Lirico terapia. José Craveirinha, Voglio essere tamburo.


Voglio essere tamburo

Il tamburo è vecchio di gridare

Oh, vecchio Dio degli uomini

Lasciami essere tamburo

Corpo e anima solo tamburo

Solo tamburo che grida nella calda notte dei tropici.

 

Non fiore nato nel bosco della disperazione

Non fiume che scorre verso il mare della disperazione

Non lancia temperata al vivo fuoco della disperazione

E nemmeno poesia forgiata nel dolore rosso della disperazione.

 

Niente.

 

Solo tamburo vecchio da gridare alla luna piena della mia terra

Solo tamburo di pelle conciata al sole della mia terra

Solo tamburo scavato nei duri tronchi della mia terra.

 

Io

 

Solo tamburo che spezza l’amaro silenzio della Mafalala

Solo tamburo vecchio da sedere alla festa della mia terra

Solo tamburo perduto nelle tenebre della notte perduta.

 

Oh! Vecchio Dio degli uomini

io voglio essere tamburo

e non fiume

e non fiore

e non lancia per ora

e nemmeno poesia.

Solo tamburo che echeggia come la canzone della forza e della vita

Solo tamburo giorno e notte

notte e giorno solo tamburo

fino alla consumazione della grande festa dei negri!

Oh! Vecchio Dio degli uomini

lasciami essere tamburo

solo tamburo!

 

Una poesia aperta a tutti i significati. Impossibile non pensare cosa vorremmo essere noi. Come vorremmo essere.

Barbara Carle, Le parole delle cose


di Domenico Vuoto

Poeti, scrittori, artisti hanno riservato all’universo oggettuale quello che i latini chiamavano studium, un’attenzione sorretta da una profonda ragionata dedizione agli oggetti d’uso e non, considerando che essi definiscono i percorsi dell’uomo sulla terra, la sua storia, i suoi destini, l’inesauribile facoltà creativa e anche, perché no, distruttiva. Continua a leggere

Stanchezza

La stanchezza, a volte, ci assale, ci logora, ci blocca. Possiamo arrenderci, consegnarci a una deriva che trascina verso il fondo. Oppure pensare a Gesù stanco, a come Lui non si è fatto imprigionare dai limiti della natura. E, così, ricominciamo a camminare.

Giorgio Camillo Galli, “I romanzi smarriti sui treni”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Giorgio Camillo Galli, I romanzi smarriti sui treni, Algra Editore, 2021

I romanzi smarriti sui treni, tanto per cominciare, è un titolo bellissimo. Ispirato alla vicenda del manoscritto perso su un vagone ferroviario dallo scrittore russo – ubriaco – Venedikt (Viktor) Erofeev, protagonista di uno dei racconti di questa originalissima raccolta di Giorgio Camillo Galli, fotografa alla perfezione lo stato d’animo che li attraversa trasversalmente tutti: quello delle occasioni perdute, ma poi, in qualche modo, recuperate, magari da qualcun altro, e consegnate alla storia e all’attenzione di occhi e orecchie dotati della sensibilità necessaria per apprezzarle. Continua a leggere

Poesia italiana del XXI secolo

Viola Amarelli, campana, ha pubblicato, tra l’altro, il poemetto Notizie dalla Pizia, Lietocolle, 2009, le raccolte di poesie Le nudecrudecose e altre faccende, L’arcolaio,2011), L’ambasciatrice, autoprodotta, 2015, Il cadavere felice, Sartoria Utopia, 2017, L’indifferenziata, Seri Editore, 2020, i racconti di Cartografie, Zona, 2013 e di Singoli plurali, Terra d’ulivi, 2016. Suoi testi sono presenti in numerose antologie, riviste cartacee e on line, e sono stati tradotti in tedesco.

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Barare

La vita è piena di ostacoli. In gergo cristiano si chiamano prove. Da dove provengono? È l’aspetto terribile del vivere, che si vorrebbe rimuovere, ignorare. Il credente è convinto che vengano da Dio, e che debba accoglierle come il Cristo accolse la croce. È qui che si gioca la partita. E in questo è impossibile barare.

Lirico terapia. Bartolo Cattafi, Cautela.


Cautela

Bastarono quattro o cinque lampi

sparati tra nuvole d’argento

a stendere secca l’estate.

Con l’orecchio appiattito contro il suolo

ascolti il sopraggiungere dei tonfi

d’uccelli maturi sotto i colpi

di marroni di mele

cotogne ed il franare

d’un alto inverno con nuvole con piogge.

Calzando cauta lana come fanno

i piedi clandestini degli dei

vai dietro alla porta

del Fato per sapere

che decreto borbotta

che botta ti prepara.

Immagini che guidano verso un esito di diffidente incertezza: come non riconoscervi anche solo un momento passeggero  della nostra vita?

Marino Magliani, “Il cannocchiale del tenente Dumont”

Recensione di Giovanni Agnoloni

 Marino Magliani, Il cannocchiale del tenente Dumont, L’Orma Editore, 2021

Una storia di sbando e diserzione “camuffata” da romanzo storico, ma in realtà intrisa soprattutto del genius loci dell’entroterra ligure. Questa l’essenza de Il cannocchiale del tenente Dumont di Marino Magliani. Un gruppo di soldati napoleonici reduci dalla campagna d’Egitto, nell’estate del 1800, diserta durante la battaglia di Marengo, si sbanda e vaga tra il Piemonte e la Liguria di Ponente, procedendo per le valli e tra i rovi del suo interno e sottoponendosi all’esperimento di un medico olandese, intento a studiare le loro reazioni all’uso dell’hascisc, iniziato nel Nord Africa e considerato da alcuni causa di tante diserzioni. Continua a leggere

Cronaca di un sabato di luglio (vent’anni fa)

di Kika Bohr

Avevo prenotato da tempo tre posti sul pullman per partecipare alla manifestazione finale di sabato contro il G8 e contro i danni della globalizzazione. Dopo gli scontri del venerdì e dopo la notizia del ragazzo ammazzato, Carlo Giuliani, per prudenza ho chiesto a un’amica di tenermi la figlia di sette anni.
Siamo dunque partite io e mia figlia più che ventenne col pullman del sindacato. Colazione al sacco, due panini salati a testa e uno con la marmellata, per merenda, (non si sa mai con i prezzi dei bar in Liguria, e con la gente affamata che ci sarà, non troveremo più né gelato né brioche) bottiglia grande di acqua minerale (limone? per un attimo, ricordando gli anni ’70 ci ho pensato, poi mi sono messa quasi a ridere, e, quale errore, non l’ho preso!).
Il nostro pullman era pieno, nessuno aveva disdetto. L’atmosfera era gioiosa ma senza eccessi perché con una bella giornata del genere essere veramente tristi non sembrava possibile. Ci si passava i giornali, molti si conoscevano bene tra loro, altri solo di vista, forse si erano intravisti a qualche congresso. Continua a leggere

1348-2020

Solo ora comprendo l’inizio del Decameron. Solo ora comprendo il presente. (f.s.)


[…] Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza, oltre a ogn’altra italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza: la quale, per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’inumerabile quantità de’ viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in uno altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata.

E in quella non valendo alcuno senno né umano provedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da oficiali sopra ciò ordinati e vietato l’entrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazion della sanità, né ancora umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni ordinate, in altre guise a Dio fatte dalle divote persone, quasi nel principio della primavera dell’anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare. E non come in Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso era manifesto segno di inevitabile morte: ma nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi e alle femine parimente o nella anguinaia o sotto le ditella certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come uno uovo, e alcune più e alcun’ altre meno, le quali i volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse. E come il gavocciolo primieramente era stato e ancora era certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno a cui venieno.

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Nino Iacovella, “La parte arida della pianura”

Dall’inedito di Nino Iacovella “La parte arida della pianura”

LANDE

Ad occhi aperti dinanzi alla pianura
carezzi la sua lingua sconosciuta

Questa è una terra che ci segna:
il dito punta all’orizzonte che sfuma

La linea è continua, anche quando inciampa
sulla soglia del dirupo Continua a leggere

Lirico terapia. Anna Achmatova, Ho appreso a vivere semplice e saggia.


Ho appreso a vivere semplice e saggia

Ho appreso a vivere semplice e saggia,

a guardare il cielo, a pregare Iddio,

e a vagare a lungo innanzi sera,

per fiaccare un’inutile angoscia.

 

Quando nel fosso freme la lappola 

e il sorbo giallo-rosso piega i grappoli,

compongo versi colmi di allegria

sulla vita caduca, caduca e bellissima.

 

Ritorno. Un gatto piumoso mi lecca

il palmo, fa le fusa più amoroso,

e un fuoco vivido divampa al lago

sulla torretta della segheria.

 

Solo di rado un grido di cicogna,

volata fino al tetto, squarcia il silenzio.

E se tu busserai alla mia porta,

mi sembra, non sentirò nemmeno.

Difficile che anche solo due lettori diano la stessa interpretazione di questi versi. Una pace inespugnabile? L’esclusione volontaria di una presenza? E la presenza di chi? La poesia è una discesa inevitabile nella profondità di noi stessi.