Frammenti di Cinema # 37

Il biopic è il genere del momento. La realtà ha vinto sulla fantasia. La creazione artistica non si muove più nello spazio lasciato in bianco quando la vita non basta. Al contrario, è la vita ad essere rimasta l’unica fonte d’ispirazione artistica. Per ora almeno. Del resto, ormai, come la pandemia ha dimostrato, nella realtà tutto è divenuto possibile, anche quello che fino a ieri era stato relegato al mondo della fantasia. La scelta tra questi film sarebbe davvero difficile e imbarazzante. Quelli che lasciano un segno, tuttavia, sono quelli che grazie alla ricostruzione di una storia vera, aprono un nuovo sguardo su vicende che ci interessano come umanità, propongono un punto di vista inedito su questioni che ritenevamo chiuse. E’ il caso di Red Joan (2018) di Trevor Nunn. Judi Dench interpreta la scienziata Joan Stanley. Quando è già in pensione viene accusata di alto tradimento. In servizio come fisica in una struttura di ricerca nucleare durante la seconda guerra mondiale, accetta di passare informazioni segrete all’Unione Sovietica. Lo fa con le migliori intenzioni: assicurare quella parità nucleare che sola avrebbe assicurato una pace mondiale seppure armata. Il concetto di tradimento viene relativizzato e una lettura comoda e conformista di tutto il periodo storico della guerra fredda viene messa in discussione.

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L’Italia, davvero?

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Siamo italiani da 160 anni oggi.
Lo sappiamo? Ce lo ricordiamo? Che ricorre questo anniversario intendo (17 marzo 1861-2021), ma, più che altro, di essere italiani. Lo siamo davvero o restiamo ancora e per sempre – finché ci sarà, forse, del tempo da vivere, se a breve non ci estingueremo soffocati dal nodo sempre più stretto del “progresso scorsoio” (come lo chiamava Zanzotto, quest’anno cade anche il suo centenario) – lombardi e calabresi, romani e sardi eccetera, ripartiti e divisi, altro che uniti, nelle nostre variopinte e folcloristiche tribù?

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Anni luce

Dio vuole la totalità, la salvezza di tutti, per formare, di tutti, un solo corpo. L’amore collega, ricuce, riconcilia. La passione per l’unità è il segno caratteristico di Dio, il testamento di Cristo: distanti anni luce dal nostro egoismo inveterato.

Lirico terapia. Màrgara Russotto.

Annotato in margine a un libro di astronomia di Padre Eusebio Kino

Ma allora

se la bellezza del sapere si nasconde 

e tenui galleggiamo nell’etere 

dalle chimere astronomiche solcato


a che pro cercare in tanti libri l’errata vanità mondana?


Tutto sapremo dello spazio sensorium di Dio e della sua misura


Qualcosa in più sapremo di certe passioni


Forse tutto dei venti

e dei climi


Meno dell’indicibile


tanto sospirato 

Cosa conta sapere? Màrgara Russotto ci mette davanti a una domanda in apparenza banale, ma che non cessa di provocarci, se glielo consentiamo. Consciamente o inconsciamente, siamo tutti alla ricerca “dell’indicibile / tanto sospirato”. 

Lirico terapia. Giorgio Orelli, Le anguille del Reno

Le anguille del Reno

Le anguille che ci arrivano dal Reno

sono dure a morire. Stimolate

dal pescivendolo s’agitano 

nerastre in scarso ghiaccio 

tra un bianco di polistirolo. 

Il compaziente fatto compratore 

ne chiede due. Le pesa una donna

che a un tratto grida: è scappata.

Con un guizzo più certo la piú piccola 

è balzata dal piatto sul porfido

della piazza, ma è subito calma, 

è facile riprenderla.

Tagliarle a pezzi non basta 

per farle cessare di vivere.

***

La poesia è un linguaggio simbolico che interpella il lettore nella ricerca continua di un significato mai definitivo. Cosa evocano questi versi di Orelli? Fra le tante interpretazioni, c’è persino quella che identifica l’anguilla con la lingua.

Deserto

Noi siamo pronti a criticare, Gesù, invece, a soccorrere, a giustificare, a riparare i nostri danni. Potremmo cercare di imitarlo anche solo per curiosità, per comprendere se la vita abbia un altro sapore da questa prospettiva, uno scenario più invitante del solito deserto.

CasaMatta. Blog di cultura, società e letteratura

Il primo marzo ha pubblicato il suo primo numero CasaMatta, blog di cultura, società e letteratura che si propone come uno spazio aperto al confronto e alla condivisione con i lettori, con una prospettiva di dibattito in controtendenza rispetto alla dimensione social più corrente e corriva. La redazione è composta da Fabrizio Bregoli, Anna Maria Farabbi, Paolo Gera, Milena Nicolini, Nella Roveri. Attraverso i testi di presentazione del nuovo blog emerge bene, a partire dal nome scelto, il senso dell’operazione e l’aria che vi circola: politica in primo luogo, femminile e femminista, plurale e anarchica o eretica e utopica, con «la follia pura che permette di affacciarsi alla vita di nuovo per ricrearla» (Farabbi).

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Giuseppe Granieri su “Nove Racconti” di Salinger

Lo dico subito (e lo spiego dopo): per me il libro Nove Racconti di J. D. Salinger, edito da Einaudi, nella traduzione di Carlo Fruttero, datata 1962, avrebbe bisogno di una riverniciata. 

Doverosa premessa: quella che state leggendo non è una recensione del libro scritto dall’autore de Il giovane Holden. Per chi non avesse ancora letto questi racconti, e volesse saperne qualcosa in più, lo invito ad andarsi a cercare uno dei tanti giudizi (sui giornali o sul web) che sono stati pubblicati negli ultimi decenni. Qui, infatti, non si parlerà del contenuto, e nemmeno dello stile con cui questi racconti sono stati scritti. Se Salinger, insomma, è stato o meno il più grande scrittore di sempre, lo lasciamo decidere ad altri in altra sede. 

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Francesco Biamonti: venti anni senza

Recensione di Francesco Improta

In quel non esser lì che da sempre ti abitava; nel chiarore dello sguardo intriso d’innocenza implacabile come lo è la verità; nella pietà silente del sorriso… ti sei sparìu. 

Con queste parole Luigi Bonalumi, intellettuale, letterato e amico di vecchia data, salutava la scomparsa prematura (17 ottobre 2001) di Francesco Biamonti. Sono trascorsi venti anni da quel giorno e il vuoto per la sua dipartita si avverte sempre di più. Il mondo appare depauperato d’intelligenza, di sensibilità, di poesia e persino della sua voce, una voce bassa e velata, capace di affascinare l’uditorio e tenerlo inchiodato alle poltrone.

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Poesia italiana del XXI secolo

 MADDALENA CAPALBI è nata a Roma nel 1948. Dal 1973 vive a Milano. La sua opera prima è Fluttuazioni (LietoColle, 2005), seguita da Olio (LietoColle, 2007), nel 2008 Sapevo (Ed. Pulcinoelefante), Il giardino di carta (Lab. Grafico Fil de fer), Arivojo tutto (LietoColle, 2009) poesie in dialetto romanesco. Nel 2011 Nessuno sa quando il lupo sbrana ( La Vita Felice), Testa rasata (Moretti&Vitali) e nel 2018 Ribbelle (Il Verri) Ha collaborato con Giuliano Turone responsabile del sito Dante Poliglotta, traducendo in dialetto romanesco alcune terzine tratte dal I-V e XXVI canto dell’Inferno – XXX del Purgatorio e XXXIII del Paradiso. È stata redattrice della rivista culturale Qui libri. Ha coordinato dal 2005 il Laboratorio di Poesia presso la II Casa di Reclusione di Bollate curandone ogni anno le antologie poetiche. Alcuni testi sono stati musicati dal Maestro Davide Gualtieri docente della cattedra d’improvvisazione del Conservatorio di Milano e rappresentati in Sala Verdi e in Sala Consiliare di Palazzo Marino. Nel 2015 il comune di Milano l’ha insignita dell’Ambrogino d’Oro.

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Della vita

È bello pensare a Dio come a Uno che perdona. Immaginarne la pazienza di fronte all’insipienza umana, convincerci che siamo amati nonostante, sotto uno sguardo come il Suo. Contempliamo, nello stesso tempo, il mistero del rifiuto, l’antico vizio di credersi padroni: non di una ditta o di una proprietà, ma della vita.

Annamaria Ferramosca. “Per segni accesi”

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Dal nuovo libro di poesia di Annamaria Ferramosca, uscito il primo marzo con Ladolfi Editore, propongo tre assaggi. Un frammento da tableau mourant 2 che lascia avvertire tutta la crisi epocale, ecologica e pandemica, e l’angoscioso smarrimento («l’assenza di ogni valico per l’arca») che stiamo vivendo. Una poesia d’amore (perché di poesie d’amore c’è sempre bisogno). E infine il penultimo testo del volume, che trovo particolarmente felice e suggestivo: si tratta di un’ariosa, luminosa preparazione alla morte («il mio allenarmi per il grande volo»), dove con tono sommesso e colloquiale l’ultimo, sollecito pensiero va ai propri «libri ordinati negli scaffali / fieri    ben stretti», che, «ricordate    vorrebbero di tanto in tanto respirare / esigono    come tutti / di avere incontri    essere aperti / (non solo spolverati)». Perché, a differenza di quanto il frammento da me un po’ arbitrariamente estrapolato come incipit potrebbe forse far pensare

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Un privilegio

La sofferenza cambia d’aspetto a seconda delle prospettive: può essere un fastidio, un intralcio nel cammino, un dannato impedimento che inibisce l’azione; o l’unità in un ideale che dà senso alla vita. Per qualcuno, farne l’esperienza è un privilegio.