Zanzotto come io me lo immagino

di Giuseppe Panella

«Significasti allungano le dita, / sensi le antenne filiformi. / Sillabe labbra clausole / unisono con l’ima terra. / Perfettissimo pianto, perfettissimo»

(Andrea Zanzotto, Ecloga I da IX Ecloghe, Milano, Mondadori, 1962»

Come Blanchot ha fatto con Foucault (sul quale pure ha scritto un libretto splendido), neppure io ho conosciuto di persona Andrea Zanzotto. Lo conosco solo attraverso la sua opera poetica e letteraria (Zanzotto è stato anche autore di magnifici saggi sulla letteratura del Novecento non soltanto italiana – Aure e disincanti del Novecento Letterario, Milano, Mondadori, 1994, tanto per citarne uno) e attraverso le traduzioni che in epoca più giovanile aveva pubblicato traendole dalla propria vasta conoscenza della letteratura francese (Età d’uomo di Michel Leiris, Nietzsche. Il culmine e il possibile di Georges Bataille – ancora solo un esempio).

Ma Zanzotto è stato essenzialmente poeta e poeta tra i più originali nella lirica italiana del Novecento. Questa potrà sembrare una banalità e sicuramente lo sarebbe se non si tenesse conto del fatto che la produzione del poeta di Pieve di Soligo è sempre stata in crescendo e in modificandosi, a partire dal tardo ermetismo di Dietro il paesaggio del 1951 al petrarchismo sostenuto e rimaneggiato di La Beltà del 1968 alla ricerca linguistica oltre il senso stesso del significante presente negli ultimi libri da Meteo a Sovrimpressioni del 1996-2001). Continua a leggere→

Tutto l’amore che abbiamo potuto. Sul nuovo libro di E. Tonon, di Andrea Sartori

Con La luce prima (Isbn Edizioni, Milano 2011), Emanuele Tonon completa il suo personale ciclo trinitario iniziato con le due parti di cui si componeva il romanzo eretico dell’esordio, Il nemico (Isbn Edizioni, Milano 2009). Se quest’ultimo era dedicato alla teologia concreta – operaia e furiosa – del Padre e del Figlio, il nuovo libro è incentrato sul ricordo della madre, Vincenza, trasfigurata dall’elaborazione del lutto in uno Spirito Santo, che non si propaga nel mondo per il tramite fattivo della Chiesa di Pietro, ma per quello biologico di un’esile figura mariana, i cui organi espiantati – dilapidati – danno nuova vita ad altri sconosciuti. Continua a leggere→

Ricordo estemporaneo di Andrea Zanzotto

di Guido Michelone

La memoria del grandissimo poeta veneto, morto a Conegliano da pochissimo novantenne il 18 ottobre scorso (era nato il 10 ottobre 1921 a Pieve di Soligo e lì era sempre vissuto), può essere altresì onorata, al di là di un’imminente ripubblicazione di un corpus lirico notevole o degli eventuali inediti, da quello che è forse l’ultimo libro pubblicato in vita, uscito nel settembre 2011 con il titolo Il cinema brucia e illumina, sottotitolo Intorno a Fellini e altri rari per le edizioni Marsilio di Venezia. Si tratta di un’antologia curata dall’esperto Luciano De Giusti che contiene tutti ma proprio tutti gli scritti riguardanti il cinema che il poeta ha disseminato lungo una carriera letteraria intensa e aperta a diversi linguaggi estetici, come la musica, la pittura e appunto le immagini in movimento. Continua a leggere→

“Le OroVie” – La Connessione cosmica

Recensione di Giovanni Agnoloni

Andrea Aschedamini, Davide Sapienza
Le OroVie
Lubrina Editore, Bergamo, 2011

Dopo L’invisibile canto del silenzio, i testi di Davide Sapienza e la foto di Andrea Aschedamini tornano ad accompagnarci in un itinerario geogafico, ma soprattutto spirituale, nel ciclo delle stagioni delle Alpi Orobie. Le OroVie (Lubrina Editore, 2011) è un libro che ci fa dono di un percorso speciale, che fa di tutto per essere “normale”, “umile” nel senso originario del termine (humilis, “che sta in basso”, dunque “aderente al terreno”), ma non può evitare di rivelare la propria natura iniziatica. La Natura qui si rivela nella sua essenza di Via, cioè di percorso di accesso a dimensioni più sottili, più profonde e insieme più alte, rispetto a ciò a cui siamo abituati. L’essenza energetica e spirituale dei luoghi di montagna si manifesta come Holos (“Tutto”) in cui si immerge l’essenza intima dell’uomo, osservatore che vive su di sé un riflesso della vita millenaria del Cosmo. Continua a leggere→

Cesare e Dio

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L’omelia era un genere letterario. Oggi è un modo per far sentire la voce del vangelo tradotta nella lingua del nostro tempo: parole in bilico su lunghezze d’onda diverse, sempre sul punto di essere fraintese, travisate, strumentalizzate. Per una volta, sfidando i livelli della realtà, l’incrocio tra missione e virtualità, ho pensato che valesse la pena, su un tema delicato come quello del rapporto tra fede e politica, condividere un’esperienza circoscritta, in genere, a coloro che superano la soglia materiale della chiesa. C’è una soglia spirituale che viene oltrepassata da un numero molto maggiore di persone; e queste persone potrebbero incontrarsi al di là dell’adesione a una confessione religiosa, sul terreno di un rinnovamento necessario dei rapporti economici, politici e sociali. Per una volta.

STORIA CONTEMPORANEA n.85: Romanzo di formazione. Franco Giarda, “Il ragazzo che amava Jack London”

Romanzo di formazione. Franco Giarda, Il ragazzo che amava Jack London, Faenza (Ravenna), Mobydick, 2009

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di Giuseppe Panella*


Leggere Jack London è stata esperienza comune a tantissimi intellettuali italiani maturati e cresciuti entre (les) deux guerres che hanno attraversato il Novecento. Il mio compianto maestro Eugenio Garin mi confidò una volta che i suoi studi di filosofia erano dovuti particolarmente proprio alla lettura di Martin Eden (il grande romanzo autobiografico dello scrittore americano che affascina anche il protagonista del romanzo di Giarda) perché nell’opera londoniana il protagonista cita e commenta testi e opere del filosofo positivista Herbert Spencer che al pensatore fiorentino parvero fortemente significativi, tali cioè da spingerlo a studiarne e approfondirne l’opera.

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Vivalascuola. Matematica bestia nera?

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La giornata di protesta mondiale degli indignati di sabato 15 ottobre si è svolta pacificamente in tutto il mondo tranne che in Italia. Il nostro Paese si è fatto trovare impreparato a un appuntamento annunciato e si è scatenata la mattanza. Gli indignati italiani (precari, studenti, ricercatori) così rispondono ai fatti che hanno turbato l’enorme manifestazione di sabato: “Niente può offuscare la nostra voce che si sta alzando. Nessuna violenza, nessuno scontro può mettere in discussione le ragioni di una generazione che si vuole riprendere la sua vita, che si ribella in modo radicalmente non violento e che chiede diritti”.

Come mai la matematica è così difficile?
di Alessandra Angelucci

Noi docenti di Matematica dobbiamo confrontarci spesso con la difficoltà che i nostri studenti incontrano in matematica. Le statistiche inerenti le sospensioni di giudizio di fine anno ci danno i numeri di questa difficoltà. I test nazionali e internazionali ce ne offrono declinazioni. Chiedere in giro “… tu e la matematica?” ad adulti anche colti e sensibili è semplicemente straziante (con qualche sorpresa fra molte tristi conferme). Continua a leggere→

35. Masticando le parole

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Sì, se lo sono chiesto in molti.
Nello scudo c’è il riflesso di una faccia, ha il naso affilato, le labbra grosse e chiuse in una morsa.
Come mai solo alla fine, quando c’era tutta una vita per mettere le carte sulla tavola?
Una striscia nera copre l’occhio: senza quella si sarebbe capito, ti avrei riconosciuto.
Sai, me lo chiedo anch’io, se penso alla neve in cui affondavo i passi, quando la chiesa sembrava un miraggio, in lontananza, proprio sotto il monte. Continua a leggere→

34. Betelgeuse

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La volta della bomba ci andò bene.
Ti sei mai sentito, nella vita, una stella cadente? Hai mai lasciato una scia di fuoco mentre precipitavi a mille chilometri all’ora in un mare al tramonto?
Io stavo predicando, insomma, facevo il mio mestiere, perché ognuno ha il suo carisma.
Hai presente gli uccelli che migrano in gruppi tanto fitti che sembrano pioggia frustata dal vento, una muraglia d’acqua e penne che fa paura a guardarla? Continua a leggere→

“Credimi quando ti dico che tu sei bellissimo” & “L’amore è una forza che scioglie la pelle…” (2/2). Racconti di Dianella Bardelli

di Dianella Bardelli
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Credimi quando ti dico che tu sei bellissimo

Bill per Lenore era Krishna o se volete Shiva; era la divinità tutta al maschile davanti alla divinità tutta femminile, Radha o se volete Shakti.
Ma se vogliamo paragonare Bill ad un archetipo più umano, più vicino anche fisicamente a come lui realmente era, dovremmo parlare del mito dell’uomo selvaggio. Lui non era un hippy nel senso comune del termine, non era tutto fiori e balli, no, lui era il prototipo del selvatico, ma nel senso buono, non buono…, nel senso interessante; di lui, quelli che ne parlano ancora, dicono che fosse proprio macho, totalmente soggiogato alla propria libidine, ai propri desideri, non c’era nulla di riflessivo in lui, nulla di ciò che noi comunemente definiamo razionale.
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Pietro PANCAMO – Poesie

Da: «Manto di vita» (LietoColle)

Spiegazione di un giorno

Il giorno che saltella
lungo le impronte delle mie scarpe;
il giorno che saluta frantumato,
quasi appostato
fra le dita.
Ogni minuto è fluido di rumori:
sbattono le ali
contro pannelli d’aria. L’impatto
vibra di scherno:
è un lazzo di sdegno
voluto dalla mia notte.

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Intervista a Mario CAPANNA – di Michael Pontrelli

Per Mario Capanna, uno dei principali leader del movimento giovanile del Sessantotto “è evidente che siamo di fronte ad un mondo sbagliato” in cui “la politica è stata relegata ad un ruolo servile nei confronti del potere economico e finanziario”. I giovani Indignati “hanno capito che se non cambiano questo stato di cose sono destinati a un futuro di disoccupazione e precarietà”. Secondo Capanna “un nuovo modello economico più giusto del capitalismo esiste già: produzione e commercio equo solidali basati su un sistema di microcredito” in cui “il principio del profitto viene sostituito da quello del giusto guadagno”.

Gli Indignati sono ormai diventati un fenomeno globale, possiamo parlare di un nuovo ’68 ?

“No, perché la storia non si ripete. Però è certo che se questo movimento regge nel tempo e non si dissolve rapidamente, come capitato ad altri movimenti negli anni scorsi, può essere una pagina importante di cambiamento”. Continua a leggere→

Treni

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Perché quando mi guardi non mi dici
nulla? Perché mi parli solo andando
via, come se già fosse stato detto
tutto? Non credi che al dolore umano
sia necessario dare un’altra volta
ascolto, non pensi di aver bisogno
di una guida per ogni labirinto
e la guida sia proprio la parola,
che sia precisamente il nostro dirci
quanto ci manca sentire la voce
capace di posare una carezza
proprio là dove il cuore butta sangue
e teme di non farcela stasera
che il mio male ha la faccia dell’amico
per colpire più duro.
Sai cosa penso quando non mi parli?
Quante volte ho sentito che il ferito
è chi ferisce, che il morto sulla strada
è chi è stato investito da se stesso,
chi alla fine di un giorno senza senso
sale su un treno che non è partito.

“Bill e Lenore” & “Bill se ne va” (1 /2). Racconti di Dianella Bardelli

di Dianella Bardelli
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Bill e Lenore

Quando Bill incontrò per la prima volta Lenore nella sede di una cooperativa di scrittori era il 1966. Questo lo dice Peter Coyote nel suo bel libro autobiografico Sleeping where I fall.
Era la stanza di uno scrittore che abitava in una grande e malandata casa vittoriana di Hightsbury, dove vivevano un sacco di artisti, uno la prendeva in affitto e poi subaffittava le stanze che non gli servivano; così questo scrittore che viveva in una di queste case aveva trasformato la sua stanza nella sede della cooperativa di scrittori che aveva contribuito a fondare. Erano una decina gli scrittori che ne facevano parte, oltre a Lenore c’erano altre due donne in questo gruppo, ma poi a scrivere gli articoli che si mandavano alle riviste underground erano solo in tre. C’erano tre tavoli in quella stanza, uno diverso dall’altro, erano una specie di piccoli banchi di scuola, ma uno diverso dall’altro per altezza e per fattura. Sarebbero andati bene per dei bambini di dieci anni, invece li usavano per scrivere i loro articoli tre ragazzoni dai 20 ai 25 anni; non avevano delle vere sedie per scrivere a quei tavoli, ma due seggioline di legno tipo stanza dei bambini e una seggiolina addirittura di vimini. Una cosa tutta da ridere oggi, voglio dire che oggi sarebbe una cosa tutta da ridere, userebbero quei tavolini e quelle seggioline per fare la parodia della cooperativa di scrittori anni ’60; invece c’è una fotografia che li ritrae seduti in quelle seggioline serissimi e concentrati su quello che stanno scrivendo.
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33. Di questa infermità renduto sano

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Vogliamo parlare dell’Indice dei libri proibiti?
Nel reame di Francia fu un gentile uomo, il quale chiamato fu Isnardo, conte di Rossiglione, il quale, per ciò che poco sano era, sempre appresso di sé teneva un medico, chiamato maestro Gerardo di Nerbona.
La stanza termina con una finestra a ogiva, e sotto c’è un altare: ma è una chiesa! Continua a leggere→

32. Lo spazio bianco

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Lascio a voi giudicare tra lui e me, se è lecito un giudizio.
Un albero è un albero, ma è anche vero che ci sono alberi e alberi – fuori della finestra vedevo un cedro che mi faceva compagnia mentre scrivevo versi. Guardavo il cedro e scrivevo, e piangevo, perché se non escono le lacrime, si sa, non ci può essere poesia.
Eravamo diversi in tutto, dicevano che le mie linee erano dolci, quelle sue, dure e spigolose. Continua a leggere→

[EX]PRESSIONI

 

 

> la gru poesia e realtà piceno festival <

 

 

“… non cederemo alla tentazione di parlare di letteratura

nelle forme di una fuga consolatoria da un mondo che chiede invece

concretezza e vitalità, urgenza di pensiero e analisi

da mettere a confronto attraverso una lingua comune.”

 

 

 

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La mela dolceavvelenata della poesia nelle mille voci di Federica Fracassi

Metti una donna al centro della scena. Mettila seduta su una carrozzella. Metti che la scena sia semibuia e che la donna sia in declino evidente. Lo spettatore entra e si suppone che pensi “Speriamo che finisca presto”. Lo spettacolo, crede di intendere. Ma forse no. Forse noi siamo messi nella condizione esatta dei visitatori della corsia degli incurabili. E da subito abbiamo da provare il disagio e l’imbarazzo del quale dirà più avanti Federica Fracassi dicendo le parole di Patrizia Valduga. Metti che presto quel corpo pur rimanendo immobile cominci a slittare attraverso tutti i possibili stati dell’anima e della voce. Metti che noi capiamo che gli incurabili sono creature vive, che hanno ancora confidenza con noi, che hanno diritto a questa confidenza e non allo stato laterale nel quale vengono forzati. Metti che adesso ci vergogniamo. Il monologo ha già fatto il suo effetto morale. Metti che il testo tiri e sbalzi il corpo di una aderentissima Federica Fracassi dalla franca invettiva alla sanguinante levità dei mistici fino nella infinita negritudine degli astri, ai grovigli di stelle, fino alla parodia religiosa, rimanendo continua solamente la struggente dichiarazione d’amore per la lingua italiana e per la poesia, la fiducia (che vuole essere) cieca nella parola – sebbene Valduga se la prenda pure con Orfeo che, voltandosi, ha scelto di tenere intatta la sua ispirazione, certamente nutrita dalla disperazione della perdita di Euridice, anziché conservarsi la sua bella Euridice fragrante in sé. Metti che suoni e luci della regia dell’ottimo Walter Malosti abbiano l’intelligenza di accompagnare impeccabilmente ogni piccolo scarto emotivo e di suggerire aperture che non appaiono. Continua a leggere→