20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

Ne le Viandanze (Raffaelli Editore, 2022) Raffale Niro dichiara la propria pluralità. Viaggiando ho compreso/ che non sono il mio paese,/ ma sono il mio popolo.// Io del mio Popolo/ sono il poema umano. Questa collocazione mi ha fatto pensare a Fernando Pessoa che si identifica in una sola moltitudine. Potremmo dire che il Popolo di Niro è il suo eteronomo. Solo che la scelta di Pessoa è disperatamente individuale. Quella del nostro poeta è collettiva. La pluralità non è frantumazione esistenziale, ma conduzione ad unità dentro il consorzio umano. Il richiamo al Popolo è, devo dirlo, una scelta pericolosa, che sfida la retorica del Novecento, e per questo coraggiosa. Attenzione, però, questo popolo è senza paese, ma non è affatto spaesato. Disloca la patria dentro la coscienza individuale che, pertanto, è chiamata alla responsabilità. Io non sono un luogo abitato./ (…) Mi resta il sibilo del vento nella testa/ che confondo con la melodia/ del quel che vorrei esser:// la patria di me stessa. Ciascuno di noi è la patria di sé stesso. La patria della nostra umanità.

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Golfi


È come ritrovarsi davanti a un golfo, cogliere le sfumature dei rumori, l’acqua, le foglie, il volo dei gabbiani: entrare in un’altra dimensione, quella dell’ascolto profondo, dell’orecchio interno. La verità è nascosta; da qui l’etimologia: aletheia, togliere un velo, quello della distrazione, dell’essere fuori di sé. Convertirsi è tornare, ritrovare la strada di casa dopo un’assenza logorante. Credere è ascoltare di nuovo, dopo una sorda lontananza.

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Frammenti di Cinema # 66

L’attenzione per l’identità sessuale e la sua tutela non è esclusiva dei nostri tempi fluidi. Il primo film omosessuale risale addirittura al 1919. È un film tedesco, Anders als die Andern (Diversi dagli altri), diretto da Richard Oswald, che denunciava il cosiddetto paragrafo 175, ovvero l’articolo del codice penale tedesco che dichiarava reato l’omosessualità. Ma già nel 1895 la Edison Studios sperimentava l’invenzione del cinema con la ripresa di due uomini che ballano un valzer in Dickson Experimental Sound Film. Da allora il tema è stato tutt’altro che marginale. L’importante era non trattarne esplicitamente. Durante gli anni d’oro del cinema, tra gli anni ’30 e ’50, sulle icone della omosessualità femminile è stato persino costruito un canone di seduzione. Due nomi spiccano, Marlene Dietrich e Greta Garbo. Indimenticabile è la bellezza androgina di Ninotchka-Garbo (1939) di Ernst Lubitsch. Mentre il primo bacio lesbico nella storia del cinema lo dà la Dietrich in Marocco (1930) di Josef von Sternberg, seppure sotto le mentite spoglie di un uomo. Il film culto, però, resta Johnny Guitar (1954) di Nicholas Ray con Peggy Lee che rivendica la propria identità.

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Treni

È da qui che parte tutto. Dal cuore. Come i treni di don Mario erano segni di un viaggio ulteriore, così ogni segnale, ogni battito, ci aprono la strada, suggeriscono la direzione.
Nulla più di questo, nulla di meno: il di più viene dal maligno. 

Da qui vi lascio notizie dell’eterno, che non cessa d’inviare segnali, come vagoni sfreccianti in scie di colore che accendono speranze.

Da qui vi ricordo che c’è ancora qualcosa di vero: starò in ascolto per tutti, fosse l’ultimo atto della storia. Non c’è parola che possa esprimere il silenzio, ma il silenzio è più eloquente di qualunque parola.

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Le Reliquie di Gorret, le Cose di Borges e l’abuso di letteratura

di Augusto Pivanti

Daniele Gorret, Reliquie, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2023

L’itinerario immaginifico di Daniele Gorret – dalle Campagne e acque del suo esordio, nel 1984, fino alle odierne Reliquie – si snoda in un paesaggio rarefatto eppure denso di richiami e figure; un paesaggio nel quale – indifferentemente si tratti di poesia, di prosa o di mediazione omoritmica – il lettore viene indotto a interrogarsi su un senso laico di “(tempo)eterno” e di “(spazio)infinito”. 

Emergono evidenti – in Gorret – i risultati di un (peraltro dichiarato) “abuso di letteratura”, condizione che porta ad un parallelismo stringente con la testimonianza di Jorge Luis Borges (le vaghe ore, la memoria impura, il lungo abuso di letteratura e al termine la misteriosa morte). Continua a leggere

Istinti


Che ne facciamo degli istinti?

Prendiamo in esame un esempio facilmente comprensibile. Agli uomini – generalmente – piacciono le belle donne: come gestire l’inevitabile attrazione? Gesù lo spiega dal vivo, nell’incontro, al pozzo di Sicar, con una samaritana molto bella, collezionista di mariti. Le chiede da bere: lei è sorpresa, per i motivi che sappiamo, ma soprattutto perché quest’uomo non fa avances. Non solo, ma lascia intravedere un potere sconosciuto, un’acqua che zampilla per la vita eterna, una realtà superiore che si chiama spirito. La donna è affascinata, dimentica i noti rituali, è entrata in un’altra dimensione.

Gesù ci insegna che l’attrazione per la bella donna non si supera con qualche forma repressiva, ma suscitando un desiderio più completo. La questione non è guardare la bellezza: è che la bellezza è tutta un’altra cosa.

“Così l’anima invoca un soffio di poesia” – poesie scelte di Rita Pacilio

“Così l’anima invoca un soffio di poesia” – poesie scelte di Rita Pacilio (Marco Saya Edizioni)

Prefazione di Vittorino Curci

Le opere d’arte sono cose. Anche le poesie. La poesia in quanto cosa oppone resistenza alla lettura che consuma senso e emozioni, come capita coi gialli o i romanzi più accessibili, dice il filosofo sudcoreano-tedesco Byung-Chul Han. Sono certo che con questo libro di Rita Pacilio il lettore potrà fare esperienza di una lettura che non consuma senso e emozioni ma, come sempre accade con la buona poesia, li moltiplica.  Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. XV Domenica T.O.


Ascoltare e comprendere [Mt. 13,1-23]

Sembrano essere questi i due verbi centrali nel brano di Matteo: quello seminato nella terra buona è chi ascolta e comprende.
E sembra anche che non ci sia molta differenza tra i due.
Il verbo greco che possiamo tradurre “comprendere”, infatti, ha anche il significato di “ascoltare”. L’uso che se ne fa qui sembra voler sottolineare la quasi coincidenza dei due o, comunque, una innegabile interdipendenza.
Non si tratta di stabilire una priorità e una possibile conseguenza (prima si ascolta e poi, forse, si comprende), quanto piuttosto di trovare i nessi possibili (necessari?) fra i due verbi.
Chi ascolta si pone nell’atteggiamento di non accettazione supina della realtà. Presuppone che “qualcuno parli”. Dunque è in un atteggiamento aperto ad una alterità che, in quanto tale, non si mostra mai completamente.
Inoltre, l’ascolto presuppone l’inquietudine del desiderio. Solo chi desidera, riesce ad ascoltare. È proprio nel “cor inquietum” che risiede la possibilità di ascolto. Chi è pieno di sé (l’uomo che se ne va sicuro di montaliana memoria) non ascolta perché non presuppone una alterità. Ha in se stesso il proprio centro di ascolto, il proprio baricentro e, dunque, non cerca, non si interroga. Ha già tutte le risposte.
Nella Bibbia, l’ascolto è l’atteggiamento richiesto e il primo dei comandi: SHMA ISRAEL (ascolta israele). Da esso dipende tutto il resto. Non ci sarà costruzione di storia senza questo atteggiamento, che non è solo iniziale, ma costante e di fondo.
Nell’iconografia cristiana, molto spesso, nella rappresentazione dell’Annunciazione, Maria è colta in “atteggiamento di ascolto”, con il libro aperto. Come dire che Maria concepisce nell’ascolto. Nel racconto di Luca, però, Maria non comprende. Ciò che le viene annunciato la coglie in imbarazzo, nel “timore”. Dall’ ascolto non consegue, immediatamente, la comprensione. Anzi, sembra quasi che la “non comprensione” sia la chiave di lettura. Potremo dire che non capendo, Maria capì che era il Signore.
La comprensione, dunque, non si pone come capacità logica di dare un ordine a ciò che si ascolta. Piuttosto, sembra che qui, la comprensione sia nel lasciare che l’ascolto dia il suo frutto. La fecondità di Maria, come di chi accoglie la parola seminata, è tutta nell’ascolto, ma è questa fecondità che rivela la reale comprensione.
Comprende chi riesce a mettere insieme, ad individuare il filo conduttore, senza che questo diventi mai acquisizione definitiva e definitoria di senso. Comprendere non è mai un aver compreso, archiviando, così, ogni ulteriore tentativo di ricerca e di domanda. È un processo che si nutre costantemente di ascolto, quindi, di desiderio. Ogni fecondità da qui è generata.
Un cristianesimo propositivo ha generato guasti. Solo quando abbiamo sposato la domanda dell’uomo, siamo stati profeti, suscitatori, cioè, di ulteriore domanda che obbliga all’ascolto dell’altro, all’accoglienza dell’altro, alla non esclusione presuntuosa, arrogante e violenta.
Non abbiamo principi non negoziabili da vendere, abbiamo, piuttosto, un cuore inquieto da aprire a tutte le inquietudini che generano condivisione e fecondità.
“Tutta la creazione geme e soffre nelle doglie del parto” (Rm 8,22): è il partecipare a questo travaglio che fa di noi donne e uomini che ascoltano e che comprendono.

 Massimo Morasso, Il sogno di Zhuangzi   

di Rosa Salvia

La letteratura è un gioco? Jorge Luis Borges in “Finzioni” (I edizione Oscar Mondadori
gennaio 1980), al fondo del suo sistema letterario e affabulatorio, la pone come una
inconfutabile verità. Scrivendo, egli gioca con l’eternità, con la realtà, con i miti, con
i labirinti, perché la sua fantasia ubbidisce al gioco e non alle convinzioni.
Le ipotesi della sua metafisica non sono oggetti di fede, ma semplici possibilità,
ciascuna delle quali, anche la più inverosimile, entra nelle regole del dado, dell’azzardo.
E fa parte della sua eresia il concetto (che lo accomuna al contemporaneo portoghese
Fernando Pessoa) che il testo definitivo non appartiene alla letteratura, bensì all’artificio,
al paradosso (che ci riporta a Kierkegaard…), alle domande più che alle risposte, al sogno. Continua a leggere

Maggioranza


Che possiamo fare per contrastare la barbarie? Nulla. Ma quel nulla è prezioso, perché la vita sa prendere le offerte della povera gente per costruirvi il tempio del significato, di ciò che in mezzo alla babele del mondo è verità.

Cos’è la verità? direbbe Pilato lavandosi le mani, nel gesto che siamo sempre tentati di ripetere quando cogliamo l’inutilità dell’impegno, l’inanità dei nostri sforzi. Eppure, fermiamoci un momento: non è vero che la babele del mondo è arginata dalla scelta del silenzio, dall’ascolto della profondità?

È arginata in me, e questo basta. Se fosse arginata anche in te, con l’apporto e il supporto della verità, saremmo maggioranza.

Olivia Crosio, “La mentalità della sardina”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Olivia Crosio, La mentalità della sardina, Arkadia Editore, 2022

Il nuovo romanzo di Olivia Crosio La mentalità della sardina è stato per me una piacevolissima scoperta degli ultimi mesi (anche se è uscito nel settembre 2022). Non solo per la gradevolezza dello stile e della storia – il viaggio lungo la Via Francigena di una donna insoddisfatta della piega che, dopo tanti anni, il suo matrimonio ha preso –, ma per la capacità che ha di calare i lettori nei singoli luoghi e situazioni. È quasi un’opera teatrale in movimento, con molteplici incontri e confronti tra tipi umani diversissimi, scenari attinti dalle ultime tappe del cammino – dalla Garfagnana a Roma – e micro-angoli d’Italia che diventano come palcoscenici di una rappresentazione viandante.

Per quanto, indubbiamente, figlia dell’oggi, delle sue noie e delle sue tentazioni di “fuga”, quest’opera ha, come nascosta in sé, un’anima medievale, che trasuda dalle pagine quasi come se le pietre delle mura e delle case che costellano il percorso sporgessero dalla carta, portando i lettori nel – o meglio, nel qui – non solo della narrazione, ma della dimensione senza tempo che è propria dei gioielli d’arte sparsi perfino nei punti meno noti del territorio italiano. Continua a leggere

La parola ai poeti. Raffaela Fazio

Non mi interessa la poesia. Non mi interessano i poeti. 

Mi interessa chi riesce a rendere il mondo più ospitale, più umano, proprio quando il tessuto connettivo si indurisce o si opacizza o minaccia di spezzarsi. Mi interessa chi è capace di risvegliare la realtà celata dentro la realtà, solleticando all’interno di ogni cosa quella voce composita che, mai accondiscendente, somiglia sia a una scossa, sia a una promessa. E lo fa non creando ponti verso l’invisibile, ma scardinando ciò che ha davanti, aprendolo, facilitando l’irruzione di ciò che è esperibile diversamente, più intensamente, lasciando spazio allo stupore. Mi interessa chi permette di continuo un cambiamento di prospettiva, senza rinunciare alla ricerca di un orientamento, come messa a fuoco dell’essenziale, non come camicia di forza, nella consapevolezza che il senso già dato non cessa di darsi, così come il tempo, pur dispiegandosi, è ricapitolato dentro ogni singolo istante, e il pulsare di un’intera vita è fedele alla sua più piccola parte. Continua a leggere

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Perdipiù


Avere il coraggio. Non ce ne vuole molto, perché, se si comincia, non se ne può fare a meno. Potremmo metterci d’accordo: basta falsità, accomodamenti, omologazioni inopportune e non richieste. 

La prima tappa è il silenzio: una rivoluzione. Ci sentiamo obbligati, a parlare. Nessun medico lo ordina, tranne lo psicanalista. Il silenzio fa scendere dentro, cercare in cantina il Dio che trasforma ancora l’acqua in vino. La chiacchiera è liquido inodore, insapore. Ogni parola dovrebbe – potrebbe – nascere da una lunga attesa, come fosse un dono da porgere con attenzione. In principio era la Parola, dunque è qualcosa d’importante. La letteratura le dà peso, la mette in primo piano, come sulla scena. Potremmo accordarci anche su questo: niente chiacchiere a vanvera. Come disse Gesù: di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del
giudizio. Questo gioco della parola e del silenzio è l’alba della civiltà. All’inizio le parole non venivano sprecate: osso delle mie ossa, si chiamerà išša perché da iš è stata tolta. Roba essenziale. Avere il coraggio dell’intensità . Non ce ne vuole molto. Se cominci a eliminare il superfluo, non ne puoi fare a meno.

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