Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

VI di Pasqua

Theòs Agàpe estì

[Dio è Amore]

«In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone» [At10,25-27 e ss.]

« Chiunque ama… conosce Dio…perché Dio è amore» [1Gv 4,7-10]

«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» [Gv. 15,9-17]

 

« Dio è amore»

Da qui si parte. E qui si arriva.

La distanza fra il punto di partenza e quello di arrivo è lo spazio della Storia.

Non si tratta di una circolarità ripetitiva in cui tutti i punti si trovano alla stessa distanza dal centro. Il centro, qui, e il confine coincidono. Continua a leggere

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Lo stato dell’arte. Luca Pizzolitto

Essere del deserto, e nel deserto poeta d’amore, scriveva Ungaretti, alcuni decenni fa. Le cose non sono cambiate di tanto, secondo me. Anzi, sono peggiorate, si sono – in qualche misura – radicalizzate: il deserto che sta intorno e dentro (fisico, emotivo, relazionale, climatico) è ancora più deserto, terra di sabbia ed assenza, dove non giunge soffio del vento della speranza.

La poesia è un’oasi. La bellezza, è un’oasi. La preghiera (per chi crede), è un’oasi. Essere nel deserto poeta d’amore. Ecco il compito profondamente etico e civile che ha, secondo me, il poeta. Oggi più che mai. Farsi cercatore di ciò che sopravvive della bellezza, della luce, del canto, farsi portavoce di questi spazi in cui nasce e cresce la vita; luoghi interiori (ed esteriori) che non fanno rumore, che passano del tutto inosservati, travolti dal caos, dalle guerre, dal dolore che trasforma ormai ogni fiore in rovo.

Essere del deserto, ma nel deserto poeta d’amore.

Bisogna tornare / a inebriarci alla fontana: / bisogna tornare alla sete, scriveva in una tanto breve quando stupenda poesia il monaco e poeta argentino Hugo Mujica.

Sono convinto che il senso profondo ed indispensabile che la poesia (e l’arte, più in generale) custodiscono, specie in questi tempi, sia esattamente questo: disvelare, far emergere quella sete che abita ogni uomo, accompagnandolo poi, attraverso il sentiero della bellezza, alla fontana che disseta. Una volta effettuato questo percorso, la sete tornerà, magari più intensa ed esigente di prima. Nel cammino che va dalla sete alla fontana (e viceversa) è racchiuso, secondo me, quel tratto di strada su cui ancora può attecchire la speranza, la non accettazione di una realtà composta esclusivamente dalla violenza, dall’inganno, dal dolore che uccide ogni anelito di domani.

Lungo questo sentiero, ci attende e conduce la poesia. Capace di dire il dolore, l’asfissia che sta intorno ma anche in grado di intravedere i fiori che crescono a strapiombo sul ciglio della strada, la pioggia che concima e conserva la vita; e tutto questo, insieme al dolore, al gelo, al pianto, cantare.

Rileggendo Kostas Vàrnalis di Antonio FIORI.

 

Rileggendo Kostas Vàrnalis

di Antonio FIORI

 

Del greco Kostas Vàrnalis (Burgas, Bulgaria 1884 – Atene 1974) avevamo finora in Italia solo tre  pubblicazioni, tutte in anni abbastanza recenti: La vera apologia di Socrate (Argo, Lecce, 1994), Il diario di Penelope (La Zisa, Palermo, 2014) e una scelta antologica nel Meridiano Mondadori dedicato ai Poeti greci del Novecento (Milano, 2010). Continua a leggere

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 6

Le parole hanno spirito, sagoma, tempra.
Le zeta di mozzare, simili a fulmini e sfregi, non mozzano forse più del generico tagliare, dei leziosi recidere e dissecare, assai più del dotto, effeminato scindere?
Lo stesso troncare, così austero, così gagliardo e imperioso nell’implicar gola denti naso palato, regge forse al paragone di quel suono drastico, più secco d’una lama che piombi repentina sul collo docile e ignaro della vittima? Puoi vederne la testa rotolare nel fango.

Lo stato dell’arte. Sebastiano Aglieco

Che fare?

Da qualche anno ho intrapreso un percorso esistenziale di autonomia e di distacco. Si tratta di una scelta necessaria, maturata negli anni a contatto –  e sottopelle –  con le esperienze “sociali” che i poeti si ritrovano a fare per evitare che la loro voce naufraghi o sia dimenticata del tutto. Per terrore della scomparsa e ricatto, mai dichiarato, della cancellazione del proprio nome.

  Viviamo tempi in cui il tradizionale narcisismo indicato da Freud come malattia del secolo ha raggiunto preoccupanti livelli di bulimia, di autocelebrazione e di rischio di morte.

I social hanno contribuito all’ingrossarsi di questo male, sbandierando un’idea di comunità fatta di presenze che in realtà sono fantasmi, nomi cancellabili, memorie diroccate e fragili senza neanche la possibilità di un’archeologia, di una musealizzazione.  Continua a leggere

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Alleanza


È Dio che garantisce per noi: questo è il senso del fuoco che attraversa gli animali squartati, secondo il rito antico di alleanza. Finisca in questo modo chi tradisce, s’intendeva. Cosi è finito, invece, Chi è stato tradito. Può bastare?

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Antonio Spagnuolo, poesie inedite

“Assenza”
Il tempo non si allenta per l’assenza
che ha un suono suo nel buio,
come punto distorto dal respiro,
o quando gli occhi vorrebbero rincorrere
accenti ed aliti di antiche presenze.
Batte la bianca meridiana al galoppo
per una stagione che grugnisce,
oltre spensieratezze giovanili,
oltre i monotoni affanni
rivolti a rimembrare le scosse
di ogni ora che passa.
Inutile conchiglia la sfida delle attese
nel passo felpato della nostalgia,
nella provvisoria prudenza
delle ceneri, quando il fuoco
di una lunga agonia ha sfigurato
l’incerto sembiante.
* Continua a leggere

Carlo Cuppini, “Logout”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Carlo Cuppini, Logout (ed. Marcos y Marcos, 2024)

Posso affermare con una certa sicurezza che Carlo Cuppini è uno degli scrittori che conosco meglio, e non solo perché è un amico. Con lui ho sempre avuto una sintonia spontanea sul piano artistico, politico (in senso apartitico) e personale, come del resto con Sandra Salvato, la terza coautrice di un libro che abbiamo scritto insieme, Da luoghi lontani (Arkadia Editore, 2022).

Di Carlo, in particolare, avevo già molto apprezzato Il mistero delle meraviglie scomparse (Marcos y Marcos, 2021), un romanzo nominalmente per bambini, ma in realtà una favola assai matura e dalla profondità archetipica, come avevo evidenziato nella mia recensione di allora, uscita sempre su questo blog letterario.

Con Logout, appena uscito sempre per Marcos y Marcos, l’autore fa un ulteriore salto in avanti, e non solo come fascia “deputata” di lettori – qui l’età formalmente destinataria sarebbe più o meno dai 9 ai 12 anni – ma proprio come capacità di rivolgersi, usando un linguaggio semplice e al contempo densissimo (capacità che hanno pochi narratori), a un pubblico universale. E questo non solo perché la trama è estremamente avvincente, ma soprattutto perché tratta, appunto, temi universali e attualissimi, come la libertà personale in una società retta dalle multinazionali della comunicazione, della tecnologia e del farmaco, l’invasione onnipervasiva della domotica e dell’intelligenza artificiale, la diffusione (pandemia docet) di una mentalità spaventata da tutto e, con questo utile pretesto, tradotta in una vita “in gabbia” al di là di ogni ragionevole buon senso e, sempre a questo scopo, l’introduzione del concetto di “cittadinanza a punti”, con premi e libertà speciali concessi ai più virtuosi in attività condotte rigorosamente a distanza. Continua a leggere

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Lo stato dell’arte. Sarah Talita Sivestri

La caduta di Adamo è l’unico evento storico dell’Eden, dice Cioran, e se ce ne fosse ancora un altro? E se accettassimo l’atto demiurgico congiunto a Dio come fatto incipiente per spiegare l’arte, la poesia?

A tal proposito Giovanni Ibello in una recente intensa intervista per Pangea ha detto: «la poesia esiste perché esistere è nel suo destino».

Adamo partecipa alla creazione quando Dio si appropria di una sua costola, un suo osso, e dunque presenzia assieme a Lui, per volere divino. 

Pur contribuendo all’atto creativo l’uomo non è il solo artefice, è coadiuvato da una mano più potente che lo elegge, e il fatto stesso che l’Assoluto si serva di un essere che in seguito alla caduta diverrà mortale, ne segna per l’eternità la sua natura in grado di creare, di poiesis. Continua a leggere

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Giorgio Stella, L’arco del cerchio

I L’ARCO DEL CERCHIO

Nel moto Dell’orfico modo
Il segno reale
Dell’alveare suo –

E dell’asse orfico 1 –

Ad ogni tuo era nostro
Siamo vivi quanto basta
Per morire all’altro suo 2 –

Verena del Rom
Hanno appena il circo
Stendato ma il filo
Rompe l’asse del tiro 3 –

L’alveare nucleare
Nn ha cellula
Di membrana
Se è spenta la
Dose periferica 4-

Un dosso a sonagli
Nn muore sulla sfinge
Dei tarocchi
Ma vive nei tarocchi
Del sughero, il fondo dei
Bicchieri spaccati 5 –

Siamo vivi quanto basta
Per morire ancora da vivi e
Un alveare aspetta
Il felix di lux (nel Rom) 6 –

(A Riccardo Mannerini, “Le labbra di Ester”)

Da qualche parte siamo
Stati vivi, ora è una parabola
La scacchiera che ha
Infranto l’arco del cerchio 7 –

Un nucleo nel mare
Della cellula resta
La cellula nel nucleo
Del deserto alveare (creolo) 8 –

La felce nn deriva dal
Battere della bacca,
Io nn son quel che tu puoi
Di me quando è alveare la Messa a catena, nell’alveare 9 –

Era appena creola la sfinge
Dei tarocchi
Ma il fondo del
Bicchiere ha reso ombra
Allo sfondo (alveare) 10 –

[da Giorgio Stella, Rom, Seneca Edizioni, 2012]

Lo stato dell’arte. Rita Pacilio

Mentre viviamo un tempo scandito da disagi sociali, economici e culturali, siamo costretti a spostare le nostre energie su inventari e universi sempre più distanti dall’interiorità perché la crisi della nostra epoca sacrifica e baratta continuamente la bellezza, le emozioni e l’arte in genere. Ma è anche vero che i momenti storici peggiori hanno dato vita a entusiasmanti e straordinari talenti e cambiamenti. Anzi, proprio nei periodi più bui, il mondo ha sempre più avvertito la necessità di affrontare rivoluzioni culturali, munendosi del potere evocativo, per riflettere e riconciliarsi con il creato in cui tutto è armonia e perfezione. Credo che dovremmo nutrirci di poesia al fine di cercare di cambiare e migliorare qualcosa nel mondo facendo spazio al valore dell’anima, cioè dando importanza all’urgenza del germoglio dei pensieri poetici e di bellezza legati alla speranza di ricostruire e rinascere. Se è vero che l’Arte nobilita l’animo umano rinvigorendo le coscienze e se è vero che nutre e accresce la sensibilità del pensiero, allora sarà sempre la poesia e tutta l’Arte a dare ricchezza e speranza al mondo e senza la quale non potrebbe esserci società evoluta. Continua a leggere

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Marina Massenz, Rumori con sfondo

di Mauro Ferrari

Marina Massenz, Rumori con sfondo, puntoacapo Editrice, 2023

C’è un punto di intersezione, o una zona di contatto, fra fisico e metafisico, reale e immaginario. Se proviamo a raccontare quel luogo (che poi non è un luogo, perché non ha dimensioni fisiche) restiamo senza voce. Ma non senza parole, perché di quei luoghi possiamo scrivere. Possiamo descriverli, definirli, ma non spiegarli. Sono dentro di noi, non abbiamo accesso logico.  la scrittura che ci permette di abitarli per brevi tratti; e quella traccia che abbiamo intravisto e segnato sulla pagina resta per il lettore. Ecco, la raccolta di racconti brevi di Marina Massenz, Rumori con sfondo, cerca di dar vita a quei luoghi, e le sensazioni, gli accadimenti che coinvolgono chi passa la soglia. Non sono storie di building (non potrebbero esserlo); non sono vicende che trasformano l’Io lasciando in esso una traccia che non svanisce: anzi, sono tracce di eventi possibili in luoghi i quali smettono di esistere non appena smettiamo di pensarli. Non appena finiamo di scrivere o leggere di loro.

La logica razionale all’interno di questo spazio letterario non esiste: gli eventi si sviluppano imprevedibili (come se la vita poi fosse prevedibile), i percorsi e i viaggi conducono a qualcosa di inatteso che non è mai una compiuta rivelazione, ma solo un bagliore di significato; gli incontri non sono mai di dialogo, perché le parole che udiamo qui sono effimere, leggere, ed evaporano prima di diventare senso. La logica con cui gli avvenimenti si sviluppano, se tali sono, è quella del sogno, governata da continui slittamenti, per cui ad esempio le imbarcazioni diventano scatole di lamiera (p. 42), e le persone possono entrare in una scatola di fiammiferi (p. 34). Soprattutto, gli spazi in cui i protagonisti si muovono appaiono come labirinti da cui non si riesce a sfuggire, o una volta usciti è impossibile rientrare (La casa, p. 37). Il tutto, comunque, senza tragedia, perché questa esigerebbe una logica ben più stringente.

Ma sono anche luoghi definibili, almeno in parte: nella seconda sezione del libro, Marina Massenz prova a classificarli in relazione a noi, alle sensazioni che proviamo immergendoci in essi. E ne esce ovviamente una classificazione metafisica, surreale, che non ci impedisce comunque di riconoscerli: luoghi della terra, luoghi distesi, luoghi appesi, luoghi non luoghi ecc. 

Un libro come questo dimostra come le frontiere della narrazione siano ben più distanti e forse irraggiungibili di quanto ammetta la narrativa mainstream, cioè il classico romanzo da trecento pagine, la cui trama razionalmente “realistica” è frutto di una selezione imposta sulla caoticità del reale. E forse è compito della narrativa breve (una mosca bianca nel mercato editoriale) frequentare con coraggio questi territori che ci dicono ancora della complessità della vita.

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Lo stato dell’arte. Massimiliano Bardotti

Vorrei cominciare a risponderti, Fabrizio caro, esprimendoti la mia gratitudine. Ritengo estremamente necessario porre delle domande di questo genere, credo sarebbe fondamentale ce le ponessimo continuamente, ma nel caso a volte la pigrizia, a volte la paura di non saper rispondere ci impedissero di farlo, credo sia vitale la presenza di qualcuno che pungoli, incalzando con le domande che contano. Un po’ come accadeva nel Medioevo quando il “ricordati che devi morire” era quotidiano. Continua a leggere

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Roberto Plevano, Di spada e di croce

di Riccardo Ferrazzi

Avete letto “Marca gioiosa”? Se sì, non mancherete certo l’occasione di gustare questo nuovo capolavoro di Roberto Plevano. Ma se avete mancato l’occasione di leggere uno dei migliori romanzi storici della letteratura italiana, non perdete “Di spada e di croce”.

In realtà, ci sarebbe da domandarsi se sia lecito rinchiudere sbrigativamente questi due grandi affreschi in una definizione di genere (romanzo storico), come se l’autore avesse voluto unicamente rievocare i fasti di una famiglia e del suo maggiore esponente, Ezzelino da Romano, il condottiero che per un breve periodo arrivò a condizionare la politica mondiale ponendosi come indispensabile alleato dell’imperatore Federico II, lo stupor mundi. Controllando la Marca ed espandendosi in Lombardia, Ezzelino forniva a Federico una preziosa cerniera fra gli eserciti imperiali di Germania e d’Italia. Con lui cominciava a prender forma il sogno di una Italia, sempre inserita nell’impero, ma autonoma e influente.  Continua a leggere

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Rimanere e diventare

V domenica di Pasqua

[1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8]

Rimanere è un prendere casa. Si può rimanere in un luogo per piacere o per necessità, ma non si può “rimanere” in una persona. Eppure, forse, anche una persona può essere un “luogo” in cui “rimanere”. Chi è innamorato lo sa. Gli innamorati sanno “rimanere” reciprocamente nella persona amata. Solo gli innamorati sanno farlo. Si può prendere dimora presso la persona amata e c’è un rimanerci anche se fisicamente impediti dal farlo. Chi ama sa di cosa si sta parlando.

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