Ciao, Matteo

Con grande dispiacere, apprendiamo della morte, oggi, dopo lunga malattia, del poeta Matteo Fantuzzi, una delle personalità di spicco della sua generazione per talento e preparazione, per sensibilità civile. Era nato a Castel San Pietro Terme il 23 giugno 1979, e aveva esordito nel 2008 con Kobarid che gli era valso il Premio Camaiore nella sezione giovani. Nel 2017 era uscito il suo secondo volume di poesie La stazione di Bologna, per Feltrinelli.

E’ stato direttore della rivista Atelier.

Il suo impegno critico lo ha visto collaborare con editori (Giulio Ladolfi Editore, come direttore di collana), e con quotidiani e riviste. Continua a leggere

Matteo Fantuzzi 1979-2026

La più bella poesia di sempre

Oggi voglio scrivere per te
la più bella poesia di sempre:
poche righe in grado di scavalcare
in un sol colpo tutto il tempo
e il resto della storia. Qualcosa
che rimanga pure quando sarò
fango, o terra o vivo appena
in qualche flebile ricordo.
Intanto voglio raccontare a tutto il mondo
quello che io provo adesso che conosco
l’istante esatto del tuo sonno ed ogni
movimento, fino al risveglio
fino a quando di soprassalto
mi chiamerai cercandomi, piangendo.
Io sono lì, ci sono stato sempre
pure lontano miglia, tra secoli
e millenni continuerò a vegliarti,
rimboccherò le tue coperte, ti passerò
le mani tra i capelli per dirti ancora:
“Buonanotte, sogna, sii contenta,
non preoccuparti mai per niente”

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Fabio Pusterla

Nominatio

E portare con sé: la durezza
delle montagne, le sterminate
pietraie, la solitudine dell’acqua.
Gelidamente distante, aliena.
Sapere questo, intendo, della sua esistenza.
La neve, quella che resta comunque
negli anfratti a nord, in forma
di luminosa lingua o guizzo.
La stratificazione dello scisto, l’impasto
del granito; la corrucciata
dolomia.
Il lontano, il freddo, l’assenza.
Volare il falco altamente

[da Concessione all’inverno]

“Sebben che siamo donne… “. Una riflessione sulle identità di genere.

di Danilo Di Matteo

Prima ancora del riconoscimento pieno e della valorizzazione, a livello politico e culturale, della differenza sessuale e di genere e del suo potenziale rivoluzionario, la sinistra ha gradualmente maturato, alla fine del XIX secolo e durante il Novecento, la consapevolezza che la questione femminile non sia un caso particolare del fenomeno più generale delle differenze e delle discriminazioni sociali e di classe. Anche le figlie dei ceti più alti subiscono torti e ingiustizie. Paradossalmente, anzi, nel loro caso il sopruso e l’ordinamento patriarcale possono essere ancor più vistosi. E, parimenti, persone di idee progressiste non di rado subiscono pregiudizi e stereotipi sessisti.

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Corpus

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».  [Gv 6, 51-58]

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Marco Ercolani “Non tornare è la grazia”

 

di Mauro Ferrari

Marco Ercolani, Non tornare è la grazia, Prefazione di Angelo Lumelli, Postfazione di Isabella Bignozzi, pp. 106, € 16,00 

ISBN 978-88-6679-564-3 

Non tornare è la grazia, in sintesi personalissima rivisitazione del mito di Ulisse, è composta di tre sezioni e diversi frammenti di monologo che costituiscono un progetto coerentissimo, di stampo poematico. La voce non è tanto lirica quando nettamente dichiarativa, in versi liberi che spesso combaciano con la struttura sintattica, in modo che ogni frase/verso acquisti valore apodittico, perentorio e frequentemente aforistico. Continua a leggere

Danila Di Croce “Dove ancora non siamo nati”

 

di Mauro Ferrari

Danila Di Croce, Dove ancora non siamo nati, puntoacapo Editrice, Pasturana 2024, pp. 146, € 15,00.

Dove ancora non siamo nati:
lì trascorrere la gestazione, se l’impianto
del vero è un oracolo da intonare
al primo e all’ultimo degli abbandoni.

Ci sono scritture poetiche che affascinano per la loro limpidezza; sono a volte incentrate su un Io più o meno autentico/autobiografico, a volte nate da sguardo o pensiero. Sono scritture che ci raccontano, dicono, spiegano. Ci sono altre scritture che alla progressione metonimica (più tipica della prosa) preferiscono quella metaforica, e saltano da un precipizio all’altro, atterrano in territori più o meno conosciuti e comprensibili dandoci barbagli di comprensione come riportassero visioni di paesaggi lontani. Alcune di queste attraversano i territori del simbolo, dell’allegoria, del mito (che è una storia sì, ma porta sempre un alone di inspiegabile, indescrivibile). Continua a leggere

“Di padri (e madri) in figli” – Tanti libri in un un’unica riflessione

Di padri (e madri) in figli

di Giovanni Agnoloni

Mi trovo in un momento incredibilmente pieno di lavoro, tra scrittura e traduzioni, per cui sono molto indietro con le recensioni, ma sul finire di maggio sono riuscito a trovare uno scampolo di tempo per una riflessione che abbraccia diversi libri. Il tema che li attraversa tutti è quello dei padri (ma anche delle madri), da intendersi in senso ampio come le fonti, le origini, i riferimenti. Un argomento che mi tocca nel personale, non solo perché è al centro del mio nuovo romanzo La prossima notte, ma perché ho “lavorato” per anni su questi due poli psichici, energetici e spirituali in sede terapeutica e meditativa. Per di più, l’attività di traduzione letteraria e lo studio della chitarra classica mi portano sempre a dover cercare la vibrazione precisa, la miglior timbrica, il percorso espressivo che poi si fa “storia” e che, da un’idea originaria, conduce a un esito (dal quale poi si potrà risalire alla sorgente).

Tra i libri che hanno accompagnato i recenti sviluppi di questo mio percorso, alcuni sono stati particolarmente efficaci. Comincio da uno che la parola padri ce l’ha nel titolo: I padri si saltano di Stefano Zangrando (Arkadia Editore, 2025), romanzo su una ricerca commissionata al protagonista – un insegnante trentino di nome Diego Verun – da un ex DJ, attualmente residente su un’imbarcazione nel porto di Cagliari, che si fa chiamare “Magra Sorte”, ma il cui vero nome è Eritreo Scheinwindl. Quest’ultimo, essendo affetto da una non meglio precisata malattia autoimmune che lo sta facendo “svanire”, lo incarica di scrivere la sua autobiografia, e lo fa contattandolo online durante i mesi del lockdown pandemico, che Diego vive (male) insieme alla sua famiglia, venata da tensioni interne. La vicenda di Magra Sorte s’intreccia con molteplici strati di ricordi legati alle generazioni dei nonni e dei bisnonni – tra l’altro, lui ha ereditato gli occhi a mandorla da un soldato kirghizo dell’esercito austro-ungarico che aveva avuto un’avventura con la sua bisnonna durante la prima guerra mondiale, tratto genetico che ha saltato la generazione di suo padre (da qui il titolo) –. Vengono così rivelandosi (in un dialogo tra passato e presente, nel quale si proiettano anche episodi della relativamente recente residenza di Diego a Berlino, dove si era già imbattuto in Eritreo) grovigli di vicissitudini legate al tempo di quella lontana guerra, ma anche a tentativi di costruzione di fortunate attività commerciali e a più o meno “irrituali” relazioni sentimental-erotiche. Quello che più mi ha toccato di questo libro, però, è la nitida ricercatezza dello stile, capace di restituire con trasparenza molteplici luoghi; di modo che questo percorso a ritroso nel tempo, che si associa allo smarrimento di un improvvisato investigatore della memoria, finisce per spalmarsi idealmente su tutta la cartina d’Italia e d’Europa, alludendo forse al fatto che ricercare il filo di un discorso personale implica necessariamente il viaggiare, lo spostarsi. Che poi è un altro modo per dire che l’uscire dal sé a cui siamo abituati (e dunque l’affrontare il rischio dell’assenza, cioè il modo in cui spesso percepiamo lo svuotamento dell’ego) è l’unico modo per accedere al vero Sé, dunque alla dimensione della vera presenza.

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Per Plinio Perilli

 

di Gian Piero Stefanoni

Petalo in luce

Ma della mia animalità fanne avversione
e terra e corona dei conquistati
nel silenzio degli indicibili.

Laddove è ancora terreno la parola
trasparendo per ciò che è.

Senza preghiera nel bruciore
dimenticato del mondo,
senza ventilazione nella rottura
che converte a una morte mai improvvisa.

Fulmineo all’amore non all’idea
quella poesia che ti ha tradito
non hai tradito.

Te lo ha insegnato Roma,
lo hai insegnato tu: l’uomo
è un bisogno nel suo desiderio.

Un ascolto, una paura. Mai letteratura.

Roma, 2 giugno 2026

In memoria di Plinio Perilli


di Anna Maria Curci

Con sgomento ho appreso la notizia della morte di Plinio Perilli, poeta, critico, amico. Al profondo dolore si affianca un sentimento di altrettanto profonda riconoscenza per la sua parola chiara e pensosa, entusiasta e brillante. Studio e amore, due risorse straordinarie della “passione-poesia”, sono state sempre compagne di Plinio in ciascuna delle molteplici manifestazioni del suo ingegno e della sua creatività: nella redazione di scritti di critica, sia letteraria, sia cinematografica, sia sulle arti figurative, nell’introduzione alla lettura di opere poetiche di altre autrici, di altri autori, nella stesura delle proprie opere poetiche, sempre di ampio respiro e di sapiente dettato.

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POESIA E POLITICA.44. Daryush SHAYEGAN, SFIDA CONTEMPORANEA E IDENTITA’ CULTURALE

Traduzione e riduzione di Giselda Pontesilli

 

Dopo Il divenire iraniano e il passato culturale, viene qui presentato un altro articolo del filosofo iraniano Daryush Shayegan (1935-2018), Sfida contemporanea e identità culturale, tratto anch’esso da Les illusions de l’identité, la raccolta di venti articoli scritti in francese da Shayegan tra il 1974 e il 1990.

 

Sfida contemporanea e identità culturale è contenuto nella seconda parte della raccolta, intitolata Filosofia comparata, e svolge il tema, fondamentale nel pensiero di Shayegan, del dialogo millenario tra le civiltà, fino alla inedita sfida contemporanea.

 

 

SFIDA CONTEMPORANEA E IDENTITÀ CULTURALE

 

Noi parliamo della sfida contemporanea che provoca mutazioni intellettuali e artistiche in Asia; ci rammarichiamo per la perdita di identità che minaccia le civiltà tradizionali; deploriamo altresì questa vita a due piani che conduciamo, questo stato vicino alla schizofrenia in cui due livelli del sapere, appartenenti a due modalità di essere, si urtano per produrre spesso comportamenti irriflessi e reazioni imprevedibili; in cui lo spirito scientifico appare a volte tanto imbevuto di misticismo quanto quest’ultimo tende a rivestirsi di spiegazioni scientifiche. Continua a leggere

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L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino

Parole “transessuali”

I puristi si rassegnino: il pronome indefinito maschile qualcosa sta per mutar genere. Anzi, è già diventato femminile nella testa e negli scritti della stragrande maggioranza dei parlanti/scriventi (che tendono a concordare con cosa, trattandosi del composto di qualche e cosa):
“Qualcosa mi è sfuggita”;
“Qualcosa si è messa di mezzo”…