Archivi categoria: Recensioni

Danila Di Croce “Dove ancora non siamo nati”

 

di Mauro Ferrari

Danila Di Croce, Dove ancora non siamo nati, puntoacapo Editrice, Pasturana 2024, pp. 146, € 15,00.

Dove ancora non siamo nati:
lì trascorrere la gestazione, se l’impianto
del vero è un oracolo da intonare
al primo e all’ultimo degli abbandoni.

Ci sono scritture poetiche che affascinano per la loro limpidezza; sono a volte incentrate su un Io più o meno autentico/autobiografico, a volte nate da sguardo o pensiero. Sono scritture che ci raccontano, dicono, spiegano. Ci sono altre scritture che alla progressione metonimica (più tipica della prosa) preferiscono quella metaforica, e saltano da un precipizio all’altro, atterrano in territori più o meno conosciuti e comprensibili dandoci barbagli di comprensione come riportassero visioni di paesaggi lontani. Alcune di queste attraversano i territori del simbolo, dell’allegoria, del mito (che è una storia sì, ma porta sempre un alone di inspiegabile, indescrivibile). Continua a leggere

“Di padri (e madri) in figli” – Tanti libri in un un’unica riflessione

Di padri (e madri) in figli

di Giovanni Agnoloni

Mi trovo in un momento incredibilmente pieno di lavoro, tra scrittura e traduzioni, per cui sono molto indietro con le recensioni, ma sul finire di maggio sono riuscito a trovare uno scampolo di tempo per una riflessione che abbraccia diversi libri. Il tema che li attraversa tutti è quello dei padri (ma anche delle madri), da intendersi in senso ampio come le fonti, le origini, i riferimenti. Un argomento che mi tocca nel personale, non solo perché è al centro del mio nuovo romanzo La prossima notte, ma perché ho “lavorato” per anni su questi due poli psichici, energetici e spirituali in sede terapeutica e meditativa. Per di più, l’attività di traduzione letteraria e lo studio della chitarra classica mi portano sempre a dover cercare la vibrazione precisa, la miglior timbrica, il percorso espressivo che poi si fa “storia” e che, da un’idea originaria, conduce a un esito (dal quale poi si potrà risalire alla sorgente).

Tra i libri che hanno accompagnato i recenti sviluppi di questo mio percorso, alcuni sono stati particolarmente efficaci. Comincio da uno che la parola padri ce l’ha nel titolo: I padri si saltano di Stefano Zangrando (Arkadia Editore, 2025), romanzo su una ricerca commissionata al protagonista – un insegnante trentino di nome Diego Verun – da un ex DJ, attualmente residente su un’imbarcazione nel porto di Cagliari, che si fa chiamare “Magra Sorte”, ma il cui vero nome è Eritreo Scheinwindl. Quest’ultimo, essendo affetto da una non meglio precisata malattia autoimmune che lo sta facendo “svanire”, lo incarica di scrivere la sua autobiografia, e lo fa contattandolo online durante i mesi del lockdown pandemico, che Diego vive (male) insieme alla sua famiglia, venata da tensioni interne. La vicenda di Magra Sorte s’intreccia con molteplici strati di ricordi legati alle generazioni dei nonni e dei bisnonni – tra l’altro, lui ha ereditato gli occhi a mandorla da un soldato kirghizo dell’esercito austro-ungarico che aveva avuto un’avventura con la sua bisnonna durante la prima guerra mondiale, tratto genetico che ha saltato la generazione di suo padre (da qui il titolo) –. Vengono così rivelandosi (in un dialogo tra passato e presente, nel quale si proiettano anche episodi della relativamente recente residenza di Diego a Berlino, dove si era già imbattuto in Eritreo) grovigli di vicissitudini legate al tempo di quella lontana guerra, ma anche a tentativi di costruzione di fortunate attività commerciali e a più o meno “irrituali” relazioni sentimental-erotiche. Quello che più mi ha toccato di questo libro, però, è la nitida ricercatezza dello stile, capace di restituire con trasparenza molteplici luoghi; di modo che questo percorso a ritroso nel tempo, che si associa allo smarrimento di un improvvisato investigatore della memoria, finisce per spalmarsi idealmente su tutta la cartina d’Italia e d’Europa, alludendo forse al fatto che ricercare il filo di un discorso personale implica necessariamente il viaggiare, lo spostarsi. Che poi è un altro modo per dire che l’uscire dal sé a cui siamo abituati (e dunque l’affrontare il rischio dell’assenza, cioè il modo in cui spesso percepiamo lo svuotamento dell’ego) è l’unico modo per accedere al vero Sé, dunque alla dimensione della vera presenza.

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Le micro-epifanie di Raffaela Fazio: Franca Alaimo legge “Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer” (Ladolfi, 2026)

di Franca Alaimo

Il filo conduttore della scrittura di Raffaela Fazio è l’assenso alla vita, pronunciato con una partecipazione vibrante dell’intelletto e dei sensi di fronte ai bagliori del bello e del bene, recepiti attraverso una profonda conoscenza filosofica e religiosa alla ricerca di quel mistero intravedibile nelle cose della quotidianità e nelle esperienze autobiografiche.

Il confronto con filosofi ed artisti, che da sempre indagano il testo infinito dell’essere in cerca di una risposta, sottolinea l’attitudine dell’intellettuale a scegliere quali compagni di viaggio conoscitivo i propri maestri. Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

Le occasioni per proteggerci/ dai bisogni primari, non le abbiamo/ favorite abbastanza. Le poesie di Francesco D’Angiò sono strette in quest’abbrivio tra terra e cielo, tra la necessità della materia e l’ambizione a svincolarsi dai limiti. Verranno a perderci in trionfo, pubblicata quale finalista della prima edizione del Torneo dei Poeti del 2021, è una silloge, la seconda, che conferma la lucida consapevolezza poetica del poeta campano ma materano di adozione.

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Marina Massenz, La ragazza dei macelli

E’ uscita una nuova raccolta di poesie di Marina Massenz, La ragazza dei macelli, edita da Stampa2009, con prefazione di Maurizio Cucchi. Il libro sarà presentato da Maurizio Cucchi il 3 giugno alle ore 17 al Negozio Civico Chiamamilano, via Laghetto 2. Qui propongo una selezione di poesie e la prefazione

LA SFERA BLU

La ragazza ha visto la sfera blu
da astro nello spazio sospesa
e ammira e ama quel verde
e le acque le pecore i musi
bagnati nell’erba umida. È la terra.
Così bella e fragile come creatura Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Le parole non dormono nei dizionari. Ma si apprestano ad assaltare il cielo. Che la lotta e l’impegno siano il terreno di espressione di Nazim Comunale è dichiarato sin dal suo nome, che delimita un preciso territorio di azione. Con la repubblica della tua voce, Il Convivio editore, 2025, il poeta alza il livello dell’espressione. Tenta l’elaborazione di una teoretica della poesia civile, che contestualmente cerca la praticità di un manifesto. Per articolare questo sistema poetico attinge a tutti i suoi immaginari, che pratica con altrettanta familiarità, il cinema e principalmente la musica. Se fossimo in Solaris, film che spesso affiora nei testi della raccolta, potremmo definire questa sua dottrina solaristica. Le memorie, i desideri e le paure di Nazim s’incarnano, diventano figure dialoganti. A produrre questo effetto, però, non sono i neutrini come nel film di Andrej Tarkovskij ma la forza evocativa della parola. Metto un piede nel vuoto e con l’altro cerco un gradino.

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20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

Con Elea, la sua ultima raccolta, Les Flàneurs, 2024, Bruno Di Pietro vola come l’Angelus Novus di Walter Benjamin verso una più acuta comprensione della nostra identità e della nostra storia. Quando verrà il passato, è il sottotitolo di questa piccola ma complessa silloge divisa in tre sezioni tematiche. Per conoscere il nostro destino abbiamo la necessità di volgere lo sguardo indietro. Le macerie del passato sono, tuttavia, frammenti luminescenti di un universo esploso. Il poeta li filtra e li ricompone in una nuova mappa stellare. Una torcia/ illumina la Porta./ Il giorno si accorcia.// Le stelle faranno notte/ (e io con loro).

Di Pietro attraversa questo vuoto in solitudine e con calma. Sa che non ci sono soluzioni possibili se non la stessa incessante ricerca di una risposta che non c’è se non nel continuo mutamento delle nostre forme di vita. Il massimo di continuità nel massimo di cambiamento. Il poeta raggiunge questo grado elevato di coscienza, una vera e propria illuminazione, nel dialogo con la tradizione classica, Zenone e Parmenide, guide sempre presenti. La poesia è l’abito curiale di questo dialogo permanente. Antichi spiriti mediterranei/ attraversano il giorno,/ si dispongono nell’ora mediana/ dove preciso è il taglio del tempo.

La poesia è questo fare spietato che cerca la fine ma si alimenta della sua stessa ostinazione. Come in una danza dionisiaca. Leggiamo, come scrive Daniele Ventre nel suo saggio finale, è una personalissima gaia scienza, fatta non di nichilismo, ma di un singolare pensiero forte, la riscoperta di un’idea meridiana dell’essere. Si tratta di ottimismo tragico che ci motiva a continuare a inseguire la tartaruga. Perché Achille è felice lo stesso. E’ questa rincorsa che lo rende vivo. Quanta eternità mi circonda!/ E non mi appartiene.

Pietro De Marchi, il lavoro del poeta

di Alida Airaghi

PIETRO DE MARCHI, ALLA GIUSTA STAGIONE – CASAGRANDE, BELLINZONA 2026

Pietro De Marchi (Seregno 1958) ha insegnato Letteratura Italiana all’Università di Zurigo ed è alla quarta pubblicazione di poesia e prose poetichr per le edizioni ticinesi Casagrande.
Alla giusta stagione è un titolo che rimanda alla terminologia agricola (secondo la citazione da Esiodo in esergo: “… se alla giusta stagione tu vuoi tutti compiere i lavori…”), laddove si consiglia quando sia necessario seminare, raccogliere, potare, sottintendendo metaforicamente il tempo dovuto all’inventario, letterario ed esistenziale, a cui applicarsi negli anni più maturi. Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Con Se tolgo il nodo (2023) Anna Rita Merico continua la sua riflessione poetica e sperimentale sull’identità, gli stigmi e la liberazione, che aveva già intrapreso con Fenomenologa del silenzio, entrambi pubblicati da Musicaos Editore. Come coglie Claudia Mirrione, il testo condiviso di questa scrittura è il corpo femminile. Se c’è un differenza è in un passaggio dall’interno all’esterno. Mi sembra che la Merico, tagliato il nodo terrestre, getti il suo sguardo poetico nel cosmo. La verità, anzi le verità come ci suggerisce Antonio Nazzaro, possiede un’esistenza sensibile, tattile e visiva. La disposizione dei testi sul lato lungo della pagina e la completa disarticolazione del verso ci trasmettono la sensazione fisica di non muoverci più in un sistema gravitazionale. Vaghiamo nello spazio poetico apparentemente senza riferimenti. Un movimento ralenty-irreale/ mi catapulta in uno spazio turchino in cui nulla sa di respiro/ ora nulla più mi lega/ il linguaggio è tentacolo filiforme. Altro che meccanico andare a capo.

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La video-poesia intransigente e visionaria di Cataldo Dino Meo

di Franz Krauspenhaar

Dino Meo è un artista possiamo ben dire indipendente, parente non lontano di quel fenomeno underground che ha coperto, dal Novecento in avanti – fino ai nostri tribolatissimi giorni – le produzioni “ fuori dai circuiti” di molta arte contemporanea, in buona parte letteraria. Dino fa parte di questa nutrita, anzi autonutrita compagine di artisti liberi e indipendenti. Nel suo caso, addirittura, troviamo l’abiura di qualsiasi prospettiva di pubblicazione tradizionale. Il poeta – perché egli è, a tutto tondo, un poeta – non vuole far parte, fin dai lontani esordi datati 1970, di alcuna “pelosa scuderia”, soprattutto di editori a pagamento. Continua a leggere

Poesia dell’incontro in Alessandro Fo

di Alida Airaghi

Come si fa a non voler bene ad Alessandro Fo, poeta che concepisce la poesia come “bene”?
Nato e Legnano nel 1955, figlio dell’impresario Fulvio Fo (fratello del premio Nobel Dario), ha respirato cultura dalla nascita, e ha prodotto cultura per tutta la sua esistenza: come insigne latinista – docente all’Università di Siena e innovativo traduttore dell’Eneide di recente riproposta nei Millenni einaudiani, di Rutilio Namaziano, Catullo, Apuleio –, come critico letterario e autore di versi, pubblicati prevalentemente nella collana bianca di Einaudi. Continua a leggere

Niente facili “promenades” con Rita!

di Kika Bohr

Conosco l’artista e fotografa Rita Vitali Rosati da una ventina d’anni. È nata a Milano ma vive a Fabriano e, a Milano dove abito io, ci viene raramente. Ci siamo incontrate la prima volta sul Gargano, a un simposio di pittura e abbiamo subito simpatizzato. La nostra amicizia è fatta da lunghi silenzi e brevi incontri che sono sempre delle sorprese. L’ultima volta che l’ho vista è alla presentazione di un suo libro dal titolo terribile: Ammmorte con tre “M”. Quando mi ha mandato l’invito subito l’ho chiamata al telefono molto spaventata. Lei mi ha un po’ rassicurata dicendomi che personalmente non voleva ammazzare nessuno ma che si trattava della pena di morte. Un libro fotografico.
Rita in tutti questi anni mi ha mandato alcune delle sue deliziose cartoline-foto-finte pubblicità. Mi sono poi procurata tre libri suoi, fotografici (Inventario, Ahi! e La passiflora non è una passeggiata en plein air). I due primi sono in b/n con interventi personali e a volte scritte sulle foto (come nelle cartoline), il terzo invece è a colori con poesie anche di altri autori ed è molto provocatorio e coraggioso, sul tema del decadimento fisico e della malattia.
Ma questo ultimo libro sulla condanna a morte?
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Su “Ossa e cielo” di Marina Massenz

Il dolore come architettura della risalita
di Giuseppe Di Liddo

Vi sono libri che non si leggono: si attraversano. Ossa e cielo (puntoacapo Editrice 2021) di Marina Massenz appartiene a questa specie rara, perché non offre al lettore una sequenza di testi, ma una vera e propria morfologia dell’esperienza umana, in cui il corpo diventa archivio, frontiera e strumento di conoscenza. Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Dissolvenze e sussurri (la Valle del Tempo, 2025), l’ultima opera di Antonio Spagnuolo è in bilico tra le rivelazioni visive e le emersioni dell’inconscio. Come rivela già l’incipit, con le parole di Carlo Di Lieto, “l’inconscio diventa il luogo di elezione di questa costellazione psi­chica, una sorta di baricentro intorno al quale ruotano immagini dissonanti”. Le poesie di questa raccolta, dunque, assumono la loquacità delle  macchie d’inchiostro (come quelle di Rorschach) per tracciare l’universo sentimentale e filosofico dell’autore. Fantasticare paesaggi e bronzi,/ tuffarsi verso fiamme che destano memorie,/ trasformare i sussurri in un prodigio/ che sconvolge le cose comuni/ e fonde in lampeggi cento idee./ Nel vigoroso confronto del vortice/ si fende l’alba e irrompe la luce.

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Un poeta legge un poeta

di Renato Pennisi

La poesia è lo specchio del suo tempo. Ogni epoca infatti vi riflette la propria immagine, le proprie tensioni, il continuo mutare di idee, mode, paure. Il prodigio della poesia, e di tutte le arti, sta nel trattenere ogni frazione di questo continuo divenire e nel contempo di rappresentare un percorso in perenne e dinamica trasformazione. Da un libro di poesia riassuntivo e obliquo come Una gioiosa fatica (1964-2022) di Angelo Gaccione, pubblicato da La scuola di Pitagora nella bella collana Fendinebbia diretta da Giuseppe Langella, inevitabilmente emergono le tematiche costanti che hanno segnato la nostra vita negli ultimi decenni, l’insofferenza per le storture sociali, il turbamento dei versi giovanili davanti alla violenza di quegli anni, le idealità appannate per l’offuscarsi dei valori dell’Occidente, il declino delle libertà aggredite dalla tossicità della indifferenza: «E tu coglievi dentro alle tue mani / copiose tracce di dolore / che non lasciavano segni nel deserto del cuore». E ancora «Più nessuna certezza, nel secolo dell’incertezza / può fugare i nostri dubbi».
La poesia di Angelo Gaccione è attraversata da nervature profetiche e oracolari, scossa dalla inaccettabilità della arroganza dei potenti, e animata da un pacifismo civile e indomabile, in un serrato rimbalzo con la propria storia personale e la propria formazione, i viaggi, gli incontri, gli oggetti che ci attorniano e che marcano lo spazio «nel labirinto del mio disordine».
E poi, e forse soprattutto, Milano «Mia città mio cuore», anche lei mutevole e chiaroscurale, dove vivono gli amici, i cui angoli, Porta Romana, Piazza Fontana, Via Besana, sono nominati affettuosamente. La poesia di Gaccione così procede, con un dire discorsivo e descrittivo, con passo lieve, con un nitore francescano, a manifestarci che c’è una dimensione pura e chiara aldilà delle brutture e delle sconcezze che ci riserva ogni tempo. C’è sempre un’attenzione per gli ultimi, gli emarginati, i migranti, spesso additati con disprezzo. In uno dei testi più arroventati e corrosivi del libro si legge «avete fin troppo buon cuore / a dire che si tratti di “cattivo odore” […] Che fortuna Signori / è proprio una fortuna / che ci sia gente come voi… / È proprio una fortuna».
Immaginiamo Angelo Gaccione in compagnia dei propri libri, compagni nel viaggio terreno: «Un ripiano a caso: / – troverò tra essi degli amici – / nessun libro mi fu ostile / – neppure il più banale – / diedero conforto e pianto / a giorni lieti e amari». Accostiamo la poesia di Gaccione, affabulante, riflessiva, alla nettezza dei versi di Caproni e alla intelligenza empatica di Magrelli, a rammentarci che ogni tempo trova il proprio cantore, ogni immagine, come si accennava in apertura, il proprio specchio.

Angelo Gaccione
Una gioiosa fatica. 1964 -2022
La Scuola di Pitagora 2025
Pagg. 160 € 16

Contro l’ordine ingiusto: voci poetiche e dignità umana

 

di Nadia Cavalera

Non nel nostro nome (Edizioni Mondo Nuovo), a cura di Massimo Pamio e Adam Vaccaro, non è un’antologia “a tema”: è un atto. È la decisione di non lasciare che la lingua pubblica — quella dei comunicati, delle giustificazioni, dei distinguo, dei “forse” — continui a passare come innocente. Qui la poesia si mette in mezzo, non per decorare la storia, ma per contraddirla, per incrinare la sua superficie liscia. E lo fa nel punto più scoperto: la dignità. Continua a leggere

La prossima notte, di Giovanni Agnoloni

 

di Riccardo Ferrazzi

Per chi ha la mia età, qualunque sia la squadra del suo cuore, la Fiorentina di Julinho e Montuori è uno di quei ricordi che non svaniscono e che rinnovano la sensazione di aver vissuto qualcosa di mai visto, una squadra imbattibile, con un modo di giocare al calcio mai nemmeno pensato prima di allora, una specie di sogno, ma vero e reale, che durò abbastanza a lungo per non farsi dimenticare, ma anche così poco da farsi rimpiangere per l’eternità. Continua a leggere

Poesia, arte e bellezza aiutano a sopravvivere

Screenshot

di Alida Airaghi

“Forse siamo prima di tutto animali poetici, dal momento che gli esseri umani creano opere d’arte da più di 40.000 anni, molto prima di inventare la moneta o l’agricoltura”, afferma l’antropologa Michèle Petit introducendo il suo libro Siamo animali poetici. Arte, libri e bellezza in tempi di crisi, edito da AnimaMundi.
Già nel paleolitico si trovano infatti tracce di pitture rupestri con descrizione di scene di caccia, piante, animali, astri, quasi che l’homo sapiens volesse esprimere qualcosa di sé aldilà della pura sussistenza materiale. Continua a leggere

20 righe (per niente ) facili

di Pasquale Vitagliano

Franc Arleo ha ideato e dirige per AnimaMundi Edizioni la prima collana di geosofia in Italia. Esiste uno stile dei luoghi che influenza le nostre vite, plasma le visioni del mondo, orienta le nostre storie e incide persino sulle nostre funzioni biologiche. Questo suo taccuino, Il Dio Selvatico (2024) ne è un paradigma. “Non è necessario lasciare la propria terra per affermare il valore della propria creatività’’. Possiamo leggere questo vesto di Mario La Cava arrivando ad Alessandria del Carretto, dopo aver attraversato i crinali dello Sparviere. Questi monti “urlano una bellezza di ritorno”. La bellezza dei tornanti.  Il ritorno è l’ossessione dei meridionali. Per questo, forse, siamo così attratti dai tornanti. Anche noi pugliesi, che siamo, in realtà, più pianeggianti e marini. “Forse un giorno diventeremo “tornanti” di queste terre alte, o forse lo siamo già, forse siamo solo in curva o nel rettilineo parallelo e torneremo al punto di partenza”.

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Paolo Rodari, Il Mantello di Rut

TRA OBBEDIENZA E LIBERTÀ

di Alida Airaghi

Paolo Rodari (Milano 1973), scrittore e giornalista, ha lavorato per Il Riformista, Il Foglio e La Repubblica; attualmente si occupa di trasmissioni culturali per la Radiotelevisione della Svizzera italiana. Dopo aver pubblicato diversi saggi, biografie e memorie, ha firmato per Feltrinelli il suo primo libro compiutamente narrativo, Il mantello di Rut, ambientato negli anni tra l’anteguerra fascista e l’occupazione nazista, in una Roma affamata e impaurita in cui un cattolicesimo retrivo viene percorso da desideri di libertà, riscatto sociale e slanci di generoso altruismo. Si tratta di una storia ispirata a fatti realmente avvenuti durante la Shoah, quando venti bambine ebree riuscirono a salvarsi dalla deportazione grazie all’aiuto di un prete e di alcune suore che le nascosero in una stanza segreta – ancora oggi visitabile – ricavata sotto la cupola della chiesa della Madonna dei Monti. Continua a leggere