La ronda del numero zero (Marina Pizzi)

la ronda del numero zero

nel sonno finalmente l’ora vuota

la somma indagine della daga

devota alla sfinge di non nascita.

dove ti avventi ignudo è solo un fosso

sommato alle ronde delle mani

che smossero le terre per il crollo

perfezione della macina più forte

avvento dello zero il nome vero.

[da Plettro di compieta, 2008]

(immagine di Francis Bacon)

Non venderò l’anima ai neuroni, di Vito Mancuso

La situazione odierna: o anima o neuroni

Dicono che gli esquimesi abbiano più di dieci termini per designare la neve; noi italiani, a quanto ne so, due. Ciò significa che gli esquimesi hanno acquisito una conoscenza tale del fenomeno-neve da aver sentito la necessità di descriverlo accuratamente mediante una variegata terminologia. Ciò che vale per il fenomeno-neve, vale anche per il fenomeno-uomo, e questa volta anche la nostra lingua si difende bene: quanti termini abbiamo inventato per dire chi siamo e venire a capo della nostra più vera identità? Continua a leggere→

“Il giardino non esiste” di Alberto CAPITTA

Si sviluppa sulla traccia di una storia familiare l’ultimo romanzo di Alberto Capitta, Il giardino non esiste: quella di Romeo Scalas, titolare di un negozio di coloniali. Pur lontani dal realismo descrittivo, non è difficile riconoscere in Romeo un rappresentante di quella ricca e compiaciuta borghesia mercantile in auge fino a non molti anni fa, prima dell’arrivo della grande distribuzione. Continua a leggere→

Mineo

Una volta era così, a Mineo. Dopo, è cambiato. Ora è di nuovo così. Quando ti alzi sei fresco, certe volte, dopo il caffè di Rita e un’occhiata al giornale appena uscito. Cominci con l’idea di fare il tuo dovere, per Turi e Peppuzzo, che devono crescere e studiare. Mentre giri e rigiri viti e bulloni, pensi alle bollette da pagare, alla benzina che rincara, al pane che costa il doppio di qualche mese fa. Ricordi anche le tue corse di bambino, quando l’unico pensiero era il sole e l’Etna sullo sfondo, le sue rocce nere che chissà quale operaio ha incastrato lì dai secoli dei secoli. La giornata avanza, e i bulloni diventano rocce, e la luce al neon quel sole che sembra sorriderti, spingerti con una mano calda nella tua corsa incosciente, e dopo dieci-dodici ore è tutto roccia e sole, con quell’odore che non sapresti definire, un odore impercettibile che prende alla gola e fa cadere nella vasca grande come il cratere di un vulcano, profonda come l’inferno che vorrebbe ingoiarti, ma tu hai il lasciapassare con le foto di Rita, Peppuzzo e Turi, e puoi posare finalmente i tuoi bulloni, bere il caffè, leggere il giornale appena uscito, come una volta, qui a Mineo, in quei giorni che chissà quando torneranno.

versione audio

Beati i Poveri di Spirito

“ Beati i poveri di spirito! E’ loro il regno dei cieli”, traduce Girolamo l’enigmatica frase di Matteo 5,3.

Ma come interpretare quel pauperes spiritu? Forse si tratta di coloro che sono privi di spirito proprio?

Saranno beati gli uomini impersonali? O dovrà intendere beati coloro che essendo bisognosi andranno allo spirito: pauperes spiritu nel senso dei mendicanti allo spirito? Nella cabala povero è simile alla Shekinah o Gloria di Dio, che è povera perché non ha nulla per sé, ma solo ciò che le viene dalle sue emanazioni. Perciò povero può significare privo di qualità personali, interamente dipendente dalle emanazioni del Nulla, “vuoto”; significato probabile anche grammaticalmente.

A considerare la teoria mistica della respirazione s’intende pneuma (spirito) anche in senso letterale poveri di spirito, di fiato, sono coloro che, per una gran risata o un profondo pianto, hanno espirato completamente e non hanno immagazzinato fiato dentro di sé. Se l’espirazione di Dio crea e la sua ispirazione uccide, mentre l’uomo emette il fiato contaminato e trae dentro l’aria benefica, il punto di mediazione tra le opposte respirazioni celeste e umana è trattenere il respiro, come si fa negli esercizi yoga o nella preghiera perpetua degli esicasti.

(Dai Taccuini inediti di Elémire Zolla)

L’itinerario di una ‘extravagante’ ungarettiana

di Luigi Paglia

È stata recentemente data comunicazione, attraverso Internet, (LPELS ne aveva parlato qui) di un testo ungarettiano non compreso in Tutte le poesie[1] (e, quindi, neppure nelle Poesie disperse), [2] conservato nella biblioteca privata della famiglia Casalena di Vigevano. La storia del ritrovamento è gustosa e interessante. L´ufficiale Giuseppe Casalena conobbe Ungaretti in trincea, durante la prima guerra mondiale, e ne divenne amico. Continua a leggere→

“Era mio padre”

Con questo libro Franz Krauspenhaar ci parla di suo padre, è vero. E di tutta la famiglia. Ma questa è soprattutto la sua storia, l’autobiografia dell’autore.
Dopo l’intermezzo noir di Cattivo sangue, Franz torna alla tematica di Le cose come stanno, e sceglie la strada della biografia per tornare alla domanda centrale della sua poetica: perché siamo imprigionati in situazioni più grandi di noi, che non possiamo capire fino in fondo e alle quali non riusciamo a sfuggire?
La vita secondo Franz (e non solo lui) è un gioco dell’oca nel quale si avanza di casella in casella affidandosi ai dadi e preparandosi a fronteggiare un imprevisto in ogni sosta. Tanto che, alla fine, uno tira quattro conti e conclude che, con tutto il daffare che si è dato, non è riuscito a concludere niente di suo: tutto ciò che può dire di aver costruito (o distrutto) è stato in realtà il prodotto di qualcosa che andava al di là del suo controllo. Sorte, fato, destino, fortuna, scalogna, buona o maligna stella: chiamala come ti pare, il risultato è sempre quello. Continua a leggere→

Perché noi “udiamo” ed essi, invece, “odono”?

Vi siete mai chiesti, amici blogghisti, per quale motivo il verbo “udire” cambia la vocale iniziale “u” in “o”in alcuni modi e tempi nel corso della coniugazione? La “u” non è parte integrante del tema o radice del verbo? Come si giustifica, dunque, quella “o” in io “odo”? Il verbo è “udire”, appunto, non “odire”. Continua a leggere→

Europiè 2. Gli arancioni ci fanno neri.

Una spiegazione è d’obbligo: perché da molto lontano. Ecco, sta il fatto che le partite le vedo da casa, in Sicilia, mentre gli Europiè si giocano in continente. E a dire la verità, nemmeno le vedo tutte. C’è anche una questione di lontananza nella lontananza. La prima, già detta, è geografica; la seconda è dallo schermo. Perché mica è facile seguire tutti gli incontri, visto che quello pomeridiano mi cade in orario di lavoro, e quello serale in coincidenza della pappa alla bimba (ed eventuale pannolino).
Tant’é. Cronaca, dunque. Continua a leggere→

Vicino Celan – di Elio Grasso

Vicino Celan

Prima di tutto mi chiedo se Marina Pizzi provi interesse per la propria poesia, almeno quanto Francis Bacon abbia amato i propri quadri. Penso che entrambi si siano, in certo momenti della loro vita, riempiti d’amore e di forza barbara per scrivere poesie e dipingere quadri. Continua a leggere→

Sono venuto a portare il fuoco

Stanotte, qui, hanno incendiato il cassonetto degli indumenti usati e manomesso la leva per l’afflusso dell’acqua corrente.

Noi aiutiamo gli extracomunitari difficili e i rom, anche alcolizzati, e dall’altare dico che oggi sono loro i pubblicani e le prostitute che ci precedono nel regno dei cieli.

Che esista un misterioso legame tra le due cose?

Vi tengo aggiornati, se me ne danno la possibilità.

Con il volto di terra

di Pietro Pancamo

Sulla scorta di un’agilità narrativa che, ravvivata da un’esemplare capacità di sintesi, gli permette di compendiare nello spazio esiguo di cinquantaquattro pagine appena un intero universo di vicende, pensieri, conflitti, sentimenti e drammi familiari, il romanzo breve Con il volto di terra – dato alle stampe nel febbraio 2007 da Lucia Visconti (scrittrice sospinta ora come sempre da una vigorosa fede cattolica) – si dimostra simile all’ostia consacrata (minuta, certo, eppure in grado di racchiudere l’immenso). Continua a leggere→

Una poesia d’amore DADA

Hugo Ball (1886-1927)

Cimino

Ein roter Himmel von Bukarest nach Paris:
Dein Körper ist über und über voll schwarzer Augen.
Wir legen die Hände gegeneinander wie große Fächer, wenn wir uns lieben.
Dein Blinddarm ist krank, davon bist du sehr gelb.

Fliedersträuße wachsen aus deinen Ohren.
Dein ganzer Kopf ist voll Flieder. Aufgezäumt bist du mit Flieder.
Deine Augenwimpern zucken und schlagen gleich Schmetterlingsflügeln.
Deine Nase ist einer Klaviertaste sehr ähnlich.

Tanzende Hände hast du, Töchterchen.
Dein schmales Becken bewegt sich, wenn du an meiner Seite flatterst,
Sanftsüchtig gegen den Wind. Die großen glühenden Frauen liebst du.
In deinem Lächeln lallen Apachenlieder.

In Constanza heulte das Meer deinen Ohren.
Deine Finger stechen wie Dolche klirrende Glissandos in die Luft.
Deine Zunge ist roter Kopf einer Schlange, brennender Docht einer Lampe.
Auf deinem Schatten, Cimio, purzeln die kleinen Teufel
Wie schnalzende Fische, die man vom Bottich aufs Trockene schüttet. Continua a leggere→

Europiè. Cronache calcistiche da molto lontano. #1

di Mauro Mirci

La parola europei si può anagrammare in europie. Con la maiuscola e un accento sull’ultima “e” viene un Europiè che mi pare renda tautologica l’aggiunta “… di Calcio 2008”.
Europiè, dunque, come dire: Europiedi. E si parla, chiaro, dei campionati in corso in Svizzera e Austria. Non ci sono gli inglesi,che pure hanno dominato la Champions League. Questo per dimostrare che i soldi possono molto, ma per mettere su una squadra nazionale competitiva nemmeno quelli bastano. Un’amica mi chiede spesso se giocherà Ronaldinho, e io rispondo di no. Lei fa una faccia stupefatta e chiede come mai. “Il Brasile non gioca agli Europiè” le spiego io. “Non s’è qualificato?”. E no, dico io, certo che no, perchè non le ha proprio giocate le qualificazioni, perché il Brasile sta là, in Sudamerica, mentre gli Europiè li giocano le squadre europiedute. Ma lei contesta che se una squadra straniera può vincere il campionato italiano, non capisce perché Ronaldinho non possa giocare agli Europiè. E, illuminandosi, fa rilevare la presenza di Ronaldo, brasiliano, come tutti sanno, ancorché ciccione e fragilissimo Continua a leggere→

Una replica

(Riceviamo e volentieri pubblichiamo una replica dei giornalisti de L’espresso Stefano Pitrelli e Gianni Del Vecchio all’articolo Notizia l’è morta 2, pubblicato qui)

Caro Baldrati,

essendo incappati nel tuo post a commento della nostra inchiesta (“La carica dei 500.000”, L’Espresso 23/5/2008), ci preme fare qualche precisazione di merito.

“Perché la tesi è già scritta da tempo, e i dati che vengono forniti, numeri, percentuali, citazioni da studi, servono solo per confermarla: gli enti pubblici vanno ridimensionati, e i servizi esternalizzati (cioè affidati a privati)”.

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