Archivi categoria: Recensioni

“Il tema di Ethna”, di Anna Bertini

Anna Bertini, Il tema di Ethna (Arkadia, 2025)

Forse non è un caso se ho finito di leggere questo libro e ho scritto la prima stesura di questa recensione durante il mio recente volo verso la Florida per alcuni incontri universitari, mentre ero sospeso tra due continenti. Il tema di Ethna di Anna Bertini è il secondo romanzo della scrittrice toscana edito da Arkadia dopo Le stelle doppie (del 2020). La storia qui raccontata è anch’essa, infatti, sospesa tra molti mondi, ma principalmente tra due, l’Irlanda e l’Italia – cosa che mi trova quanto mai in linea, dato che la verde isola è per me, spiritualmente, una seconda casa.

La vicenda narrata è quella di Ethna Sarfatti, figlia di Enzo, un tipografo italiano (e in seguito professore d’inglese) emigrato a Dublino negli anni ’30 (ma figlia solo sul piano legale, perché biologicamente era nata da un irlandese scapestrato, Jeffrey, che ben presto avrebbe abbandonato sua madre Lora). Ethna (pronunciato “Enna”) è una violoncellista e compositrice che si fa strada nonostante il segreto che, a partire dalla confessione di Enzo poco prima di morire, deve portarsi dentro, e che la carica di rabbia e rancore.

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Fernando Gioviale, La poetica narrativa di Pirandello (LIC)

di Fabrizio Centofanti

Fernando Giovale, La poetica narrativa di Pirandello, Bologna, Patron, 1984, pp. 216.

Il dramma di Pirandello teatrante è l’attore, che sconvolge la natura del testo, lo reinterpreta, lo riscrive, anzi, lo ridice. È il dramma di una paternità defraudata, derubata, che soffre per il figlio che gli viene sottratto e che tornerà inevitabilmente “cambiato”. Ma è Pirandello un padre che non vuol staccarsi dal figlio, che non vuol riconoscere la sua vitale e necessaria spinta autonomistica, o è semplicemente un artista e un pensatore che teme uno stravolgimento, una deformazione, o comunque una fruizione non corretta del suo messaggio e della sua visione del mondo e degli uomini? Continua a leggere

Alfredo Giuliani, Autunno del Novecento (LIC)

di Fabrizio Centofanti

Alfredo Giuliani, Autunno del Novecento, Feltrinelli, Milano, 1984, p. 248.

In questa raccolta di saggi critici scritti tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, il novissimo Alfredo Giuliani, “poeta, docente universitario, critico letterario del quotidiano “la Repubblica”, passa in rassegna – con puntuali sortite nel nucleo più profondo dell’ “ispirazione” e della poetica dei singoli – grandi e piccoli, massimi e minimi esponenti di questa italiana e letteraria fine di secolo suggestivamente definita dall’Autore “autunno del Novecento”. Né dimentica, Giuliani, che lo scarso o ricco raccolto è sempre preparato, in qualche modo, dalle stagioni precedenti: ecco perché Saba, Svevo, Cardarelli, il futurismo, sono qui presenti a ricordarci e a parlarci di quella che del Novecento è stata la primavera o, al massimo, l’estate. Continua a leggere

Enrico Ghidetti, Il caso Svevo (LIC)

di Fabrizio Centofanti

Enrico Ghidetti, Il caso Svevo. Guida storica e critica, Bari, Laterza, 1984, pp. 218.

Dopo il saggio Italo Svevo. La coscienza di un borghese triestino (Roma, 1980), Enrico Ghidetti torna a portare ordine nella storia di un destino: un destino letterario tormentato e singolare, specchio di una vita altrettanto complessa nella quale Schmitz, il commerciante, convive in qualche modo con l’artista, ma in una zona più esterna, più superficiale, che non affonda le radici in quell’anima ebraica naturalmente e impietosamente analitica cui solo Svevo, lo scrittore, può approdare. E lo scrittore ben sapeva che non era Schmitz la sua vera vocazione, il suo essere autentico: si spiega, in questa luce, l’« atto di ribellione », l’appello all’amico celebre che dopo la pubblicazione dell’Ulisse non è più lo “strambo professore di inglese” che butta via il suo tempo nelle bettole con operai e portuali. Fino a quel momento, ricorda Ghidetti, per la Coscienza di Zeno solo sei frettolose recensioni, la più sostanziosa delle quali parla di “lingua alquanto dura e strana e da doversi compatire”. Le millecinquecento copie della prima edizione, intanto, gravano nella soffitta dell’autore. Ultima speranza: una segnalazione anonima sul “Corriere della Sera”, in cui si parla di libro « abbastanza interessante, ma scucito ». È a questo punto che il Nostro scrive a Joyce, aprendo così, con la forza della disperazione, quello che fu e rimarrà nella storia letteraria come « il caso Svevo ». Continua a leggere

Due libri di Diego Zandel sul mondo balcanico e l’Italia

Recensione di Giovanni Agnoloni

Diego Zandel, Un affare balcanico (Voland, 2024) e Autodafé di un esule (Rubbettino, 2025)

È raro che due libri formino un discorso unitario a tal punto da potere non solo essere presentati insieme – come avverrà al centro culturale “Itaca” (a Firenze, in via di San Domenico 22) il 12 marzo 2025 alle ore 18,00, ma da formare oggetto di un’unica riflessione. Parlo di Un affare balcanico e Autodafé di un esule di Diego Zandel, rispettivamente editi da Voland (2024) e Rubbettino (2025) e pur diversi per genere – romanzo l’uno, saggio/pamphlet l’altro – e per argomento – il primo, un’indagine condotta “dall’interno” dell’affare Telekom Serbia, alla fine degli anni ’90; il secondo, uno sguardo retrospettivo, autobiografico e di denuncia sulle violenze, gli ostracismi e i silenzi di cui gli italiani dell’Istria, della Dalmazia e della Zona B del Territorio Libero di Trieste – amministrata dalla Jugoslavia fino al 1954 e poi divenuta de facto parte del suo territorio – furono vittime a seguito della caduta del fascismo e negli anni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, per poi ritrovarsi profughi in territorio italiano e disdegnati da gran parte del mondo politico e culturale.

Due libri diversi, appunto, eppure strettamente collegati, in primo luogo perché in entrambe le storie l’autore è in qualche modo coinvolto. Per molti anni è infatti stato un responsabile-stampa di spicco all’interno di Telecom Italia, e perciò addentro a molti particolari della tentata acquisizione di un’importante quota di telefonia serba, negli anni di governo di Slobodan Miloševic, da parte dell’azienda italiana. Inoltre, è lui stesso un esule istriano, nato in un campo-profughi dove i suoi genitori, originari di Fiume, si erano rifugiati.

Chiaramente, quella di Un affare balcanico è una storia di finzione narrativa, sia pur basata su fatti e nomi storicamente reali, per cui si potrebbe parlare, in un certo senso, di un “romanzo storico”, oltre che di una sorta di thriller dalle risonanze spionistiche. Il racconto di vita vera presente in Autodafé di un esule è invece la Storia con la S maiuscola, osservata partendo dai ricordi di Zandel e dalle risultanze del processo – pur finito con un’assoluzione per carenza di giurisdizione da parte della corte italiana – di Oskar Piškulic, capo a Fiume (poi divenuta Rijeka) della polizia segreta jugoslava responsabile della persecuzione e dell’infoibamento di tanti italiani dell’Istria, per non parlare delle migliaia di persone costrette alla fuga, come appunto il padre e la madre dell’autore.

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Luoghi del mondo e della mente: quattro libri

Articolo di Giovanni Agnoloni

A volte capita di leggere in sequenza libri che sono collegati da un filo sottile, che non ci vuoi trovare per forza, ma che in effetti è , per farsi cogliere ed evidenziare. L’ho notato mentre mi accingevo a scrivere di due testi inviatimi nei mesi scorsi da Tarka Edizioni, usciti nel 2024 ed entrambi legati a Marino Magliani, amico scrittore e traduttore con cui collaboro spesso a diversi progetti editoriali. E pensavo appunto di preparare un articolo solo su questi libri, quando mi sono reso conto che quel filo c’era, sì, ma si estendeva anche oltre, arrivando ad abbracciare altre mie recenti letture.

Andiamo per ordine: i due libri che ho menzionato sono Luogo a procedere. Viaggio in Liguria con Marino Magliani e Marco Ferrari, di Roberto Carvelli (con prefazione di Giacomo Sartori), e Dizionario universale delle creature fantastiche di Luciano Hernández, tradotto da Marino Magliani (con la revisione di Riccardo Ferrazzi e la curatela di Alessandro Gianetti).

Il primo fotografa il plurisfaccettato spiritus loci della Liguria, osservata tramite non solo i ricordi di Roberto Carvelli, ma un ricco campionario di citazioni letterarie attinte dalla produzione narrativa di Magliani e Ferrari (dei quali avevo in precedenza recensito il romanzo Sporca faccenda, mezzala Morettini) e da quella di grandi autori del passato, tra cui Italo Calvino, Camillo Sbarbaro e Francesco Biamonti, ma, ancor prima, di un classico della letteratura inglese come David Herbert Lawrence. Attraverso le loro pagine, intessute della stessa sostanza del binomio dialettico di mare ed entroterra che caratterizza questa regione dagli innumerevoli riflessi di luce e ombra, Carvelli si addentra nel mistero epifanico (aggettivo a me caro) dei luoghi, da intendersi principalmente come aloni mentali che legano il mondo al punto di vista di chi lo osserva e lo vive. Ne risulta un viaggio intriso di poesia e sensibilità naturalistica e antropologica: un autentico invito all’esplorazione esterna e interiore. Continua a leggere

Scrivere di notte su un quaderno dalla copertina nera? Note in margine a un recente volume di Prisco De Vivo e Raffaele Piazza

di Pasquale Giustiniani

    1. La citazione kafkiana – posta in esergo alle opere d’arte di Prisco De Vivo (artista figurativo e geniale poeta e designer) e ai versi di Raffale Piazza (noto poeta e giornalista) -, ci ricorda una certa predilezione dello scrittore praghese Franz Kafka (Praga 1883 – Kierling, Vienna, 1924) per la notte e per il buio. Anzi per il nero, che potenzialmente potrebbe trasformarsi in bianco. Non ancora, in prima battuta, il nero degli imminenti nazismi e dei fascismi e il buio dei campi di concentramento e di sterminio, dove ammassare ebrei, bambini, folli, zingari e diversi, per tipizzarli e studiarli mediante una medicina e una scienza che si stanno oscuramente piegando al Manifesto della razza. Il nero kafkiano – che Prisco De Vivo oggi trova e riprende – è, piuttosto, quello delle copertine degli antichi quaderni per la scuola elementare, con il loro colore scuro e le loro pagine a quadretti, che aspettavano tratti di matita e macchie di pastelli. Matite e tratti che, ora, trasformano le pagine bianche con macchie scure. Metamorfosi del bianco in scuro e delle sfumature di scuro verso il bianco, trasformazioni della materia e degli sguardi. Del resto, nella ruota delle metamorfosi, di ogni metamorfosi, “siede l’uomo nella parte eminente, giace una bestia al fondo, un mezzo uomo e mezzo bestia descende dalla sinistra, ed un mezzo bestia e mezzo uomo ascende de la destra”, come negli sguardi onirici di fra’ Giordano Bruno Nolano. E la mente, di fronte a questo libro regalatoci da De Vivo e da Piazza, non può che andare da Omero a Rowling, passando per il nord-africano Apuleio (II secolo d.C.), fino a Dante, Bruno, Pasolini e, soprattutto, come ora accade in questo volume, che rileggiamo, per Kafka. 

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I nuovi creatori di Andrea Billau. Per una teologia laica.

Nel suo libro – invero un tempo lo avremmo chiamato pamphlet  – I nuovi creatori. Il nostro destino di liberazione dalla tragicità (Multimage, 2024), Andrea Billau ci propone un tentativo di costruzione di una teologia laica. Dunque, si tratta di un’opera inattesa, in quanto in controtendenza rispetto alla desacralizzazione del mondo e al laicismo d’antan; e sorprendente per la torsione del punto di vista. Egli scrive che la “postura religiosa, al contrario di quanto viene detto comunemente, è una postura di ribellione all’ingiustizia dell’esistente e solo una sua perversione teocratica l’ha resa funzionale al mantenimento del potere.” Se considerate che Billau è un giornalista di radio radicale, la singolarità dell’affermazione è lampante.

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Fabrizio Bajec, Tanka per le quattro stagioni (e altre poesie brevi)

Fabrizio Bajec, Tanka per le quattro stagioni (e altre poesie brevi), nota di Jérémy Tabani.

I poeti hanno un rapporto travagliato con le parole: accettano di usarle, ma non per far dire loro ciò che dicono. Alcuni cercano di esprimere l’indicibile, altre di far confessare alle parole ciò che non hanno mai detto, qualcuno tenta di parlare contro le parole, qualcun altro di nominare ciò che sfugge alla rappresentazione dell’arte… Ma non appena accettiamo di parlare, sentiamo di aver già detto troppo, anche se siamo stati parsimoniosi con le parole. E allora che fare: parlare per non dire nulla, o tacere per lasciare che le cose siano eloquenti a loro modo, col rischio di restare muti? 

In questa raccolta, Fabrizio Bajec ci invita a volgerci verso il vasto cielo che ci circonda, quello sopra di noi, ma anche e soprattutto quello dentro di noi. Perché qui la presenza non si oppone all’assenza, né lo spaventapasseri alla persona, o l’esistenza alla non esistenza. Né la parola contrasta il silenzio. 

Così il poeta sceglie di parlare non in vista della “fine del linguaggio”, per usare il titolo della terza parte del libro, ma piuttosto dalla fine del linguaggio. Come Châteaubriand, che nelle sue Memorie dall’oltretomba si rivolgeva a noi lettori dalla sua presunta tomba, qui il poeta ci apostrofa dall’aldilà di ogni concetto inerente al linguaggio, compreso quello della sua persona.

uscendo dal carcere
libero dagli oggetti
di un nocciolo sognato

La persona che esce davvero di prigione non si rende forse conto che ciò che la imprigionava era proprio questo nocciolo sognato, da intendersi qui come un nodo, ad esempio quello del linguaggio, che tiene insieme tutta una serie di altri nodi intorno a quello della persona? 

Quindi parlare dalla fine del linguaggio non significa la fine di ogni discorso. Né del silenzio. Qui la parola e il silenzio sono ancora vorticosi, ancora abbracciati, perché sono sempre stati già uniti. 
Dove? Nel fuggevole istante.

(Jérémy Tabani)

 

Fabrizio Bajec

Tanka per le quattro stagioni (e altre poesie brevi)

Prefazione di Fabio Pusterla

Vydia edizioni d’arte, 2025 

 

Maria Pia QUINTAVALLA, Saudade. Con nota di Antonio Fiori

 

Antonio Fiori

 

La pronuncia di Saudade in portoghese è saudadi ed il significato più prossimo all’italiano è
‘desiderio’, che qui diventa – sono parole dell’autrice – “intenso desiderio di qualcosa di
ASSENTE, in quanto perduto, o non ancora raggiunto”. L’auspicio è forse il cortocircuito poetico
eliotiano tra passato e futuro: gli anni della formazione emotiva e politica sembrano voler
scavalcare il presente e rialzarsi nel futuro, parlare alle nuove generazioni: È là nel corso amico
della storia/ che vorrei tornare, precipitare in corsa/ prendere quota – camminare. Continua a leggere

Don Angelo Casati, poeta gentile

di Alida Airaghi

“Don Angelo è un flauto, si lascia suonare da tutto e da tutti e si ascoltano racconti meravigliosi da quel vuoto di sé che è il suo cuore. Ha frasi incandescenti eppure miti, fuochi di sdegno eppure luminosi, ha ombre che fanno più vera la luce. Come fa? Con la compassione…”. 
Così Chandra Candiani nella lunga e affettuosa prefazione al libro di poesie di don Angelo Casati esprime la sua stima di poeta ai versi di un religioso come lei poeta.
Angelo Casati (Milano 1931) è presbitero della diocesi milanese, e ancora oggi ultranovantenne scrive e pubblica toccanti omelie settimanali nel suo blog Sulla soglia. Ha al suo attivo molte pubblicazioni che spaziano dalla poesia a commenti evangelici, da riflessioni spirituali su vari eventi della vita a veri e propri saggi, usciti per diverse case editrici (Cittadella, Romena, Paoline, Servitium, Àncora, Il Saggiatore…). Continua a leggere

Marco ATZENI, Le due città. Nota di lettura

Giovanni Nuscis

 

Due mondi: una città dei vivi e una dei morti sullo sfondo di una Sassari ottocentesca. Mondi che s’intrecciano, si confondono, s’appalesano attraverso un singolare personaggio, uno scrivano non più giovane dal passato oscuro e travagliato; doppiamente straniero, per luogo d’origine e per stramberia, manie, autonomia irriducibile, istinto irrefrenabile; ma soprattutto perché dotato di un potere assai speciale: quello di sentire e di vedere i trapassati coi quali dialoga senza timore, e li cerca, li stana, li uccide una seconda volta, in qualche caso, per vendetta o per senso di giustizia. Continua a leggere

INSOLVENZE di Francesco Cagnetta

 

Nota di Maria Grazia Palazzo

Quest’opera di Francesco Cagnetta, Insolvenze (La Vita Felice, 2024), avvocato molfettese, classe 1982, con precedenti pubblicazioni monografiche e in collettanee, anche per blog letterari, e pregevoli riconoscimenti, si annuncia, già dal titolo, un lavoro tagliente, di sicuro impatto emotivo, a tratti crudo, senza sconto, eppure profondamente umano. La poesia contemporanea in cui si iscrive la scrittura poetica di Insolvenze, libera dal fardello ideologico di eredità di accademie, è una scrittura nuda ma anche antica. Il mal di vivere che la attraversa rifugge da maschere e orpelli, nessuna rincorsa orgogliosa o narcisistica di traguardi sociali da esibire. Qui la poesia ha altra scaturigine, drammaticamente incombente, l’appartenenza generazionale di chi non lascerà segni visibili di sé, progenie, quella realtà che nella cultura magnogreca era tutto. Qui Francesco Cagnetta indaga le ombre, le apnee, la precarietà delle nostre vite, le domande senza risposta.

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Lo Specchio dell’Essere: una lettura di “Osicran o dell’Antinarciso” di Saverio Bafaro

Articolo di Laura Di Gigli

Introduzione: Osicran e l’incontro tra mito, poesia e psiche

L’opera Osicran o dell’Antinarciso di Saverio Bafaro si configura come un audace ed intenso itinerario poetico che intreccia mito, psicologia e filosofia contemporanea. Bafaro, poeta e psicoterapeuta, compie un’operazione ermeneutica straordinaria: trasforma il verso in un laboratorio di riflessione sull’identità, il desiderio e la frattura ontologica che attraversa l’essere umano. Il testo si nutre di una cultura raffinata e poliedrica, spaziando dal simbolismo mitologico alla psicologia gestaltica e lacaniana, passando attraverso suggestioni che richiamano il pensiero freudiano, junghiano, fenomenologico ed esistenzialista. In questa analisi si cercherà non solo di delineare i tratti distintivi della raccolta poetica, ma anche di esplorare i molteplici strati culturali che ne sostanziano la densità intellettuale e artistica.

Narciso e il doppio: viaggio attraverso lo specchio, tra l’Io e l’inconscio

Al cuore di quest’opera si dipana una rilettura psicologica e filosofica del mito di Narciso, che si emancipa dalla mera allegoria di vanità e perdizione per divenire una profonda metafora dell’identità frammentata e del desiderio che si alimenta dell’assenza, in una ricerca incessante di sé.

L’immagine dello specchio ricorre nelle liriche come simbolo pregnante di un dialogo profondo con l’inconscio, un territorio oscuro e ribollente di desideri indomiti, spesso inascoltati:

Troppo fondo quel fondo / troppo nero quel nero / nell’assenza verticale / degli amori mai avuti. (Osicran, p. 10).

Il viaggio nell’abisso dell’inconscio si rivela impervio e insidioso ma aperta alla possibilità di ritorno, purché si mantenga saldo lo scopo della conoscenza. Tale scopo, evocato come un “filo d’Arianna”, si rivela salvifico e guida attraverso le tenebre, consente la risalita:

Nel pozzo dei desideri / trovi molto se perdi / mentre resti sospeso / […] Solo oscillando tornerò / piegando forte la schiena / aggrappato coi pugni / alla corda d’oro: / caduta e risalita sono / la stessa luce emersa. (ivi).

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Carlo Giacobbi, Erbe d’esilio

foto di Mona Eendra

a cura di Franca Alaimo

Una squisita architettura, intessuta di rimandi e simmetrie, caratterizza la composizione della silloge poetica Erbe d’esilio (peQuod, 2024, collana Portosepolto) di Carlo Giacobbi: le sezioni sono dodici, sebbene quella d’apertura venga indicata dallo stesso autore come tredicesima, in quanto, così puntualizza nella sua nota, essa «vuole porsi in ideale continuazione» con la precedente raccolta Abitare il transito (Arcipelago Itaca, 2019) che si chiude con la poesia-sezione n. XII.  Continua a leggere

Piccole luci che illuminano un futuro di speranza per l’umanità

di Alida Airaghi

Sabino Chialà, Priore di Bose dal 2022, ha pubblicato presso le edizioni Qiqajon della Comunità “Donne generative che aprono un futuro”, testo di una trentina di pagine compreso nella collana Sentieri di senso.
Sei sono le figure femminili prese in considerazione dall’autore, protagoniste dei primi capitoli dell’Esodo, che si apre in realtà con l’elenco dei dodici nomi maschili dei figli di Giacobbe, evocanti le dodici tribù di Israele. Una storia, quella patriarcale qui narrata, segnata da “complessità e drammaticità, fatta di migrazioni causate dalla carestia, di accoglienza e poi di asservimento”.  Continua a leggere

Gian Piero Stefanoni, La costanza del cielo

Nota di lettura di Lucianna Argentino

La poesia è un viaggio dentro sé stessi sia per chi la scrive sia per chi la legge, per chi la fa sua nella solitudine e nel silenzio di un inesauribile dire perché tale è il dire poetico. Una sorgente di pensieri, di emozioni e di sentimenti che non perde mai la sua forza, la sua pregnanza perché la parola poetica sgorga, a sua volta, dalle fonti inesauribili dell’essere e del silenzio. Questo appare evidente a chi, giunto a queste pagine, ha percorso e ripercorso la poesia di Gian Piero Stefanoni, ha sostato in essa e con essa si è emozionato e ha ritrovato nelle parole del poeta parte di sé stesso e anche di  più. Il dire poetico infatti esonda il suo stesso significato e va a riempire i vuoti oscuri del nostro percorso esistenziale. Continua a leggere

magari rimango ancora un altro po’, storia di amori dall’isola, di Barbara Della Notte. Con nota di lettura

 

La poesia di Barbara Della Notte ha radici lontane, che la stessa autrice ci fa intuire nell’affettuosa dedica alla sua maestra Filomena; anche nella scelta dello stile, a cui forse non è estranea la sua formazione di sociologa della comunicazione, che la rende sensibile e attenta al problema, affatto irrilevante, della comprensione e dell’apprezzamento di un testo poetico, come confermano gli scarsi acquisti dei libri di poesia. L’autrice adotta dunque una scrittura che esprime levità, giocosità e ironia anche su temi che lasciano intravedere dolori, cicatrici, disillusioni, ma sempre con tocco leggero e originale. Come quando ricorda l’esperienza pandemica (“Ho deciso di comporre un Canzoniere / e so che approveresti / quanto ci siamo divertiti a scriver sonetti / quando è arrivata la fine del mondo / per vincere l’angoscia / dell’isolamento / e l’inquietudine / della morte. /…/ e anche domani / mia madre verrà a prendermi a scuola / mio padre tornerà dal lavoro / C-D-E / C-E-D / e tutto andrà bene / andrà tutto bene?”

 

Alcune poesie ricordano le esperienze dell’adolescenza, i primi amori. Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

L’ultima raccolta di Giovanni Nuscis, Il tepore che resta (Arcipelago Itaca, 2024) è la leggenda di un bevitore poeta, santo per devozione antica alla parola in versi, peccatore per ostinata e impenitente ricerca di una incarnazione nella vita pratica quotidiana. Sono nella parola che mi giunge/ e mi pervade col suo carico/ grandioso di mondo/ miracolosamente emerso/ da un umile suono. Dentro questa costante oscillazione tra reale e ideale, la sua poesia è profondamente civile, tanto nel senso di essere autenticamente pregna di un’aspirazione al cambiamento della realtà, quanto nel segno di un distintivo tratto di gentilezza e cura. Ecco che leggenda è sia racconto di questo impegno intellettuale, sia dicitura che spiega come trovare la poesia nella vita concreta.  Se non fosse per gli sguardi inarresi/ le menti indocili, la fede/ che spinge a cercare tra macerie/ la piccola pepita del vero/ che ci illumina e commuove,/ cosa sarebbe la vita?

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Le cattive parole, di Francesco Maria Marino

di Alida Airaghi

Due noti docenti universitari, i Monsignori Stefano Guarinelli e Dario Viganò, si sono occupati nel 2014 e nel 2016 della maldicenza come piaga devastante del vivere civile, in due volumi dal titolo molto espressivo: La gente mormora e Il brusio del pettegolo, rispettivamente per le edizioni San Paolo e Dehoniane.
Qualche mese fa anche Tau, altra casa editrice cattolica con sede a Todi, ha pubblicato un agile libro di Padre Francesco Maria Marino, dal titolo ancora più esplicito dei due citati: La lingua non ha ossa ma le rompe, e con un sottotitolo più ponderato (I peccati di lingua tra spiritualità e psicologia). Continua a leggere