Archivi categoria: Recensioni

La corteccia del mondo di Giacomo A. Graziani (La Vita felice, Milano 2020)

 

di Laura Cantelmo

Fin dal primo testo, in questa folta raccolta di poesie di Giacomo Graziani – in realtà una vera antologia – la visione del mondo dell’Autore si presenta in un’atmosfera che sfuma nell’onirico, pur attraversando il reale con le lusinghe che lo popolano e il conseguente disinganno: “Non sai se il mondo ti sfugge in un affanno/o sei tu a seguire troppo veloci inganni” (“Alta velocità”). Lo stato d’animo dominante, nell’approssimarsi della meta finale, ondeggia tra la riflessione e la malinconia di un nostos interiore che attraversa il tempo a ritroso. La corteccia che avvolge, come un albero, la vita è la rugosa corazza che protegge un’intimità di sangue e lacrime: “Essa racchiude storie di sofferenza e di vita e da esse solo linfa alchemica fuoriesce”. Con queste parole nell’esergo, nelle quali è racchiusa la vera premessa di questa antologia, un detenuto del carcere di Opera commentò la lettura dei testi, a quel tempo ancora inediti e tale fu l’emozione del Poeta da trarne spunto per il titolo.

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Domani interrogo, di Gaja Cenciarelli

di Fabrizio Centofanti

Mi sono deciso a leggere Domani interrogo quando è stato programmato per il cinema. Se è diventato un film, dev’essere importante. Balle. Ci sono film insulsi ricavati da libri più insulsi. Non andrò a vedere il film: un prete come me mica ci ha il tempo. Ma il libro l’ho letto.
Professori e preti hanno qualcosa in comune. La chiamano missione. Come dire: mandati a (ma non equivocate). Il professore è mandato a insegnare ai giovani che crescono. E questo è il problema. L’ho sperimentato, perché ho insegnato anch’io. Forse per questo ho letto il libro: per vedere come Gaja avrebbe affrontato e superato un ostacolo che era stato il mio.
Ho imparato parole nuove: strass, fantasmini. Che ne sa un prete di cose come queste? I fantasmini, in AI, li ho trovati facilmente; per gli strass c’è voluto qualche passaggio in più, la conoscenza era data per scontata. Ottimisti.
Invece la conoscenza, in Domani interrogo, non è mai scontata. Ci sono flashforward su quello che i ragazzi saranno e che faranno, e la “pressoressa” non poteva prevedere. Come dire: la vita è movimento, e solo guardandola passare puoi capirci qualcosa.
È uno strano io narrante quello di Gaja: si passa dalla prima alla terza persona come niente fosse; a volte sembra che veda a pochi metri; altre, invece, penetra il futuro come fosse un veggente. Mi viene in mente la beatitudine che preferisco, quella dei puri di cuore, che vedranno Dio. C’è un solo modo per vedere: desiderare il bene, non avere più paura.
Anch’io ero entrato nel cuore dei ragazzi: si mettevano intorno alla cattedra e dagli a parlare. Poi la preside mi disse: Centofanti, così non va, le hanno scritto un biglietto d’amore, addirittura. Ma andò avanti lo stesso, finché non lasciai la scuola e l’università per Santa Madre Chiesa.
Anche in questo libro ciò che emerge è questione di salvezza. Non si tratta soltanto di salvezza religiosa, ma anche di salvezza umana, un amore che non può essere spento da argomenti burocratici o strategie calcolatrici. Un amore che ha bisogno di darsi, che non può farne a meno.
Non andrò a vedere il film, non ci ha mica il tempo, un prete come me. Ma il libro di Gaja è un film finito e rifinito, in cui la regista ha diretto sé stessa inquadrandosi da più punti di vista, osservando da un futuro che, per miracolo, rende amabile il presente. Ecco perché l’io narrante passa, come niente fosse, da una persona all’altra: è già dietro la macchina da presa.
Ma non basta: nel film ci sono attori invisibili, che partecipano come e più degli altri. Sofia e Francesco, Daniele, Alessandra, Marco e Margherita siamo noi; Anna Ferzetti siamo noi: pressore’, che sei riuscita a fa’!

Gaja Cenciarelli, Domani interrogo, Marsilio 2022, pp. 240.

Liliana Nobile, “Angoli remoti”

Recensione di Roberto Russano

Liliana Nobile, Angoli remoti (Perugia, Bertoni Editore, Collana “Poesia Mundi” diretta da Simona Volpe, 2025)

Liliana Nobile affida ai suoi versi, che danno vita alla raccolta intitolata Angoli remoti, un pathos esistenziale frutto di una formazione filosofica e di una sensibilità contemporanea: la coscienza che «la vita ha tempo e consuma» (Fine di un sogno) e non è mai pura constatazione, ma impulso a interrogare la fragilità del vivere. Qui il dialogo con autori come Hölderlin e Trakl, amati dall’autrice, emerge come sottofondo nella tensione fra lacerazione e ricerca di un varco di senso.

In questa raccolta, allora, gli angoli remoti non sono soltanto geografici, ma interiori: zone d’ombra e di luce in cui la poesia si fa esercizio di memoria, ascolto di presagi, apertura verso l’altro. È questa la cifra più autentica della poetica di Liliana Nobile: unire la densità del vissuto personale a un orizzonte più ampio, in cui il Mediterraneo, il viaggio e la memoria diventano luoghi simbolici dell’umano.

Nei suoi versi l’autrice esplora differenti aspetti della nostra cultura, valorizzando la natura composita del paesaggio dei sentimenti, conducendoci dentro un paesaggio mediterraneo inteso non solo come scenario geografico, ma come spazio culturale e spirituale.

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Tamara Vitan, “La salvezza compie passi piccoli”

di Mauro Ferrari

Una raccolta bipartita, quella di Tamara Vitan, al secondo libro dopo l’esordio di Accade la luce (Firenze Libri 2022): si tratta di due sezioni che danno origine a una sorta di prosimetro, con una prima parte, Lettere a un’amica, in una prosa lievissima di riflessioni diaristiche e una seconda, eponima, in versi liberi. Si tratta di due sezioni che nelle rispettive modalità si parlano: il colloquio con l’amica morente, giunta sulla soglia fra vita e oltrevita, è una splendida riflessione sul valore della nostra esperienza terrena, da vivere non tanto alla maniera heideggeriana di un “vivere per la morte”, ma con una forte consapevolezza religiosa che l’oltre che attende alla fine non è che l’inizio della trascendenza. Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Ultimo atto (Consulta librieprogetti, 2025) dice tutto su mia madre. Lucia Diomede dedica questa ultima sua raccolta di poesie a sua madre. Ma sono versi su tutte le madri, tutte le nostre. Conferma, quasi un risvolto ancestrale e fossile di una verità banale, che il rapporto materno è di per se una relazione poetica universale. Come l’autrice preannuncia nella nota introduttiva, l’opera è un commiato in versi, l’ultimo saluto alla propria sorgente matrice. L’umanesimo della fine, che la Diomede esprime, è una definizione che intuisce la nostra attuale condizione esistenziale e civile. Non leggo o scrivo/ se non di te/ bugiardini, referti/ lacerti di lingue a me oscure/ che pure restituiscono/ tuoi brandelli di carne e sangue vivi.

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Antonella Sica. Corpi estranei

di Stefania Bortoli

Corpi estranei di Antonella Sica
(Arcipelago itaca 2025) 

Quando l’assenza e la mancanza diventano un vuoto incolmabile, la realtà psichica ci lascia attoniti e isolati in ciascuna età della vita. La poesia di apertura che Antonella Sica ha dedicato alla madre prematuramente scomparsa, è un atto d’amore sospeso che si spegne nell’oscurità dell’abbandono: 

“Madre di Luna pietra madre ragnatela
di capelli sul guanciale madre pallido […]
che sei andata via
come si spegne la luce
nella stanza di un bambino”. Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

E’ ancora possibile la poesia?, si chiedeva Eugenio Montale. Mi pare significativo che già nel 1975 poteva sembrare che si fosse raggiunto il punto zero del verso, il limite estremo di saturazione della scrittura poetica. Mi è capitata sotto gli occhi questa invenzione di Maria Benedetta Cerro, Corrispondenze. Proposte di interazione e scrittura poetica (Macabor, 2925), e mi sopravviene l’azzardo di capovolgere la prospettiva montaliana affermando, dopo la lettura di questo libro, che da quel limite ci siamo mossi. La poesia così è ancora possibile.  Quest’opera della Cerro è un’invenzione perché azzarda (anche lei) una scrittura doppia, a “specchio” e in “dialogo”, con ventuno poeti e poete. Non è un’antologia pur essendo un libro plurale. Non è un libro a tema perché la coerenza è data dalla autenticità della voce poetica nel suo svolgimento.

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Un elogio della condizione umana. Su “Il conforto dell’ombra” di Giancarlo Consonni

Un elogio della condizione umana. Su Il conforto dell’ombra di Giancarlo Consonni
di Giorgio Morale

La nuova raccolta di poesie Il conforto dell’ombra (Einaudi 2025) di Giancarlo Consonni è un elogio della condizione umana strutturato in tre sezioni, con la poesia Parola a fare da introibo: I gelsi spaesati, Babylo minima e Dono. Le tre sezioni seguono l’itinerario del poeta, dall’infanzia e adolescenza nell’Italia rurale, alla maturità nella Milano post-industriale e al dono del presente, facendo del libro una sorta di autobiografia ellittica per immagini e sensazioni. Continua a leggere

Enrico Pietrangeli, Morte vestita da fanciulla

Recensione di Francesco De Girolamo a Morte vestita da fanciulla di Enrico Pietrangeli (FusibiliaLibri, 2025)

La raccolta poetica “Morte vestita da fanciulla” di Enrico Pietrangeli è un’opera che esplora la morte come tema centrale, presentandola come un’esperienza individuale e tragica. Il poeta affronta la morte con un linguaggio che coniuga la concretezza all’astrazione, creando un’atmosfera di sospensione tra il biologico e il metafisico.
Pietrangeli riabilita il passaggio alla natura organica, al biologico e alla decomposizione, per scrutare il principio di esistenza della forma. La sua poesia è una meditazione sulla morte che non arretra di fronte ai rischi del mistero e dell’ignoto. Continua a leggere

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Sulla felicità. Appunti di lettura, di Edoardo Sant’Elia

È un saggio multiplo, ricco di echi, quello imbastito attorno a La forma della felicità da Fabrizio Centofanti e Sabrina Trane (Effatà, 2021). Un sacerdote, con una significativa formazione letteraria, e una psicologa, con specializzazione in psicoterapia cognitiva. Che però non si affrontano schematicamente, non si schierano dietro le proprie idee ma piuttosto intrecciano nel corpo del testo riflessioni e suggestioni, tracciando un percorso che offre vari livelli di lettura, varie possibilità di confronto: di cui approfitto, misurandomi in estrema sintesi con alcuni dei numerosi temi messi in campo.  Continua a leggere

Considerazioni sulla parabola del figliol prodigo

di Alida Airaghi

La parabola del figliol prodigo, narrata nel Vangelo di Luca (15:11-32), appartiene di fatto al patrimonio culturale dell’occidente, così come altre figure letterarie quali Ulisse, Amleto, Faust, riconosciuti simboli universali della natura umana, nella sua ricerca di un significato che oltrepassi il puro accadere dell’esistenza mortale.

Il sacerdote salesiano Mario Steri (Cagliari, 1952) ha dedicato ad essa un corposo volume (Il padre lontano?, edito da Ignazio Pappalardo), che propone non tanto un commento esegetico, quanto una riflessione teologica intesa a coglierne il valore sapienziale, come rappresentazione simbolica delle vicende umane attraversate dai temi della colpa, del tradimento, del perdono.  Continua a leggere

Affrontare a mani nude il buio della storia

di  Alida Airaghi

 

L’ultimo romanzo di Elena Pigozzi, Le sarte della Villarey, edito da Mondadori, presenta una struttura meditata e compiuta sia nella parte storica che in quella di invenzione. 

Ambientato ad Ancona nel 1943, prende spunto da una vicenda realmente accaduta, che vide come eroica protagonista una sarta semianalfabeta, Alda Renzi Lausdei, la quale con la collaborazione di molti coraggiosi volontari, riuscì a mettere in salvo dalla deportazione nazista 400 soldati, tra gli oltre 3000 imprigionati nella caserma di Villarey. Continua a leggere

Giacomo Sartori. Anatomia della battaglia

di Roberto Plevano

“Carissimo padre,
di recente mi hai chiesto per qual motivo sostengo di aver paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti, in parte proprio per la paura che mi incuti, in parte perché motivare tale paura richiederebbe troppi dettagli per poterli esporre a voce con una certa coerenza.”

Nell’autunno del 2019 Franz Kafka inizia a redarre un testo nella forma di lettera al padre Hermann, commerciante di un certo successo in mercerie e articoli di moda. Il testo non arrivò mai al suo apparente destinatario; a leggerlo con attenzione sembra più un’articolazione dell’opera letteraria di Franz che un documento meramente autobiografico. Trattandosi di Kafka, è un’osservazione scontata, come lo sarebbe di molti autori la corrispondenza dei quali mai è mera faccenda privata, anzi entra a pieno titolo nel corpo della loro opera. L’opera tuttavia – è questa la cosa importante – non può davvero essere letta e interpretata a partire dai dati biografici. Le relazioni personali e sociali di cui si racconta, insomma, talvolta anche negli epistolari più privati, sono costruite più su fantasia e talento del narratore che sull’aderenza a un certo vissuto. Può capitare che rispetto al dato biografico – e soltanto rispetto ad esso – siano esagerazioni, omissioni, invenzioni, patenti menzogne. Memories that become monstrous lies, canta Nick Cave. Continua a leggere

Trasversalmente “oltre” tra cinque libri

“Trasversalmente oltre tra cinque libri”

 di Giovanni Agnoloni

Negli ultimi tempi mi è capitata più spesso un’esperienza che avevo già vissuto in precedenza, sempre nel solco del tema a me caro delle sincronicità junghiane: ovvero, riscontrare sorprendenti assonanze tra i miei stati d’animo e pensieri e i temi trattati o nei libri che sto traducendo o in quelli che sto leggendo. Senza volerlo, trovo una continuità trasversale in e tra tutti questi scritti, che sembra accompagnare i miei percorsi interiori, portandomi oltre gli stati mentali attuali e nella direzione di un’evoluzione spirituale capace di produrre risultati migliori di quelli forniti dai meandri della mente. Trasversalmente oltre, insomma, come ho indicato nel titolo di questo pezzo. Gran parte di questa strana sintesi è riflessa da una recente intervista fattami da Gianluca Garrapa, dove per la prima volta ho visto con chiarezza le mie due anime letterarie – contemplativo/metafisica e di osservazione e critica sociopolitica – convergersi e fondersi appieno. E, se lo dico, non è tanto per autopromozione, quanto perché per me sarebbe ridicolo ergere barriere tra i vari aspetti del mio lavoro quotidiano (scrivere, tradurre, leggere, interpretare la realtà, nonché viaggiare e perfino suonare), visto che nell’universo “tutto è uno”. E i cinque libri di cui oggi voglio parlare rispecchiano perfettamente, nella trasversalità dei temi che li attraversano, l’incontro di quelle due anime nella direzione di un Oltre geografico, culturale, emotivo, professionale e sociale.

Il primo è Romanzo olandese di Marino Magliani, edito da Scritturapura (2025). Si tratta di una trilogia, come recita il sottotitolo, o meglio di una sinfonia in tre movimenti, mi verrebbe da dire. Qui l’autore ligure – che vive nei Paesi Bassi, e che ha fatto del tema del confronto tra l’orizzontalità olandese e la verticalità dell’entroterra ligure, nonché di quello dello sradicamento e del vagare nel mondo, alcuni dei motivi (appunto) trasversali di tutta la sua produzione – riunisce, rielaborandoli profondamente, tre suoi vecchi lavori, che finiscono per assumere una sostanza del tutto nuova, diventando le tre parti di un discorso unitario che ha al centro la sua terra di adozione. Il primo atto, “La talpa”, è un itinerario – inizialmente in bicicletta – nella capitale olandese (dove Magliani non abita ma va di tanto in tanto per attività letterarie presso l’Istituto Italiano di Cultura e, in passato, nella libreria italiana “Bonardi”, dove una volta presentammo anche insieme un mio libro per l’appunto ambientato ad Amsterdam, e che purtroppo ha chiuso), ma non solo. È un autentico sovvertimento della dimensione orizzontale, così intrinseca ai Paesi Bassi, perché lo conduce nei sotterranei della città, nel cuore stesso della sua struttura nascosta e oscura, con due guide “dantesche” come il suo traduttore olandese Roland Fagel e una ragazza del posto, Walmoet. Sì, perché si tratta di un percorso prima di tutto simbolico (anche ricco di suggestioni bolañiane, tema che Marino e io amiamo per aver tradotto metà per uno la raccolta di saggi su Roberto Bolaño Bolaño selvaggio edita da Miraggi), dove l’esplorazione delle “magagne” olandesi – speculazione edilizia, acque di scolo, correlati rischi di smottamento e altro – fa tutt’uno con una discesa negli inferi del subconscio. Insomma, ciò che ci si aspettava di trovare di sopra, in una città dove la luce, quando non piove, è meravigliosa, ha ceduto il posto a un mondo di sotto la cui “risoluzione” appare un’imprescindibile premessa alla riscoperta della vita nel “fuori”.

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Simone Weil in dialogo con San Francesco

di Alida Airaghi

Sabina Moser (1961), di formazione filosofica e teologica, studia da tempo la figura di Simone Weil, su cui ha pubblicato diversi saggi e volumi. Questo suo ultimo testo, uscito da Le Lettere con prefazione di Marco Vannini, esplora in maniera finora inedita il legame che ha unito la filosofa ebrea francese (1911-1934) a San Francesco, accostando la ricerca severamente razionale di lei, originale pensatrice laica novecentesca, alla fede immediata e limpida del frate di Assisi vissuto sette secoli prima: in entrambi ritroviamo infatti la stessa volontà di adesione alla parola di Gesù e la scelta di un cammino esistenziale di purificazione e riduzione all’essenzialità della vita.  Continua a leggere

Cardinale, Santo e Poeta: John Henry Newman

di Alida Airaghi

 

Di John Henry Newman (Londra 1801-Birmingham, 1890), cardinale, teologo e apologista cattolico, si mantiene oggi sensibile memoria non solo nel mondo ecclesiastico per la sua autorità dottrinale, ma più in generale in ambito letterario come raffinato poeta e saggista.
Presbitero anglicano e docente universitario, in gioventù fu figura trainante del Movimento di Oxford, che intendeva spiegare razionalmente i dogmi e la fede cristiana. In seguito a una profonda crisi personale e dopo gravi lutti familiari, si convertì al cattolicesimo e venne ordinato sacerdote nel 1845, quindi elevato al cardinalato nel 1879, beatificato nel 2010 da papa Benedetto XVI, e infine proclamato santo il 13 ottobre 2019 da papa Francesco. Continua a leggere

Sara Bini, “Ultrafania” e “Cristalli”

Articolo di Giovanni Agnoloni

Sara Bini, Ultrafania (Delta 3 Edizioni, 2022) e Cristalli (Interno Libri, 2024)

“Nel bosco”

Vento
Il verde tetto di foglie
mi riparerà dai pensieri tristi

Dolore
Questo è tutto ciò che sento

Le ombre danzano
sul sentiero sassoso

Curva Parabolica
ancora ricordi
La Vecchia Quercia piange
Quei giorni di mille anni fa.

(da Ultrafania, p. 16)

Se dovessi trovare un termine capace di contenere in sé tutte le sfumature stilistiche ed emozionali di questa raccolta di versi di Sara Bini – Ultrafania (Delta 3 Edizioni, 2022) –, sceglierei la parola “ballata”. Forma poetica di origini medievali, fin dalle sue origini è stata legata al canto e alla danza, passando attraverso molteplici tradizioni nello spazio e nel tempo, fino ad approdare oggi alla musica rock, dove generalmente connota un pezzo lento e legato – come il suo antecedente poetico – al tema dell’amore e delle passioni.

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Massimiliano Boni, Arlecchineschi (LIC)

di Fabrizio Centofanti

Massimiliano Boni, Arlecchineschi, Appunti per ritratti, o, pirandellianamente, ritratti da farsi. Cardarelli, Alvaro, Bologna, Edizioni Italiane Moderne, 1983, pp. 279.

Vincenzo Cardarelli: troppo moralista o troppo formalista, poeta o prosatore, reazionario o intelligente profeta del genio tradizionale italiano, vuoto parolaio o rivalutatore attento dell’arte retorica come “lavoro di scelta, di rigore, di pazienza”. Sono, questi, solo alcuni tra i molti giudizi e motivi contrastanti che si susseguono e rimandano l’un l’altro nell’ultimo libro di Massimiliano Boni, che presenta e sviluppa, con un analogo metodo di analisi, anche la sezione dedicata alla parabola poetica di Corrado Alvaro; ove è dato riscontrare, tra l’altro, nodi problematici affini a quelli del più anziano scrittore di Tarquinia. Continua a leggere

La forma della felicità

di Fernando Altieri

Questo non è un manuale come tanti. È un libro che ti prende per mano e ti affascina parlandoti di Dio, dell’uomo, del loro ritrovarsi. Nel caos nichilistico che attraversiamo, nell’Occidente della disintegrazione dei valori, questo testo fa affiorare un senso: una bellezza che abbiamo smarrito, intasati come siamo da immagini triviali; una bontà che sembra evaporata, a causa del cinismo imperante; una verità che pare stravolta dall’ondata di fake news.

Leggere un paragrafo alla volta de La forma della felicità permette di sentirsi ancora vivi, protagonisti di un progetto straordinario, in cui Cielo e terra non sono più distanti, in cui il paradiso non è “un mondo lontanissimo da qui”, come canta una star dei nostri tempi.

Questo libro non è affatto un manuale come tanti: è una finestra sulla realtà così come l’ha pensata Dio.

Fabrizio Centofanti, Sabrina Trane, La forma della felicità. Una spiritualità per il mondo contemporaneo, Effatà, 2021.

20 righe (per niente) facili su Mario Macario

di Pasquale VItagliano

Se il disordine è l’ordine senza potere, come ha detto Léo Ferré, la poesia, forse, è la scrittura senza sintassi. Ne Il culto del disordine (Tabula Fati, 2025, nella collana diretta da Vito Davoli), antologia delle sue raccolte poetiche, Mauro Macario ci mette di fronte ad un tentativo esistenziale di poesia libertaria, cioè una poesia che usa la parole e il verso come viatico di liberazione umana. L’effetto è immediato e tangibile. Per esempio, spontaneamente sono stato indotto a leggere il libro dalla fine verso l’inizio. In effetti, Lucrezia Lombardi coglie questa circolarità. D’altra parte, l’anarchia non è caos, tant’è che un altro motto è vietato vietare ma doveroso vietarsi. La poesia di Macario, infatti, è tutt’altro che spontanea e caotica. In un frangente d’epoca in cui tutti sembrano esordienti, Macario ha una storica (e che storia). La sua poesia ha la leggerezza dei suoni, l’oralità di un’evocazione, nel suo svolgimento copre tutto il Novecento e ciò che resta è un nocciolo duro di significato essenziale e di forma pura, senza alcuna postura poetica.

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