POESIA E POLITICA. Lettera agli Europei della Federazione russa e dell’Unione europea — ECCE HOMO, di Kadmo Giorgio Pagano

Lettera agli Europei della Federazione russa e dell’Unione europea

 ECCE HOMO

 

Fratelli e Sorelle!

 

Vi scrivo da Roma, nel cuore di questa Interpasqua, tra la Pasqua della Cattolica Roma e quella dell’Ortodossa Mosca, per un atto di Verità che non può più essere rimandato.

 

Mentre il mondo è ostaggio di guerre scatenate da chi ha fatto dell’oro il proprio idolo e della distruzione dell’immagine umana il proprio rito, ivi compreso il Giuda di Londra, noi riaffermiamo – siamo – l’Unità della Bellezza. Continua a leggere

Garcìa Lorca

 

a cura di Giorgio Stella

Madrigale

Il mio bacio era una melagrana
profonda ed aperta:
la tua bocca era rosa
di carta.

Lo sfondo un campo di neve.

Le mie mani erano ferri
per le incudini;
il tuo corpo era il tramonto
in un tocco di campane.

Lo sfondo un campo di neve.

Formarono stalattiti
nel trapuntato
teschio azzurro
i miei ti amo.

Lo sfondo un campo di neve.

I miei sogni infantili
si colmarono di muffa,
e il mio salomonico dolore
trapassò la luna.

Lo sfondo un campo di neve.

Adesso grave maestro
in alta scuola,
per il mio amore e i miei sogni
(cavallini senza occhi).

E lo sfondo un campo di neve.

Madrid, ottobre 1920

Al tempo dei bambini — 3. La meraviglia. Con Anna Lamberti-Bocconi

di Domenico Lombardini

Segnalo ai lettori di *La poesia e lo spirito* il terzo episodio del podcast Al tempo dei bambini, che ha per ospite Anna Lamberti-Bocconi.

L’episodio parte da una domanda antica – Platone e Aristotele dicevano che la filosofia nasce dalla meraviglia – e la rivolge al presente: perché gli adulti perdono la capacità di farne esperienza? I bambini, forse, ne sono ancora capaci. E forse i poeti.

Al tempo dei bambini è un racconto polifonico sulla scomparsa dell’infanzia — dalle città, dalla politica, dal sentire, dal futuro. Musiche, sound design e montaggio di Paolo Traverso; voce femminile di Eugenia Amisano. Scritto e narrato da chi scrive. Una produzione ASTW Podcast.

POESIA E POLITICA. Daryush SHAYEGAN, Il divenire iraniano e il passato culturale. Traduzione e riduzione di Giselda Pontesilli

 

Daryush Shayegan

IL DIVENIRE IRANIANO
E IL PASSATO CULTURALE

 

traduzione e riduzione di Giselda Pontesilli

 

Il testo qui presentato fa parte di Les illusions de l’identité, una raccolta di venti
articoli, scritti in francese, curata dall’autore stesso, il filosofo iraniano Daryush
Shayegan (1935-2018) e pubblicata nel 1992.

Il divenire iraniano e il passato culturale è contenuto nella Prima Parte della
raccolta, intitolata Poesia e arte, e svolge, soprattutto nei paragrafi Il contatto con l’Occidente e Un’arte di transizione, due temi fondamentali nel pensiero di Shayegan: la teoria della cultura e, congiuntamente, il “Dialogo di civiltà”, per i quali egli ricevette nel 2009, insieme a Mohammad Khatami, il Premio danese per il Dialogo Globale (Global Dialogue Prize). Continua a leggere

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Ferruccio Masini

a cura di Giorgio Stella

Le città notturne

Le città notturne irriconoscibili nei paludamenti
di pietra ti guardano come se t’attendessero
con l’occhio insonne dei ladri
dal ponte dove si versa il lamento della grondaia
si protendono con i loro capelli di favola
e non sanno possederti neppure nel muggito rossosangue
dei mattatoi che squarcia il mattino
Non sanno perché tu cammini piano sui selciati
tra gli alberi morti nelle inferriate
spiando il raggricciarsi delle foglie
poi si muovono in fretta a piedi nudi
vogliono dirti inseguendo la tua ombra vana
resta ma poco possono offrirti
solo gli anni straziati nel riso stridulo dei lapidari
e l’immagine spenta di chi si curva sopra di te
mentre scrivi e ancora scrivi il nulla
Ah le città notturne con le loro giostre immobili
le altalene accecate gli aquiloni lacerati sui pioppi
come vorrebbero stringere le tue confessioni
nel fuoco autunnale dell’edera sulle antiche mura
ma il loro canto è andato lontano con le allodole
e vanamente sui davanzali azzurri
sogna febbre di tigli l’amore d’un piccolo cielo

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

L’interruzione

(Niccolò de Napoli)

”Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e con- versavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i ca- pi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi sperava- mo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si so- no recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tra- monto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli oc- chi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.»

[Lc 24,13-35] Continua a leggere

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La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Marco Onofrio

Fare luce con la poesia – intervista a Marco Onofrio

C’è una luce fisica – che illumina il mondo attraverso la conoscenza – e una luce metafisica che entra nel mistero del visibile e apre alla visionarietà dell’immaginazione. Per Marco Onofrio il poeta è colui che è capace di passare dal visivo al visionario, attraverso una poesia che sia in grado di esaltare la luce e cantare la meraviglia e la bellezza del creato. Continua a leggere

Giuliano Mesa

a cura di Giorgio Stella

“Piangi? Alla tua età? Per un paio di merli?
Dammi retta! lo sono un gatto pratico,
non perdo tempo in chiacchiere
(infatti, i tuoi merli: neanche il tempo di fiatare!)
… be’, e adesso perché ridi?
O piangi o ridi, se no mi confondo: io sono un gatto pratico!».
“E smettila! Chi credi di ingannare? Un gatto pratico!
Se tu lo fossi, lo sapresti che non puoi parlare!».

«Be’, sì, però… «Però che cosa?». «Se mi concedi un’altra strofa…”
“Ormai, l’hai cominciata…» «Però i tuoi merli erano proprio buoni!».
“Ah sì? Prova a mangiare solo merli parlanti,
e vedi quanto ca?p?!». «??mpo, campo…
Allora non lo sai che i merli parlano davvero?
A dire il vero, sono anche un po’ scoccianti:
ascoltano, ripetono: sempre a rifarti il verso!».
“Ma tu di quali merli stai parlando?».
“Io? lo sono un gatto pratico! I gatti non parlano!».

20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

Con Elea, la sua ultima raccolta, Les Flàneurs, 2024, Bruno Di Pietro vola come l’Angelus Novus di Walter Benjamin verso una più acuta comprensione della nostra identità e della nostra storia. Quando verrà il passato, è il sottotitolo di questa piccola ma complessa silloge divisa in tre sezioni tematiche. Per conoscere il nostro destino abbiamo la necessità di volgere lo sguardo indietro. Le macerie del passato sono, tuttavia, frammenti luminescenti di un universo esploso. Il poeta li filtra e li ricompone in una nuova mappa stellare. Una torcia/ illumina la Porta./ Il giorno si accorcia.// Le stelle faranno notte/ (e io con loro).

Di Pietro attraversa questo vuoto in solitudine e con calma. Sa che non ci sono soluzioni possibili se non la stessa incessante ricerca di una risposta che non c’è se non nel continuo mutamento delle nostre forme di vita. Il massimo di continuità nel massimo di cambiamento. Il poeta raggiunge questo grado elevato di coscienza, una vera e propria illuminazione, nel dialogo con la tradizione classica, Zenone e Parmenide, guide sempre presenti. La poesia è l’abito curiale di questo dialogo permanente. Antichi spiriti mediterranei/ attraversano il giorno,/ si dispongono nell’ora mediana/ dove preciso è il taglio del tempo.

La poesia è questo fare spietato che cerca la fine ma si alimenta della sua stessa ostinazione. Come in una danza dionisiaca. Leggiamo, come scrive Daniele Ventre nel suo saggio finale, è una personalissima gaia scienza, fatta non di nichilismo, ma di un singolare pensiero forte, la riscoperta di un’idea meridiana dell’essere. Si tratta di ottimismo tragico che ci motiva a continuare a inseguire la tartaruga. Perché Achille è felice lo stesso. E’ questa rincorsa che lo rende vivo. Quanta eternità mi circonda!/ E non mi appartiene.

Frammenti di Cinema # 99

 

di Pasquale Vitagliano

Chi ha innovato il cinema a cavallo degli ultimi due secoli? Ancora una volta la scelta è difficile e molto soggettiva. Di David Lynch abbiamo spesso scritto. Egli resta forse il più estremo nelle sue scelte. A lui affiancherei Terrence Malick, un regista che dal suo film d’esordio nel 1973 con La rabbia giovane e The New World nel nuovo secolo (2005) ha girato solo quattro film. Nel corso della produzione de La sottile linea rossa (1998), che seguiva di venti anni il suo secondo film, alcune tra le star di Hollywood gareggiarono anche solo per un cameo, consapevoli di partecipare a un cult-movie. In Europa un gruppo di giovani registi danesi fondò negli anni ’90 del secolo scorso una nuova scuola, Dogma 95, e azzardò la codificazione di un nuovo stile. Thomas Vinterberg e principalmente Lars von Trier hanno sicuramente aperto strade nuove.

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Narratori del Nuovo Millennio – Giulia Fazzi

Questa mia piccola rubrica dei Narratori del nuovo millennio è stata ferma per molti mesi, per varie ragioni, ma sono contenta di riaprirla con una delle mie scrittrici preferite, Giulia Fazzi.
Il suo ultimo romanzo, Le ragazze sono andate via, è appena uscito per Mondadori.
Il titolo del suo contributo l’ho scelto io, estraendolo dalle sue parole. Buona lettura!

QUANDO SCRIVO NON HO PAURA DI NIENTE

Scrivo da quando ero una ragazzina. Il primo romanzetto l’ho scritto a quattro mani con la mia amica del cuore, tra la quinta elementare e la prima media. Scrivevamo i capitoli una alla volta e seppellivamo il quaderno sotto la terra del nostro albero preferito. Era la storia di una grande amore sullo sfondo di una qualche guerra che avevamo studiato a scuola dove l’eroina moriva tragicamente di tisi tra le braccia dell’amato. Poi ho scritto una fanfiction (anche se allora non si chiamavano così) su Madonna e qualche altro raccontino. Ho sempre subito tantissimo l’influenza dei film che amavo, tra i miei archivi ho anche un breve romanzo dove la ragazza protagonista stava insieme al ragazzaccio del paese che era ispirato al River Phoenix di Stand by Me. Cioè, era lui. Le facce dei miei personaggi sono spesso le facce di attrici e attori. Continua a leggere

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. “La terra desolata” di T. S. Eliot

“Aprile è il più crudele dei mesi”: alcuni miei lettori – spero molti tra loro – hanno riconosciuto in questo verso l’incipit di uno dei maggiori poemetti del Novecento, La terra desolata di T.S.Eliot (titolo tradotto pessimamente: una resa più adatta di The Waste Land sarebbe stata La terra non più fertile). Uscito a Londra nel 1922, a quattro anni dalla fine della “grande guerra”, era l’urlo frammentato e doloroso di un poeta che cantava le macerie morali, psicologiche e di identità in cui si dibatteva l’Europa dopo l’immane tragedia. Un’Europa in cui Eliot, statunitense di nascita, aveva creduto trasferendosi definitivamente a Londra dalla metà degli anni Dieci. 
Alla protesta sgomenta, tra frammenti di canto e il richiamo dei miti classici, tra emozioni rappresentate da oggetti e qualche sfumatura jazz, Eliot univa, sotto la supervisione di Ezra Pound, la proposta di un nuovo e provocatorio modello di composizione poematica: che sovrapponeva e allineava quadri d’insieme e dissociazioni emotive. Portando sullo stesso segmento temporale (come facevano in quegli anni anche Ezra Pound e James Joyce) i miti classici e le vicende dell’umanità a lui contemporanea, Eliot citava passi virgiliani e danteschi, biblici e shakespeariani, fondendoli in un unico presente: tecnologicamente avanzatissimo eppure mai così distruttivo.
C’è qui il presagio di un’Europa al tramonto, mentre il poeta ha un’eterna e insoddisfatta sete di autenticità, di verità, di vita: “Se vi fosse acqua / e niente roccia / se vi fosse roccia / e anche acqua / e acqua / una sorgente / una pozza fra la roccia / se soltanto vi fosse suono d’acqua / non la cicala / e l’erba secca che canta / ma suono d’acqua sopra una roccia”. Con questi versi Eliot, trentenne, divenne il mito della generazione dei ventenni britannici che amavano la letteratura (pur non essendo ancora cittadino britannico: lo diverrà nel 1927). E il cantore e testimone di un Novecento sempre più carico di inquietudine.