (***) l’ anfiteatro di cerbottane come fontane che regalano neon al piegarsi nel flusso dello zero io volli. Io volli la betoniera, la betoniera di Cassandra, mutare il gesso di Marco Aurelio in arco di elmo e corazza come l’ uva fermenta il/nel cielo – la betoniera il cocco della palafitta volli io che volli – ora è finita, è finita la bottiglia, un preservativo nel letto che non ha seminato la creta nel vaso. La pietà non ha il pudore nell’ orrore del rimorso per l’ orrore figuriamoci nel rimpianto. Il suicidio è ridicolo la betoniera no! Essa riscatta la pietra dall’ angolo nella seta. Lo scudo la corazza dell’ Eden che passa la cifra non del sempre verde ma il verde per sempre . (Roma nn ricordo la data ore 4e40 dedicato a quello che io volli.) – cifrato in questo codice: 23&67+000043-53###.

POESIA E POLITICA. 1. Gaio Lucilio

“La poesia è sempre politica, perché è una voce della città umana”
 (Fabrizio Centofanti)

 

Mai come in questo periodo di incessanti accadimenti si avverte la mancanza di una lettura sensibile e acuta da parte dei poeti su quanto sta avvenendo nel mondo; un mondo sempre più complesso e violento, spregiudicato, cinico, liberticida, dominato da personaggi senza scrupoli che stanno condizionando e decidendo i destini di milioni di persone, mettendone a rischio la vita e la capacità di sopravvivenza.

E’ necessario che i poeti provino a uscire almeno in parte dalla loro tendenziale introflessione e appartatezza, per provare a guardare, leggere ed esprimere in versi il mondo reale che sentono intorno a loro; nel modo dunque a essi congeniale, fuori dalle bolge litigiose e inconcludenti dei social.

Ricordando che la poesia si trova sempre su un crinale assai arduo oltre il quale c’è la non poesia, come osservava T. S. Eliot (La funzione sociale della poesia) scrivendo che la poesia è quella che “dà diletto” e che è “espressione di esperienze nuove, o un’interpretazione diversa di quelle già familiari”. Aggiungo, con dignità di forma, qualunque sia lo stile.

Nel dare oggi avvio a questa rubrica, intendiamo proporre nel nostro blog poesie sia della tradizione sia di autori contemporanei, invitando i poeti interessati ad inviarci a questo indirizzo  [email protected]  una o più poesie e una breve nota biobibliografica.

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Frammenti di Cinema # 86

“In amore non si dovrebbe mai dire: mi dispiace”: è la frase chiave di Love story (1970) di Arthur Hiller, che di tutti i film sentimentali costituisce il modello perfetto, quasi uno stemma. Si tratta di un vero canone che ha ispirato una caterva di film sull’amore. Fate un gioco: compulsate tutti i titoli che conoscete, pensate alla trama e confrontatelo col suo prototipo contemporaneo (sicuramente ce ne sono di precedenti, specie nell’Italia melodrammatica: penso alla saga della coppia Amedeo Nazzari-Yvonne Sanson). Il suo gemello contrario è In the mood for love (2000) di Wong Kar-wai, che, aderente alla cultura orientale, si fonda sul vuoto. La “love-story” è del tutto elusa, unicamente, sebbene pienamente, vagheggiata e mirata. L’arco viene teso fino al limite estremo per colpire il bersaglio. Questa certezza è già sufficiente. Non c’è bisogno di andare oltre.

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Lottare con la forza del pensiero

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Pensare la pace durante un raid aereo
di Virginia Wolf

La notte scorsa e quella precedente i tedeschi erano sopra la nostra casa. Adesso
sono tornati. È un’esperienza strana, trovarsi sdraiati al buio ad ascoltare il volo di
un calabrone che in ogni momento potrebbe pungerti fatalmente. È un rumore che
interrompe il fluire calmo e continuo di un pensiero sulla pace; eppure un frastuono
che costringe a concentrarsi sulla pace, molto più di una preghiera o di un inno
nazionale. Continua a leggere