Zelo

Il servizio va scoperto, come fonte di gioia. È il segno della liberazione dall’io, questo ingombro di cui è così difficile disfarsi. Può aiutare il termine zelo, anch’esso, non a caso, finito nell’oblio.

Costruire mondi (possibili e impossibili)

di Kika Bohr

Ordine e Caos: installazione, legno e cartone (42x42x20 cm) 2013

Premessa

Mi piacciono i presepi! Non che sia particolarmente religiosa, ma, belli o brutti che siano, i presepi mi entusiasmano. I piccoli presepi provenzali multicolori in terracotta dipinta, quelli peruviani in mollica di pane, minuscoli, rinchiusi in una scatola di cerini dai colori squillanti, quelli grandi e raffinati, napoletani…. Ricordo della mia infanzia quelli bellissimi dei miei nonni materni e paterni che però non potevano fare concorrenza a quello dei vicini di casa, con le sue figurine di plastica dipinta anni cinquanta, capanna di cartone dal tetto grigio, gallinelle e oche ben piantate nel muschio comprato dall’ortolano sotto casa. Continua a leggere

Io sono Natasha.

di Stefanie Golisch

La badante della mia vicina di casa si chiama Natasha, la prima si chiamava Mirela, la seconda Nina, la terza Olga, lei è la quarta, Mirela era sparita a un certo punto, Nina aveva trovato un impiego migliore e Olga un uomo in internet, Natasha, che ai tempi dell’Unione Sovietica ha fatto l’ingegnere chimico e dopo il crollo della stessa la venditrice ambulante in Polonia, ancora non sa quali saranno le sue sorti, per il momento dorme sul divano in sala e accudisce la sua padrona come può, incontro Natasha sulla balconata di casa dove va a fumare, vizio che non ha alcuna intenzione di smettere, è nata a Baku, capitale dell’Azerbaigian, sua madre era di San Pietroburgo quando questa ancora si chiamava Leningrado, le piace la Russia che secondo lei, dovrebbe riprendersi l’Ucraina, dove è vissuta per quasi tutta la vita, in gioventù ha studiato il pianoforte e ha letto tutti i classici, quel che ha imparato della vita è che bisogna prenderla così com’è, finita la pandemia, se ne andrà sicuramente, a casa o da un’altra parte, ancora non lo sa, ha settantadue anni, suo marito che è stato un bel uomo è morto giovane e anche il suo primo amore, recuperato dopo la morte del marito, pure lei stessa deve essere stata una donna attraente dai tratti decisi, nel comunismo, in un certo senso, aveva creduto, ora non sa più in cosa credere, ma non importa, ognuno ha la propria croce da portare, la sua, in questi mesi monzesi, si chiama Rosetta, donna di vedute molto limitate alla quale inutilmente ha cercato di spiegare chi è lei

Haroldo Conti, “Mascaró”

Recensione di Francesco Improta

Haroldo Conti, Mascaró, Exòrma Edizioni, 2020

Ritorna in libreria, dopo una lunga assenza, uno dei capolavori della letteratura latino-americana, Mascaró di Haroldo Conti (Exòrma edizioni, 16,50 €), nella splendida traduzione di Marino Magliani che è riuscito a rendere perfettamente la scrittura colorita, festosa e scoppiettante del grande scrittore argentino.

Il romanzo si avvale dell’affettuosa e interessante prefazione di Gabriel García Márquez che non solo ci racconta in tutti i suoi drammatici dettagli la cattura dello scrittore inviso al regime militare di Videla e finito successivamente tra i desaparesido ma ci fornisce anche alcuni particolari illuminanti sulla personalità di H. Conti: la fedeltà all’ideale rivoluzionario di Fidel Castro e Che Guevara, il suo amore per la vita, l’attaccamento alla famiglia e al suo mestiere di scrittore e l’insopprimibile desiderio di libertà.

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Lirico terapia. Gastón Baquero, Breve viaggio notturno.

 

Breve viaggio notturno 

Secondo la leggenda africana, l’anima dell’addormentato va sulla luna.

Mia madre non sa che di notte,

quando lei guarda il mio corpo addormentato

E sorride felice sentendomi al suo fianco,

la mia anima esce da me, se ne va a viaggiare

guidata da elefanti biancorossi,

e tutta la terra resta abbandonata,

e ormai non appartengo alla prigione del mondo,

perché arrivo fino alla luna, scendo

sui suoi verdi fiumi e nei suoi boschi d’oro,

e pascolo greggi di teneri elefanti,

e cavalco i docili Leopardi della luna,

e mi diverto nel teatro degli astri

contemplando Giove che danza, Ileo che ride.

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Felicità

Fare il bene fa bene. Il Signore non è un aguzzino che ci chiede l’impossibile, ma un Padre che fa il possibile per renderci felici. Il problema è non comprendere che il segreto della felicità lo conosce solo Lui, e che a noi spetta fidarci.

Paolo Ciampi, “Il maragià di Firenze”

Recensione di Marisa Salabelle

Paolo Ciampi, Il maragià di Firenze, Arkadia Editore, 2020

Nonostante i capelli sale e pepe, Paolo Ciampi ha l’aria di un eterno ragazzo, anche se ragazzo, ormai, non è più. Sorriso aperto, modi affabili, parlantina sciolta, Paolo quando può inforca la bicicletta e i suoi libri assomigliano un po’ a una passeggiata in bici: imbocca una pista, fa una deviazione, prende un sentiero che non si sa dove porti, ritorna sulla ciclabile ma ne esce subito in cerca di qualcosa di diverso. Accade così anche con Il Maragià di Firenze, appena uscito per Arkadia editore, l’ultimo di una serie di libri che parlano di persone più o meno note, delle loro vite più o meno nascoste, e nello stesso tempo parlano anche di Paolo, di come si ingegna per documentarsi sui personaggi che l’hanno incuriosito, dei problemi che le sue ricerche gli pongono, delle domande che gli suscitano. Questa volta si tratta nientemeno che di un Maragià, un giovane indiano sovrano di un piccolo Stato, ai tempi in cui l’India faceva parte dell’Impero britannico, quindi un Maragià sotto tutela, educato e custodito dagli inglesi. Siamo nel 1870 e il Maragià fa un viaggio in Europa: il tipico viaggio di formazione dei giovani di buona famiglia. La sua meta principale è l’Inghilterra, ma il suo tour continua in Olanda, in Francia, in Austria e infine in Italia. Venezia, Firenze. Purtroppo nel corso del viaggio il ragazzo si ammala e l’Italia non riesce a godersela: a Firenze muore, e il Comune autorizza un funerale secondo l’uso indiano, con tanto di pira e di ceneri sparse alla confluenza tra l’Arno e il Mugnone. Qualche anno dopo la madre dello sfortunato principe viene a Firenze e tra le altre cose fa erigere un monumento in ricordo di suo figlio, al parco delle Cascine, vicino al luogo in cui si è svolto il rito funebre.

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Poesia italiana del XXI secolo

Lello Voce è nato a Napoli nel 1957. Poeta, scrittore e performer. E’ uno dei pionieri europei dello spoken word e della ‘spoken music’ ed ha introdotto in Italia il Poetry slam.  È stato il primo EmCee al mondo a concepire e condurre uno Slam internazionale (Big Torino, 2002).Ha pubblicato svariati libri e Cd di poesia, con artisti come P. Fresu, F. Nemola, A. Salis, M.P. De Vito, M.Gross, S. Merlino, tra cui Farfalle da combattimento (Bompiani, 1999), Fast Blood  (2003 – Premio Delfini di poesia, con le illustrazioni di Sandro Chia), L’esercizio della lingua (Le Lettere, 2010) Piccola cucina cannibale (Squi[libri], con F. Nemola e C. Calia), prima esperienza italiana di poetry comics, per la quale è stato insignito del Premio Napoli 2012.Il suo ultimo libro-CD, sempre con Frank Nemola e con la partecipazione di Paolo Fresu, è Il fiore inverso (Squilibri editore, 2016), a cui è stato conferito il Premio Nazionale “Elio Pagliarani” di Poesia (2016). E’ stato autore, con Nanni Balestrini e Paolo Fabbri, del programma televisivo L’ombelico del mondo (Rai EDU), 20 puntate dedicate alla poesia e alle arti. I suoi romanzi sono ora riuniti ne Il Cristo elettrico (No reply, 2006, e-book Terra Ferma, 2014).

www.lellovoce.it

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Fedeltà

La fedeltà è un bene inestimabile. Anche quando tutto dice contro e si vorrebbe fuggire: stare là, non retrocedere, perché l’altro è più importante. L’amore resta là, come scrive Prévert nel suo testo più famoso. Stabat Mater: Maria è la Vergine fedele, che proprio per questo è nostra Madre.

“Berretti Erasmus”: intervista a Giovanni Agnoloni

Intervista di Alessandro Gianetti

In Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa, di Giovanni Agnoloni, appena uscito per Fusta Editore, uno studente di Legge partecipa al celebre progetto inter-universitario europeo e parte per l’Inghilterra, dove capirà che il suo destino è legato all’altrove. Si dedica dunque a una professione – principalmente quella di traduttore, cui unisce sempre più l’attività di scrittore – che continuerà a chiedergli di spostarsi. I ciclici ritorni nell’amata-odiata Firenze saranno fonte di ossigeno ma anche di sofferenza, perché là, in special modo nel Nord dell’Europa e lungo le sue propaggini orientali, inizierà a nascondersi il senso della sua vita. È un libro fatto di episodi in gran parte autobiografici, esplorazioni e lavori nel Regno Unito, Olanda, Lituania, Irlanda, Polonia e altri luoghi ancora. Il protagonista vi conoscerà anche l’amore, e lo vivrà tutto: sino a che questa ragazza che sarebbe dovuta diventare sua moglie, a nozze già fissate, non morirà in un incidente stradale. Il destino che credeva di aver in qualche modo piegato, presenta il conto all’improvviso. Allora tutto, tutto il vissuto e tutto ciò che resta da vivere, assume un significato altro, nuovo. Ed è forse proprio per questo che chiede di essere raccontato, messo nero su bianco.

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Lirico terapia. Ezra Pound, L’isola del lago

L’isola del lago

O Dio, o Venere, o Mercurio, patrono dei ladri,

Datemi a tempo debito, vi imploro, una piccola tabaccheria,

Con le piccole scatole lucide

posate l’una sull’altra su gli scaffali

E il Cavendish sciolto e fragrante

e lo Shag,

E il brillante Virginia

sciolto in lucenti custodie di vetro, 

E una bilancia non troppo unta di grasso,

E che le prostitute entrino a scambiare passando una parola o due,

Una parola maliziosa, e ad aggiustarsi i capelli.

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Frammenti di Cinema # 34

Vedi alla voce Teflon. Dai carrarmati (per refrigerarli) alle padelle (per non far aderire il cibo). Guardate Cattive acque (2019) di Todd Haynes e butterete tutte le padelle di casa. Racconta la (vera) battaglia legale di un avvocato contro il colosso chimico DuPont, colpevole dell’inquinamento delle acque della cittadina di Parkersburg. Mi domando come mai il cinema italiano non abbia voluto o saputo fare film “civili” su questi temi, per esempio su Seveso per la diossina, su Casal Monferrato sull’Eternit, o su Taranto. Il cinema americano ne è ricchissimo. Noi italiani ci siamo riusciti solo per raccontare la mafia o i Casalesi. Con un terribile sospetto: che raccontare la criminalità porti successo per un effetto emulativo, mentre l’ecologia è noiosa perché mette in gioco le nostre responsabilità.

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Il traino

La speranza, per Charles Peguy, è una piccola bambina che trascina le sorelle più grandi, la carità e la fede. Non si procede, senza questo traino. Lasciamoci portare, lei sa dove condurci, l’ha imparato da Uno che non dispera mai.