Lo stato dell’arte. Rita Pacilio

Mentre viviamo un tempo scandito da disagi sociali, economici e culturali, siamo costretti a spostare le nostre energie su inventari e universi sempre più distanti dall’interiorità perché la crisi della nostra epoca sacrifica e baratta continuamente la bellezza, le emozioni e l’arte in genere. Ma è anche vero che i momenti storici peggiori hanno dato vita a entusiasmanti e straordinari talenti e cambiamenti. Anzi, proprio nei periodi più bui, il mondo ha sempre più avvertito la necessità di affrontare rivoluzioni culturali, munendosi del potere evocativo, per riflettere e riconciliarsi con il creato in cui tutto è armonia e perfezione. Credo che dovremmo nutrirci di poesia al fine di cercare di cambiare e migliorare qualcosa nel mondo facendo spazio al valore dell’anima, cioè dando importanza all’urgenza del germoglio dei pensieri poetici e di bellezza legati alla speranza di ricostruire e rinascere. Se è vero che l’Arte nobilita l’animo umano rinvigorendo le coscienze e se è vero che nutre e accresce la sensibilità del pensiero, allora sarà sempre la poesia e tutta l’Arte a dare ricchezza e speranza al mondo e senza la quale non potrebbe esserci società evoluta. Continua a leggere→

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Marina Massenz, Rumori con sfondo

di Mauro Ferrari

Marina Massenz, Rumori con sfondo, puntoacapo Editrice, 2023

C’è un punto di intersezione, o una zona di contatto, fra fisico e metafisico, reale e immaginario. Se proviamo a raccontare quel luogo (che poi non è un luogo, perché non ha dimensioni fisiche) restiamo senza voce. Ma non senza parole, perché di quei luoghi possiamo scrivere. Possiamo descriverli, definirli, ma non spiegarli. Sono dentro di noi, non abbiamo accesso logico.  la scrittura che ci permette di abitarli per brevi tratti; e quella traccia che abbiamo intravisto e segnato sulla pagina resta per il lettore. Ecco, la raccolta di racconti brevi di Marina Massenz, Rumori con sfondo, cerca di dar vita a quei luoghi, e le sensazioni, gli accadimenti che coinvolgono chi passa la soglia. Non sono storie di building (non potrebbero esserlo); non sono vicende che trasformano l’Io lasciando in esso una traccia che non svanisce: anzi, sono tracce di eventi possibili in luoghi i quali smettono di esistere non appena smettiamo di pensarli. Non appena finiamo di scrivere o leggere di loro.

La logica razionale all’interno di questo spazio letterario non esiste: gli eventi si sviluppano imprevedibili (come se la vita poi fosse prevedibile), i percorsi e i viaggi conducono a qualcosa di inatteso che non è mai una compiuta rivelazione, ma solo un bagliore di significato; gli incontri non sono mai di dialogo, perché le parole che udiamo qui sono effimere, leggere, ed evaporano prima di diventare senso. La logica con cui gli avvenimenti si sviluppano, se tali sono, è quella del sogno, governata da continui slittamenti, per cui ad esempio le imbarcazioni diventano scatole di lamiera (p. 42), e le persone possono entrare in una scatola di fiammiferi (p. 34). Soprattutto, gli spazi in cui i protagonisti si muovono appaiono come labirinti da cui non si riesce a sfuggire, o una volta usciti è impossibile rientrare (La casa, p. 37). Il tutto, comunque, senza tragedia, perché questa esigerebbe una logica ben più stringente.

Ma sono anche luoghi definibili, almeno in parte: nella seconda sezione del libro, Marina Massenz prova a classificarli in relazione a noi, alle sensazioni che proviamo immergendoci in essi. E ne esce ovviamente una classificazione metafisica, surreale, che non ci impedisce comunque di riconoscerli: luoghi della terra, luoghi distesi, luoghi appesi, luoghi non luoghi ecc. 

Un libro come questo dimostra come le frontiere della narrazione siano ben più distanti e forse irraggiungibili di quanto ammetta la narrativa mainstream, cioè il classico romanzo da trecento pagine, la cui trama razionalmente “realistica” è frutto di una selezione imposta sulla caoticità del reale. E forse è compito della narrativa breve (una mosca bianca nel mercato editoriale) frequentare con coraggio questi territori che ci dicono ancora della complessità della vita.

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Lo stato dell’arte. Massimiliano Bardotti

Vorrei cominciare a risponderti, Fabrizio caro, esprimendoti la mia gratitudine. Ritengo estremamente necessario porre delle domande di questo genere, credo sarebbe fondamentale ce le ponessimo continuamente, ma nel caso a volte la pigrizia, a volte la paura di non saper rispondere ci impedissero di farlo, credo sia vitale la presenza di qualcuno che pungoli, incalzando con le domande che contano. Un po’ come accadeva nel Medioevo quando il “ricordati che devi morire” era quotidiano. Continua a leggere→

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Roberto Plevano, Di spada e di croce

di Riccardo Ferrazzi

Avete letto “Marca gioiosa”? Se sì, non mancherete certo l’occasione di gustare questo nuovo capolavoro di Roberto Plevano. Ma se avete mancato l’occasione di leggere uno dei migliori romanzi storici della letteratura italiana, non perdete “Di spada e di croce”.

In realtà, ci sarebbe da domandarsi se sia lecito rinchiudere sbrigativamente questi due grandi affreschi in una definizione di genere (romanzo storico), come se l’autore avesse voluto unicamente rievocare i fasti di una famiglia e del suo maggiore esponente, Ezzelino da Romano, il condottiero che per un breve periodo arrivò a condizionare la politica mondiale ponendosi come indispensabile alleato dell’imperatore Federico II, lo stupor mundi. Controllando la Marca ed espandendosi in Lombardia, Ezzelino forniva a Federico una preziosa cerniera fra gli eserciti imperiali di Germania e d’Italia. Con lui cominciava a prender forma il sogno di una Italia, sempre inserita nell’impero, ma autonoma e influente.  Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Rimanere e diventare

V domenica di Pasqua

[1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8]

Rimanere è un prendere casa. Si può rimanere in un luogo per piacere o per necessità, ma non si può “rimanere” in una persona. Eppure, forse, anche una persona può essere un “luogo” in cui “rimanere”. Chi è innamorato lo sa. Gli innamorati sanno “rimanere” reciprocamente nella persona amata. Solo gli innamorati sanno farlo. Si può prendere dimora presso la persona amata e c’è un rimanerci anche se fisicamente impediti dal farlo. Chi ama sa di cosa si sta parlando.

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Lo stato dell’arte. Giacomo Cerrai

Caro Fabrizio, domande capitali le tue, che mi pare nascondano anche una certa angoscia. Se c’è, la condivido. Come dice un filosofo, non è la bellezza che salverà il mondo (come certo sai il principe Myshkin non lo ha mai detto davvero, sono relata refero di Ippolit) e neanche lo rovescerà, come dice il motto di LPELS, bensì è il mondo (noi) che deve salvare la bellezza. Credo che per la poesia sia lo stesso, che ha qualcosa da dire nella misura in cui noi abbiamo qualcosa da dire, magari allargando lo sguardo. Se c’è una speranza è proprio nella bellezza che sta a noi salvaguardare, e non parlo mica solo di estetica, ma soprattutto di etica, giustizia, indagine sulla e nella complessità, perché lì si nasconde il senso. Servirebbe una poesia analitica, sostenuta (ecco un’altra bellezza da salvare) da una lingua restituita non dico alla sua purezza ma alla sua proprietà, cioè non espropriata della sua capacità non solo di descrivere, ma di criticare, accusare, colpire se necessario, coltivare il dubbio, chiamare in giudizio il potere. E non parlo di una poesia cosiddetta civile, ma di una poesia che anche quando parla di un singolo disperso in una periferia o rovescia la lingua come un calzino lo faccia proprio per riappropriarsi di qualcosa di inalienabile. Compreso, almeno nello spazio di qualche verso, il senso di cui parli. Perciò la poesia (la buona poesia) deve essere salvaguardata, non solo come attività dello spirito (per quanto sommamente “inutile”, vedi Montale ed altri) ma anche come unico strumento (molto più della narrativa) che possa operare per lo sviluppo, l’articolazione, l’ampliamento di significato della lingua, e di conseguenza della capacità di dire le cose, che è libertà. Soprattutto perché il linguaggio dell’informazione, dei media, del commercio, dei social, della pubblicità, della cattiva politica (ma anche della cattiva poesia) va nella direzione opposta, che è quella dello slogan (ben descritto dal Canetti di “Massa e potere”), della semplificazione, della mozione elementare, della manipolazione.
La speranza, poi, è un’altra cosa. E’ il terreno della politica, che non andrebbe lasciato coltivare ai politicanti.
Un abbraccio.

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DON LORENZO MILANI: UN PRESBITERO DELLA CHIESA FIORENTINA

DON LORENZO MILANI: UN PRESBITERO DELLA CHIESA FIORENTINA


di Fabiano D’Arrigo

Le celebrazioni in occasione del centenario della nascita di don Lorenzo Milani volgono ormai al termine.

E’ utile, perciò, porsi una domanda.

Chi era Lorenzo Milani?

La risposta tutto sommato è semplice.

Lorenzo Milani era un presbitero della Chiesa cattolica: ha svolto il suo ministero prima come cappellano a San Donato di Calenzano e poi come priore a Sant’Andrea di Barbiana nella Diocesi di Firenze.

Come presbitero ha sofferto, e molto, a motivo delle avversioni, causate per lo più da incomprensioni e da motivazioni politiche, da parte di alcuni suoi confratelli sacerdoti e soprattutto da parte del suo vescovo il cardinale Ermenegildo Florit.

Papa Francesco il 20 giugno 2017 durante il suo pellegrinaggio a Barbiana ha pubblicamente riconosciuto l’esemplarità della missione sacerdotale di Lorenzo Milani.

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Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Bellezza. 5

Duemila. La tribù delle storie

La Bellezza 5.   Quale senso 

 

   Interrogarsi di continuo sulla Bellezza, sul suo significato giocoforza soggetto a mille mutamenti di gusto, di moda, di ambienti, di epoche. Oppure considerarla come qualcosa di oggettivo, di eterno, qualcosa che, codificata nei suoi variabili stili, non può che spingerci all’ammirazione, al trasporto, di là da ogni ulteriore valutazione. Nel saggio che ha dedicato alla bellezza, il filosofo britannico Roger Scruton parte da un preciso assunto: “La bellezza, dichiaro, è un valore reale e universale, un valore radicato nella nostra natura razionale, e il senso della bellezza ha un ruolo indispensabile nel plasmare il mondo umano”.  Continua a leggere→

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Intervista a Antonio Fiori

di Luca Pizzolitto

1) “La stessa persona” è una raccolta di poesie che viene pubblicata a poco più di un anno di distanza da “Vita di un altro” (Inschibbolet, 2023). Partiamo dai titoli, entrando passo passo nella tua scrittura: c’è continuità con il libro precedente o, come sembri voler suggerire fin dalla copertina, una profonda frattura?

In comune, gli ultimi due libri, hanno la convulsa ricerca di me stesso. In “Vita di un altro” mi cerco negli altri (nella poesia degli amici, nei poeti immaginari e nei ricordi, più o meno autobiografici, di una fraterna amicizia); quest’anno invece, con “La stessa persona”, ritorno ad una raccolta poetica classica, divisa in due sezioni – quella eponima e una seconda più escatologica e religiosa – con testi prevalentemente epigrammatici. Risulta, credo, abbastanza evidente il denudamento tipico indotto dagli esami di coscienza. Continua a leggere→

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Decalogo: 2. Non nominare il nome di Dio invano

di Alida Airaghi

L’inquilina dell’ultimo piano
cosa sa del dolore di chi abita al quarto?
L’anziano murato in un tempo remoto
parla con i perduti, chiede scusa
di non esserci stato. La donna
pressata da dubbi teme il futuro
(esultanza o capestro), che di lei
non si cura. Entrambi pedine
si sfiorano appena, esitanti
all’ingresso, muti nell’ascensore,
evitando persino il saluto. Continua a leggere→

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Lo stato dell’arte. Domenico Lombardini

Ritengo che questo tipo di società forzi allo scrivere chi non trovi, per destino o vocazione o per punizione, sbocco a una attività strettamente politica.

Amelia Rosselli

Di cosa parliamo, qui? Di espressione artistica, di arte e, in particolare, di poesia. Ma, in generale, cosa possiamo dire dell’arte? Qual è il suo scopo? O, per meglio dire, cosa spinge una persona a produrre arte? Potremmo dire, cercando di cavarcela con poco: per affermare la sovranità dell’individuo come assoluto. Se ciò può essere detto in generale, allora cosa possiamo dire della poesia in particolare? Assolve la poesia al compito di rendere assoluto l’individuo? E l’individuo è pronto a portare questa sua assoluta – ossia slegata – individualità, o preferirebbe forse perdersi nell’indistinzione?

L’espressione genuina del proprio individuo come dispositivo produttore di senso, questo potrebbe essere lo scopo finale dell’espressione artistica e, quindi, della poesia. L’individuo ritiratosi nel proprio particulare, al crocevia tra politica e spiritualità, non può che fare arte; oppure non può che perdersi nella massa. Non trovando senso alla propria vita nella politica o nella spiritualità istituzionalizzata (le chiese, i dogmi, le teologie), l’urgenza di ricercarlo si proietta e concentra al centro dell’individuo dove crea vuoto e silenzio. L’ansia di riempirlo e di non sentirlo produce ricerca di assoluto al prezzo della solitudine (arte) o ricerca di rumore al prezzo della massificazione (indistinzione). Continua a leggere→

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L’albero di Jammes, dalla deposizione alla raccolta.

di Gian Piero Stefanoni

“questo nido sulla vostra fronte”

Quello che ho detto ho detto, eppure nel momento della deposizione, laddove il movimento di gravitazione è segnato per sempre in quelle carni, in quel sangue, chi è davvero per noi quell’uomo nel cui sudario è tutta la risposta ad una contrastata e disordinata oscurità d’amore? Sciolti i lacci, strappati i chiodi chi ha volto nell’abbandono tra quelle donne, tra quelle mani nel riflesso di uno sguardo cui va ad affidarsi? 

In realtà, forse, solo la madre sembra saperlo davvero (in una raffigurazione che ha per me la sua immagine nell’affresco della cappella di Santa Giuliana Falconieri in via dei quattro venti a Roma, nel quartiere dove abito). 

Nell’umiltà di quella forza in cui il mondo continua a reggersi prima della domenica, prima di tutte le albe e le domeniche delle nostre resurrezioni, è la coscienza di un carico portato non nell’immagine di un credo nel recinto delle proprie attese ma raccolto nello spazio di una incarnazione nel compimento definitivo della sua Parola.  Continua a leggere→

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L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 5

Esiste un verbo, anzi una particolare accezione di un verbo comunissimo — tentare — che potrebbe tornare utile a quanti lavorano con le parole: non solo l’abbastanza nota tentare le tenebre ‘aprire uno spiraglio di luce nel buio’, ma tentare un foro ‘cercare di allargare uno stretto pertugio’.
La consiglio vivamente agli amici scrittori.

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Marina Petrillo, Indice di immortalità

di Gino Rago

Marina Petrillo, Indice di immortalità, Prometheus Editrice, Milano, 2023

 Non è possibile accostarsi a questo nuovo, recentissimo libro di Marina Petrillo senza ricorrere a quell’armamentario barthesiano incentrato sulla conoscenza dei tre piani del linguaggio scritto. Più precisamente, sulla tripartizione lingua-stile-scrittura che governa la produzione di ogni autrice/autore, nell’atto stesso dello scrivere, così come si presenta ne Il grado zero della scrittura, volume che si apre proprio con la domanda: «Che cos’è la scrittura?»., su cui lo stesso Barthes scrive: Continua a leggere→

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