Archivio mensile:Gennaio 2022

Guarire dalla paura, incamminarsi nella libertà.

È il primo di una serie di volumi sugli scritti di don Mario Torregrossa, dai quali emerge un’antropologia rispondente alle esigenze più profonde dell’uomo e della donna contemporanei. Verità, amore e libertà convergono in un progetto di umanità aperta al divino, che Cristo ha incarnato una volta per sempre, aprendo la strada a una nuova visione dell’uomo. Un quadro geniale, tratteggiato da un artista dell’umano, a cui Dio ha voluto rivelare i Suoi segreti.

https://www.youcanprint.it/una-nuova-visione-delluomo-scritti-di-don-mario-torregrossa-volume-i/b/a467a367-5909-5b2a-afb6-c55d8bad9658

Ricordando Vitaliano Trevisan

Un ricordo di Vitaliano Trevisan offerto da Anna Costalonga. L’immagine è l’ultima scelta dallo scrittore come foto profilo su Facebook.

«Ti porto nel bar più rivoltante di Vicenza» mi disse un’estate di un bel po’ d’anni fa, quando ci incontrammo a Vicenza.
Ci sedemmo invece in un noto locale in piazza dei Signori, di fronte alla Basilica Palladiana.
Caffè, sigaretta, ancora una sigaretta, ancora un caffè, ancora una sigaretta.
Lo sguardo tagliente e ironico, mentre sorrideva delle interminabili discussioni (e ilari fraintendimenti) provocate dalle sue citazioni nei social – dai fratelli Goncourt a Beckett e Voltaire…
Al di là delle chiacchiere generiche, parlammo di musica contemporanea e di letteratura francese – «Mi piacerebbe imparare il francese, sto leggendo Michel Leiris», mi disse – frammiste a cose ben più quotidiane, come il suo cane Dean, ad esempio. Molta gente lo salutava e lui ricambiava sempre sorridendo e con gentilezza. Continua a leggere→

L’inizialità dell’inizio iniziale, di Alberto Fraccacreta

                                               

La cosmogonia deve spiegare l’amore nella sua forma                                                    più alta. Altrimenti è falsa. 

                                               David Foster Wallace

 

Un signore distinto, con lineamenti gradevoli, bei baffi, viennese, il nome roboante di un enfant prodige: Hugo von Hofmannsthal (1874-1929), trasparente e abissale nella sua décadence. Ecco alcuni versi: «— O che potremmo entrare in un nuovo,/ significante rapporto con tutto il creato,/ se cominciassimo a pensare col cuore». A quale ‘significante rapporto’ si fa riferimento? Be’, innanzitutto, il dato pratico: si tratta dell’esergo di Nel centro d’ogni cosa. Poesie 1890-1910 (traduzione e cura di Andrea Landolfi, Del Vecchio Editore, pp. 279, € 19,00), prima vera grande selezione della produzione lirica di Hofmannsthal a cinquant’anni dall’edizione Einaudi a cura di Elena Croce.  Continua a leggere→

“Bile” di Roberto Addeo

 

Bile di Roberto F. Addeo (Transeuropa, 2020) 

 

Recensione di Franz Krauspenhaar.

 

Dopo alcune esperienze poetiche e con un romanzo in perturbata lavorazione, il poeta e scrittore Roberto Addeo giunge nelle buone maglie della prestigiosa Transeuropa del carismatico Giulio Milani nel 2020 con il poema Bile. La sua, a mio avviso, è una specie di installazione poetica, con una specie di movimento ”ungarettiano”, come fa notare Giovanni Succi nella più che brillante prefazione ( un’opera nell’opera, si potrebbe dire). Continua a leggere→

Sogno


Umano, troppo umano, diceva qualcuno, e in questo indovinava. Siamo portatori del soprannaturale: Dio, attraverso di noi, entra nella vita quotidiana. Che responsabilità ci ha regalato! Portare un po’ di cielo sulla terra, è il nostro sogno.

“La fragilità dei pesi” di Alessandro Franci (Società Editrice Fiorentina 2020)


“La fragilità dei pesi” di Alessandro Franci (Società Editrice Fiorentina, 2020)

 

Quattro poesie:

 

Disordini

 

La vita scissa tra memoria e ragnatele,

la rimessa degli attrezzi, i ripostigli

di utensili e fiaschi negli angoli scuri,

dimora di ghiri addormentati sulle travi;

 

non c’è un inventario, uno schedario,

ci si perde tra i percorsi, ogni domanda

resta aperta, ammessa d’ufficio tra le attese:

 

dove andavamo? ora ruggini e crepe

amano le polveri e altri corpi,

negli angoli del giardino tra ortiche e vasi,

privi di lucidi cordogli che potrebbero 

servirti nell’ordine che fai cercando ancora.

 

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Per Vitaliano Trevisan


di Franz Krauspenhaar 

É morto Vitaliano Trevisan. Grande scrittore, gran rompicoglioni, litigava con molti (figurarsi se non ci siamo mandati al diavolo, a un dato punto, via Facebook, questo quadernone infinito, a quadretti come la forma dei profili dentro i quali stiamo tutti a vista, col nostro nome e cognome stampato sulla porta.) Non voglio parlare di me, voglio parlare di lui attraverso la piccola, per nulla significativa storia della nostra breve e virtuale conoscenza. A modo mio, e a grande distanza, lo stimavo; ma è stato un bene che non ci siamo mai incontrati. O forse no. Nessuno può dirlo. Pare fosse una persona di grande, profonda dolcezza, certo era un fuoriclasse non soltanto della letteratura e del teatro, ma anche della vita: una vita dura, da scrittore d’altri tempi, di uno che s’era dovuto industriare in tanti lavori, soprattutto umili; e abbastanza tardi, come me, si era affacciato al mondo segnato da graffi felpati nella gabbia di matti della letteratura. Che lo stesso fanno male, molto. Avevo sempre ammirato quella sua gioventù di lavoratore, di self made man, arrivato alla letteratura per destino, e non per appoggi e parentele (anch’esse destinali, spesso, ma in maniera ben diversa). Continua a leggere→

Cinque chiavi per aprire senza richiuderle le porte di “A ogni stazione del viaggio” di Loretto Rafanelli

di Jean Portante

C’è già nel titolo del nuovo libro di Loretto Rafanelli, A ogni stazione del viaggio (Jaca Book), una densa paradossalità, o, piuttosto, una dialettica: la stazione che rimanda verso l’immobilità, mentre il viaggio parla di movimento. Gli opposti non si oppongono, ma si nutrono l’uno con l’altro. Non stiamo parlando solo di un ossimoro. Si tratta di viaggiare nell’immobilità, e, allo stesso momento, di essere immobile nel viaggio. Lì giace il mistero della poesia. Rafanelli lo dice così, nel primissimo testo del libro, come per avvertirci immediatamente. “Vita che giungi nel segreto dell’attimo / che ordini le trame e i vasti lungomari, / che porti gli estremi sipari, / che attraversi i secondi nella fissità / del nominare”. Perché sì, la poesia è un nominare intimo, nel quale è possibile immergersi nell’attimo per cogliere la vastità, di attraversare il tempo stando fisso, rendere mobile ciò che è fermo. O fermo ciò che si sposta. Una sola parola può dire l’eternità, e a volte ci vuole una poesia intera per parlare di un attimo. Qui stiamo nel territorio poetico della vita. Perché sì, in ogni instante si apre, nel vivere, una botola segreta, che ci fa scendere nel misterioso e vasto sottoterra dell’esistenza. Questo mi sembra essere la prima chiave per aprire le poesie di Rafanelli. Ma di chiavi, ce ne sono più d’una. 

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Distacco


Fatichiamo a staccarci da noi stessi, per innestarci in Cristo. Eppure è l’unico modo per entrare nella vita: Gesù ce l’ha spiegato in lungo e in largo, ricordando che morendo potremo risorgere, che solo perdendoci ritroveremo la nostra identità.

Intervista a Francesco Tomada


Leggendoti, mi capita di pensare che l’autenticità della tua scrittura dipenda dal fatto che scrivi per necessità. La parola scritta
, tra le altre cose, può essere un desiderio di più intensa (o veritiera) comunicazione rispetto alla comunicazione che si riesce ad avere nel quotidiano con persone anche a noi vicine?


Scrivo per necessità, sì. Non mi cambia la vita, non mi porta guadagno, non sono fra i più bravi e non vinco premi e trofei: se da tanti anni continuo a scrivere è perché non posso farne a meno, e temo molto che possa arrivare un giorno in cui non avrò più nulla da dire, così come temo che non sarò in grado di riconoscerlo. Quindi sicuramente la parola scritta e la poesia in particolare – per come la concepisco io – nascono dal bisogno di costruire una forma di comunicazione non mediata, non del tutto controllata e per questo diversa rispetto alla normale quotidianità. Un taglio di luce differente che illumina angoli che altrimenti sarebbero rimasti nascosti, ecco. Diciamo che non nasce dal bisogno di dire cose che solitamente non si ha il coraggio di dire: mi pare di averlo questo coraggio, non ho paura delle verità scomode e delle conseguenze delle parole. Piuttosto il problema è a monte, è riuscire a cogliere aspetti, sentimenti o disagi che nella normalità non vengono a galla: la scrittura a volte permette questo, è un grimaldello da rivolgere per primi verso se stessi. Solo mettendosi a nudo si può avere diritto di parlare agli altri e forse degli altri.
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Tempo


Tutto passa e quasi orma non lascia, scriveva il genio recanatese, toccando una corda decisiva. Solo Gesù resta per sempre, non inganna. Con Lui siamo sicuri che il tempo è un dettaglio secondario, sullo sfondo di un amore eterno, indistruttibile.

Massimiliano DAMAGGIO, Edifici pericolanti. Nota di lettura di Giovanni Nuscis

Massimiliano DAMAGGIO

Edifici pericolanti

Dot.com Press (2017)

postfazione di Fabio Franzin

e una nota di lettura di Nino Iacovella

 

Già dall’architettura si presenta come un lavoro originale, fuori dagli schemi, questo libro di Massimiliano Damaggio: dalla scelta del formato, solo digitale, alla sua struttura; con le poesie della prima parte del libro suddivise in sei sezioni con lo stesso titolo delle sei prose contenute nella seconda parte dell’opera; eloquenti i titoli: Sell in, Sell out, Otto tentativi di salvezza, Ultime dall’iperghetto, Sarà la bellezza la nostra vendetta, Cinque simulazioni, …E una risposta. Ogni sezione è intervallata da una pubblicità, con effetto tragicomico. Continua a leggere→

Fondamenta


L’intimità con Gesù è la cosa più importante e trascurata. Siamo spesso iperattivi, convinti che il fare costruisca il Regno sulla terra. Ma il Regno è Gesù: trascurandolo, edifichiamo su fondamenta instabili. Cerchiamolo, parliamogli, e costruiremo sulla roccia.

Il mondo di FK. “Nella foresta”, nuova silloge poetica.


La poesia di Franz Krauspenhaar non conosce barriere, non conosce pause: è un filo che si dipana senza respirare, tra un verso e l’altro, come la vita: e della vita dice tutto, senza censure, senza quella patina di letteratura che indebolisce tante prove di nomi a noi noti. È una provocazione che raggiunge il suo obiettivo, non tanto perché si legge tutta d’un fiato, quanto perché non la puoi archiviare negli scaffali della lirica contemporanea, ma devi lasciare che viva autonomamente, come una serie di gesti consumati da una stanza all’altra della casa, come se la casa fosse il mondo, e gli strati della storia fossero esposti alla vista di un lettore che è innanzitutto lui, Franz, assolutamente sincero, assolutamente se stesso, ma non per una forma di esibizionismo, come in certi versi della letteratura americana, ma perché non può che darsi com’è, forse ignorando egli stesso la potenza di questa offerta inattesa. Nel panorama spesso asfittico dei versi nostrani, Krauspenhaar getta un ponte tra la scrittura e gli oggetti quotidiani – il calcio, la TV, la birra; ma anche i sentimenti, le emozioni, il sesso, la riflessione sulla società e una religione scuoiata da rituali troppo astratti-, e finisce col consegnarci un libro che non sta in alcun modo nelle consuetudini dell’editoria, ma sfonda il muro del silenzio complice sulla verità di se stessi: è un grido che non teme di disturbare il conducente, anzi, lo costringe, quasi, a rivedere a ogni pagina le coordinate del suo viaggio.
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Raggio

Dovremmo far brillare Gesù, attraverso la vita: perché ciò sia possibile, lascialo passare nelle sofferenze, nelle ferite antiche e nuove, perché ti curi con la potenza del Suo amore. Allora sarai raggio di una luce intramontabile.