
Mi chiedo se il linguaggio rispecchi ancora la persona, o non piuttosto la televisione, che impone un tono, un ritmo, un dizionario tutto suo. Tengo i colloqui in una stanza preceduta da un’etichetta dorata: formatore. La fece mettere don Mario una quindicina d’anni fa. Lì si parla confidenzialmente: il tono di voce è una mano tesa verso l’altro, perché si senta capito. Dal piazzale giungono grida di ragazzi, versi di merli che planano sul tetto dell’edificio a due piani. Le nostre confidenze fanno spazio, non c’è motivo per entrare in concorrenza o accavallarsi. Nel muro antistante la poltrona dove siedo c’è un orologio che procede a fatica: mi ricorda quanto tempo resta, se le nostre parole devono morire di fronte ad altre pronte a raccontarsi, per essere guarite. La formazione è un grembo di silenzio che avvolge i traumi e le speranze di ciascuno, grovigli psicologici e linguistici. Se rinunciassimo al linguaggio violento che ci assedia, troveremmo i sensi dell’infanzia, i colori del mondo come si formano all’origine, quando l’occhio e l’orecchio reagiscono in modo naturale. Non dimentico il frammento di Siddharta che descrive l’ascolto del barcaiolo misterioso, simile all’albero che accoglie la pioggia. La televisione dovrebbe mettere fra i titoli di testa l’etichetta dorata formatore, come fosse uno stanzino di parole che si fanno spazio, mentre giungono i versi del merlo e le grida dei ragazzi. Qualcosa è cambiato, in questi ultimi decenni, ma sarebbe troppo lungo dire cosa. L’orologio mi ricorda a fatica che il tempo è già scaduto.
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