Buona lettura 31: “La ragazza dei colori”, di Cristina Caboni

Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia. Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità. Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.

La storia di Stella è quella di una donna priva di sicurezze, incapace di trovare un aggancio concreto per spiegare assenze e rimpianti: licenziata ingiustamente, si rifugia dall’anziana prozia Letizia, nella cui villa trova una valigia piena di disegni dai tratti infantili ma dall’impatto visivo potente.

Dopo tanto tempo, i colori e la pittura da cui ha cercato di allontanarsi per non esserne travolta, tornano ad avere significato, come quadri pronti a raccontare una storia che affonda le radici nel periodo buio del fascismo. Continua a leggere

Laura Guglielmi, “Lady Constance Lloyd”

Laura Guglielmi, “Lady Constance Lloyd – L’importanza di chiamarsi Wilde” (Morellini Editore, 2021)

Comunicato stampa e sinossi

Colta, ironica e attraente, Lady Constance Lloyd (Dublino, 1858 – Genova, 1898), scrittrice, giornalista e attivista, è una figura femminile che deve ancora trovare la sua giusta collocazione nella Storia. Oscurata dalla fama e dal processo del marito, dal quale ebbe due figli Cyril e Vyvyan, Constance è una donna che merita di essere riscoperta. Femminista e progressista, è stata paladina di una rivoluzione culturale che voleva migliori condizioni di vita e istruzione per tutte le fasce “deboli” della società inglese, a partire proprio dalle donne. Ai suoi tempi era conosciuta quasi quanto Wilde per il suo impegno nella rigida, e spesso ipocrita, società vittoriana. Erano la coppia più in vista della scena londinese. Continua a leggere

Intervista a Pietro Romano

di Luca Pizzolitto

  1. Quando e come (o da dove) nasce l’idea (e poi la stesura) di Feriti dall’acqua? Quanto tempo hai impiegato a scrivere questa silloge?

 

Ho iniziato a lavorare a questo libro durante le fasi di stesura di Case sepolte (I Quaderni del Bardo, 2020). Il titolo mi è sovvenuto dopo un periodo di riflessione attorno a L’eau et les rêves, di cui mi sono servito anche nel corso del mio lavoro di tesi su Nino De Vita. Alcuni componimenti inseriti nella raccolta risalgono a poco prima di Case sepolte e corrispondono a quelli che, secondo un progetto che poi ho accantonato, sarebbero dovuti confluire in un libro che avrebbe dovuto alternare prosa e versi. Altri sono stati o interamente riscritti o concepiti ex novo. Il fulcro tematico intorno a cui orbita Feriti dall’acqua è la ferita come motivo archetipico che accomuna ogni esistenza. L’uomo che parla la lingua della ferita è colui che ha fatto della necessità di ritornare all’altro la base su cui edificare una propria lingua del ricordo. È una distanza irredimibile quella che separa ognuno di noi da un’origine. L’acqua è un remoto che non sappiamo pronunciare. C’è stato un lungo periodo nel quale ho vissuto una forma di derealizzazione: mi sono percepito distante, oltre che da me, anche dal tempo che vivevo, come se guardassi alle cose da un treno in corsa o, peggio, attraverso il filtro di una cinepresa cui mi ero assuefatto. Solo dopo qualche tempo ho realizzato che in verità mi ero come addentrato nell’impermanenza di cose e persone. Ero nel pieno di una distanza nella quale ogni cosa riecheggiava nel suo flusso: anch’io scorrevo, senza mai appartenermi. Case sepolte e Feriti dall’acqua evocano, seppure in modo diverso, l’impossibilità di un luogo che faccia “casa”. Di una soglia nella quale la parola si inveri fissando ogni cosa in permanenza.  Continua a leggere

Essere


A volte ci sentiamo soli, vuoti, disperati, come se niente e nessuno potesse consolarci. È il momento giusto per capire l’Emmanuele, il Dio con noi. Ci risvegliamo, entriamo in contatto con Colui che è. E anche noi siamo.

Guerra in Ucraina e salto di paradigma.

Le richieste della Russia sono inaccettabili. Come può un Paese rinunciare alla propria libertà a favore di un altro Paese? Eppure nessun paese è realmente libero, nessuno è pienamente autonomo. Tutti i paesi dipendono almeno in parte da altri paesi. L’Italia, e non solo, dipendono proprio dalla Russia, dal punto di vista energetico.

Per non parlare delle persone, dipendenti anch’esse le une dalle altre in quasi tutto, in un rapporto di scambio basato sulla fiducia quotidiana e, spesso, anche sull’affetto. Continua a leggere

Intervista a Rosita Copioli

 

 

In una poesia intitolata “Commiato”, scrivi: “Sono della razza dei romantici”. Cosa significa esserlo? E fino a che punto questa definizione parla di te?

 

L’affermazione va letta nel contesto. Qui la «razza dei romantici» è quella che vive animata dalle «generose illusioni». Ha il sogno di realizzare non dico il paradiso in terra, ma di seguire quella sorta di “proclama” scritto nel 1796 (o tra il 1795 e il 1797) da Hölderlin, Schelling ed Hegel, firmato da quest’ultimo: «La Verità e il Bene si trovano fratelli solo nella Bellezza». Il cosiddetto Frammento di Stoccarda esprime la tensione infinita verso verità, bene e bellezza, che devono essere uniti, per essere, e valere veramente. È l’antico programma platonico che passa nella tradizione cristiana. Per Hölderlin vive nella figura tragica di Iperione, e va verso il Cristo. La sua “ragione” sta nella libertà, ma essa è molto diversa da quella che nei medesimi anni impone il terrore in Francia. È molto più vicina a quella dell’Umanità divina che anima la teologia di Ildegarda di Bingen. Diventerà lontanissima da quella di Hegel, che si avvia all’identificazione della libertà dell’io singolo con quella dell’io supremo, che è lo Stato: la ragione superiore all’individuo che ne richiede il sacrificio, quando occorra, in nome del Bene Collettivo: qualcosa che spingerà a immaginare le ideologie più diverse, e opposte. Continua a leggere

Lasciare


L’Eucaristia, a Gesù, è costata cara. Dare il Corpo, il Sangue: cosa c’è più di questo? Eppure è felice per il sacrificio. Dovremmo ricordarlo, nel momento in cui ci sembra troppo quello che offriamo. La gioia di Dio nel darsi ci sbilancia, ci spinge a fare un salto, a trovare il coraggio di lasciare.

Migliorare

Dio sceglie i più piccoli e i più miseri. È consolante. Significa che non puoi vantarti, ma neanche lamentarti: se il bene tarda, puoi ben dire che è il minimo che capiti al più misero e al piccolo. Tutto non può che migliorare.

Esagerare


Nell’amore vero non si esagera: Dio è sovrabbondante, trasforma in vino una quantità enorme di acqua, quando la festa, ormai, sta per finire; versa tutto il Suo Sangue, sulla croce, quando una goccia sarebbe bastata. Lui è così, e noi siamo chiamati a somigliargli, a esagerare.

NA NA N FRASTEIR/ non è forestiero. Inediti di Sergio Racanati

Sergio Racanati, nasce il 23 Settembre 1982 a Bisceglie (Bat) e vive e lavora tra Milano e Miami (IT, F). Fin da subito, la cifra predominante del suo percorso artistico ha seguito l’approfondimento e l’analisi delle pratiche creative afferenti il contesto urbano, sociale, politico ed architettonico. I suoi progetti coinvolgono i temi della sfera pubblica, i comportamenti politici delle comunità, i rapporti tra memoria individuale e memoria collettiva, affrontati con gli strumenti di alcuni linguaggi artistici (performance, situazioni, installazioni, video, film).
Tra le recenti residenze artistiche a cui l’artista ha partecipato si segnalano quelle presso: Museo Pino Pascali / Polignano a Mare – BA_I (2014); Harvard University a cura di Marcus Owens (2013); Z33 Contemporary Museum; Hasselt_B (2012), Performance Space / Londra_UK; Edge Zones Foundation / Miami_US a cura di Charo Oquet, promossa da GAI –
Associazione Giovani Artisti Italiani e MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITA’ CULTURALI E DEL TURISMO – Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane (2013). Mostra personale, NA NA N FRASTEIR/ non è forestiero, presso Albumarte, Roma (2022).

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STORIE DI UN’ALTRA STORIA, Racconti di Mauro GERMANI. Nota di Giovanni Nuscis

Mauro GERMANI

STORIE DI UN’ALTRA STORIA

Racconti

Calibano Editore (Gennaio 2022)

 

I venticinque brevi e brevissimi racconti del libro, indica la quarta di copertina, sono racconti di misteri, ossessioni e inquietudini esistenziali. Il titolo della raccolta, Storie di un’altra storia, è quello dell’ultimo racconto, al centro della più misteriosa, complessa e avvincente delle storie narrate (Il capolavoro). Continua a leggere

Il grido


Non ascolteremo mai abbastanza. È l’arte più difficile e più redditizia: nessun tesoro eguaglia l’accoglienza dell’altro, niente ci avvicina maggiormente al cielo. La carità è ascolto: Dio ascolta il grido del Suo popolo, e da lì nasce la Pasqua.

Gian Piero Stefanoni, cinque poesie.

DAI CODICI- INSETTI

 

Voi che risalite 

nello splendore inesperto del cammino

lungo la vita immutabile e scritta,

non lasciando traccia 

né eco se non all’occhio

che ora guarda e dimentica,

e che già nella sintesi della riposta

non avete richiesta,

innumerevoli- brevi- vocativi

onniscienti. Ricchi senza memoria. Continua a leggere

Chi


La vita è simbolica, collega, mette insieme. In natura, tutto ci ricorda di Dio, è una via sicura per raggiungere il Suo amore. Se ci sentiamo tristi o abbandonati, guardiamo un campo, un’alba, la forma di una nuvola, e subito saremo in compagnia di Chi ci ama.

Lirico terapia. Primo Levi


Il canto del corvo (II)

«Quanti sono i tuoi giorni? Li ho contati:

Pochi e brevi, ognuno grave di affanni;

Dell’ansia della notte inevitabile,

Quando fra te e te nulla pone riparo;

Del timore dell’aurora seguente,

Dell’attesa di me che ti attendo

Di me che

                   (vano, vano fuggire!)

Ti seguirò ai confini del mondo,

Cavalcando sul tuo cavallo,

Macchiando il ponte della tua nave

Con la mia piccola ombra nera,

Sedendo a mensa dove tu siedi,

Ospite certo di ogni tuo rifugio,

Compagno certo di ogni tuo riposo.

 

Fin che si compia ciò che fu detto,

Fino a che la tua forza si sciolga,

Fino a che tu pure finisca

Non con un urto, ma con un silenzio,

Come a novembre gli alberi si spogliano,

Come si trova fermo un orologio».

Primo Levi non ha mai smesso d’indagare il mistero del male: qui l’ombra che insegue l’aguzzino fino alla fine dei giorni.