
Gesù, a volte, vuole farci riposare. Sommersi dalla nebbia vediamo, all’improvviso, sprazzi di luce, messaggi di un cielo vicino, anche se sembra lontanissimo.
Intervista a Franca Alaimo
di Luca Pizzolitto
“100 poesie”, la tua raccolta poetica, di imminente pubblicazione, racchiude poesie intense nella loro brevità, a differenza della tua opera precedente, in cui ti sei confrontata, da un punto di vista formale, con il poemetto. Quale di queste due modalità di scrittura senti più affine?
I “Sette poemetti” (l’opera che precede “100 poesie”) non costituiscono un caso isolato all’interno della mia scrittura poetica. Mi sono cimentata altre due volte nella forma del poemetto (“Samâdhi”, Bastogi 2000; “Giorni d’Aprile”, Fondazione Thule, 2002) e molte altre raccolte, in quanto ruotanti su un solo tema, possono definirsi poematiche, anche se composte da un certo numero di testi più o meno lunghi.
In altre raccolte, invece, sperimento la quartina o la folgorante forma compositiva degli haiku e dei tanka.
Mi piace, insomma, fare esperienza della parola. Però, non saprei dire quale delle due modalità di scrittura mi sia più congeniale. A pensarci bene, direi che è il mio ritmo interiore a dettare, pressoché inconsapevolmente, il respiro, sintetico o effuso, dei versi che scrivo. Continua a leggere
Prendimi per mano
“Il numero dei giorni” di Monica Mazzitelli
Il numero dei giorni
21757
il numero
di giorni
che tu hai vissuto,
madre.
59 anni
7 mesi
una manciata di giorni.
Anche per me
oggi
21757 giorni
io vivo,
madre.
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 2
Al fine di equilibrare i ruoli di suono e senso nell’arte della parola si sarebbe fortemente tentati di affermare (come, per esempio, l’ultimo Montale) che lo stile non è la cosa, bensì “anche” la cosa.
Nossignori: in arte lo stile è l’unica realtà possibile.
La “cosa” della pagina gaddiana sarebbe forse la medesima se veicolata da una lingua referenziale, grigia e notarile, antipode allo spettacoloso plurilinguismo del gran lombardo e ai suoi sardonici, sprezzanti contrasti di registri?
E in Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori qual è la “cosa”, se non quella forgiata dal chiasmo?
Ma attenzione: chi asserisce l’identità di stile e cosa non sancisce affatto la signoria del suono sul senso, dello stile sulle cose, divaricando i due termini; intende semplicemente che i contenuti-significati sono condizionati — ergo creati — dall’organizzazione formale del testo letterario.
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
[Gv. 12, 20-33]
«…se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita per sempre.»
Che cos’è “perdere”? Che cos’è “trovare”? Che cos’è “perder-si”? Che cos’è “trovar-si”?
Posso perdere solo ciò che possedevo. Posso trovare solo ciò che non avevo o che avevo perso.
Come possono coincidere il perdere e il trovare?
Si deve operare un cambio di registro fra il perdere e il trovare, per comprendere la coincidenza dei due termini riguardo alla vita. Continua a leggere
Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Bellezza 2
Duemila. La tribù delle storie
La Bellezza 2. Lui, sempre lui
“Raccontare una storia non raccontandola”. Si può? Forse. Se a narrare, a riannodare i fili, a riesaminare i dettagli, ad unire i puntini visibili ma sparsi di un prolungato enigma è una donna che si esprime in versi taglienti come lame, versi intrisi di stupore e di rancore, versi messi su carta da una vittima d’amore cosciente e colta che si è arresa al proprio uomo fin dal primo incontro, in gioventù, e che di questo rapporto dà conto con smagata benché ancora romantica malizia. Continua a leggere
Una parola
Sono l’unico a parlare regolarmente di Cristo, in un blog letterario. Non lo considero un merito o un demerito. Mi piace l’idea che, in un contesto dove ciò non accade, emerga un tale paradosso, l’assurdo di una parola che non interessa quasi più, che anzi spesso è bestemmiata o irrisa, e che questa parola campeggi nonostante tutto – starei per dire in barba a tutto. Non so se serva a qualcosa, ma anche questo mi sembra un buon segno. La gratuità è scomparsa, nel nostro Occidente, e che nasca una pianta senza che nessuno abbia intenzione di acquistarla, è una notizia consolante. Il valore di una cosa, diceva qualcuno, dipende dalla cura che le viene dedicata. Vorrei che questa cura continuasse a esistere, finché le mie dita saranno in grado di battere sui tasti. Finché il Cristo lo permetterà.
L’Amico
20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano
Anno Domini 1981: muore Montale, nascono i Metallica. Questo è il tempo culturale che scandisce Donato Di Poce nel suo nuovo, spiazzante ma seducente lavoro. Ed è un tempo fuori dal coro, controcorrente, dissonante ma non disarmonico. E’ un tempo poetico. Poesia/Eresia (la sovversione non sospetta dei poeti eretici, outsider e underground), Eretica, 2023. Per Di Poce, dunque, la poesia è una forma di eresia. Per corollario ogni espressione che metta in discussione il comune senso dell’arte è per se stessa poetica. Cos’è questo nuovo libro del poliedrico Di Poce? Già rispondere a questa domanda significa porsi fuori da un canone. Saggio, antologia, innesto o ibridazione? Anche nella sua veste editoriale il testo è disarticolato, ma sempre coerente, al punto da farmi venire in mente una fanzine. Poi, non ultimo, c’è il contenuto.
Luce
La signora Flaminia
di Kika Bohr

Un’apparizione nel corridoio piuttosto buio del nostro terzo piano di via Cirillo: la nostra vicina Flaminia. Il suono strascicato delle pantofole e i movimenti lenti di una persona molto robusta che camminava a fatica aiutandosi con un bastone. E improvvisamente nella luce del pianerottolo un viso tondeggiante con un sorrisetto un po’ malizioso dietro occhiali neri assai spessi. Poi, dopo essersi fermata per un istante, ci salutava con la voce roca e con un bel sorriso in gran parte sdentato. Le sue passeggiate giornaliere si erano ridotte a quel corridoio che portava da casa sua al servizio igienico comune dove vuotava il suo pitale. Le mie figlie all’inizio ne avevano una gran paura e anche anni dopo non riuscirono mai a entrare completamente in confidenza con lei, sembrava troppo una strega, molto di più della signora Adele che a volte portava foulard e chignon di capelli bianchi. Lei i capelli, li portava corti, ricci e nerissimi. Sicuramente era abbastanza anziana: aveva una figlia che veniva spesso a prendere il the con lei e un nipote già al lavoro. I componenti di quella famiglia erano allegri, ogni tanto sentivo belle risate venire dal loro bilocale in fondo al corridoio. Usavano metafore popolari come “vado a fare una telefonata” per dire che andavano ai servizi. Continua a leggere
Vincenzo Aveta
….dixitque Deus fiat lux et lux facta est (2023)
Per Fabrizio Centofanti
Tante volte o Vate mi dici che
Il Poeta vive l’esercizio del quotidiano
coi suoi miti profondi
ch’è sua proprio così
che egli è testimone di tutti i tempi
e di quelli ancora da venire,
ed io creerò la salvezza ed il mondo
così è ai poeti affidato
anche il canto della disfatta
e sarà risurrezione…..
e la poesia salverà il mondo !
Il nostro dharma è qui
fra i morti vivi e i nati morti
acchè io possa col Tuo potere
soccorrerli,sollevarli, sanarli, salvarli,servirli.
Ma per coloro morti due volte
osservo l’aria e vedo i colori
tesso le trame della nuova ontologia
respiro e serbo il dolore in ogni cuore
e così cammino ascoltando la Tua parola.
La gioia
Narratori del Nuovo Millennio – Guglielmo Pispisa

Il terzo appuntamento con i narratori del nuovo millennio è dedicato a Guglielmo Pispisa, che ha scelto per questa rubrica su La Poesia e lo Spirito un testo estratto da un inedito, dove racconta in punta di penna il primo incontro a Roma con Einaudi Stile Libero.
Per mettere le cose in chiaro
La verità è che a voi non ve ne frega un cazzo. Scrivo, non scrivo, è uguale, tanto non ve ne frega un cazzo. Non lo comprerete. Mai lo leggerete, pure se ve lo regalassero. E se siete giornalisti o operatori culturali di vario genere, non lo recensirete e non ne parlerete. Figurati, un altro scrittore che ci prova, fare romanzo di sé, discorso della propria frustrazione, attirare l’attenzione facendo leva sulla propria irrilevanza. La lista è lunga, Antonio Moresco con Lettere a nessuno, Giorgio Falco con Ipotesi di una sconfitta sono solo il primo e l’ultimo che mi vengono in mente. E niente, manco di loro ve n’è mai fregato un cazzo.
Ma allora perché scrivi? chiedereste voi, se ve ne fregasse qualcosa (ma non ve ne frega un cazzo, dico Voi tanto per dire, lo so che di là non c’è nessuno). Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge William Shakespeare. 3
Prendimi per mano
Alba
L’ultima poesia di padre Elia (don Sergio Spezzano)

Alla mia morte (cuore Arbresh)
Io vorrei che non ci fosse silenzio
Alla mia morte, ma suono di flauti
Che sovrasta le grida delle donne
Con un tono acuto e struggente.
L’acqua e il sale delle lacrime,
Raccolti in piccoli recipienti,
Siano poi versate nel mare Ionio,
Mare della nostra separazione.
Seppellitemi in una foresta,
Sotto una quercia dalla cui cima
Si veda in dissolvenza col cielo
La patria lontana, cui appartengo.
E poi io sarò uno con la terra,
E le mie ossa terra nella terra,
E il mio cuore, il mio cuore Arbresh,
Pian piano si scioglierà nella terra.
Io non so se il cielo piange o ride
Di me e di questi miei desideri.
Ma so che veglia perché gli uomini
Siano uno in una sola patria.
*
Padre Elia (don Sergio, a destra nella foto, insieme con don Mario Torregrossa) ci ha lasciati oggi. Questo è l’ultimo testo che ha inviato nel gruppo “Il buongiorno in poesia”, che raggiungeva tanti di noi, come un segnale di vita intensa, la mattina. Non sto qui a fare l’elogio di un amico che ha vissuto col cuore in mano, in tempi di armi e di armature. Dico solo che è un uomo che ha amato, ha amato sempre e comunque. Il Signore lo ha voluto sacerdote e poi monaco, perché testimoniasse a tutti che solo Dio può riempire la vita. Abbiamo bisogno di Cielo: padre Elia-don Sergio ce lo ricordava ogni giorno, con una umanità da cui trasudava il divino. Che la gioia possa essere la tua ricompensa, amico mio.
La parola ai poeti. Marina Massenz

Scrivere poesie è stato il modo in cui, ancora ragazzina, ho scoperto la scrittura; era qualcosa di intimo e insieme rivolto ad altri, un linguaggio elettivo per la sua incisività ed essenzialità. Fu la lettura di alcune poesie di Leopardi che mi aprì questo mondo. Perduto per una certa parte della vita, è tornato poi ad essere necessario dal 1987 in poi; mi ricordo benissimo l’anno, perché coincise con la ripresa da parte mia non solo della scrittura ma anche di un processo di rielaborazione e di recupero di una parte di me, anch’essa in qualche modo perduta. Da allora il “laboratorio poesia” è stato sempre un cantiere aperto, una ricerca che è sfociata in diverse pubblicazioni. Continua a leggere









