Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Ricordo. 1

Il Ricordo 1.   Sul filo teso

 

   “Era una casa interrata: il piano basso dell’edificio era scavato nel dorso della montagna. Era il nostro vicino, dall’altra parte del muro: un inquilino pesante, introverso e silenzioso, un vecchio e malinconico monte con le sue inveterate abitudini di scapolo e una fissazione per il silenzio”. 
È Una storia di amore e di tenebra quella che racconta, sul filo teso e tagliente del Ricordo, agli inizi del Duemila, sessantenne, Amos Oz, consacrato narratore israeliano. La storia di una vita e di un paese che palpitano assieme, che crescono assieme, abbarbicati l’uno all’altro come la casa e la montagna: la casa interrata, che avverte tutto il peso della montagna; il narratore, il figlio nato in quella casa, che cerca di scavarsi la propria tana, alla luce del sole, nella vita quotidiana e nei solchi intellettuali di un paese in fulminea formazione, il paese di un popolo che fa ritorno alla propria terra – intanto abitata, coltivata, amata da altri popoli – dopo venti secoli di esilio.  Continua a leggere

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 32

Il magistero di Tonino Guerra

Avevo recensito per lo Speciale libri dell’«Unità» il suo romanzo “I cento uccelli” essendo già innamorato dei versi crepuscolari in dialetto santarcangiolese (che Contini aveva definito l’«asperrimo vernacolo»), così mi feci coraggio e gli telefonai. Una settimana dopo andai a trovarlo nel suo appartamento all’ultimo piano d’un palazzo tutt’altro che signorile di piazzale Clodio, a Roma.
«Lasciami indovinare: vuoi che ti presenti a Federico, vero?» mi sussurrò il braccio destro felliniano con un tono malinconico e deluso.
«No, sono qui per lei».
«Davvero? Allora diamoci del tu» e mi portò in cucina poggiandomi una mano sulla spalla.
La teiera fischiava. Prendemmo ciascuno la sua tazza e ci trasferimmo in salotto: pochi libri, due poltrone di panno, prese e interruttori anneriti.
Gli lessi una poesia che gli piacque molto («Hai più ritmo di un congolese») e apprezzò altrettanto un soggetto cinematografico su una banda di scugnizzi napoletani:
«Ma devi sapere che a Napoli è difficile girare, bisogna chiedere il permesso alla camorra per ogni ciak» (il film lo fece poco più tardi a Palermo Gian Vittorio Baldi, stravolgendo la mia idea).
Parlava con lentezza ipnotica movendo le braccia come un direttore d’orchestra insonnolito:
«Hai ritmo da vendere, mio caro, già già, e anche se sei giovanissimo conosci a menadito tutti i segreti della poesia; ma ti posso dire una cosa, una cosa piccina piccina? te la posso dire, sì?».
«Sono qui per questo» risposi con una punta d’ansia.
«Allora te la dico. Metti troppi concetti nelle parole, ecco. Una poesia, come un film, deve avere un’unica idea forte».
Da allora, ogni volta che scrivo un verso penso a quella cosa «piccina piccina».

La forma della felicità

di Fernando Altieri

Questo non è un manuale come tanti. È un libro che ti prende per mano e ti affascina parlandoti di Dio, dell’uomo, del loro ritrovarsi. Nel caos nichilistico che attraversiamo, nell’Occidente della disintegrazione dei valori, questo testo fa affiorare un senso: una bellezza che abbiamo smarrito, intasati come siamo da immagini triviali; una bontà che sembra evaporata, a causa del cinismo imperante; una verità che pare stravolta dall’ondata di fake news.

Leggere un paragrafo alla volta de La forma della felicità permette di sentirsi ancora vivi, protagonisti di un progetto straordinario, in cui Cielo e terra non sono più distanti, in cui il paradiso non è “un mondo lontanissimo da qui”, come canta una star dei nostri tempi.

Questo libro non è affatto un manuale come tanti: è una finestra sulla realtà così come l’ha pensata Dio.

Fabrizio Centofanti, Sabrina Trane, La forma della felicità. Una spiritualità per il mondo contemporaneo, Effatà, 2021.

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Stefania Di Lino

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<<…Scrivere è un processo, un passaggio di vita, che attraversa il vivibile e il vissuto. La scrittura è inseparabile dal divenire: scrivendo si diventa donna, si diventa animale e vegetale, si diventa molecole, fino a diventare impercettibili>> 
Gilles Deleuze

<<Non è tempo di trattare con Dio affari di poco conto>> 
S. Teresa D’Avila 

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e poi sei là a lavorare / nella trasposizione degli atti in vita / a scuotere della notte i sogni da inseguire / a carpire profezie /a prefigurare mutamenti / ribaltamenti e sparizioni / ad auspicare ritorni / e a fingere di non morire,
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impagino e scompagino / versi senza tregua / fogli di un libro tutto mio / un sentimento nudo il vuoto / orfano di un Dio mai incontrato / ma tu parlami ancora se puoi / dell’infinitamente buono / e dimmi perché sentire così tanto male / su quale tavola marmorea / in quale passo della storia questo tormento / dimmi chi ha inciso questo comandamento,

POESIA E POLITICA. 4. Alida AIRAGHI

26 aprile 1986

 

Aprile è un mese crudele, se nel buio

esplosioni boati laceranti sirene

bucano il sonno di martiri futuri

un occhio spalancato sul tetto scoppiato

del quarto reattore fondendo

acciaio cemento sbriciolando

pareti finestre infrangibili Continua a leggere

La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 4

La vergogna degli oggetti

Che cosa dice davvero di noi un bastone da passeggio usato prima del tempo? Quali pensieri restano intrappolati nel fondo di un cassetto dove abbiamo riposto un vecchio cellulare, ormai superato? E perché arrossiamo quando qualcuno si accorge dei nostri abiti consumati, come se non fosse solo il tessuto a essere logoro, ma anche qualcosa di più intimo? Continua a leggere

Costantino Kavafis

di Giorgio Stella

La città

Hai detto: «Andrò per altra terra ed altro mare.
Una città migliore di questa ci sarà.
Tutti gli sforzi sono condanna scritta. E qua
giace sepolto, come un morto, il cuore.

E fino a quando, in questo desolato languore?
Dove mi volgo, dove l’occhio giro,
macerie nere della vita miro,
ch’io non seppi, per anni, che perdere e schiantare ».

Né terre nuove troverai, né nuovi mari.
Ti verrà dietro la città. Per le vie girerai:
le stesse. E negli stessi quartieri invecchierai,
ti farai bianco nelle stesse mura.

Perenne approdo, questa città. Per la ventura
nave non c’è né via – speranza vana!
La vita che schiantasti in questa tana
breve, in tutta la terra l’hai persa, in tutti i mari

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Mi vuoi bene? Seguimi

Gianni Maran

«In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi». [Gv 21,1-19] Continua a leggere

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Per Papa Francesco una poesia di gratitudine di Rita Pacilio

Il continuo fermento intellettuale intorno al nome di Papa Francesco continuerà per generazioni e le sue innovazioni educative riguardo a tematiche sociali (sogno, speranza, pace, cura per il Creato, amore, fratellanza, gioia, misericordia, memoria) avranno una eco resistente e all’infinito.

Carissimo Padre, resterai l’interlocutore di molti. Questa volta, anziché una lettera da Casa Santa Marta, aspetterò una benedizione dal Paradiso. Per te, una mia poesia. (rp) Continua a leggere

Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 9. Giancarlo Pontiggia

Giancarlo Pontiggia, La materia del contendere, Garzanti, 2025

Sono sincero. Questo nuovo appuntamento con la Rubrica è slittato di qualche giorno a causa di una certa difficoltà nell’approccio a questo libro di pura poesia. Va detto subito che questa è un’opera composta da sessantatré poesie, compatta, solida, consolidata in una struttura lineare, senza interruzione di sorta, dal momento che non c’è neppure una suddivisione in sezioni, come di solito sono articolati i libri o le raccolte di poesia. Sono presenti, altresì, rispettivamente all’inizio e alla fine, dei brevi versi, dei quali non viene riportato l’autore che recitano così: negli stessi fiumi / scendiamo e non scendiamo, / siamo e non siamo e dum sedet et gracili / fiscellam texit hibisco. Ed è chiaro che Pontiggia apre il libro con un rimando alla filosofia, nella fattispecie al panta rei di Eraclito, e lo conclude col rimando alla poesia con la citazione della Ecloga X delle Bucoliche di Virgilio, della quale riportiamo il passaggio completo: << […] / Tutto vince l’Amore, e noi cediamo all’Amore>>. / O Dee Pieridi vi basti che il vostro poeta / mentre siede e intreccia un cestello di gracile ibisco / abbia cantato questo, che voi renderete bellissimo per Gallo, / l’amore del quale tanto mi cresce nel tempo, / quanto al rinnovarsi della primavera s’innalza il verde ontano. / Alziamoci. L’ombra di solito nuoce a coloro che cantano, / nociva è l’ombra del ginepro. L’ombra nuoce alle messi. / Tornate sazie alle stalle, capre, Espero sorge. Ma vedremo di riprendere questo discorso inerente al rapporto tra filosofia e poesia a esplicitazione del possibile filo rosso che si dipana in questo libro tra le due dimensioni.  Continua a leggere

20 righe (per niente) facili su Mario Macario

di Pasquale VItagliano

Se il disordine è l’ordine senza potere, come ha detto Léo Ferré, la poesia, forse, è la scrittura senza sintassi. Ne Il culto del disordine (Tabula Fati, 2025, nella collana diretta da Vito Davoli), antologia delle sue raccolte poetiche, Mauro Macario ci mette di fronte ad un tentativo esistenziale di poesia libertaria, cioè una poesia che usa la parole e il verso come viatico di liberazione umana. L’effetto è immediato e tangibile. Per esempio, spontaneamente sono stato indotto a leggere il libro dalla fine verso l’inizio. In effetti, Lucrezia Lombardi coglie questa circolarità. D’altra parte, l’anarchia non è caos, tant’è che un altro motto è vietato vietare ma doveroso vietarsi. La poesia di Macario, infatti, è tutt’altro che spontanea e caotica. In un frangente d’epoca in cui tutti sembrano esordienti, Macario ha una storica (e che storia). La sua poesia ha la leggerezza dei suoni, l’oralità di un’evocazione, nel suo svolgimento copre tutto il Novecento e ciò che resta è un nocciolo duro di significato essenziale e di forma pura, senza alcuna postura poetica.

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Ligabue è un catechista?

di Fabrizio Centofanti

Detta così, sembra una boutade. Eppure, ascoltando attentamente le canzoni, è un’ipotesi legittima. Prendiamo il brano “Hai un momento Dio?”: è una preghiera alla Giobbe, il grido di chi si sente inascoltato. Il “gilet”, citato a un certo punto, è ciò che Dio ha e noi non abbiamo, e che vorremmo chiedergli, per poterci “fare un giro”. È ricordare al Signore che “qua insomma ci sarei  anch’io”. Come diceva Lutero – anche lui qualche volta ci azzeccava -, Dio preferisce le bestemmie dell’uomo disperato alle lodi del borghese benestante.

Stessa nota in “Urlando contro il cielo”, mentre sfumature diverse – più ironiche – le troviamo in testi sul tipo di “A che ora è la fine del mondo?”.

Ci sono poi canzoni dove il “catechismo” viene più in superficie: è il caso di “Metti in circolo il tuo amore”, non a caso condotta su ritmi più rilassanti del rock consueto.

In questo senso, “Liga” è il contraltare – quasi letteralmente – di Vasco Rossi, che anche quando cerca un senso non si capisce dove vada a parare.

Fa impressione vedere, a Campovolo, la gran massa di giovani che “prega” con le parole di canzoni come “Libera nos a malo”: “libera, libera, libera!”, neanche fossero all’incontro di un gruppo carismatico.

Parlare di un Ligabue catechista non significa sminuirlo: al contrario, vuol dire esaltarlo come profeta coraggioso di una parola non omologata, di un messaggio che osa evocare l’accento di una fede adatta ai giovani. E agli adulti di ogni tempo.

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 31

Contro chi la reputa un peccato veniale, considero una iattura la sempre più diffusa ignoranza dei segni paragrafematici.
Conoscere l’accento grafico, l’apostrofo, l’asterisco, i segni interpuntivi e le loro spaziature, la barra verticale e obliqua, le virgolette, il capoverso, le parentesi e la loro precisa funzione; saper distinguere il trattino dalla lineetta, le maiuscole dalle minuscole, il tondo dal corsivo, il grassetto dal maiuscoletto; tutto questo è assolutamente indispensabile per gli scrittori e gli scriventi.