
Livio Borriello è nato ad Avellino nel 1961, dove vive. Ha collaborato a diverse riviste, cartacee e web di scrittura e critica letteraria. Nel 2008 ha pubblicato Mica me (Edizioni OXP).

Livio Borriello è nato ad Avellino nel 1961, dove vive. Ha collaborato a diverse riviste, cartacee e web di scrittura e critica letteraria. Nel 2008 ha pubblicato Mica me (Edizioni OXP).
Essere rinomati non è bello,
non è così che ci si leva in alto.
Non c’è bisogno di tenere archivi,
di trepidare per i manoscritti.
Scopo della creazione è il restituirsi,
non il clamore, non il gran successo.
È vergognoso, non contando nulla,
essere favola in bocca di tutti.
Ma occorre vivere senza impostura,
viver così da cattivarsi in fine
l’amore dello spazio, da sentire
il lontano richiamo del futuro.
Ed occorre lasciare le lacune
nel destino, non già fra le carte,
annotando sul margine i capitoli
e i luoghi di tutta una vita.
Ed occorre tuffarsi nell’ignoto
e nascondere in esso i propri passi,
come si nasconde nella nebbia
un luogo, quando vi discende il buio.
Altri, seguendo le tue vive tracce,
faranno la tua strada a palmo a palmo,
ma non sei tu che devi sceverare
dalla vittoria tutte le sconfitte.
E non devi recedere d’un solo
briciolo dalla tua persona umana,
ma essere vivo, nient’altro che vivo,
vivo e nient’altro sino alla fine.
***
Chiunque può trarre un frutto da questi versi di Pasternak, di una chiarezza disarmante.
“Scopo della creazione è il restituirsi”: come dire meglio il circolo virtuoso della vita? Come intravedere più nitidamente “il lontano richiamo del futuro”?
Il testo è pieno di perle, un invito efficacissimo a “essere vivo”.

Dopo i buoni, ci sono i cattivi. Dei cattivi del cinema esiste in rete persino una classifica. Non ne esiste, invece, una dei buoni. A conferma, che i cattivi fanno peccato, me, evidentemente, sono più interessanti. I cattivi più popolari sono facili da individuare per i cinefili: Alexander DeLarge di Arancia Meccanica, Joker nelle sue molteplici varianti, Jack Torrance di Shining. Allora, lo sforzo da fare è quello di individuare quelli più significativi e simbolici, anche se meno noti. Il primo tra questi è Mr. C, proprio nel suo ruolo di doppio malvagio, anzi di doppleganger di Dale Cooper nel ritorno di Twin Peaks (2017). E’ curioso che qui ci troviamo di fronte ad una identità triangolare, in quanto esiste, come sappiamo, un doppio buono, che è Dougie Jones. Insomma, il rapporto tra bene e male è molto più complesso di una lotta a due. In questo, caso ci troviamo di fonte ad una danza plurale. La complessità del male la svela Kevin Specey nei panni di Keiser Soze ne I soliti sospetti (1995) di Bryan Singer, nell’imprevedibile scena finale. Mentre il mutevole passo claudicante allude ad un’ascendenza diabolica di tanto genio malefico.
FRANCOBATTIATO
– 1 – Mi mossi alla pietà
Soprattutto mi concentrai
Sulle linee delle finestre
Che all’alba organizzavano
Il can-can dei cani
Vigili ai vetri che le custodissero –
Fui quel che nessun gergo promuove
La lunga luce al sole come fiamma,
era l’alba il cane è alla finestra
che guarda la linea organizzata
Veramente io dovrò dunque morire
Veramente io dovrò dunque morire
come un insetto effimero del maggio,
e sentirò nell’aria calda e piena
gelare a poco a poco la mia guancia?
Più vera morte è separarsi in pianto
da amate compagnie, per non tornare,
e accomiatarsi a forza dalla celia
giovanile e dal riso, mentre indora
con tenerezza il paesaggio aprile.
O per me non sarebbe male, quando
fosse il mio cuore interamente morto,
smarrirmi in questa dolce alba lunare
come s’infrange un’onda, nella calma.
***
Cos’è la morte? Consumarsi fisicamente? O piuttosto la fine delle relazioni, delle speranze? La poesia ci interroga, ci scuote dall’ovvio.
di Francesco Dalessandro
Rodolfo Di Biasio, Tutte le poesie, Ghenomena, Formia 2021
Tra i pochi poeti dell’essenziale è Rodolfo Di Biasio. Poeta di “levigate parole” che conobbi solo dopo aver letto, con stupore e ammirazione, questi limpidi versi: Sono qui, a Patmos, / ma molto di me / non è ancora approdato: / scissura scardinamento / è stare in luoghi diversi / e allora è un vedere / e insieme un non vedere / s’intristisce l’occhio / che coglie il bordo delle cose / e non le trapassa. Si tratta di uno dei Frammenti per il poemetto di Patmos. Era il 1995 e Patmos (Stamperia dell’Arancio) è il titolo della raccolta da cui è tratto, uscita appunto in quell’anno. Io che amo “la lentezza sterminata del periodo”, la sua lunghezza sinuosa e fluviale, le vertiginose inarcature, invidiai il tono secco ma pacato di quei versi, la loro pronuncia severa, inquieta ma serena. Più tardi, Altre contingenze (Caramanica, 1999), l’esauriente e bella auto-antologia, permettendomi la conoscenza della sua poesia precedente, consolidò e diede spessore alla mia ammirazione. Mi fu chiaro che il rigore formale era stato per Di Biasio una conquista immediata: decisa fin dagli esordi la rinuncia a “tutti gli istituti poetici tradizionali – verso sillabico, rime o assonanze, strofe”, i versi, brevi e anche brevissimi, ma tesi ed efficaci, levigatissimi, dimostravano fin dall’origine “una dizione senza gravi sporgenze […], un parlato che sottolineava senza esagerare le poche interpunzioni […], un recitativo […] senza troppo accentuate variazioni di tono […], dalla melodia spezzata eppure niente affatto prosastica, per l’intima passione che sempre la sostiene”, per usare le convincenti parole di Giuliano Manacorda. Da Niente è mutato (1962) a Le sorti tentate (1977), da I ritorni (1986) a Patmos (1995), a Poemetti elementari (2008) il percorso compiuto da Di Biasio è stato lineare e senza asperità. Con gli anni, i versi si sono sempre più asciugati, abbandonando ogni elemento minimamente esornativo: gli aggettivi sono diventati rari o rarissimi, mai spesi per abbellire; la punteggiatura è andata sparendo, limitandosi a qualche virgola dove la pausa vuol essere più decisa, la sospensione del ritmo più forte. Eppure, l’essenzialità non va mai a scapito del calore del sentimento (sconosciuto a certa poesia di oggi, che volutamente lo esilia). Solo il tono s’è andato ispessendo con gli anni, abbandonando presto ogni residuo d’elegia per volgersi ai temi più urgenti dell’attualità e del presente, all’indagine sul senso del nostro vivere; così, anche il linguaggio, via via più rarefatto, è passato dal nostalgico, elegiaco delle prime raccolte al drammatico dei poemetti, punto d’arrivo di straordinaria maturità e concentrazione.
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Saverio Zumbo insegna cinema presso l’Università di Genova. È autore di saggi su cinema e
psicologia del profondo, su Kubrick, Wenders, Hitchcock, Bene, Rouch, Eisenstein, Fellini. Ha
pubblicato i volumi Al di là delle immagini. Michelangelo Antonioni (2002), Cinquecento al
cinema. Genere e autorialità nei film tratti da commedie del Rinascimento (2005), La trappola del
testo. Sul primo Kubrick (2018).
Coltiva un forte interesse per la poesia come forma di sperimentazione, ricerca, introspezione. Finora la sua produzione poetica è inedita.
***
nel compiersi del giadato
nel muoversi dell’immoto
nel fluire postumo
del tempo – grumo luminoso
dolorosogioioso di senso
maggio 2005
*
preghiera del limite
Dio mio – permettimi di abbandonare
l’equanimità che ti si addice
ed all’altezza della quale
non hai voluto crearmi
e che Dio ti benedica – mio Dio
13 febbraio 2009
*
alla S. V.
povera signoria – intrappolata nei sala –
melechi di Burocrazia – dispensata a ogni tapino che sia
pregato presentarsi – o cortesemente
invitato – e che passando per piazza
della Signoria – accidentalmente potrebbe
domandarsi – la mia?
(14 febbraio 2015) Continua a leggere
di Kika Bohr

“Il tema è complesso…” come ama ripetere stamattina la giornalista alla radio. A volte le cose che fai ti vengono immediatamente e con una certa soddisfazione puoi dire a te stessa “buona la prima!”, ma altre no, solo una lunga stratificazione di azioni a zig zag ti portano a un risultato. Qualche volta anche inaspettato.
“La terza gabbia è per te” si è andata costruendo e modificando negli anni.
Come per la gran parte delle mie opere tutto è cominciato con un ritrovamento: Continua a leggere

Tiziana Cera Rosco, poetessa e artista, è nata nel 1973 in Abruzzo e vive a Milano. Ospite di numerosi festival nazionali e internazionali ha per anni portato la parola poetica in luoghi di eremitaggio e solo tramite voce. Ha pubblicato Il Commento alle Sette Ultime Parole di Gesú sulla Croce, ed. Papero, 2017, Dio Il Macedone, Lietocolle, 2009, Il Compito, La Vita Felice, curato da Milo De Angelis, 2008, Lluvia, Lietocolle, 2006, Il Sangue Trattenere, Atelier, 2003, Calco Dei Tuoi Arti, Lietocolle, curato da Giuseppe Conte e Giampiero Neri, 2003.
Ron Padgett, Non praticare il cannibalismo. 100 poesie, a cura di Cristina Consiglio, Paola Del Zoppo e Riccardo Frolloni, Del Vecchio Editore, 2021, pp.370, € 19,00
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di Francesco Sasso
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Confesso che il recensore di questo libro ha scoperto da poco l’esistenza di Ron Padgett (1942), poeta americano che vive a New York, insignito di numerosi riconoscimenti. La sua opera è stata tradotta in diciotto lingue. Sette poesie di Padgett compaiono nel film “Paterson” di Jim Jarmusch. Ed è giusto, è utile che Ron Padgett appaia da noi come una scoperta, una boccata d’aria fresca grazie a Non praticare il cannibalismo. 100 poesie, libro pubblicato da Del Vecchio Editore.
Le squisite traduzioni di Cristina Consiglio, Paola Del Zoppo e Riccardo Frolloni insieme ad apparati di lettura, ad un saggio e un’intervista al poeta, ci offrono l’accesso ad un poeta incantevole e ironico, che affronta il lettore con una serie di modi (lirica e prosa), mescolando i temi dell’amore, della frustrazione, dell’amicizia, del gioco, saldati tutti nel tema dominante della morte, immagine significante della vita.