Archivi categoria: Recensioni

La video-poesia intransigente e visionaria di Cataldo Dino Meo

di Franz Krauspenhaar

Dino Meo è un artista possiamo ben dire indipendente, parente non lontano di quel fenomeno underground che ha coperto, dal Novecento in avanti – fino ai nostri tribolatissimi giorni – le produzioni “ fuori dai circuiti” di molta arte contemporanea, in buona parte letteraria. Dino fa parte di questa nutrita, anzi autonutrita compagine di artisti liberi e indipendenti. Nel suo caso, addirittura, troviamo l’abiura di qualsiasi prospettiva di pubblicazione tradizionale. Il poeta – perché egli è, a tutto tondo, un poeta – non vuole far parte, fin dai lontani esordi datati 1970, di alcuna “pelosa scuderia”, soprattutto di editori a pagamento. Continua a leggere

Poesia dell’incontro in Alessandro Fo

di Alida Airaghi

Come si fa a non voler bene ad Alessandro Fo, poeta che concepisce la poesia come “bene”?
Nato e Legnano nel 1955, figlio dell’impresario Fulvio Fo (fratello del premio Nobel Dario), ha respirato cultura dalla nascita, e ha prodotto cultura per tutta la sua esistenza: come insigne latinista – docente all’Università di Siena e innovativo traduttore dell’Eneide di recente riproposta nei Millenni einaudiani, di Rutilio Namaziano, Catullo, Apuleio –, come critico letterario e autore di versi, pubblicati prevalentemente nella collana bianca di Einaudi. Continua a leggere

Niente facili “promenades” con Rita!

di Kika Bohr

Conosco l’artista e fotografa Rita Vitali Rosati da una ventina d’anni. È nata a Milano ma vive a Fabriano e, a Milano dove abito io, ci viene raramente. Ci siamo incontrate la prima volta sul Gargano, a un simposio di pittura e abbiamo subito simpatizzato. La nostra amicizia è fatta da lunghi silenzi e brevi incontri che sono sempre delle sorprese. L’ultima volta che l’ho vista è alla presentazione di un suo libro dal titolo terribile: Ammmorte con tre “M”. Quando mi ha mandato l’invito subito l’ho chiamata al telefono molto spaventata. Lei mi ha un po’ rassicurata dicendomi che personalmente non voleva ammazzare nessuno ma che si trattava della pena di morte. Un libro fotografico.
Rita in tutti questi anni mi ha mandato alcune delle sue deliziose cartoline-foto-finte pubblicità. Mi sono poi procurata tre libri suoi, fotografici (Inventario, Ahi! e La passiflora non è una passeggiata en plein air). I due primi sono in b/n con interventi personali e a volte scritte sulle foto (come nelle cartoline), il terzo invece è a colori con poesie anche di altri autori ed è molto provocatorio e coraggioso, sul tema del decadimento fisico e della malattia.
Ma questo ultimo libro sulla condanna a morte?
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Su “Ossa e cielo” di Marina Massenz

Il dolore come architettura della risalita
di Giuseppe Di Liddo

Vi sono libri che non si leggono: si attraversano. Ossa e cielo (puntoacapo Editrice 2021) di Marina Massenz appartiene a questa specie rara, perché non offre al lettore una sequenza di testi, ma una vera e propria morfologia dell’esperienza umana, in cui il corpo diventa archivio, frontiera e strumento di conoscenza. Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Dissolvenze e sussurri (la Valle del Tempo, 2025), l’ultima opera di Antonio Spagnuolo è in bilico tra le rivelazioni visive e le emersioni dell’inconscio. Come rivela già l’incipit, con le parole di Carlo Di Lieto, “l’inconscio diventa il luogo di elezione di questa costellazione psi­chica, una sorta di baricentro intorno al quale ruotano immagini dissonanti”. Le poesie di questa raccolta, dunque, assumono la loquacità delle  macchie d’inchiostro (come quelle di Rorschach) per tracciare l’universo sentimentale e filosofico dell’autore. Fantasticare paesaggi e bronzi,/ tuffarsi verso fiamme che destano memorie,/ trasformare i sussurri in un prodigio/ che sconvolge le cose comuni/ e fonde in lampeggi cento idee./ Nel vigoroso confronto del vortice/ si fende l’alba e irrompe la luce.

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Un poeta legge un poeta

di Renato Pennisi

La poesia è lo specchio del suo tempo. Ogni epoca infatti vi riflette la propria immagine, le proprie tensioni, il continuo mutare di idee, mode, paure. Il prodigio della poesia, e di tutte le arti, sta nel trattenere ogni frazione di questo continuo divenire e nel contempo di rappresentare un percorso in perenne e dinamica trasformazione. Da un libro di poesia riassuntivo e obliquo come Una gioiosa fatica (1964-2022) di Angelo Gaccione, pubblicato da La scuola di Pitagora nella bella collana Fendinebbia diretta da Giuseppe Langella, inevitabilmente emergono le tematiche costanti che hanno segnato la nostra vita negli ultimi decenni, l’insofferenza per le storture sociali, il turbamento dei versi giovanili davanti alla violenza di quegli anni, le idealità appannate per l’offuscarsi dei valori dell’Occidente, il declino delle libertà aggredite dalla tossicità della indifferenza: «E tu coglievi dentro alle tue mani / copiose tracce di dolore / che non lasciavano segni nel deserto del cuore». E ancora «Più nessuna certezza, nel secolo dell’incertezza / può fugare i nostri dubbi».
La poesia di Angelo Gaccione è attraversata da nervature profetiche e oracolari, scossa dalla inaccettabilità della arroganza dei potenti, e animata da un pacifismo civile e indomabile, in un serrato rimbalzo con la propria storia personale e la propria formazione, i viaggi, gli incontri, gli oggetti che ci attorniano e che marcano lo spazio «nel labirinto del mio disordine».
E poi, e forse soprattutto, Milano «Mia città mio cuore», anche lei mutevole e chiaroscurale, dove vivono gli amici, i cui angoli, Porta Romana, Piazza Fontana, Via Besana, sono nominati affettuosamente. La poesia di Gaccione così procede, con un dire discorsivo e descrittivo, con passo lieve, con un nitore francescano, a manifestarci che c’è una dimensione pura e chiara aldilà delle brutture e delle sconcezze che ci riserva ogni tempo. C’è sempre un’attenzione per gli ultimi, gli emarginati, i migranti, spesso additati con disprezzo. In uno dei testi più arroventati e corrosivi del libro si legge «avete fin troppo buon cuore / a dire che si tratti di “cattivo odore” […] Che fortuna Signori / è proprio una fortuna / che ci sia gente come voi… / È proprio una fortuna».
Immaginiamo Angelo Gaccione in compagnia dei propri libri, compagni nel viaggio terreno: «Un ripiano a caso: / – troverò tra essi degli amici – / nessun libro mi fu ostile / – neppure il più banale – / diedero conforto e pianto / a giorni lieti e amari». Accostiamo la poesia di Gaccione, affabulante, riflessiva, alla nettezza dei versi di Caproni e alla intelligenza empatica di Magrelli, a rammentarci che ogni tempo trova il proprio cantore, ogni immagine, come si accennava in apertura, il proprio specchio.

Angelo Gaccione
Una gioiosa fatica. 1964 -2022
La Scuola di Pitagora 2025
Pagg. 160 € 16

Contro l’ordine ingiusto: voci poetiche e dignità umana

 

di Nadia Cavalera

Non nel nostro nome (Edizioni Mondo Nuovo), a cura di Massimo Pamio e Adam Vaccaro, non è un’antologia “a tema”: è un atto. È la decisione di non lasciare che la lingua pubblica — quella dei comunicati, delle giustificazioni, dei distinguo, dei “forse” — continui a passare come innocente. Qui la poesia si mette in mezzo, non per decorare la storia, ma per contraddirla, per incrinare la sua superficie liscia. E lo fa nel punto più scoperto: la dignità. Continua a leggere

La prossima notte, di Giovanni Agnoloni

 

di Riccardo Ferrazzi

Per chi ha la mia età, qualunque sia la squadra del suo cuore, la Fiorentina di Julinho e Montuori è uno di quei ricordi che non svaniscono e che rinnovano la sensazione di aver vissuto qualcosa di mai visto, una squadra imbattibile, con un modo di giocare al calcio mai nemmeno pensato prima di allora, una specie di sogno, ma vero e reale, che durò abbastanza a lungo per non farsi dimenticare, ma anche così poco da farsi rimpiangere per l’eternità. Continua a leggere

Poesia, arte e bellezza aiutano a sopravvivere

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di Alida Airaghi

“Forse siamo prima di tutto animali poetici, dal momento che gli esseri umani creano opere d’arte da più di 40.000 anni, molto prima di inventare la moneta o l’agricoltura”, afferma l’antropologa Michèle Petit introducendo il suo libro Siamo animali poetici. Arte, libri e bellezza in tempi di crisi, edito da AnimaMundi.
Già nel paleolitico si trovano infatti tracce di pitture rupestri con descrizione di scene di caccia, piante, animali, astri, quasi che l’homo sapiens volesse esprimere qualcosa di sé aldilà della pura sussistenza materiale. Continua a leggere

20 righe (per niente ) facili

di Pasquale Vitagliano

Franc Arleo ha ideato e dirige per AnimaMundi Edizioni la prima collana di geosofia in Italia. Esiste uno stile dei luoghi che influenza le nostre vite, plasma le visioni del mondo, orienta le nostre storie e incide persino sulle nostre funzioni biologiche. Questo suo taccuino, Il Dio Selvatico (2024) ne è un paradigma. “Non è necessario lasciare la propria terra per affermare il valore della propria creatività’’. Possiamo leggere questo vesto di Mario La Cava arrivando ad Alessandria del Carretto, dopo aver attraversato i crinali dello Sparviere. Questi monti “urlano una bellezza di ritorno”. La bellezza dei tornanti.  Il ritorno è l’ossessione dei meridionali. Per questo, forse, siamo così attratti dai tornanti. Anche noi pugliesi, che siamo, in realtà, più pianeggianti e marini. “Forse un giorno diventeremo “tornanti” di queste terre alte, o forse lo siamo già, forse siamo solo in curva o nel rettilineo parallelo e torneremo al punto di partenza”.

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Paolo Rodari, Il Mantello di Rut

TRA OBBEDIENZA E LIBERTÀ

di Alida Airaghi

Paolo Rodari (Milano 1973), scrittore e giornalista, ha lavorato per Il Riformista, Il Foglio e La Repubblica; attualmente si occupa di trasmissioni culturali per la Radiotelevisione della Svizzera italiana. Dopo aver pubblicato diversi saggi, biografie e memorie, ha firmato per Feltrinelli il suo primo libro compiutamente narrativo, Il mantello di Rut, ambientato negli anni tra l’anteguerra fascista e l’occupazione nazista, in una Roma affamata e impaurita in cui un cattolicesimo retrivo viene percorso da desideri di libertà, riscatto sociale e slanci di generoso altruismo. Si tratta di una storia ispirata a fatti realmente avvenuti durante la Shoah, quando venti bambine ebree riuscirono a salvarsi dalla deportazione grazie all’aiuto di un prete e di alcune suore che le nascosero in una stanza segreta – ancora oggi visitabile – ricavata sotto la cupola della chiesa della Madonna dei Monti. Continua a leggere

“L’amore impossibile” di Chiara Tortorelli

Recensione di Francesco Improta

L’amore impossibile di Chiara Tortorelli (Homo Scrivens Editore)

Dopo Storia pettegola di Napoli, affresco, nelle sue luci e nelle sue ombre, della Napoli del Novecento, attraverso le figure più iconiche e carismatiche, Chiara Tortorelli riprende il discorso iniziato nel 2021 con Lilith, la donna simbolo del femminile eretico e ribelle, proseguito nel 2023 con Eresia, in cui racconta i soprusi di cui sono state vittime le donne ma anche la loro forza e capacità di resilienza, per concluderlo con questo libro complesso, originale e ambizioso come preannuncia lo stesso titolo, L’amore impossibile. Al centro del romanzo sette donne di età differenti, vissute in epoche diverse, segnate da esperienze particolari ma legate dal comune desiderio di amare, di essere amate e di raggiungere la felicità attraverso questo sentimento che, purtroppo, ai nostri giorni sembra svuotato di significato. L’esergo iniziale conferma l’interesse di Chiara Tortorelli per la fisica quantistica, di cui aveva dato già prova nel romanzo Noi due punto zero, dove il Punto Zero del titolo è quello che in fisica quantistica rappresenta il campo vuoto dove si incontrano le molteplici potenzialità ancora ine­spresse, quelle in grado di cambiare le cose sulla terra, ma è anche, sulla base di alcune filosofie orientali, la capacità di concen­trazione che ci consente di percepire ogni suono, ogni odore, piacevole o sgradito che sia, per potenziare le nostre capacità sensoriali, per acquisire una maggiore consapevolezza e per raggiungere la tanto agognata armonia interiore. Qui l’esergo, invece, rimanda esplicitamente all’Equazione di Dirac che mostra come due sistemi interagenti diventino un unico sistema, un’equazione che viene spesso associata (analogicamente) all’entanglement quantistico, dove due particelle restano intrinsecamente legate anche a distanza. È il caso di Filippo e Pia, che dopo una intensa storia di amore e di sesso, si lasciano, perché Filippo, dopo aver rischiato di morire, in seguito a un’oscura malattia, sembra chiamato a nuova vita e, risoluto a seguire un percorso alternativo di sperimentazione e di ricerca spirituale, si spoglia di  tutti i suoi beni, alla maniera di San Francesco (di cui condivide l’iniziale del nome e la terra di residenza, l’Umbria), e nel prendere congedo da Pia dice testualmente:

Ascolta… Quando sono stato per morire ho avuto chiaro che potevo perdermi…che se morivo allora la mia anima sarebbe andata via dannata” […] “ora non voglio più perdere tempo, ora so quale strada devo percorrere… è lì davanti a me e non voglio più lasciarla andare. […] E poi cerco l’amore. Quell’amore che ho intravisto quando ero a letto immobile senza più coscienza”.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale VItagliano

I XXXIII testi poetici dell’ultima opera di Tiziana Colusso aprono al lettore la città proibita del corpo, il nostro più autentico luogo di vita. La chiave di accesso a questo mondo, di cui conosciamo solo le mura, è la parola poetica. Corpo conduttore è un concept-album in versi, anzi, come viene precisato in copertina, di variazioni. A cosa? Alla poesia parola d’ordine che apre all’alchimia di trasformare il corpo contundente della nostra quotidianità in un conduttore, appunto, unico viatico a una nuova vita. Il corpo del mondo guarirebbe/ senza i corpi letali degli umani.

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“Apokatástasis” di Barbara Dall’Idro

Recensione di Francesco Improta

Apokatástasis di Barbara Dall’Idro

“Nulla die sine poesia”

Come si legge nella quarta di copertina, Barbara Dall’Idro è poetessa, filosofa e antropologa e vive tra l’Emilia, i Castelli romani e il Salento, di cui stando al cognome dovrebbe essere originaria. Del resto, Ydrentòs, la sua seconda silloge poetica dopo Il Mantello di Urano, è l’antico nome greco di Otranto, località particolarmente cara alla Dall’Idro. Ha anche pubblicato, per la gioia dei suoi tanti estimatori, sul proprio sito barbaradallidro.it Oltre il Caos Hemera, breve silloge gratuita.  Certo queste poche notizie bio-bibliografiche non hanno la pretesa  di rivelare la sua ricca personalità né, a maggior ragione, la qualità della sua produzione poetica ma ci offrono almeno qualche chiave di lettura: l’amore per la cultura e la mitologia greca, l’attaccamento alla terra magica del Salento e la presenza assidua di Nietzsche con i due principi fondamentali su cui si basa la sua filosofia, l’apollineo, che rappresenta ordine, armonia e razionalità  e il dionisiaco, che indica caos, istinto ed ebbrezza. Del resto, già nella silloge pubblicata online c’è un riferimento al caos come buio a cui si contrappone la luce del giorno (Hemera), in un tripudio di luci e di colori. E sulla stessa linea è questo splendido libriccino dal titolo altrettanto significativo, Apokatástasis ossia ritorno allo stato originario, reintegrazione, ma più in senso stoico che escatologico: più Zenone che Origene. Non credo che si possa parlare di una silloge poetica tradizionale ma di un lungo e raffinato monologo interiore, alla maniera di Mrs Bloom e la mancanza di punteggiatura e di maiuscole favorisce il fluire ininterrotto delle idee, delle emozioni e delle immagini. Ci si rovista dentro con l’intento di liberarsi di scorie, fobie, timori e opacità per restaurare, come suggerisce il titolo, uno stato originale, primigenio e, quindi, tornare a nascere. Un incessante cabotaggio lungo i lidi rupestri dell’inconscio che prepari e legittimi una palingenesi. E in questo viaggio a ritroso, di nietzschiana memoria – a un certo punto viene citata La Gaia Scienza – vengono ripresi e sottoposti al vaglio miti, filosofi, dottrine e semplici sensazioni. Forse, rispetto ai lavori precedenti, c’è minore omogeneità ma più razionalità, per il bisogno – credo – di filtrare cultura e natura, percezioni e meditazioni. Affiora, ogni tanto, quella sua prorompente sensualità che fa di lei un fiore di carne, intriso di salsedine e di sole, esposto alle carezze del  vento. Bellissimo l’incipit, tutto giocato su un ordito di sinestesie, antitesi e paronomasie, dove viene anticipato l’obiettivo di questo viaggio che è in procinto di intraprendere. Così versi di struggente bellezza sono i seguenti:

“l’incanto freme sotto l’acacia
patisco l’assenza del silenzio della terra
dove il profumo del fico selvatico si eleva
oltre le felci nel sacro urto con il lamento del vento
ho memoria della selva che si imbatte nel cerulo
sull’ara remota di un incessante sacrificio”

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Libri 2025. Sei proposte sui generis

di Guido Michelone

Pare che – solo in nuovi titoli – di libri in Italia se ne pubblichino dai 40.000 ai 70.000 l’anno, per cui è meglio diffidare delle top ten o dei cento migliori romanzi, scelti quasi sempre in base ai tesi più venduti dalle grandi case editrici. Una scelta migliore è quella dei ‘consigli d’amico’ da parte di chi, come il sottoscritto, ‘deve’ leggere (o studiare) per lavoro libri di altro tipo (saggistica musicale), ma che non disdegna – per piacere, curiosità, svago –  volumi di altri generi.

E visto che parliamo di libri ecco l’ultimo ‘libro dei libri’, ovvero Il Biblionauta, di Luca Cena, che naviga tra le pagine di antichi codici, negli anfratti di un mare magnum di autori, tipografi, editori, e di inchiostro, pergamene, carta e caratteri mobili. Si tratta di segreti e storie incredibili, di libri maledetti, scomparsi o mai esistiti; di testi che custodiscono misteri insolubili e lingue che nessuno ha potuto decifrare; e ancora consigli utili sulla compravendita e sugli strumenti di consultazione per riconoscere una rarità bibliografica o un’edizione pregiata. Continua a leggere

Prima dell’estate e del tuono

di Nadia Scappini

Luca Pizzolitto, Prima dell’estate e del tuono, peQuod, 2025

Più volte con orgoglio Luca Pizzolitto ha raccontato di essere stato salvato anni fa dalla poesia, quel lumicino tenue, quasi invisibile ma tenace nel cuore della notte… Un buio reso umano quando il dolore s’è incrinato, accolto da altre mani…. Quante volte ci siamo sentiti abbandonati nelle circostanze più diverse della nostra esistenza? Quante volte il nostro corpo ha somatizzato il dolore forse più intenso che possa esserci, l’abbandono senza appello persino da parte di chi diceva di amarci? Così, per entrare in questa nuova silloge che è a pieno titolo un’avventura spirituale – e ogni avventura spirituale è un calvario, ricorda Bernanos – declinata e affidata ancora una volta agli interstizi della poesia, ci sarà dato di sperimentare le cadute e le risalite che fanno della vita un mistero nel quale orientarsi. Perché la poesia, sorella di preghiera (non dimentichiamo la sua etimologia che ha a che fare precarius, con il nostro stato di precarietà sulla Terra), e profezia “che trasforma l’esilio in speranza, che ritesse il filo spezzato della vita” (Y. Bonnefois) e consente di cogliere il sacro nei giorni scuri, di intuire tra gli scarti, scovare l’inatteso nell’esilio in cui talvolta ci sentiamo confinati sulla Terra.  Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Ci sono scrittori che per tutta la vita scrivono lo stesso libro, e autori che dedicano un’intera esistenza per scrivere il libro della vita. Tra questi c’è Angelo Ascoli. Il libro è Il tredicesimo apostolo (Cantagalli, 2025). Siamo in Sicilia ai giorni nostri. C’è un giornalista a-ore che è il cronista degli avvenimenti di cui stiamo leggendo. C’è un professore di filosofia che è scappato da Milano. E infine, c’è un personaggio misterioso, Leonardo (nome non casuale), che trasfigura un’ordinaria storia di misfatti e crimini in una terra di Mafia in una vicenda (apparentemente) incredibile di miracoli e apocalissi. Così la Sicilia da metafora del mondo, alla maniera di Leonardo Sciascia, diventa metafora dell’umanità e dei suoi destini.

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Isabella Bignozzi su Stefania Bortoli

Recensione di Isabella Bignozzi in L’ASTERO ROSSO

“Corpo _ Spazio _ Parola” di Stefania Bortoli

Arcipelago itaca Edizioni 2025

collana Mari Interni diretta da Danilo Mandolini
con un contributo di Francesca Foscarini e sei disegni di Francesca Raineri

Stefania Bortoli con Corpo _ Spazio _ Parola (Arcipelago itaca Edizioni 2025, collana Mari Interni, con un contributo di Francesca Foscarini e sei disegni di Francesca Raineri) dà alla luce un’opera d’impostazione interdisciplinare: nata da una pratica performativa – un laboratorio di danza contemporanea condotto da Chiara Bortoli, sorella dell’autrice, presso lo spazio artistico Voll di Vicenza – ma anche visiva, ritmica ed emozionale, interiorizzata e ripercorsa attraverso la parola. Tale iter creativo, che avviene precipuamente in notturna “nella camera della Torre”, quando l’anima che raccoglie la sua voce è avvolta nel silenzio e nella solitudine, è tuttavia il frutto dello “spazio di grazia” – come dichiara l’autrice – “che ha accolto tutto l’amore, l’intimità della fiducia e dell’amicizia”. Sorella biologica e sorelle d’elezione sono le compagne di un’immersione nell’ascolto limpido, che riporta a un’identità affettiva e relazionale preminente su ogni altra: “Siamo quello che amiamo, desideriamo e condividiamo”. Continua a leggere

Nota critica per Urbana di Vincenza Salvatore

di Francesco De Girolamo

Urbana è un romanzo durissimo e atrocemente lineare, che segue senza vacui pietismi il percorso di due anime segnate dalla vita a tal punto da non potere nemmeno sperare di sfuggire al proprio destino di sofferenza e distruzione, intimamente collegato, ma di diversa natura.
Il primo, quello della donna il cui emblematico nome dà il titolo al romanzo, inizia da un’infanzia, in parte raccontata, in parte facilmente intuibile per i tratti che l’Autrice ci fornisce senza entrare in dettagli, di precocissima violenza e degrado, di tossicodipendenza, prostituzione e conseguente malattia, cui nessuno, assolutamente nessuno, non una famiglia, non un’istituzione ipoteticamente preposta a tutelare una simile realtà, tenterà nemmeno lontanamente di dare un sostegno, di progettare un possibile rimedio di recupero. Continua a leggere

Piani di vite

Piani di vite

Intervista-articolo di Marino Magliani sul libro Vite che s’intersecano di Franca Acquarone (Philobiblon Edizioni, 2025) 

Se qualcuno ribattesse all’autrice che, soprattutto se dotati di buona, anzi, di ferrea memoria, non ci si riesce a dimenticare del proprio compleanno, difenderei il concetto dell’autrice, che racconta come a un tal Giuseppe succeda invece un fatto del genere: Già, era stato il suo compleanno e lui se ne era completamente e volutamente dimenticato. Ma questo è un dettaglio del romanzo, come lo è il fatto che l’autore di questa nota sia nato il 30 luglio e almeno una volta, nella vita frenetica dell’estate, tanti anni fa è riuscito nell’impresa di dimenticarsi di compiere gli anni. È dunque tutto un dettaglio e nello stesso tempo, in questo romanzo di multipiani, nulla lo è, o alla fine ce lo può sembrare. Più che un interessante romanzo psicologico, Vite che s’intersecano (Philobiblon Edizioni, 2025), ha l’impianto di un interessante romanzo architettonico. Partirei da questa scelta, dal romanzo palazzo, e chiederei all’autrice o inquilina, e questo ce lo dirà lei, del palazzo (in realtà si tratta di un grattacielo), come ti è venuta in mente una struttura del genere, e chi sono gli inquilini dei diversi piani?

Ilario – 1948, 76 anni, sesto piano
Giuseppe – 1949, 75 anni, quarto piano
Margherita – 1956, 68 anni, sesto piano
Samanta – 2007, 17 anni, 4° liceo, diciannovesimo piano
Marilena Fabbri – 1960, 64 anni, quinto piano
Santeri – 1974, 50 anni, diciannovesimo piano

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