Archivi categoria: Poesia

Augusto Pivanti, Confluenze. Poesie scelte 2004 – 2023

di Rosa Salvia

Straordinario cantore del valore della memoria e degli affetti, Augusto Pivanti rappresenta un convincente punto di equilibrio tra realismo e surrealismo anche per l’acceso cromatismo
che solca la sua produzione poetica (basti citare il singolare connubio fra poesia e fotografia
talora voluto e cercato come nella raccolta I canti della presenza assente, 2018, un “cantare”
frantumato e poematico allo scopo di tener viva la voce di venti poete eccelse del secolo scorso,
fino alla beatitudine di stare fra le une e le altre, nei vicoli nascosti della meditazione onirica.) Continua a leggere→

Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 5. Antonio Prete

Postille al libro di poesia di Antonio Prete, Convito delle stagioni, Einaudi, 2024

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La raccolta consta di sette sezioni: Convito delle stagioni, Tempo rubato, Per un bestiario, Lezioni di tenebre, Quaderno blu marino, Fiori d’aria e La lengua, lu ientu.

Natura e tempo permeano tutta la Raccolta. 

Natura animale, vegetale, umana, terrestre, celeste, natura cosmica. Terra e cielo. Finito e infinito. Visibile e invisibile, presente e passato. Il tutto nella loro commistione. E la contemplazione del tutto.

Tempo: <<Il tempo, con la sua gloria, con le sue disfatte,/ è raggiera di opache scintille all’orizzonte,/ dove un velo copre i giorni, sforma le figure>>. Continua a leggere→

Rendez vous. Poeti che si parlano. Alessandro Pertosa e Massimiliano Bardotti

Con Luca Pizzolitto abbiamo immaginato uno scenario confidenziale, uno spazio e un tempo per parlare di poesia al di là delle forme più consuete. Ripartire da una condivisione che esplori le note nascenti della comunicazione artistica, un salto senza rete sulle corde della fiducia: è ciò che proponiamo per provare a far convergere, una volta di più, la poesia e lo spirito.

Giorgio Stella, una poesia

[dedicata a Jirí Orten]

Se siamese fosse l’ urto di coccio il provvido cerchio sarebbe l’ arco di riflesso, curvo, scuro, come un sasso bianco di lacrime a cui mi oppongo – i tronchi gialli delle ringhiere pitturare dalle flebo di sangue come non fosse nessuno il tutto del quando era niente il per sempre. Ora scocca il sonaglio dell’ opera Santa, che riprova nell’ organo l’acrobazia della parola.

Luca Vaglio, Cosmologie

di Diego Bertelli

«Gare Gand-Dampoort, / transito di suoni, di voci, / lettere diventano memoria, / fanno segni, tracce nella mente». Luca Vaglio sceglie un attacco sensoriale e nostalgico per aprire il suo ultimo libro di poesia, Cosmologie (Marco Saya, 2022). L’io poetico è proiettato in un luogo e in un’atmosfera che rimandano all’immaginario primonovecentesco delle stazioni ferroviarie, allora concentrato vitale della modernità, di un’idea di spostamento che fa attrito con la concezione contemporanea del viaggio, tutta a favore della centralità degli aeroporti (Calvino ha scritto che «volare è il contrario del viaggio») e, più ancora, proiettata a sancire il primato odeporico della virtualità.  Continua a leggere→

Jirí Orten

di Giorgio Stella

C’è calore da te, ah qui poter dormire, nella terra profonda mi immergerei volentieri,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe il mio corpo
tutto spoglio, questo nudo immiserito.

Farsi ciechi di luce con un canto che si spegne!
Già al mio palato sento sete di solitudine
che m’inebria e mi chiama a un restare
che non sia timoroso ed entri nella musica.

Essere morto, padre, appartenere a nessuno,
non udir passi, non pensare, non sentire,
essere morto, indicibile con se stesso giacere,
esser pronto per sempre, finito essere – e avere.

Avere, avere almeno, almeno quel che è più fedele,
il mio libero niente, sognare che si frantuma
in bei cubetti, esser solo, esser più taciturno,
esser nel centro esatto, essere tempo e giardino.

Esser morto alle donne, esser morto agli amici,
esser morto all’angoscia, essere morto ai morti,
essere sì, così proprio, così pienamente e totale,
e non vedere più niente che abbia nome di foglia.

Ah quanto è il tuo calore, da te poter dormire.
mi immergerei volentieri nella terra profonda,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe la gioia
che già soffriva per una meta mai vista.

Da Versi a Dio. Antologia della poesia religiosa

di Luca Pizzolitto

Da Versi a Dio. Antologia della poesia religiosa (Crocetti, 2024)

Preghiera e poesia costituiscono un binomio che ha accompagnato costantemente la storia dell’esperienza religiosa. Spesso la poesia raggiunge un tempo già reso “poetico”, per così dire, dalle devozioni e dai rituali che in esso si celebrano. La sua funzione è quella dell’accompagnamento, dell’evocazione e dell’approfondimento orante e meditativo. Le risorse del linguaggio poetico sono più ampie rispetto a quelle del linguaggio discorsivo e possono dar vita a una cassa di risonanza per gli interrogativi e le attese fondamentali che l’uomo si pone riguardo al mondo e a sé stesso. La poesia può creare una vera e propria comunità degli animi che non si identifica con la comunità rituale, collocandosi su un piano diverso, ma che a quest’ultima può convergere.

(dall’introduzione di Antonio Spadaro) Continua a leggere→

Tre fisse. Domande semplici e concrete.

 

di Patrizia Baglione

TRE FISSE A MAURO FERRARI 

•  C’è un testo a cui sei più legato. Se sì, quale e perché?

Vorrei partire dal secondo quesito. Io credo che il rito di passaggio per chiunque voglia fare poesia seriamente e non in modo occasionale, sia l’incontro con una o più voci che incidano su di lui profondamente, sia a livello tematico che stilistico.

La mia formazione è da anglista, appassionato di quella fase di grande fermento che è stato il Modernismo. Lì trovo non soltanto una profondissima consapevolezza del proprio tempo “entre deux guerres”, ma anche stimoli continui per capire ciò che è successo da allora e, da lì, il nostro presente, che – non posso non dirlo – sta gioiosamente correndo incontro alla propria apocalisse, come le esperienze poetiche più avvertite stanno evidenziando (specie in questo 2024). La scrittura dei grandi modernisti nasceva da una tragedia non solo storica, la Prima Guerra Mondiale, e presentiva una catastrofe che si è puntualmente verificata venti anni dopo. E ormai, nella nostra tardissima modernità, l’incombere di crisi e tragedie fa parte della norma ed è anzi sentito come “normalità”. Viviamo e dunque scriviamo sul ciglio di un abisso, e noto che questo affiora sempre più nelle scritture poetiche più recenti.

Certo, se penso alle “soluzioni” che almeno i tre grandi (Yeats, Pound, Eliot) misero in campo non posso che prendere le distanze: la lode dell’aristocrazia terriera, il fascismo e l’enfasi sul dogma religioso e sul misticismo non mi appartengono per nulla. Ma il confronto continuo con il proprio tragico tempo, l’attenzione verso la costruzione del verso e la strutturazione del testo per dare adeguata rappresentazione ai temi sono punti che da sempre pongo al centro della mia poesia e delle mie valutazioni critiche.

Passando ai testi a cui sono più legato, mi piace portare l’attenzione sul poemetto Briggflatts di Basil Bunting, “poeta minore, non troppo disonesto” come lui stesso ebbe a definirsi. Il poemetto, in puro stile modernista e definito il più importante dopo i Four Quartets, apparve a metà anni Sessanta e gli permise poco dopo l’accesso al catalogo della prestigiosa Oxford University Press. So bene che lo status di Bunting non è comparabile con i tre poeti che ho citato sopra, però questo dimostra che l’apprezzamento della poesia ingloba anche elementi molto personali, il modo in cui certe note ti risuonano dentro, e infine l’effetto che hanno sulla tua poesia.

La mia traduzione di Briggflatts uscirà per puntoacapo a fine anno, con un apparato critico (tra cui la prefazione di Edoardo Zuccato) che ricostruisce un fermento letterario forse irripetibile, ma che penso possa fornire molti spunti per la poesia italiana di oggi: convergenza di storia personale e una sorta di “trascendenza laica” che trovo molto stimolante; estremo rigore e tensione nell’economia del verso, cioè una vera ecologia della parola; distanza dall’Io diaristico ma anche sua adozione quale punto di vista sulla vita, senza cedimenti al minimalismo; costruzione ”musicale”, attenta alle variazioni tematiche e tonali, il che fornisce già in sé una forte strutturazione all’opera: sono tutti elementi che potrebbero essere proficuamente assimilati o comunque metabolizzati da molte voci  di oggi.

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Ion Barbu

di Giorgio Stella

È prigione nella bruciata, indegna terra.
Di giorno il fieno dei raggi inganna;
ma le nostre teste, se ci sono,
stanno ovali, di calce, come un errore.

Tanti i covoni di filo sinistro!
Troveranno il gesto chiuso, che li riassuma,
che neghi, diritta, la linea che spezzi:
occhi in vergine triangolo tagliato verso il mondo?

*

Il pavone

Si inchinava nascente e morbido,
granturco della tua mano per beccare.
Azzurro tremolava e caldo, ai piedi,
come i veli dell’alcool, nella tazza.

Sul ceppo, il tuo matto con cuffia
occhi ineguali terribilmente tristi roteava,
e ti ha torto la mano, come si strizza un panno,
e ha rotto anche il collo dell’uccello, che sbatteva.

“Raccontami una storia”. Poesie di Roberto Ochi

Estratti da Raccontami una storia, di Roberto Ochi (Brè Edizioni, 2022)

Chi sono io?
Io sono il figlio di un tempo breve. Sono il punto interrogativo. Sono l’ascolto, l’attenzione. Io sono la consapevolezza.
Io sono il dire grazie e il chiedere scusa. Io sono la gentilezza.
Io sono il silenzio al cospetto di nostra Madre Natura. Io sono l’acqua e la terra.
Io sono l’abbraccio e il sorriso, la bellezza che servo ai miei occhi. Io sono la compassione.
Io sono ciò che ricordo, ciò che resta, tutto ciò che non ho perso. Io sono lo scrivere.
Io sono tutte le mie storie.

—

Mi racconti una storia?

Mi racconti una storia?
Ora io esco a passeggiare per le vie di Perugia
E tu
Mi racconteresti una storia?

C’era una volta una barista dagli occhi grandi e profondi e dalla rara gentilezza
Ciò che ci separava
Ma anche ciò che ci univa e ci proteggeva
Era il bancone del suo bar
A quel bancone avevamo creato un nostro momento
Un nostro mondo
Si chiamava il martedì della curiosità
Io arrivavo e le raccontavo una storia curiosa
E lei mi ascoltava
Un martedì le raccontai la storia della parola Mamihlapinatapei
È una delle parole più intraducibili al mondo
Della tribù degli Yamana
Della Terra del Fuoco
Indica lo sguardo tra due innamorati troppo timidi per fare la prima mossa
Questa è la storia di quel momento
Di un momento
Lungo come una parola
Intraducibile
Ma bellissimo

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Novembre, di Enrico Fraccacreta

Novembre e pioggia
alla tomba di Luisa piove forte
il dolore è stato grande,
piove di frequente dove i morti pensano
le nuvole sono i loro pensieri
e piovono tutte le parole non dette, i discorsi inutili
i segreti, finalmente tornati a casa
le opere perse nelle intenzioni,
piovono i rumori degli schiaffi
grida sottili delle offese nei rivoli dell’acqua
fragori sordi delle cattive azioni nei canali.
Una camminata tra le tombe, neanche uno schiamazzo
mi dici che i ragazzi non vogliono tornare a scuola
essere interrogati, scrivere alla lavagna
vogliono fare lezione all’aperto, sulla terra
guardare in alto anche quando piove.
A volte crediamo si possa risolvere tutto
passeggiando dentro un acquazzone come una penitenza
ma le cose del mondo sono più veloci di noi
non riusciamo a misurarle né a prevederle
poi nessuno guarda più verso il cielo
solo i morti forse, e i bambini.
Andiamo verso il Carmine, a vedere se i nostri sono ancora lì
i più piccoli non scendono neanche a terra, vedi
lasciano pezzi di sguardi nella pioggia
le espressioni degli uomini che sarebbero stati,
se Filippo era troppo giovane, sarà rimasto tra le nuvole
mentre l’aereo precipitava.
Guarda, adesso piove anche controvento
ti stringi più forte, mi racconti piano
che forse stiamo diventando cristiani,
a quest’ora fa più freddo
l’equinozio è già passato
il sole sorgeva perfettamente a est
tramontava nel punto esatto dell’ovest
avevamo le stesse ore di luce e di buio
ora sta arrivando il solstizio d’inverno
il giorno si riduce vistosamente
il tuo bacio dovrà essere più lungo

Lo stato dell’arte. Luisa Pianzola

Di nuovo, la modernità

Ogni volta che sento porre questo genere di quesiti – quale senso possano avere, oggi, le arti, la letteratura e soprattutto la poesia, dati i tempi odierni che, ipertecnologici e in grandissima crisi di valori, sembrano vanificarle con strumenti ripetitivamente acefali come la comunicazione virtuale se non addirittura inquietanti come l’intelligenza artificiale – immediatamente la mia mente si slancia indietro di secoli e la mia controdomanda è: ma non è sempre stato così?

La conquiste della modernità, anche nel passato più remoto, con tutte le loro apparentemente sconvolgenti storture hanno sempre generato scetticismo nei più, spesso procurando una totale sfiducia nella possibilità di trovare un senso alle arti, sempre più traballanti nei loro obiettivi e motivi di esistere. Pensiamo alla nascita, a metà ‘800, della fotografia, che di colpo sottrasse alla pittura il suo scopo riproduttivo della realtà (azzerando tra l’altro il ruolo sociale dei più celebri ritrattisti). E le arti visive che hanno fatto? Si sono estinte? Certo che no. Hanno cambiato rotta e mutato pelle, cominciando a riflettere sul linguaggio visivo e sulla sua complessità.

Personalmente credo che ogni tipo di ricerca ed espressione artistica, in ogni epoca, abbia ragione di esistere semplicemente perché le persone (gli artisti e il loro pubblico) hanno una terribile necessità di sperimentare una vita parallela a quella quotidiana. Quello di staccarsi, elevarsi e guardare dall’alto questo nostro formicolare indistinto e precario sulla terra è un bisogno che non si può eludere. Ci aiuta a osservare le cose con obiettività, praticando un pensiero critico.

E se il mondo, come quello attuale, si presenta straordinariamente consumistico, coattivo, deformato da una tremenda crisi culturale e valoriale, vengono in mente le parole di una canzone composta nel ‘500 da Leonardo da Vinci: «Movesi l’amante alla cosa amata, se la cosa amata è vile l’amante si fa vile».

Trovare una lingua adeguata per parlare al mondo. Amare la realtà, per aberrante che sia. È l’unica che abbiamo. Non rinchiudersi in torri d’avorio, ma calarsi nel quotidiano e con esso fare i conti. La poesia è uno strumento formidabile, in questo. 

Giorgio Stella, Il dovere di soffrire

Il dovere di soffrire: l’arcobaleno è un sasso di pietra un’ immagine del cielo monco che ritirare un arto amputato dallo stesso arto – vigile è il cilindro di seta che si appaga medesimo al faro del cerchio ladro di latrine o gavette di vetro oh! chi lo avesse mai detto: nessuno ha tale coraggio//scommesso nel commosso abbandono del suolo stesso. La regina del re è un fante di coppe una sorta di re magio – chi è per te è per sé stesso – ovunque ti trovi stai al medesimo punto/che allo straniero bacia il putto nel trittico di misericordia e poi ricrea l’odissea svastica della plastica incline alla chiusura della fine/firmamento oppure nessuna questua dove lo scroto appeso nel macello germoglia sé stesso pur se ne vergogna.

Giorgio Stella, Vuoto

Un vuoto vale il medesimo vuoto lo hai visto? Era la tenda del circo nell’ ombra del sasso, ma non te ne sei accorto così preso dal picco dell’arco – il picco dell’arco vuoto. Alcuni dadi vengono gettati nelle gare dei becchi per galli ma il vuoto è talmente prezioso che scommettere sarebbe un azzardo perdente a prescindere il presente vuoto – il merletto la maschera turchina il bazar dell’ est di Pound come la neve da cucina quando tua madre sviene nel vuoto non è ancora il vuoto nel netto del taglio floreale del vento. Certo, basterebbe una latta di benzina e darsi fuoco (sempre con una pistola vicina per lo specchio della vetrina) ma non colmerebbe il vuoto di prima – prima del vuoto. Prima del vuoto c’è il vuoto di prima: vuoto. Nel tetto dell’ acqua perfetto gareggia la statua di bronzo col manichino di cera e poi? Un vuoto nel vuoto per vuoto dopo: un vuoto più un vuoto fanno due vuoti… Non si scappa dove si fugge chi resta! Ho rotto il balcone tagliandomi le vene ma non era il tempo del vuoto ma il tempo vuoto oh! Se lo avessi saputo sarei ancora morto. Il vuoto fa eco al vuoto: nessuno spazio è più permesso nel tempo se pure lo spirito del dolore raggiungesse l’anima dell’ amore! Il cordone ombelicale si è spezzato oh tu che parli all’io tuo! E che pensavi? Che il vuoto fosse un tutto tondo di un frutto maturo di pietra albina o la prima onda d’avorio… No, era già vuoto il calcolo del vuoto che mette paura pure all’orrore nel terrore!!! La somma del vuoto è la cifra d’appartenenza del presente luogo: il vuoto. In un teatro ho visto attori vuoti come il cinema muto cadeva nel bordello delle labbra del cervello, del cervello vuoto… (una pausa si concede chi scrive) – dicevamo in questo plurale imperfetto che qualsiasi vuoto è una forma di vuoto avanti la tomba vuota del mestruo nel seme del sesso vuoto come il come nel come per come ad esempio te stesso – “chi era e che età aveva?” “era vuoto”. Alcune dame di compagnia (alle fate) sostengono regimi di diritti civili… Ok, vallo a dire al vuoto! Sordo non è il silenzio del nido spacciato per gioco nel vuoto come un poligono dove lo sparo è vuoto si alza il mirino che l’abbassa. ——————————————————————————–

Giovanni PELI, poesie inedite. Nota di Antonio Fiori

Una profonda nostalgia alimenta la poesia, civile e visionaria, di Giovanni Peli: “C’era amore nell’aria, molte estati fa/ non c’era alcuna consapevolezza, solo desiderio”. È dunque ancora più grande la delusione dalla contemporaneità e al poeta restano solo rabbia e rimpianti, incubi e profezie. Il linguaggio è parascientifico, e il lettore ha l’amara impressione di aver letto un referto autoptico sul nostro presente, “un sentore d’infarto e rotte di collisione.” (Antonio Fiori) Continua a leggere→