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“SELEZIONE NATURALE”: GIOVANI SCRITTORI E CONCORSI LETTERARI

di Giovanni Agnoloni

copertina-selezione-naturaleSelezione Naturale è una raccolta di racconti a cura di Gabriele Merlini da poco uscita per la casa editrice Effequ. Si tratta di un’interessante proposta antologica, con contributi di autori giovani della scena fiorentina e del resto della Toscana, quali lo stesso Merlini, Vanni Santoni, Gregorio Magini, Alessandro Raveggi, senza dimenticare il poeta Marco Simonelli – qui presente in veste narrativa, come anche l’artista visuale Francesco D’Isa –, il critico e traduttore Valerio Nardoni e Collettivo Mensa, che è un gruppo di tre autori lucani che hanno anche dato vita a un’omonima rivista.

Filo conduttore dei racconti, i concorsi letterari, con le loro illusioni e i loro inganni, e le vite che si srotolano loro attorno, fotografando in un’istantanea spesso malinconica, ma a volte dai tratti comici e paradossali, le vite di scrittori che cercano di entrare nel difficile mondo delle Lettere.

La lettura, vivace e divertente, è infatti intrisa di un senso di amarezza latente, che serve quasi da monito per chi cerca di ritagliarsi degli spazi attraverso iniziative che, purtroppo, spesso si rivelano più aleatorie che altro.

Ho avuto il piacere di intervistare il curatore Gabriele Merlini. Continua a leggere

Proteggere il buono nelle cose disuguali. Canada, di Richard Ford

di Ezio Tarantino

Quando esce un nuovo romanzo di Richard Ford i cherubini e i serafini dell’empireo della letteratura fanno festa (sobriamente, brindando con una lattina birra in uno squallido diner delle costellazioni di provincia). Richard Ford scrive romanzi (bellissimi) e non se ne chiede la ragione. Lo fa. In Canada Ford torna a Great Falls, Montana, dove ci aveva portato tanti anni fa nel bellissimo romanzo breve Incendi. Vi ritorna soprattutto dal punto di vista della forma, riprendendo di quel romanzo lo stile asciutto, nitido, essenziale. Abbandonato quello pirotecnico, metaforico, post-moderno, iper-analitico dei tre grandi romanzi della cosiddetta trilogia di Frank Bascombe (dal nome del protagonista di tutti e tre i libri: The sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e Lo stato delle cose), in Canada Ford si mette da parte, rispettosamente al servizio del racconto. Per fortuna non si usa più l’aggettivo, ma in Incendi e in Canada Ford sembra volersi meritare quello di scrittore minimalista, avvicinandosi a quello del suo grande amico Raymond Carver. Continua a leggere

“IN TERRITORIO NEMICO”: LA SCRITTURA INDUSTRIALE COLLETTIVA A FIRENZE

di Giovanni Agnoloni

“Vanni Santoni, Gregorio Magini e la Scrittura Industriale Collettiva”

da Postpopuli.it

Vanni SantoniIn territorio nemico, un romanzo sulla Resistenza edito da Minimum Fax con ben 115 autori, riuniti in un’équipe di “Scrittura Industriale Collettiva” (“SIC”). Il progetto è stato ideato e coordinato da Vanni Santoni (Gli interessi in comune, Feltrinelli; Se fossi fuoco, arderei Firenze; Laterza, Tutti i ragni, :duepunti) e Gregorio Magini (La famiglia di pietra, Round Robin).

La storia è quella di tre giovani che, a partire dell’8 settembre 1943, l’assurda situazione di un’Italia lacerata dall’armistizio costringe a restare lontani tra loro, nonostante i legami che li uniscono. Si tratta di Aldo e Adele, giovani sposi, e del fratello di lei Matteo.

La diserzione, la lotta partigiana, la via della clandestinità diventano sentieri nascosti per uscire dalla selva dell’orrore e della disperazione, mentre la morsa del regime non cessa di spaventare. Continua a leggere

Ivano Mugnaini, L’algebra della vita

mugnaini

Ivano Mugnaini L’algebra della vita – Greco & Greco editori, 2011, pag. 262, euro 10.50

Nota di lettura di Annamaria Ferramosca

Continua con il libro di racconti L’algebra della vita l’originale percorso narrativo dello scrittore Ivano Mugnaini, dove l’insolito titolo – dal racconto eponimo – è già segnale inconscio di un traguardo raggiunto. Dalla lettura di questi racconti infatti, costruiti come prismi perfetti, si evidenzia la consapevolezza dell’autore di star facendo i conti con le poliedriche facce della vicenda umana che appaiono regolate, nel loro crearsi e risolversi, come passi di misteriosa perfezione matematica, tracce di un disegno esatto e imprevedibile. Continua a leggere

“Sparire” di Fabio Viola

viola sparire

Il segreto è nel sottile gioco sul filo dell’assurdo: implacabile, scomodo, masochistico. Suspense e mistero – così lontani dal loro impiego furbo e dozzinale – portano a momenti di disagio e desiderio di fuga. Continuiamo tuttavia a leggere, voluttuosamente; costretti e ansiosi di uscire da certe situazioni evocate con tale precisione e tridimensionalità da diventare a tratti insostenibili. Restiamo perché è un mondo che non ci assomiglia e tuttavia riconosciamo, affrontandolo nelle nostre difficoltà oniriche, che qui diventano Letteratura. Dopo “Gli intervistatori”, convince in pieno anche la seconda prova di Fabio Viola, che pure qui riesce a toccare, senza alcun psicologismo, corde profonde dell’inconscio. Va in onda il malessere, l’incapacità di reagire, il senso di impotenza, e simultaneamente il suo opposto: l’iper-reattività senza controllo, l’istinto all’azione immediata che spesso ha più [buon]senso di una diversa strategia.
Maggiormente narrativo rispetto al primo, questo romanzo ci porta all’interno di una storia che inizia alla Brazil, dove il protagonista sembra esserlo suo malgrado: Ennio (un ragazzo italiano benestante e poco facente) parte per il Giappone alla ricerca della sua ex ragazza, Elisa. Continua a leggere

I LIBRI DEGLI ALTRI n.35: Forse per sempre. Gabriele Lastrucci, “Ora-mai”

Gabriele Lastrucci, Ora-maiForse per sempre. Gabriele Lastrucci, Ora-mai, Prato, Claudio Martini, 2012

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di Giuseppe Panella

 

Per Gabriele Lastrucci, nel suo breve ma intenso poemetto di circumnavigazione poetica del mondo, Ora-mai è in realtà qualcosa che vorrebbe scandire i tempi di ciò che avverrà per sempre. Scritto in tre tempi – una stesura più ampia, ancora incompiuta, i cui scarti e i lacerti obliqui fanno da pendant alla versione definitiva e poi compiutamente prosciugata nella scrittura e nei temi – è la storia ritmata di come un poeta si possa costringere alla poesia a forza di trovare in essa le sole possibili ragioni per vivere. Nel testo lirico più significativo dell’opera, La Rosa-Murante, l’apertura verso il mondo si rovescia nella necessità di conformarne la verità attraverso l’olocausto programmatico della parola che la mostra nella sua realtà di operazione di conoscenza dell’Io.

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Dal dire al fare: Ecco l’uomo

ecco l'uomo

di Barbara Pesaresi

Due uomini, uno dei quali è un sacerdote, camminano vicini lungo un sentiero fiancheggiato da due file di alberi, immersi in una luce che li contiene. Chissà cosa si staranno raccontando. L’immagine di copertina è l’incipit visivo che apre Ecco l’uomo, di Fabrizio Centofanti.
Il romanzo scorre come un giallo: c’è un delitto, consistente in una presunta santità, o meglio in quell’umana santità che loda Dio senza rinnegare la vita; ci sono un colpevole, tale don Mario Torregrossa, e un movente che scopriremo strada facendo, sulle cui tracce viene sguinzagliato un segugio, don Davide, (ri)cercatore di senso (perduto).
Io non so se al giorno d’oggi parlare di santità richieda più coraggio o incoscienza, ma poiché Fabrizio Centofanti è un sacerdote possiamo concedergli qualche scusante. Continua a leggere

Yehoshua

di Riccardo Ferrazzi
Gerusalemme via dolorosa
Leggere queste pagine mi ha fatto tornare con la memoria a Gerusalemme. Ci andai molti anni fa, quando ero più giovane e in una diversa disposizione di spirito. Ci andai quasi per caso, perché mi trovavo per lavoro a Tel Aviv e di sabato non avevo niente da fare. Non ci andai con lo spirito del pellegrino, ma con l’animo poco devoto di un trentacinquenne in carriera, che ha in testa cose concrete e a Gerusalemme cerca l’arte, la storia, le basi della sua cultura, più che della sua religione.
Fu un’esperienza strana, e leggo nel romanzo di Fabrizio che tanta stranezza deve aver toccato anche lui. Dal punto di vista urbanistico la città è dominata dalle due moschee di Omar e di Al Aqsa. Il Muro del Pianto è lì a ridosso e sembra che sgomiti per farsi vedere ma, distrutto com’è, non ha l’impatto visivo delle due moschee. La via Dolorosa è un budello percorrendo il quale bisogna concentrarsi e mettercela tutta per trovare qualcosa che risvegli l’emozione della tragedia di Gesù. In mezzo a turisti di tutto il mondo, che non si capisce bene cosa stiano cercando (come me: anch’io non lo sapevo), nel caldo torrido sfilavano gli ebrei ortodossi askenaziti, sudati e puzzolenti nei loro abiti pesanti e incongrui, con in testa un cappellone di pelo; e le vie erano piene di arabi dall’aria incazzata. Non ho mai visto una città araba in cui gli abitanti avessero facce così perennemente incazzate.
In mezzo a questa folla, circondato da queste facce, salivo per la via Dolorosa e pensavo di essere un mostro: perché non mi concentravo sul dolore di un uomo picchiato a sangue con trentanove frustate e costretto a portare in spalla lo strumento della sua morte? Non ci riuscivo: ciò che mi circondava era così assurdo! Continua a leggere

Ritratti in controcanto di Marisa Ferrario Denna

Ritratti in controcanto

Marisa Ferrario Denna, Ritratti in controcanto, Nomos edizioni 2012

di Anna Elisa De Gregorio

Perché è una sorpresa davvero piacevole incontrare il libro di poesie di Marisa Ferrario Denna Ritratti in controcanto? Diviso in due corpose sezioni (Scrivere e Dipingere) il volume è dedicato totalmente alle donne nella storia e della Storia. Finalmente, verrebbe da dire, donne che scrivono di donne. Finalmente un libro non “di genere”, ma dichiaratamente “di parte”. Dice nella prefazione Alida Airaghi a giusta ragione: “La partecipazione della poetessa è sempre vivissima e empatica, di complice sorellanza e intensa adesione intellettuale…Continua a leggere

PUBLIO VIRGILIO MARONE E L’ENEIDE: LA TRADUZIONE DI ALESSANDRO FO

Intervista di Duccio Rossi

da Postpopuli.it

Alessandro Fo (Legnano, 8 febbraio 1955) è professore ordinario di Letteratura latina presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo senese. La sua ultima fatica editoriale, edita da Einaudi, è Publio Virgilio Marone, Eneide. Traduzione a cura di Alessandro Fo. Note di Filomena Giannotti (Nuova Universale Einaudi, 2012). Un lungo lavoro di traduzione poetica che ha visto la luce nell’ottobre dello scorso anno. Fo ha pubblicato anche edizioni tradotte e annotate di Rutilio Namaziano (Il ritorno, Einaudi, Torino 1992, 19942) e di Apuleio (Le metamorfosi, Frassinelli, Milano 2002; Einaudi, Torino 2010). Le sue principali raccolte di poesie sono Otto febbraio (Scheiwiller, Milano 1995), Giorni di scuola (Edimond, Città di Castello 2000), Piccole poesie per banconote (Pagliai Polistampa, Firenze 1° gennaio 2002), Corpuscolo (Einaudi, Torino 2004), Vecchi filmati (Manni, Lecce 2006). Per Einaudi ha curato anche l’antologia di Angelo Maria Ripellino Poesie. Dalle raccolte e dagli inediti (1990), con Antonio Pane e Claudio Vela e, in seguito, la ripubblicazione delle tre raccolte einaudiane di Ripellino, Notizie dal diluvio, Sinfonietta, Lo splendido violino verde (2007).

Professor Alessandro Fo, da dove prende inizio un lavoro immane come quello che conduce ad una traduzione poetica dell’Eneide di Virgilio?

Naturalmente, in quanto cultore delle lettere latine, nutro per Virgilio un antico amore. Quando decisi di studiare lettere classiche e, alla Sapienza di Roma, mi accostai ai primi programmi d’esame, erano ancora i tempi in cui la ‘parte generale’ di una annualità comprendeva la traduzione di ben sei libri dell’Eneide (gli altri sei erano in agguato per la biennalizzazione). E lì, o imparavi il latino, o soccombevi sotto l’ardua impresa. Io mi aiutai con i ‘traduttori’ interlineari, e si può dire che sia stato in quella occasione che ho potuto consolidare la mia conoscenza della lingua. Ma non mi sarei mai sognato neanche oggi, pur con più di vent’anni d’insegnamento sulle spalle, di affrontare spontaneamente un compito come quello di una nuova traduzione del poema. Un giorno ho ricevuto via mail una proposta in tal senso dal responsabile della nuova «NUE» Einaudi, Mauro Bersani, che mi onorava già della sua stima per i miei precedenti lavori di traduttore e per i miei personali tentativi poetici. Il primo istinto è stato rifiutare un impegno che si presentava troppo gravoso. Poi, l’occasione di prestare la mia voce a uno dei più grandi poeti dell’Occidente mi è sembrata troppo straordinaria per lasciarsela scappare, anche se avrebbe comportato una grande fatica. Continua a leggere

YEHOSHUA di Fabrizio CENTOFANTI. Recensione di Augusto Benemeglio

YEHOSHUA FABRIZIO CENTOFANTI

“Nulla si edifica sulla pietra, tutto sulla sabbia, ma noi dobbiamo edificare come se la sabbia fosse pietra”

(J.L.Borges) 

1.“Yehoshua di Fabrizio Centofanti , editrice clinamen, 2013 , è  la confessione di un prete-poeta “Io sono tutti voi, sono una comunità, sono un  popolo intero. Certo è che devo pagare per tutti, devo pagare in termini di sofferenza e pena , di dubbi , angosce e disperazioni , di incontri-scontri con un Dio che ama e soffre , che lacrima sangue , coinvolto com’è nella pena e nella storia dell’uomo e del suo peccato, delle eterne attese e speranze dell’uomo… Come avrete capito , è un romanzo scritto con la penna intinta nel proprio sangue, un po’ come faceva Van Gogh con i suoi dipinti , che ha in sé anche una componente da thrilling sacro.   L’incipit del romanzo è già una dichiarazione d’intenti , in questo senso. In una Basilica , che si capisce essere quella del Santo Sepolcro , – che si eleva nel cielo , col peso infinito della luce , col sudore della terra ,  maschera sacra che consuma volti di pellegrini ignari , – una bomba è deflagrata, un’altra Guernica del terrorismo ha squarciato qualcosa,  “pezzi di ferro, legno e carne umana che volano in ordine sparso nello spazio diventato incandescente, una nuvola dai contorni indefiniti che consuma tutto ciò che tocca, riducendolo in polvere ustionante”.(vds.pag.18) Continua a leggere

I LIBRI DEGLI ALTRI n.34: Metafisica dell’evento casuale. Giovanni Di Giamberardino, “La marcatura della regina”

Giovanni Di Giamberardino, La marcatura della reginaMetafisica dell’evento casuale. Giovanni Di Giamberardino, La marcatura della regina, Roma, Edizioni Socrates, 2012

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di Giuseppe Panella

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Il romanzo d’esordio del giovane Di Giambernardino si chiude con una riflessione di grande densità metafisica sull’ontologia naturale delle api, con una domanda, in sostanza, sulla ragione profonda della loro esistenza e della loro breve vita. Se gli alveari sono perfette costruzioni geometriche che possono destare l’invidia di un architetto umano (un paragone che caratterizza una delle pagine più belle contenute in Il Capitale, libro I di Karl Marx[1]), la loro ragion d’essere non è affatto chiara da un punto di vista teleologico. Inoltre, all’interno dell’alveare – nota Di Giambernardino – la figura dell’ape regina, verso la quale si convoglia tutto il lavoro delle api operaie, non è connotata in alcun modo, anche se essa è riconosciuta dalle altre componenti del consorzio animale cui essa appartiene. Per questo motivo, gli apicultori procedono al procedimento noto come “marcatura dell’ape regina” in modo da sapere sempre dove essa si trovi e come operi ai fini della produzione del miele. Per questo motivo:

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La sostenibile pesantezza della grazia

di Ezio Tarantino

pesodellagraziaChristian Raimo aveva fin ora pubblicato due raccolte di racconti (molto belle), parecchi anni fa. Ma ha fatto anche tante altre cose: è stato (è? esistono ancora i TQ?) tra i più attivi nel gruppo di scrittori fra i trenta e i quaranta (Generazione TQ, appunto), scrive molto sulla rete, cura raccolte di racconti altrui, lavora per importanti case editrici, è stato curatore di Orwell, lo sfortunato supplemento culturale di Pubblico, il giornale di Luca Telese naufragato dopo pochi mesi di vita, e in più insegna in un liceo. Ma non si era ancora misurato con la forma romanzo.

Il peso della grazia (Einaudi, 2012, p. 453, € 21) è un romanzo coraggioso e ambizioso. Vi si parla di Dio, di amore, di vita, di inferno e paradiso (l’inferno e il paradiso senza nominarli proprio così – Dio e l’amore sì, invece). E’ un romanzo coraggioso perché da un lato si offre ad un tipo di lettore ben identificabile (direi tra i venticinque e i quaranta, colto, o almeno istruito, precario, disilluso, politicizzato, ideologizzato o no – sia per i contenuti che per lo stile: penso a certe similitudini da nerd: il cielo ora è pieno di nuvole che sembrano “isole di terra in SuperMario Bros”, ora si apre in “pop-up di azzurro”, e le giornate si schiariscono come quando sul Mac si pigia tante volte il tasto F2; e a una punteggiatura ironicamente elusiva e giovanile, a un uso espressivo dei caratteri tipografici – spazi bianchi al posto di silenzi, puntini di sospensione ossessivi, pagine interamente bianche), cui attinge e restituisce voce, uno sguardo, sentimenti; da un altro lato affronta di petto, senza sconti, con estrema lucidità e aggiungerei anche onestà e franchezza il tema del rapporto non tanto con Dio, ma proprio con Gesù Cristo, anzi, con la religione cattolica. E lo fa all’interno di una tormentata, sputtanata e sputtanante storia d’amore.
Il tentativo sembra per un verso quello di recuperare il racconto della vita quotidiana sottraendola alla dittatura della superficialità dei Paolo Giordano, Fabio Volo per tacere di Moccia; da un altro quello di spiazzarlo con un punto di vista quantomeno inusuale, destabilizzante nel suo limpido inequivoco diritto di cittadinanza.

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Geologia di un padre, di Valerio Magrelli

Magrelli
Valerio Magrelli, Geologia di un padre, Einaudi, 2013

di Rosa Salvia

Geologia di un padre, nuova finissima opera di Valerio Magrelli, si apre con la riproduzione di una decina di bellissimi disegni di Giacinto Magrelli, “l’uomo di Pofi”, il padre ingegnere, sulla cui figura è incentrato l’intreccio del romanzo. Ma perché questo titolo: Geologia di un padre? La parola geologia implica un continuo rimando alla terra (anche quella della sepoltura soprattutto nelle prime pagine, l’esperienza di “Valerio” fra le tombe in contrapposizione al “Piano Oceano” di Shangai che prevede lo spargimento in mare delle ceneri). Continua a leggere

I LIBRI DEGLI ALTRI n.33: Cronaca di una morte annunciata. Tea Ranno, “La sposa vermiglia”

Tea Ranno, La sposa vermigliaCronaca di una morte annunciata. Tea Ranno, La sposa vermiglia, Milano, Mondadori, 2012

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di Giuseppe Panella

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Il tono e il lessico di ispirazione e di recupero della lingua siciliana non vogliono ingannare il lettore meno corrivo: non si tratta di un romanzo realistico né regionalistico e neppure di un esperimento linguistico alla Gadda (o, su di un piano assai meno sofisticato, alla Camilleri).

Il terzo romanzo di Tea Ranno (dopo Cenere, Roma, Edizioni E/O, 2006, vincitrice nel 2008 del Premio Chianti) e In una lingua che non so più dire, pubblicato sempre a Roma da E/O nel 2007), è, soprattutto, un romanzo corale, un affresco culturale e sociale, un esperimento linguistico (moderatamente) inteso ad allargare gli spazi di significazione del linguaggio della narrativa italiana e, infine, un progetto di ricostruzione obliquo di vicende viste non più e non soltanto con la lente della storia raccontata ma con l’occhio lungo di un narratore ormai esterno alla vicenda narrata e non più coinvolto in esso, una sorta di osservatore privilegiato dal suo specifico punto di vista.

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Piergiorgio Paterlini, dalla fisica quantistica alla vita quotidiana

Paterlini

di Guido Michelone

Ci sono, anche nella produzione letteraria contemporanea, libri strani o anomali o eccentrici che vale la pena leggere e che lasciano appagato, o soddisfatto il lettore per tante ragioni: l’originalità dell’assunto, l’inventiva formale e contenutistica (o le due assieme), la fuga intelligente dalle categorie statiche del pensiero, dell’arte, della conoscenza. Il breve testo di Paterlini è uno di questi: il sottotitolo 101 microromanzi è solo in parte rispettato, perché è pur vero che queste ministorie – che occupano dal massimo di una pagina al minimo di una sola parola (oltre il titolo, sempre eloquente e giustificatore del processo creativo di ogni singola parte) – hanno tutte un impianto narrativo che lo fanno appartenere alla letteratura romanzesca. Continua a leggere

KENNETH WHITE NELLA LUCE DEL NORD

di Roberto Lamantea

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Kenneth White

La luce migliore per leggere I cigni selvatici di Kenneth White (nella foto), il diario del viaggio in Giappone dello scrittore e poeta scozzese appena pubblicato dalla mestrina Amos Edizioni (176 pagine, numero 3 della collana “Highway 61”) è annotata a pagina 150 del libro. White viaggia in Giappone, alla ricerca dei cigni selvatici, portando nello zaino la fotocopia dell’edizione in-folio del Settecento, conservata alla biblioteca della Sorbonne a Parigi, dell’Histoire Naturelle des Oiseaux. Perché un libro del XVIII secolo, si chiede, invece di un veloce manuale di ornitologia di oggi? “Nel lontano XVIII secolo esisteva, prima di ogni specializzazione, quella disciplina generale chiamata ‘filosofia naturale’ in cui la poesia, la scienza e la filosofia sono riunite, e dove l’accento si pone su un’indagine totale, cosí come sulla ricerca di una comprensione globale, di una cosciente esperienza globale”.

 A fine lettura restano negli occhi – e sulle narici, e sul palato, White narra anche le pause in un bar, un ristorante, una notte in una locanda o un albergo con un ritmo che ridà, oltre al movimento del viandante, anche sapori e aromi – cieli e mari di vento, l’increspata schiuma bianca sulle onde azzurre degli acquarelli giapponesi, il volo e le voci degli uccelli (gabbiani, corvi, aironi, sino ai cigni, raggiunti verso la fine, come la meta di Achab in Melville, qui citato), la pioggia, i mattoni delle case. I cigni selvatici accenna solo a Tokyo: la metropoli-formicaio fosforescente e assordante è solo un punto di sbarco dall’Europa per andare altrove. White cerca il Nord, il paesaggio, il silenzio. Nel suo zaino un libro blu di haiku. Ovunque le tracce di Bash?, poeta zen del Seicento, la sua metrica (5-7-5), i componimenti che affiorano, come foglie rosse, sul taccuino del viandante a illudersi di fermare un momento nel flusso della vita.

   Il libro – rivela subito White – e il viaggio in Giappone “sarebbe anche stato un altro pellegrinaggio geopoetico […] e un viaggio-haiku sulla scia di Bash?, un documentario sognante di strade e isole, un tuffo veloce ed ellittico nel Vuoto – in definitiva un libro nipponico piccolo e stravagante pieno di immagini e di pensieri a zig-zag, scritto in uno ‘stile bianco e svolazzante’, come dicono i pittori”. Continua a leggere

L’Italia di oggi nei libri di due giornalisti (Revelli, De Gregorio)

Revelli

Finale di partito, Einaudi (Revelli) e Io vi maledico, Einaudi (De Gregorio), per capirne di più

di Guido Michelone

Il Bel Paese è uno Stato e una Nazione, che cambiano a una velocità impressionante, senza però, in molti casi, modificare a fondo una situazione concreta, proprio come accadeva in quel capolavoro della narrativa tricolore che è Il gattopardo di Giuseppe Tomasi da Lampedusa; nell’Italia risorgimentale descritta dal romanziere palermitano l’impresa garibaldina foriera di libertà, democrazia, innovazione, lasciava in fondo, per la povera gente, dopo il polverone, le cose così come stavano prima (o da sempre). A sua volta, anche l’Italia di oggi, forse avrebbe bisogno, a livello sociale, di un nuovo differente Garibaldi e di certo avrebbe necessità di un altro Gattopardo, ossia di un testo letterario che analiticamente portasse a galla le cause più o meno razionali di una ventennale politica ridicolizzata, stigmatizzata, vituperata in tutto il mondo. Continua a leggere

Il “Poetry Music Machine” di Marco Palladini. Un ologramma in onda poetica

Poetry Music Machine, Marco PalladiniIl “Poetry Music Machine” di Marco Palladini. Un ologramma in onda poetica

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di Antonino Contiliano

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Chi volesse avvicinarsi alla poesia di Marco Palladini e, in modo particolare, a quella del suo Poetry Music Machine (oyxeditrice, Roma, 2012), una “Audio antologia” (libro +CD), non può trovare, crediamo, immagine analogica migliore che quella di un’onda verbo-ologramma in versi e “arsi” in girotondo e semiosfera di guerra po(li)etico-artistico. L’onda che non trascura niente dell’oggetto – il modello del suo mondo estetico-poetico e ideologico-politico – ripreso e offerto agli altri, l’ipotetico lettore/ascoltatore e/o critico.

L’onda ologrammatica di Poetry Music Machine è quella di una poesia, naturalmente, che relaziona letterario ed extraletterario e lo aggomitola alla maniera dei punti di tempo della pagina del cyberspazio – che simulano l’informazione-comunicazione contratta nei nodi lanciati alla velocità bit della luce. E il peso e la densità di questi nodi poetici, trasportati dai versi lungo le due coordinate offerte dalla pagina, ne curvano il piano nella bidimensionalità degli assi linguistici (paradigmatico e sintagmatico, la scelta e la combinazione degli elementi coinvolti), come se fosse una geometria alfabetica relativistica e, per altro verso, in mimesi della bidimensionalità della virtualità temporale del cyberspazio. Il tempo della rete e dei suoi nodi www. Il reticolo comunicativo che ha sconvolto l’abituale successione cronologica di passato, presente e futuro, così com’è proprio della turbolenza del tempo poetico che sostanzia (almeno siamo inclini a leggere) i testi poetici di questo Poetry Music Machine di Marco Palladini.

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Cocaina. Massimo Carlotto, Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo a confronto in un testo Einaudi

COCAINA carlotto carofiglio decataldo COPERTINA

di Guido Michelone

Un problema drammatico come quello degli stupefacenti, in particolare la cosiddetta polvere bianca, che da droga per ricchi sta diventando una piaga largamente diffusa in tutto il mondo – nelle mani delle mafie internazionali, a loro volta, in grado di condizionare persino i cartelli finanziari – viene trattato in questo nuovo libro attraverso tre lunghi racconti affidati ai nuovi maestri italiani nel genere noir. E in effetti sia i tre brani presi singolarmente sia il volume nell’insieme risultano un piccolo capolavoro di equilibri narrativi e di suspense ben congeniata, grazie a una prosa tipologicamente assimilabile (pur fra tre distinte personalità artistiche) a uno stile made in U.S.A. Cocaina dunque risulta composto da una triplice scrittura ovunque asciutta, concisa, diretta che, pur guardando più o meno direttamente i classici modelli americani (Dashell Hammett e Raymond Chandler hanno ancora molto da insegnare), sa essere felicemente autonoma e precipuamente italiana. Continua a leggere