“Gli altri”, di Ignacio Carral

Recensione di Giovanni Agnoloni

Ignacio Carral, Los otros, ed. I Libri di Mompracem, 2023

Frutto di un’inchiesta giornalistica condotta dall’autore in prima persona all’inizio degli anni ’30 e uscita a puntate sulla rivista “Estampa”, Gli altri (Los otros) di Ignacio Carral, qui tradotto da Riccardo Ferrazzi, è un esempio di narrativa di grande vividezza e carica realistica, perché nasce dall’impasto stesso della vita più dura, quella degli ultimi – l’altro lato della Madrid benestante di quel periodo, immediatamente precedente il precipitare degli eventi che nella seconda metà di quel decennio avrebbe condotto alla guerra civile.

L’autore – morto di arresto cardiaco nel 1935, a soli trentotto anni – entra in quel mondo di miseria senza filtri o scappatoie. Patisce le stesse condizioni impietose dei senzatetto della capitale iberica, conoscendo il freddo, la mortificazione e la perenne stanchezza, oltre naturalmente all’onnipresente fame, sia pur temperata, a tratti, da pasti rimediati qua e là. E tutto questo lo restituisce con incandescente immediatezza e – combinazione quanto mai rara – con uno stile asciuttissimo, privo di ornamenti di sorta. Un perfetto esempio di giornalismo che si fa letteratura, in controtendenza rispetto a tanta tradizione ampollosa del tempo, com’è stato messo in luce in occasione della presentazione fiorentina del volume, cui sono stato lieto di assistere. Continua a leggere

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La parola ai poeti. Leopoldo Attolico

A distanza di tanti anni mi sento di ascrivere una grossa “responsabilità”alla Vispa Teresa. Prima di scriverla, la Poesia per me è iniziata con lei. Vettore l’ottantenne zia paterna, fan di Palazzeschi, che trovando in me il terreno adatto, mi somministrò massicce dosi di Vispa Teresa per giorni e giorni, alternandola ai versi di Aldo. A sei anni i suoi passaggi più “impegnativi”erano musica filtrata dalla sensibilità linguistica della zia rapportata alla mia età. Credo si sia trattata di una vera e propria infatuazione giovanile, un “trauma” decisivo in quel momento della mia vita. Ero poi io a chiedere novità, e fu il turno di Cecco Angiolieri, Guido Gozzano, Angiolo Silvio Novaro. Era la zia a chiedermi “pensierini” scritti nell’anno successivo a queste prime conoscenze che erano ormai diventate lettura quotidiana. Sotto la sua guida appassionata sapevo scrivere quasi perfettamente, e il mio spontaneismo creativo, alimentato dalla lettura diretta, andava alla grande. Se penso alle poesiole scritte alle medie devo notare la precisa matrice di un ego ( cosa normale data l’età ) non in grado di farsi storia di tutti, “vulnus” che non sfuggì alla solerzia della cara zia : “Non scrivere soltanto di te e della tua vita; scrivi pensando anche alla vita degli altri , ai sentimenti dei loro cuori “. Continua a leggere

Lassù

di Fabrizio Centofanti

Oggi come oggi, non si parla più di Paradiso. Non se ne può parlare. Sì, proibito. Anche per una certa Chiesa. È il quaggiù che conta, le opere, il sociale. Guai a pensare a un minuto dopo la propria morte. Il monachesimo aveva distillato, alla fine, questa idea: vivi ogni giorno come fosse l’ultimo. Significa non vivere il presente? No. Che tutte le energie si debbano rivolgere a ciò che verrà dopo? Nemmeno. Anzi: chi vive ogni giorno come l’ultimo raddoppia l’intensità della gioia e del dolore, ossia della vita. È l’unico modo per vivere davvero. Ma guai a parlarne. È il quaggiù che conta. Ecco la terza parola, quella che completa il quadro. Lo scenario della vita è integro quando sono presenti le tre dimensioni che fanno di un essere un umano: laggiù, quaggiù, lassù. Il profondo , il presente, l’eterno. Quindi parlo, sì, del Paradiso. Raccomando d’immaginarlo, a volte, come penitenza della confessione, perché fantastichiamo sulle cose più turpi e trascuriamo di farlo sulla vera identità, quella che, dopo gli ottanta-cento anni, sarà nostra per sempre. Lasciateci sognare, tenetevi il vostro stress da social media. Oggi come oggi, non si parla più di quello che saremo; ma io ne parlo, e invito anche te a parlarne un po’.

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Quaggiù


di Fabrizio Centofanti

Si parte. Non ho mai pensato che spostarsi equivalesse a cambiare, perché non sono i luoghi – né i tempi – a decidere la storia. Però fa sempre effetto: qualcuno si libera di me, qualcun altro mi perde. Chissà quanti viaggi ha fatto il Cristo, portandosi dietro la sua divinità: guariva, predicava, indicava la strada difficile e semplice della felicità che per noi, così spesso, è un’utopia. Dio ne conosce i meccanismi: per questo conviene fermarsi e contemplarlo, per farci consegnare, ogni giorno, i ferri del mestiere. Non riesco più a capire chi non prega. So che si vive benissimo non credendo in Dio. So bene che ci si può accontentare degli ottanta, cento anni che ci spettano quaggiù. Ma il problema è laggiù. Come fare a non sentire quella voce, come credere che al fondo della vita ci siano i brontolii dell’intestino? Laggiù c’è Dio, bisogna dirlo con chiarezza: così chi non crede può fare una scelta più decisa, può dirsi ciao guardandosi allo specchio. E chissà che un giorno, di fronte, non risponda un’altra Voce.

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La parola ai poeti. Fabia Ghenzovich


Quello che cerco nella vita non si discosta molto da ciò che cerco nella poesia, fuori da ogni estetismo formale o informale. Scrivere per rimettere in moto l’Io, questo è l’auspicio: una poesia quindi capace di essere testimonianza del presente, ma anche di trasformazione attraverso la parola poetica che nasce da un sorgente interiore, misteriosa quanto la vita stessa, che è continuo miracolo di morte e rinascita. La sfida è spostare o bucare il limite che richiede uno scavo nella profondità, scavo di una parola necessaria in un dato contesto, di una parola che nasca da tutto il nostro essere nel dentro e fuori di un’esperienza vissuta alla ricerca di spazi di ascolto condiviso. Spesso quando scrivo, conosco l’inizio ma non l’arrivo.
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Laggiù

di Fabrizio Centofanti

Laggiù. Si può intendere in due modi: in basso, nell’abisso, magari all’inferno; oppure nel profondo, in interiore homine, agostiniananente, nel Sé, junghianamente. Il titolo, ovviamente, opta per la seconda ipotesi, ma non è escluso che si debba attraversare una regione infera che – oggi come oggi – occupa quasi tutto il territorio del pianeta. 

In ogni caso, da laggiù si vede meglio: tutto, per favore, ma non la maledetta superficie che  – oggi come oggi  – è un obbligo sociale. Superficiale e sociale sono ormai sinonimi, e l’uomo a una dimensione è da tempo la realtà di tutti i giorni. Come si possa vivere senza alcuno spessore nessuno l’ha capito, ma è quello che accade, e sui fatti non è lecito discutere. 

Laggiù mi sento meglio: vedo il mondo vorticarmi intorno, con la sua quota di follia sovvenzionata dallo Stato e dalla Chiesa, che non risparmia le sue contraddizioni. Scandalizzarsi non risolve. Ci vorrebbe un personaggio al di sopra delle parti, qualcuno per nulla interessato al parere della gente. Che so: un Giovanni Battista, un Romero, o in versione più casalinga un don Tonino Bello, o il Turoldo della Ballata della speranza, che fa venire i brividi ogni volta che parte la voce calda e roca di Corsanico.

Laggiù: basta la parola per tirarti fuori dalla tiepidezza, dal branco con l’etichetta approvata mensilmente, dalla tristezza tipica della gente senza volto, a cui qualcuno deve pur ricordare che il problema – oggi come oggi – non è più il morire, ma il non aver vissuto.

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Il mondo visto dalla parte degli ultimi: Copula mundi di Carlo Miccio

Carlo Miccio, Copula mundi, Alpha Beta Verlag 2022, 16 euro

Ho letto il primo racconto di Carlo Miccio quindici anni fa, quando collaboravo con la redazione della rivista Toilet; mi aveva colpito il suo punto di vista senza filtri, il suo raccontare la realtà più cruda senza ricorrere a espedienti che la rendessero più “accettabile”. Il suo romanzo La trappola del fuorigioco (pubblicato nel 2017 da Alpha Beta Verlag) è uno dei miei preferiti. Malattia mentale, dipendenza, rapporti fra genitori problematici e figli adolescenti messi lì, davanti al lettore, nei loro aspetti più reali
E la realtà, anzi, il realismo è alla base di questo nuovo romanzo, Copula mundi, edito da Alpha Beta Verlag, come il primo. Ambientato all’interno di una cooperativa sociale, racconta da vari punti di vista la questione dei migranti che arrivano in Italia a cercare asilo e delle persone che a vario titolo partecipano al processo di accoglienza.  Continua a leggere

Annalisa Ciampalini, “Tutte le cose che chiudono gli occhi”.

di Franca Alaimo

Annalisa Ciampalini Tutte le cose che chiudono gli occhi, peQuod Edizioni, 2022

 

Annalisa Ciampalini ama la matematica e la poesia. Secondo un pregiudizio diffuso, due cose quasi inconciliabili, sebbene non manchino esempi nella storia della letteratura anche recente. Ricordo di avere letto tempo fa sul quotidiano “Il Corriere della sera” un articolo di Umberto Curi che prendendo le mosse dalla distinzione tra nous e metis  (le due forme d’intelligenza secondo il mondo greco antico, la prima contemplativa, la seconda attiva-creatrice) osserva che «ciò che nella nozione originaria di metis appare ancora implicito ed indistinto» esplode «nella cultura moderna e contemporanea talora in forma di contrapposizione insanabile», per poi subire un simmetrico rovesciamento dopo l’affermarsi della Gestaltpsychologie e del cognitivismo, secondo i quali «non l’arte, ma la scienza, non gli affetti, ma la razionalità, costituiscono il terreno di espressione della creatività».  Continua a leggere

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Ruven Latiàni-Corrado Fantoni, “Confessioni di Fanciulla-Ytalia. Pente-conta Pandemica per la celebrazione di una nuova dea”

a cura di Alberto Fraccacreta

AUTO-DEDICA DI FANCIULLA-YTALIA

io serena immagine di dolce Hesperya
chi fui? chi sono?
stanca anima facile
nostalgia orale ho nei vuoti sventrati
non una torre scorgo: ovunque
il tetro statale market-oscenario

vedo, stravedo: ora ho più di un occhio solo
lume esteso fanale per riconoscer la via
traccio le conquistate vie a ritroso
quando stranieri eravamo
sul finale collettivo del mio pianto antico Continua a leggere

L’offerta


La vita ha un cuore, e questo cuore è Cristo. Inutile cercare altrove, girarci intorno, perdere tempo con cataloghi ed archivi. Il mercato è pieno di prodotti, ma Uno soltanto è il senso: affrettatevi, prima che l’offerta scada.

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