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“L’amore impossibile” di Chiara Tortorelli

Recensione di Francesco Improta

L’amore impossibile di Chiara Tortorelli (Homo Scrivens Editore)

Dopo Storia pettegola di Napoli, affresco, nelle sue luci e nelle sue ombre, della Napoli del Novecento, attraverso le figure più iconiche e carismatiche, Chiara Tortorelli riprende il discorso iniziato nel 2021 con Lilith, la donna simbolo del femminile eretico e ribelle, proseguito nel 2023 con Eresia, in cui racconta i soprusi di cui sono state vittime le donne ma anche la loro forza e capacità di resilienza, per concluderlo con questo libro complesso, originale e ambizioso come preannuncia lo stesso titolo, L’amore impossibile. Al centro del romanzo sette donne di età differenti, vissute in epoche diverse, segnate da esperienze particolari ma legate dal comune desiderio di amare, di essere amate e di raggiungere la felicità attraverso questo sentimento che, purtroppo, ai nostri giorni sembra svuotato di significato. L’esergo iniziale conferma l’interesse di Chiara Tortorelli per la fisica quantistica, di cui aveva dato già prova nel romanzo Noi due punto zero, dove il Punto Zero del titolo è quello che in fisica quantistica rappresenta il campo vuoto dove si incontrano le molteplici potenzialità ancora ine­spresse, quelle in grado di cambiare le cose sulla terra, ma è anche, sulla base di alcune filosofie orientali, la capacità di concen­trazione che ci consente di percepire ogni suono, ogni odore, piacevole o sgradito che sia, per potenziare le nostre capacità sensoriali, per acquisire una maggiore consapevolezza e per raggiungere la tanto agognata armonia interiore. Qui l’esergo, invece, rimanda esplicitamente all’Equazione di Dirac che mostra come due sistemi interagenti diventino un unico sistema, un’equazione che viene spesso associata (analogicamente) all’entanglement quantistico, dove due particelle restano intrinsecamente legate anche a distanza. È il caso di Filippo e Pia, che dopo una intensa storia di amore e di sesso, si lasciano, perché Filippo, dopo aver rischiato di morire, in seguito a un’oscura malattia, sembra chiamato a nuova vita e, risoluto a seguire un percorso alternativo di sperimentazione e di ricerca spirituale, si spoglia di  tutti i suoi beni, alla maniera di San Francesco (di cui condivide l’iniziale del nome e la terra di residenza, l’Umbria), e nel prendere congedo da Pia dice testualmente:

Ascolta… Quando sono stato per morire ho avuto chiaro che potevo perdermi…che se morivo allora la mia anima sarebbe andata via dannata” […] “ora non voglio più perdere tempo, ora so quale strada devo percorrere… è lì davanti a me e non voglio più lasciarla andare. […] E poi cerco l’amore. Quell’amore che ho intravisto quando ero a letto immobile senza più coscienza”.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale VItagliano

I XXXIII testi poetici dell’ultima opera di Tiziana Colusso aprono al lettore la città proibita del corpo, il nostro più autentico luogo di vita. La chiave di accesso a questo mondo, di cui conosciamo solo le mura, è la parola poetica. Corpo conduttore è un concept-album in versi, anzi, come viene precisato in copertina, di variazioni. A cosa? Alla poesia parola d’ordine che apre all’alchimia di trasformare il corpo contundente della nostra quotidianità in un conduttore, appunto, unico viatico a una nuova vita. Il corpo del mondo guarirebbe/ senza i corpi letali degli umani.

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“Apokatástasis” di Barbara Dall’Idro

Recensione di Francesco Improta

Apokatástasis di Barbara Dall’Idro

“Nulla die sine poesia”

Come si legge nella quarta di copertina, Barbara Dall’Idro è poetessa, filosofa e antropologa e vive tra l’Emilia, i Castelli romani e il Salento, di cui stando al cognome dovrebbe essere originaria. Del resto, Ydrentòs, la sua seconda silloge poetica dopo Il Mantello di Urano, è l’antico nome greco di Otranto, località particolarmente cara alla Dall’Idro. Ha anche pubblicato, per la gioia dei suoi tanti estimatori, sul proprio sito barbaradallidro.it Oltre il Caos Hemera, breve silloge gratuita.  Certo queste poche notizie bio-bibliografiche non hanno la pretesa  di rivelare la sua ricca personalità né, a maggior ragione, la qualità della sua produzione poetica ma ci offrono almeno qualche chiave di lettura: l’amore per la cultura e la mitologia greca, l’attaccamento alla terra magica del Salento e la presenza assidua di Nietzsche con i due principi fondamentali su cui si basa la sua filosofia, l’apollineo, che rappresenta ordine, armonia e razionalità  e il dionisiaco, che indica caos, istinto ed ebbrezza. Del resto, già nella silloge pubblicata online c’è un riferimento al caos come buio a cui si contrappone la luce del giorno (Hemera), in un tripudio di luci e di colori. E sulla stessa linea è questo splendido libriccino dal titolo altrettanto significativo, Apokatástasis ossia ritorno allo stato originario, reintegrazione, ma più in senso stoico che escatologico: più Zenone che Origene. Non credo che si possa parlare di una silloge poetica tradizionale ma di un lungo e raffinato monologo interiore, alla maniera di Mrs Bloom e la mancanza di punteggiatura e di maiuscole favorisce il fluire ininterrotto delle idee, delle emozioni e delle immagini. Ci si rovista dentro con l’intento di liberarsi di scorie, fobie, timori e opacità per restaurare, come suggerisce il titolo, uno stato originale, primigenio e, quindi, tornare a nascere. Un incessante cabotaggio lungo i lidi rupestri dell’inconscio che prepari e legittimi una palingenesi. E in questo viaggio a ritroso, di nietzschiana memoria – a un certo punto viene citata La Gaia Scienza – vengono ripresi e sottoposti al vaglio miti, filosofi, dottrine e semplici sensazioni. Forse, rispetto ai lavori precedenti, c’è minore omogeneità ma più razionalità, per il bisogno – credo – di filtrare cultura e natura, percezioni e meditazioni. Affiora, ogni tanto, quella sua prorompente sensualità che fa di lei un fiore di carne, intriso di salsedine e di sole, esposto alle carezze del  vento. Bellissimo l’incipit, tutto giocato su un ordito di sinestesie, antitesi e paronomasie, dove viene anticipato l’obiettivo di questo viaggio che è in procinto di intraprendere. Così versi di struggente bellezza sono i seguenti:

“l’incanto freme sotto l’acacia
patisco l’assenza del silenzio della terra
dove il profumo del fico selvatico si eleva
oltre le felci nel sacro urto con il lamento del vento
ho memoria della selva che si imbatte nel cerulo
sull’ara remota di un incessante sacrificio”

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Libri 2025. Sei proposte sui generis

di Guido Michelone

Pare che – solo in nuovi titoli – di libri in Italia se ne pubblichino dai 40.000 ai 70.000 l’anno, per cui è meglio diffidare delle top ten o dei cento migliori romanzi, scelti quasi sempre in base ai tesi più venduti dalle grandi case editrici. Una scelta migliore è quella dei ‘consigli d’amico’ da parte di chi, come il sottoscritto, ‘deve’ leggere (o studiare) per lavoro libri di altro tipo (saggistica musicale), ma che non disdegna – per piacere, curiosità, svago –  volumi di altri generi.

E visto che parliamo di libri ecco l’ultimo ‘libro dei libri’, ovvero Il Biblionauta, di Luca Cena, che naviga tra le pagine di antichi codici, negli anfratti di un mare magnum di autori, tipografi, editori, e di inchiostro, pergamene, carta e caratteri mobili. Si tratta di segreti e storie incredibili, di libri maledetti, scomparsi o mai esistiti; di testi che custodiscono misteri insolubili e lingue che nessuno ha potuto decifrare; e ancora consigli utili sulla compravendita e sugli strumenti di consultazione per riconoscere una rarità bibliografica o un’edizione pregiata. Continua a leggere

Prima dell’estate e del tuono

di Nadia Scappini

Luca Pizzolitto, Prima dell’estate e del tuono, peQuod, 2025

Più volte con orgoglio Luca Pizzolitto ha raccontato di essere stato salvato anni fa dalla poesia, quel lumicino tenue, quasi invisibile ma tenace nel cuore della notte… Un buio reso umano quando il dolore s’è incrinato, accolto da altre mani…. Quante volte ci siamo sentiti abbandonati nelle circostanze più diverse della nostra esistenza? Quante volte il nostro corpo ha somatizzato il dolore forse più intenso che possa esserci, l’abbandono senza appello persino da parte di chi diceva di amarci? Così, per entrare in questa nuova silloge che è a pieno titolo un’avventura spirituale – e ogni avventura spirituale è un calvario, ricorda Bernanos – declinata e affidata ancora una volta agli interstizi della poesia, ci sarà dato di sperimentare le cadute e le risalite che fanno della vita un mistero nel quale orientarsi. Perché la poesia, sorella di preghiera (non dimentichiamo la sua etimologia che ha a che fare precarius, con il nostro stato di precarietà sulla Terra), e profezia “che trasforma l’esilio in speranza, che ritesse il filo spezzato della vita” (Y. Bonnefois) e consente di cogliere il sacro nei giorni scuri, di intuire tra gli scarti, scovare l’inatteso nell’esilio in cui talvolta ci sentiamo confinati sulla Terra.  Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Ci sono scrittori che per tutta la vita scrivono lo stesso libro, e autori che dedicano un’intera esistenza per scrivere il libro della vita. Tra questi c’è Angelo Ascoli. Il libro è Il tredicesimo apostolo (Cantagalli, 2025). Siamo in Sicilia ai giorni nostri. C’è un giornalista a-ore che è il cronista degli avvenimenti di cui stiamo leggendo. C’è un professore di filosofia che è scappato da Milano. E infine, c’è un personaggio misterioso, Leonardo (nome non casuale), che trasfigura un’ordinaria storia di misfatti e crimini in una terra di Mafia in una vicenda (apparentemente) incredibile di miracoli e apocalissi. Così la Sicilia da metafora del mondo, alla maniera di Leonardo Sciascia, diventa metafora dell’umanità e dei suoi destini.

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Isabella Bignozzi su Stefania Bortoli

Recensione di Isabella Bignozzi in L’ASTERO ROSSO

“Corpo _ Spazio _ Parola” di Stefania Bortoli

Arcipelago itaca Edizioni 2025

collana Mari Interni diretta da Danilo Mandolini
con un contributo di Francesca Foscarini e sei disegni di Francesca Raineri

Stefania Bortoli con Corpo _ Spazio _ Parola (Arcipelago itaca Edizioni 2025, collana Mari Interni, con un contributo di Francesca Foscarini e sei disegni di Francesca Raineri) dà alla luce un’opera d’impostazione interdisciplinare: nata da una pratica performativa – un laboratorio di danza contemporanea condotto da Chiara Bortoli, sorella dell’autrice, presso lo spazio artistico Voll di Vicenza – ma anche visiva, ritmica ed emozionale, interiorizzata e ripercorsa attraverso la parola. Tale iter creativo, che avviene precipuamente in notturna “nella camera della Torre”, quando l’anima che raccoglie la sua voce è avvolta nel silenzio e nella solitudine, è tuttavia il frutto dello “spazio di grazia” – come dichiara l’autrice – “che ha accolto tutto l’amore, l’intimità della fiducia e dell’amicizia”. Sorella biologica e sorelle d’elezione sono le compagne di un’immersione nell’ascolto limpido, che riporta a un’identità affettiva e relazionale preminente su ogni altra: “Siamo quello che amiamo, desideriamo e condividiamo”. Continua a leggere

Nota critica per Urbana di Vincenza Salvatore

di Francesco De Girolamo

Urbana è un romanzo durissimo e atrocemente lineare, che segue senza vacui pietismi il percorso di due anime segnate dalla vita a tal punto da non potere nemmeno sperare di sfuggire al proprio destino di sofferenza e distruzione, intimamente collegato, ma di diversa natura.
Il primo, quello della donna il cui emblematico nome dà il titolo al romanzo, inizia da un’infanzia, in parte raccontata, in parte facilmente intuibile per i tratti che l’Autrice ci fornisce senza entrare in dettagli, di precocissima violenza e degrado, di tossicodipendenza, prostituzione e conseguente malattia, cui nessuno, assolutamente nessuno, non una famiglia, non un’istituzione ipoteticamente preposta a tutelare una simile realtà, tenterà nemmeno lontanamente di dare un sostegno, di progettare un possibile rimedio di recupero. Continua a leggere

Piani di vite

Piani di vite

Intervista-articolo di Marino Magliani sul libro Vite che s’intersecano di Franca Acquarone (Philobiblon Edizioni, 2025) 

Se qualcuno ribattesse all’autrice che, soprattutto se dotati di buona, anzi, di ferrea memoria, non ci si riesce a dimenticare del proprio compleanno, difenderei il concetto dell’autrice, che racconta come a un tal Giuseppe succeda invece un fatto del genere: Già, era stato il suo compleanno e lui se ne era completamente e volutamente dimenticato. Ma questo è un dettaglio del romanzo, come lo è il fatto che l’autore di questa nota sia nato il 30 luglio e almeno una volta, nella vita frenetica dell’estate, tanti anni fa è riuscito nell’impresa di dimenticarsi di compiere gli anni. È dunque tutto un dettaglio e nello stesso tempo, in questo romanzo di multipiani, nulla lo è, o alla fine ce lo può sembrare. Più che un interessante romanzo psicologico, Vite che s’intersecano (Philobiblon Edizioni, 2025), ha l’impianto di un interessante romanzo architettonico. Partirei da questa scelta, dal romanzo palazzo, e chiederei all’autrice o inquilina, e questo ce lo dirà lei, del palazzo (in realtà si tratta di un grattacielo), come ti è venuta in mente una struttura del genere, e chi sono gli inquilini dei diversi piani?

Ilario – 1948, 76 anni, sesto piano
Giuseppe – 1949, 75 anni, quarto piano
Margherita – 1956, 68 anni, sesto piano
Samanta – 2007, 17 anni, 4° liceo, diciannovesimo piano
Marilena Fabbri – 1960, 64 anni, quinto piano
Santeri – 1974, 50 anni, diciannovesimo piano

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Sara Maggi, “Ho ancora un cuore”

Intervista di Graziella Belli

Percorrendo la passeggiata mare tra Spotorno e Noli, ho ripensato a Caterina e alle persone che popolano il romanzo di Sara Maggi, Ho ancora un cuore (Funambolo Edizioni, 2025). Lasciatemelo dire subito, è un grande lavoro, sorretto da una scrittura fluida, diretta e chiara, dove vengono affrontate storie comuni, ma le cui violenze, anch’esse apparentemente comuni, sono in grado di segnare i destini di una società malata.

Eccone un assaggio.

“Le mutandine! Le mutandine!» Il coro di voci mi riempie la testa, me la spacca in due. Lo vedono che sto male, che sono sull’orlo di un pianto disperato, eppure non smettono di ripetere in coro quella maledetta parola. Che sa di sporco solo a pronunciarla. Mi sento sprofondare nella terra del prato e vorrei solo sparire. Desidero con tutto il cuore che si apra un buco e che una forza sconosciuta mi risucchi dentro. Non può essere questa la vita di una bambina.

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“Groundwork”, di Randi Ward

Testo introduttivo e traduzione delle poesie di Giovanni Agnoloni

Randi Ward (foto da https://randiward.com/)

Randi Ward è una poetessa, traduttrice letteraria, paroliera e fotografa del West Virginia, negli Stati Uniti. Ha conseguito un Master in Studi Culturali presso l’Università delle Isole Fær Øer e ha vinto per due volte il “Nadia Christensen Prize” dell’American-Scandinavian Foundation. Le sue opere sono apparse su AsymptoteWords Without BordersWorld Literature Today e su molte altre pubblicazioni, e sono state trasmesse anche su Folk Radio UK, NPR e PBS Newshour. Ha ottenuto l’“Appalachian Photography Award” della Shepherd University, e la Biblioteca della Cornell University nel 2015 ha inserito una raccolta di suoi lavori nel proprio Dipartimento di Libri rari e Manoscritti.

Di lei ricordo in particolare la silloge poetica Whipstitches, oltre alla traduzione americana della raccolta di versi del poeta faroese Kim Simonsen La composizione biologica di una goccia di acqua di mare porta con sé l’eco del sangue nelle mie vene, da cui ho tradotto la stessa silloge in italiano per I Libri di Mompracem.

Oggi vi propongo una selezione di versi di Randi Ward tratti dalla sua opera poetica e fotografica Groundwork, che è stata oggetto di una mostra in West Virginia, dove lei vive. Il concetto di fondo è dare voce agli esseri viventi e agli elementi del paesaggio naturale della sua regione, nella quale dopo la seconda guerra mondiale le attività industriali ed estrattive hanno determinato un selvaggio inquinamento dalle conseguenze persistenti, oltre a vari episodi di inondazione e incendio (si veda il film Cattive acque di Todd Haynes).

Il risultato è una poesia in cui la voce degli animali, delle piante e perfino delle montagne e degli oggetti diventa un tutt’uno con quella degli esseri umani che li pensano, a evidenziare il filo circolare che ci lega alla Natura, e che solo la nostra presuntuosa ignoranza può pretendere di vedere separate in nome del profitto.

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Ritratti in/versi, di Silvana Leonardi

di Francesco De Girolamo

Ritratti in/versi di Silvana Leonardi è una raccolta di calligrammi dedicati a 29 figure femminili della storia letteraria e artistica internazionale e a un uomo, nel suo eteronimo femminile.
I calligrammi sono componimenti poetici che si sviluppano su un testo che prende, nella sua struttura dei versi, anche la forma di un disegno, di un’immagine stilizzata, non necessariamente in relazione, per ciò che rappresenta visivamente, con il tema del testo poetico.
Ebbero inizio nella cultura ellenistica, nel IV e III secolo avanti Cristo, e nella lingua greca presero il nome di “technopegnie”. Si diffusero poi anche nella poesia latina prendendo il nome di “Carmina figurata”.
Questo particolare tipo di poesia, pur essendo sempre stato praticato nelle diverse storie letterarie, anche le più antiche, è stato poi ripreso in tempi più recenti dall’avanguardia, nella cosiddetta poesia visuale e concreta. Continua a leggere

Semplici abbandoni, di Alberto Bertoni

di Loretto Rafanelli

Alberto Bertoni, professore di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna, nella cattedra del suo illustre maestro Ezio Raimondi, si sa è critico militante, nel senso più ampio del termine, generoso con la comunità poetica, impegnato nella saggistica letteraria con una applicazione totale, dati i numerosissimi studi effettuati; è però poeta. Nella seconda parte del Novecento, la distinzione tra i due ambiti, quello del critico e del poeta, è stata giustamente messa da parte, tanto che poi alcuni poeti sono risultati ottimi critici (tre nomi per tutti: Bigongiari, Fortini e Zanzotto), così come alcuni critici si sono espressi ottimamente in poesia, e uno di questi è appunto il nostro poeta. Bertoni ha pubblicato vari libri, tra i quali spicca la raccolta Ricordi di Alzheimer (poi Il libro dell’ansia), in cui scrive della terribile malattia contratta dal padre, poesia che ha avuto molti riconoscimenti. Ora, facciamo un passo indietro rispetto al libro di cui vogliamo parlare, cioè Semplici abbandoni, appena uscito presso Einaudi (pag. 140, euro 12), e torniamo al volume precedente del poeta, sempre pubblicato da Einaudi, nel 2021, dal titolo insidioso L’isola dei topi. Ebbene in quelle pagine, il malefico roditore, diveniva minaccia e figura del declino di una società, la nostra, che, tra guerre, covid, perdita dei valori ideali e spirituali e eventi climatici, si pone sulla soglia della fine, o comunque in uno stato di evidente putrefazione. Il roditore ci accompagnava così in un baratro, in un tragico vortice melmoso. Vettore e protagonista della storia. Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

La poesia di Antonio Petrocelli è una retrocessione allo stato di natura attraverso la memoria. Il risultato, tuttavia, non è, come ci potremmo aspettare, di nostalgia. È un rinvenimento della dura materia del presente. Il medium è la figura del padre, ma, in realtà, tutto l’universo infantile e geografico dal quale l’autore tra origine. Il ritorno a questa sorgente porta con sé le paure della discesa all’inferno. Per mezzo della poesia, in realtà, la memoria si sublima. Non aleggia fantasmatica a intralciare le cose della vita di tutti i giorni. C’è un doppio passo. Subito segue un sbrinamento che arricchisce la scrittura di questa raccolta di oggetti e elementi naturali che hanno lo spessore di presenze vive ed eloquenti. A partire dal titolo Peraspina e perapoma (Treditre Editori, 2019), che traccia il confine tra il mondo familiare e domestico che l’autore rianima e la realtà esterna di cui egli è stato interprete e viandante sulla strada, perché solo la strada è di tutti. Questo legame tra passato e presente, interno ed esterno, personale e universale è teso come una pelle di tamburo. Sono un contadino/ in fuga dai contadini./ Per dare senso/ al giorno fatto/ scorteccio un ramo/ e mi abbevero al fiume di tuoi silenzi. Scandita in quattro stanze, la poesia-canzone di Petrocelli raggiunge la nota più alta con Vola vola, pascoliana e metafisica insieme, liberazione finale dell’anima e dei sensi dagli abbracci della memoria fino a farsi pura armonia. Le mosche ronzano in tormento/ sulla corda che si tende./ Vola vola sull’aia la giumenta/ inseguendo in tondo il vento.

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Rinascita come armonia tra essere e divenire. Claudio Damiani

di Francesca Piovesan

Lasciarsi coinvolgere appieno nella lettura dell’ultimo libro di Claudio Damiani (Rinascita, Fazi, 2025) vuol dire vivere un’avventura estetica e di senso in qualche misura onirica. Ciò è in gran parte dovuto al linguaggio impiegato nonché al sovrapporsi dei piani temporali narrati.
La letteratura contemporanea si confronta spesso con il problema della frammentazione del tempo e l’autore lo fa tramite una poesia che affonda nella rimembranza dell’infanzia e nella concretezza della natura, con il proposito di recuperare le radici dell’esperienza.
Analizzare questo testo permette, dunque, di riflettere sul ruolo della scrittura come strumento di conoscenza e di riappropriazione di sé di fronte al senso di disgregazione proprio del mondo contemporaneo e sul tentativo, peraltro riuscito, di restituire l’unità attraverso la semplicità luminosa della visione. Continua a leggere

Elena PIGOZZI, Le sarte di Villarey

 

E’ un romanzo che tocca nel profondo, questo di Elena Pigozzi ambientato ad Ancona tra il 1943 e il 1944.

La storia s’intesse intorno a una vicenda reale: il difficile momento per la popolazione italiana e anconetana dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943, con Mussolini liberato dai tedeschi dalla prigionia sul Gran Sasso e posto al comando (sotto il controllo tedesco) della Repubblica sociale di Salò. Ancona, come buona parte dell’Italia, fu occupata dai tedeschi con violenze e deportazioni, e bersagliata da ben centottantaquattro bombardamenti da parte delle forze alleate. Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

La lettura di Aspettando l’aurora (QdB, 2025) di Marcello Buttazzo mi offre l’occasione per ritornare sopra una questione mai risolta se si possa scrivere poesia senza versi. Queste poesie mi confortano a ribadire che sì, esiste e vive anche una poesia di parola. Anzi, fa da controcanto a tanti versi che vanno a capo solo per darsi nome di poesia. In realtà, non è facile. Si coglie lo sforzo di retrocedere alla sorgente del segno, e di conseguenza, del significato. La parola è solitaria. Ad essa soltanto affidiamo la chiave di violino da cui svolgere il ritmo della poesia. Si dipana in verticale e deve incardinarsi per comporre l’armonia del tutto con il tempo mentale, tanto del poeta, quanto del lettore; e con lo spazio più largo della pagina nel quale la parola attende di essere colta come un oggetto prezioso sul fondale marino. Ho sentito la voce,/ srotolare la voce/ lusingare la voce./ Stamane m’ha svegliato la tua voce,/ mentre le campane del Convento/ rintoccavano ore diurne.

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Fuoriuscite. Riflessioni su otto libri

 

Fuoriuscite. Riflessioni su otto libri

di Giovanni Agnoloni

Nell’ultimo periodo mi sono reso conto che la parola d’ordine per me, in questa fase, è fuoriuscite. La vita spesso si svolge secondo schemi che nascono dall’abitudine, ma pone anche davanti alla necessità di rispondere a una chiamata autentica, che viene da dentro. E lo scarto tra i comportamenti consolidati e la piena adesione al sentiero vocazionale (qualunque sia la vocazione di ciascuno) passa per lo smaltimento di qualunque residuo di scorie provenienti dal passato.

Coincidenza piuttosto singolare, questa mia non facile fase di salto quantico in avanti ha coinciso con l’uscita della mia traduzione ad oggi più impegnativa, L’isola dei condannati di Stig Dagerman (Ortica Editrice), capolavoro del Novecento svedese e opera emblematica di un pensiero profondo e contorto che cerca una vita d’uscita dall’angoscia. Secondo romanzo del giovane, geniale e tormentato autore scandinavo (1923-1954), appassionato interprete dei valori dell’anarchismo (ideologia libera da vincoli e retta sul solo imperativo della vicinanza agli ultimi), racconta la terribile vicenda di sette naufraghi (cinque uomini e due donne) su un’isola esotica disabitata e popolata da rettili, uccelli predatori e altri animali minacciosi, veri o frutto delle allucinazioni da fame, sete e sfinimento dei personaggi. Ognuno di essi, infatti, sovrappone alla drammatica esperienza del presente ricordi affioranti dal passato – scorie, appunto, grumi interiori che il sofferto confronto con la morte e la paura, il senso di colpa e una vasta gamma di altri sentimenti disarmonici fa emergere, urgendone uno smaltimento che si prospetta, in questo caso, cocente ed estremo. Continua a leggere

L’ocra in punta di lingua, di Elisabetta Sancino

di Rosa Salvia

Elisabetta Sancino, L’ocra in punta di lingua, (Ronzani- LietoColle, maggio 2023)

Quella di Elisabetta Sancino è una poesia che si apre oltre la soglia della convenzione, della rabbia e della paura, rappresenta l’Aperto rilkiano ovvero quello che la creatura vede “con tutti gli occhi”.
Una poesia terrigna, con una capacità di evocazione, anche lirica, struggente e originale.
Perciò non consente facili etichette, restia a categorie e a collocazioni rassicuranti.
Vortica con il nostro vorticare di creature capaci di interrogare il senso e il non-senso delle cose, l’enigma del teatro del mondo a partire da esperienze brucianti e da una psicologia ritratta nella sua pullulante proliferazione di echi. L’io esplode, si disperde, e viene assorbito dai versi che fanno da tramite fra l’introspezione, il corpo e il paesaggio; il fuori viene alla fine reso possibile e per questo la narrazione ha una ‘scansione esplosa’, espressione di un movimento di formazione, di scoperta e di esperienza in divenire. Continua a leggere

Antenati del futuro, di Rossella Seller

di Francesco De Girolamo

La raccolta di poesie Antenati del futuro – Poesie della Trasformazione di Rossella Seller, presenta una visione profonda e suggestiva del nostro rapporto con le problematiche delle relazioni umane, in ogni sua particolare manifestazione, offrendo un’analisi e una riflessione raffinata, intensa e personale sui temi della trasformazione, della libertà e della connessione con il mondo naturale, osservato nella sua complessa totalità fenomenica.
Una delle caratteristiche più evidenti della poesia di Rossella Seller è la sua capacità di evocare immagini e sensazioni con un linguaggio limpido ma pregnante, ricco di figurazioni di grande vigore espressivo e padronanza stilistica.
Un tema centrale nella poesia di Rossella Seller è l’esplorazione della relazione tra gli esseri umani, nella sua effettiva, reale autenticità, in tutte le sue implicazioni e le sue dinamiche, a volte anche larvatamente, strumentali e strategiche. Nella poesia “Se un dono”, il dono è presentato come qualcosa che può essere sia fonte di gioia che di dolore, a seconda delle intenzioni e delle aspettative che lo accompagnano: Continua a leggere