Dalla finestrella del mio monolocale a pianoterra rimiro, parcheggiata qui davanti, la mia nuova ammiraglia. Di quarta mano ma tenuta bene e, nella luce serale, bellissima.
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IL TERZO SGUARDO n.16: Fenomenologia di un soggetto letterario. Jules-Amédée Barbey d’Aurevilly, “Il Gran Dandy. Il dandismo e George Brummell”
Fenomenologia di un soggetto letterario. Jules-Amédée Barbey d’Aurevilly, Il Gran Dandy. Il dandismo e George Brummell, trad. it. e cura di Stefano Lanuzza, Viterbo, Stampa Alternativa / Nuovi Equilibri, 2010
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di Giuseppe Panella*
Il dandy è una figura eminentemente letteraria. Su questo, i suoi studiosi concordano da sempre. Il “vero” dandysmo è quello letterario – ammonisce Roger Kempf in un suo libro famoso (Dandies – Baudelaire e amici. Il culto della differenza nell’epoca dell’uniforme, trad. it. di R. Mainardi, Milano, Bompiani, 1980). La figura del dandy è la creazione di alcuni poeti e scrittori che si riconoscevano in un determinato modo di intendere la scrittura e la vita letteraria, primo fra tutti Charles Baudelaire. Eppure dandies autentici ce ne sono stati e sono stati loro a ispirare i letterati che si sono addossati il compito di campirne la fenomenologia letteraria. Il modello indubitabile di maestro di dandismo compete sicuramente a George Bryan Brummell, meglio conosciuto allora e adesso come il Beau Brummell, il bello per antonomasia.
Poesie per un no
Roberto Rossi Testa, Poesie per un no, Nino Aragno Editore
Molte cose, magari anche contraddittorie, rappresenta e contiene l’ultimo libro di versi di Roberto Rossi Testa, Poesie per un no, appena uscito presso Nino Aragno Editore.
Innanzitutto vi si trovano raggi di luce che fendono la tenebra di questi nostri giorni disperati; e nondimeno esso è un’agenda con l’indirizzo della morte, che molti hanno smarrito, forse per averlo riportato su un foglietto volante: magari quello dei quotidiani o dei talk show, che durano il tempo dello spettacolo e lasciano dietro di sé, come unico frutto, una scia di veleni; mentre, assecondando l’umano, l’esortazione di Rossi Testa è la seguente: “riaccendi i lumi stanchi/ di chi ti trovi accanto”, insegnando a “non contare le ore”, ma semplicemente a viverle.
Ecco, qui si possono trovare le “primizie d’altri regni”, che parevano perdute nel marciume quotidiano, nell’immondizia dilagante, di cui quella materiale è solo un simbolo sfocato. Continua a leggere
Vivalascuola. Un panino alla “Divina Commedia”?
La “riforma epocale” della scuola è basata su tagli di docenti, saperi risorse. Nessuna novità su programmi e didattica. “Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia” dice l’on. Giulio Tremonti.
Non si creda che i classici vanno letti perché “servano” a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici (Italo Calvino, Perché leggere i classici?) (vedi anche qui).
Andando oltre i numeri: il vuoto culturale
di Valter Binaghi
Capisco che, in un momento in cui la sopravvivenza stessa della scuola pubblica è minacciata come mai è stata prima, ci si concentri su dati numerici (rapporto docenti/alunni, orari e supplenze, stipendi ecc). Continua a leggere
“Leielui”, di Andrea De Carlo. Epanalessi in romanzo per signora.
L’ultimo romanzo di Andrea De Carlo mi è capitato per le mani a causa di una tessera della Coop. Prima di entrare all’Ipercoop di Mondolontano io e la mia femmina di Nazgul (per info sui Nazgul scrivere a Giovanni Agnoloni) realizziamo che l’abbiamo persa. Scuotimento di portafogli, un quarto d’ora di reciproche accuse d’aver la testa sulla luna, poi risolve tutto una materna addetta al banco informazioni, con rapida emissione di tessera sostitutiva.
Gelosi del tesoro ritrovato, appena entrati ecco che ci si para davanti una fantastica offerta solo per i possessori di tessera Coop: 30% di sconto sui best seller appena usciti!!! Miiiinchia.
Sopra un bancone da pizzicagnolo sono esposte varie copie di Follett, Coelho e simili chincaglierie. In mezzo spicca una montagnetta fatta di Leielui, Leielui, Leielui, Leielui, Leielui, Leielui, Leielui di De Carlo.
La mia lei concede dieci minuti di libertà al suo lui, se ne va al cazzeggio nel reparto strumenti di tortura di modo che il suo lui possa esercitarsi nella tecnica di lettura veloce di Leielui. Continua a leggere
Hanno amore
Gianluca Chierici, Hanno amore , Perdisa, 2010
di Lorenzo Chiuchiù
Cosa accadrebbe se Diana, Grande Madre della luce riflessa, tornasse nei sogni di un bambino? Cosa se il sogno, lungi dall’essere solo una fantasmagoria dell’inconscio, fosse l’“altro stato” (E. T. A. Hoffmann) nel quale la cosiddetta realtà comincia a mostrare la sua illusorietà, la sua dipendenza da potenze notturne? È questo il cuore del romanzo breve di Gianluca Chierici. Continua a leggere
La memoria e lo sdegno – ” I quanti del suicidio” di Helle Busacca
«Ed io non posso maledire morte/ se tu l’hai scelta/ e, pur dubbiosa, in lei soltanto guardo/ se mi ti renda in qualche modo. Tanto/ scialbo e infantile il mio sogno di allora, / poter partire sull’eterea nave/ che ci traesse sulle nebulose/ cercando…». Volge quasi un quarantennio da quando, nel 1972, Helle Busacca faceva stampare I quanti del suicidio presso una tipografia romana. Il ricorso all’autopubblicazione si legava alla strenua volontà di non finire nel «sottobosco editoriale» e di non svendere un’opera sentita come propria, dovuta ad un’impellente necessità di lasciar traccia. Come scrisse Murasaki nel Giappone di mille anni fa: «Qualche cosa della sua vita, o di quella che lo circonda, appare allo scrittore così importante, che non può sopportare di lasciarla cadere nell’oblio». Continua a leggere
43. Parole
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=_Y1x04hAUT4]
da qui
Saulo ha ingoiato l’ennesimo rospo:
– Hai ragione, viviamo in tempi bui. Il vero intellettuale (non quello dei salotti infarciti di nani e ballerine) è perseguitato dal potere. Gli scrittori autentici vivono nascosti nelle catacombe, come te, nell’inferno della sperimentazione. Mi sembra di capire il significato dei cammelli: la necessità di macerarsi prima di affidare alla pagina o allo schermo una parola; le gobbe rappresentano riserve di cultura e di sapienza, utili per la traversata nel deserto dell’indifferenza e del cinismo. Continua a leggere
La scena
[A gentile richiesta]
La stazione è sempre deserta a quell’ora. Il ragazzo con gli occhiali siede composto sull’unica panchina di ferro, la schiena curva, le guance cave, il torace glabro e bianchiccio sotto la camicia gualcita, ginocchia serrate come a difendere qualcosa. Legge un volume legato in finto cuoio di cui ti sforzi invano di cogliere il titolo: dev’essere un testo impegnativo, un trattato filosofico, un saggio scientifico, perché di tanto in tanto alza le lenti sulla fronte ariosa, strofina con la mano gli occhi arrossati, quasi privi di ciglia, getta uno sguardo miope oltre i binarî sul capostazione impalato a sgranare i minuti in attesa del treno e rimugina qualcosa tra le labbra umide, appena disegnate, vergando linee e postille se un’agnizione lo folgora movendolo a un risolino velato d’ironia; poi pigia la montatura sul naso affilato, rosicchia una pellicina, china la testa e si reimmerge fiducioso fra le righe. Continua a leggere
“Il bambino che sognava i cavalli”, di Pino Nazio
Riporto qui il comunicato stampa della casa editrice Sovera inerente alla pubblicazione del libro Il bambino che sognava i cavalli, del giornalista e scrittore Pino Nazio.
Pino Nazio
Il bambino che sognava i cavalli
779 giorni ostaggio dei corleonesi
Roma, martedì 26 ottobre, ore 16:30? – Camera dei Deputati – Sala Mappamondo Continua a leggere
Il Capitano Mario (XXII)
di
Maria Frasson
(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXI)
Cronache famigliari
Avvicinandosi l’autunno del 1943, si pensò di fare rientrare in città le bambine con mia madre: ce lo suggeriva l’opportunità della stagione e il conseguente diradarsi, sia pur temporaneo, dei bombardamenti, che a Pavia avevamo fino allora potuto evitare. “A Pavia i vegnan no” diceva la gente: troppo presto per credervi. Confidavamo sopra tutto nella nebbia, la fitta nebbia padana che io non avevo mai tanto amata, né tanto desiderata come allora. Lo stesso dicasi della pioggia: quelle uggiose giornate autunnali che nemmero per un’ora lasciavano intravvedere un raggio di sole, erano salutate così (in rito ebraico): “Ti ringraziamo, Signore, che ci hai mandato la pioggia”.
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La poesia è un culo – di Franz Krauspenhaar
La poesia è un culo.
Un semicerchio attorno alla cravatta del signore
giovedi, al centro, che ha finito di scavarsi i vermi
dal culo.
La poesia è un culo. I vermi si staccano, arbitrari
pensieri che prevendono parole silenziose,
alberi dove soffrire mentre la nostra morte
attira i vermi. Nel culo. Anche nel culo depositano
i vermi le ali delle loro fatiche, la bellezza strana
del definirsi per un povero privo, avio, avioprivo,
come fosse saltato su una mina, al vecchio formicaio. Continua a leggere
42. Foglie
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da qui
Maria si sente leggermente sollevata: l’incontro con Gabriele le ha ridato un po’ di fiducia nella vita e, forse, anche nella sua scrittura. Decide di partire, per disintossicarsi ulteriormente. E dove andare se non a Parigi, per ritrovare l’ispirazione persa? Il corridoio dell’aeroporto le sembra meno lungo, la invade una strana frenesia, come si accingesse a scrivere la prima pagina della sua vita. Si sente in paradiso, libera, anche dagli impacci dell’arte che le hanno insegnato fino a ora: ha il desiderio di cominciare un’opera radicalmente nuova. Continua a leggere
Lode al lodo
Lode al lodo e al nodo
perfetto di cravatta
che lo sostiene.
Lode a chi regge la flebo
ad un sistema morente.
Lode a chi ignora i misfatti
ingiudicati e impuniti.
Lode a chi viola princìpi
difesi col sangue dai padri.
Lode a chi ha ucciso speranze
e diritti di generazioni.
Lode al lobo sinistro
di chi ha comprato
e di chi si è fatto comprare
per un voto o un’alzata di mano. Continua a leggere
Poesia americana dall’Ottocento ai giorni nostri
Poesia americana
dall´Ottocento ai giorni nostri
primo ciclo di 5 incontri
da martedì 26 ottobre ore 20.30
CENTRO COSCIENZA – Formazione di sé per la creazione di mondo umano
Milano, C.so di Porta Nuova, 16 Continua a leggere
41. Straccio
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da qui
Leopoldo è più perplesso che mai: Saulo Cioccolati, che sembrava possedere un segreto in grado di sciogliere i nodi della storia, è stato ingoiato dalle fogne e non ne è più riemerso. Di Maria non c’è più traccia: l’ultima volta l’hanno vista in compagnia di uno scrittore con un diario infantile ritrovato a decenni di distanza dalla sua composizione. Giulio da Padova è invischiato nella neonata bottega di scrittura. Leopoldo ha nostalgia di quelle apparizioni che, per quanto inconsistenti, sembravano arricchirlo e sostenerlo nelle esigenze più profonde. Decide di tornare al pub. La ragazza con lo straccio fa la faccia offesa, perché era tanto che lui non si vedeva.
– Non ce l’abbia con me, non immagina quante ne ho passate.
–Pensavo ci avesse tradito con un locale alternativo.
– Sono fedele al mio ruolo, come tutti i personaggi. E come loro, torno sempre sul luogo del delitto.
– Ricomincia con le sette birre?
– E perché no? Ho fatto tutto il giro e ho capito: il mondo si legge all’incontrario.
– Mi sembra di averlo già sentito.
– E’ una battuta di un libro di Calvino, in cui s’incrociano i destini.
– Vorrei che il mio destino s’incrociasse con qualcuno.
– A chi sta pensando?
– Anch’io ho letto un libro di Calvino: c’è una suora che scrive la storia e nel finale fugge con uno dei personaggi principali. In fondo, anch’io sto ascoltando un racconto: non potrebbe succedermi lo stesso?
– E a quale personaggio pensa?
– Di tutta la storia, ne conosco personalmente solo uno.
– Leopoldo arrossisce all’improvviso: guarda fisso lo straccio bagnato che la ragazza tiene in mano e si identifica a tal punto con l’oggetto che sviene, sbattendo la faccia contro il tavolo.
Sui fondi intonacati
di Alfonso Nannariello
I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X – XI – XII – XIII – XIV – XV
Quegli uomini erano così, padroni di se stessi. Solo il loro spirito li attraeva a sé, come la calamita il ferro. Solo a esso erano sottomessi.
Quegli uomini s’erano cavati dalla terra, s’erano visti e penetrati procedendo un po’ alla volta con lo sterro. Ora, coi muscoli contratti, non allentavano la presa che li teneva stretti.
Coscienti di quanto avevano di incomunicabile, erano posati in tutto il loro fare, e per non sciupare lo spirito, la grazia che era in loro, erano severi, in primo con se stessi. Sobri nel parlare, quando aprivano la bocca erano forti e schietti. Parole come colpi, come spari.
Tirato a neve, il bianco, sui fondi intonacati delle case, dichiarava il loro essere assoluti. Il loro non essere lesi da vizi e da peccati. Continua a leggere
QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.54: Il muro del silenzio. Mariagrazia Carraroli, “N.O.F. 4. Centottandue metri di follia”
Il muro del silenzio. Mariagrazia Carraroli, N.O.F. 4. Centottandue metri di follia. Azione teatrale tratta dalla vita vissuta di Nannetti Oreste Fernando, prefazione di Davide Rondoni, immagini di Luciano Ricci, Sasso Marconi (BO), Le Voci della Luna, 2010
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di Giuseppe Panella*
Oreste Fernando Nannetti si firmava N. O. F. 4 (il 4 sta per quarto padiglione del Manicomio di Volterra). Quest’uomo, un elettricista di Roma probabilmente rinchiuso nel Manicomio criminale volterrano per effetto di una denuncia effettuata per vendetta da qualche fascista suo nemico, ha trascorso tutta la sua vita adulta dal 1943 fino alla morte avvenuta in quello stesso luogo il 24 gennaio 1994 nel Manicomio comune: nessuno volle più occuparsi di lui dopo l’arresto e la detenzione e la casa di cura divenne l’unico luogo nel quale poter trascorrere la propria esistenza. Durante tutti quegli anni, N. O. F. 4 incise l’intonaco del cortile del suo reparto scavandolo con la fibbia del suo panciotto d’ordinanza. Tutto questo per sedici anni senza fermarsi mai. Il risultato del suo impegno artistico fu un graffito unico, lungo centottantasue metri e alto un metro e sessanta, in cui risultano mescolati disegni e parole e narrazioni della sua vita, delle sue proiezioni oniriche, della sua visione del mondo. Il muro graffito è attualmente in disfacimento ma della sua forza espressiva sono testimonianza le foto dell’intera sequenza conservate nel Musée de la Collection de l’Art Brut di Losanna. Ha scritto Davide Rondoni nella sua breve quanto efficace Prefazione (La giustizia della poesia) al testo teatrale della Carraroli che:
gli altri si fanno sempre più ignoti
Amami [e facciamola finita.] di Franz Krauspenhaar
Amami, e facciamola finita.
Raccoglimi nella sabbia, come raccoglieresti fine la conchiglia
che ti sussurra cio’che mi sto impazzendo di te. Continua a leggere








