ecco la visione: il mondo
è steso dentro un’ambulanza
e noi giriamo con lui
e ogni tanto proviamo a rianimarlo.
non ci è concesso di gioire
stare stesi sotto la corrente viva
che senza sforzo ci trascina.
è come se la morte fosse diventata
l’aria naturale della vita
e noi premiamo su ogni cosa
come si preme il petto
a chi si è fermato il cuore.
eccolo, batte ancora,
ma poi si ferma, si ferma di nuovo
e ancora qui a premere
e mentre lui riparte
ci fermiamo noi.
Le basi morali di una società arretrata
di Alfio Squillaci
Edward C. Banfield, Le basi morali di una società arretrata, Bologna, Il mulino, 2008
Ritorna in libreria, con una nuova prefazione di Arnaldo Bagnasco, dopo oltre un trentennio dalla sua seconda edizione italiana del 1976, il libro di Edward C. Banfield.
Nella metà degli anni ’50 del secolo scorso, il sociologo americano Edward C. Banfield raggiunse un paese del nostro Mezzogiorno e vi si installò con la moglie e la prole per un periodo di nove mesi. Il paese era Chiaromonte (PZ) e divenne Montegrano nella “finzione sociologica”. Banfield fece molte domande in giro, somministrò questionari, redasse la sua ricerca… insomma ci studiò come se fossimo una tribù di irochesi.
Bardato degli strumenti tipici delle indagini “sul campo” della sociologia (questionari, test, tabelle ecc) ma in effetti con la mente presa dalle idee “chiare e distinte” del Tocqueville della Democrazia in America, Banfield compara inizialmente Montegrano a St. George (Utah, USA). Nota che a St. George c’è tutto un pullulare di attività associazionistiche che perseguono scopi che vanno al di là dell’interesse materiale ed immediato del proprio nucleo familiare: nuove adesioni per la Croce Rossa, raccolta di fondi curata da un’associazione tra professionisti e dirigenti per costruire una nuova camerata della locale scuola media, raccolta di iscrizione per la difesa antiarea in caso di attacco straniero… Continua a leggere
Fieramente in vendita -di Angela Vettese

[dalla Domenica del Sole 24 Ore del 18.1.2009]
“Ma è meglio – mi dirai – spendere soldi per comperare libri, piuttosto che per accogliere bronzi di Corinto o Quadri”. Così recitava Seneca, fingendo un contraddittorio, nel IX capitolo de La tranquillità dell’animo. Già dai tempi della romanità, chi comperasse opere d’arte con la smania di accumularne veniva visto come persona fatua.
In altri tempi, Andy Warhol fu un bulimico dell’acquisto, nell’arte così come nelle manifatture pregiate, e si narra che avesse un intero palazzo pieno di casse e imballi con opere mai guardate dopo averle pagate. Continua a leggere
La casa sulla cascata

di Aldo Cazzullo
MILANO – «Ho ringraziato Dio, o la sorte, che Sergio sia morto tra le mie braccia, e non in quella clinica. Per avergli detto addio in volo, il sabato di Pasqua, sull’aereo che lo portava in Olanda, anziché consegnarlo a un medico. Per averlo tenuto abbracciato fino a quando non lo sentii freddo, anziché affidare il suo corpo vivo all’eutanasia. Capisco l’angoscia del signor Englaro, per averne vissuta una diversa ma forse persino più grande. Più grande perché Eluana in realtà è morta diciassette anni fa, mentre Sergio camminava, parlava, era consapevole, aveva scelto di morire, e mi aveva chiesto di stargli accanto, di far sì che accadesse. Un compito terribile, che mi terrorizzava. Ma l’avrei fatto. Così come ritengo abbia il diritto di farlo Beppino Englaro». Continua a leggere
“Libeccio” – Intervista a Folco Quilici
Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni
Folco Quilici, giornalista, scrittore e regista, è il protagonista per eccellenza della storia del documentario di cultura e viaggio in Italia. In questa intervista cercheremo di scavare un po’ più a fondo nei “segreti” e nello spirito del suo affascinante lavoro, prendendo spunto dall’uscita del suo ultimo romanzo, “Libeccio” (ed. Mondadori, 2008). Continua a leggere
Marina Pizzi – Un inedito

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perno di soqquadro nomea del rantolo
notaio del coma, cecità.
invano cercando il numero civico.
se s’intovaglia lo spreco delle briciole
anche le lucciole perdono la luce
con le domande cremisi del cuore.
in te vivesti il simbolo del sangue
questa vestina illogica del verso
da qui al gendarme che ti dette carcere.
tutta sbilenca passeggia la lezione
di non capire zero né addendo.
[da L’inchino del predone, 2008]
È possibile sradicare la povertà
di Giuliano Battiston
Incontro con l’economista Susan George, tra le maggiori esperte di fame nel mondo, un problema che oggi si potrebbe risolvere se ci fosse l’interesse a farlo. Mentre spiega la sua idea di « keynesismo verde» sostiene che «non si può uscire dalla crisi economica senza uscire da quella ambientale. Ma a questo si oppongono trent’anni di neoliberismo»
Da trent’anni a questa parte Susan George si dedica all’individuazione di percorsi praticabili per una vera giustizia globale, che possano «democratizzare lo spazio internazionale e assicurare una vita dignitosa a ogni abitante del pianeta». E da trent’anni a questa parte si trova ad assediare il «muro impenetrabile costruito intorno alla cittadella del sapere» neoliberista, quel muro che ostacola i tentativi di quanti vogliono espandere gli spazi di trasparenza, inclusione e democrazia. Già da tempo consapevole dei rischi che nascono quando, «come diceva Keynes, la schiuma della finanza diventa molto più importante del fiume dell’attività economica reale», e certa che «lo stimolo alla “crescita di coscienza” non può sostituire la costruzione di nuovi rapporti di forza, di nuovi equilibri di potere», prima che divenisse una formula largamente dibattuta Susan George ha proposto un nuovo «keynesianesimo verde» come via d’uscita dall’attuale crisi finanziaria. Di questo e altro abbiamo parlato con lei, a Roma, nei giorni scorsi, prima che Barak Obama definisse le prime linee della sua politica economica. Continua a leggere
“Un dramma in Livonia”, di Jules Verne
Introduzione e intervista di Giovanni Agnoloni
“Un dramma in Livonia”, di Jules Verne (a cura di Giuseppe Panella e Massimo Sestili) Altrimedia Edizioni, € 16,00
Un dramma in Livonia: un inedito di Jules Verne (Nantes, 1828- Amiens, 1905), l’autore de “Il giro del mondo in 80 giorni” e “Ventimila leghe sotto i mari”. Un libro del 1904, che non conoscevamo e che ci può sorprendere. È edito da un piccolo editore, Altrimedia Edizioni, che balza all’attenzione generale con una pubblicazione di qualità. Il tutto a cura e per la traduzione di due professori e scrittori, Massimo Sestili (docente presso una Scuola Media Superiore di Roma) e il “nostro” Giuseppe Panella (che insegna alla Normale di Pisa).
Quale miglior occasione per una chiacchierata in compagnia, o se vogliamo un’“intervista di gruppo”, neanche fossimo in videoconferenza? Continua a leggere
LA POESIA E LO SPIRITO. Racconto di Felice Muolo

di Felice Muolo
Da piccolo abitavo sulla muraglia. Non quella cinese. Mi riferisco al muro di cinta che nell’antichità circondava interamente il mio paese, la parte sopravvissuta a strapiombo sul mare. Ogni mattina, quando mi svegliavo, vedevo il sole che sorgeva dal mare ed entrava in casa, nei miei occhi. Sul mare c’erano quasi sempre le barche che i pescatori conducevano a braccia. Lo spettacolo era stupendo, lo contemplavo a lungo. Il ripetuto incontro con la natura certamente ha influito col mio carattere: mi ha reso solitario. Non ombroso, malinconico ma uno che sta bene con se stesso, ama il silenzio, rifugge le chiacchiere della gente. Continua a leggere
Emidio MONTINI “Il Panico e la Grazia”
“…Sono fratello germano del dubbio!” Sì, era proprio vero, e nel parlarne mi si rivelava. Quello zoccolo duro ch’era il mio inferno e la mia grazia. Precoce in talune cose, refrattario in altre: ritardato in molte, mi rivedevo non molti anni prima accovacciato presso il termosifone dl bagno intento a leggere con un senso di estasi il Fedone. Ogni tanto mi alzavo e sbirciavo dalla finestra. I miei ricordi più vivi appartengono alle giornate di pioggia o di neve. I gerani, in estate, ben disposti da mia madre sul balcone, erano lucidi. Per le strade le luci dei lampioni, l’affrettarsi della gente, i colori degli ombrelli. Continua a leggere
Dialoghi
Conflitti Africani
di Maria Teresa Carbone
«I continui riferimenti alla tradizione orale, quando si parla di autori africani, mi infastidiscono. Sono frutto di una visione romanticizzata della nostra letteratura». La scrittrice, che ha ricevuto ieri il premio Nonino, riepiloga i suoi libri, l’ultimo dei quali, Metà di un sole giallo (Einaudi), è ambientato nella guerra del Biafra
Che la letteratura africana stia uscendo dal ghetto in cui è stata a lungo rinchiusa, è indubbio: in Inghilterra, in America, in Francia, e ora anche da noi, autori nigeriani, somali, congolesi si fanno largo nel catalogo delle maggiori case editrici, abbandonando il recinto protetto delle sigle indipendenti che avevano scommesso su di loro, vuoi perché erano più accessibili economicamente, vuoi perché i piccoli editori hanno antenne vibratili. Meno evidenti sono le ragioni di un fenomeno che colpisce per la sua rapidità. Solo una moda, sostengono alcuni, riluttanti ad accettare che il canone letterario possa essere messo in discussione. E non si accorgono che in mezzo secolo, da quando – se si vuole prendere una data di inizio – uscì Things Fall Apart (Il crollo) di Chinua Achebe, lo scaffale africano si è arricchito enormemente, e una nuova generazione di giovani autori avvertiti e preparati, è pronta a scardinare i vari cliché legati a una «africanità» di maniera.
Di questa generazione la nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie sembra il perfetto prototipo: poco più che trentenne, ottimi studi fra il suo paese e gli Stati Uniti, con due romanzi (lo splendido L’ibisco viola, Fusi orari, e il più elaborato e sapiente Metà di un sole giallo, Einaudi, ambientato al tempo della guerra del Biafra) ha saputo conquistarsi un vasto pubblico internazionale e ha rastrellato parecchi premi, l’ultimo dei quali, il Nonino, le è stato assegnato ieri a Percoto di Udine. Ed è appunto alla vigilia della premiazione che l’abbiamo incontrata. Continua a leggere
Il quaderno di geografia di Pinocchio. 2, di Nadia Agustoni

i cattivi pensieri
Tra avere e essere non c’è differenza a volte.
Chi non ha proprio nulla di solito muore.
da: Dizionario dei burattini
Eh si’, il paese dei balocchi non è il paese dei mandarini.
Piuttosto delle arance.
da: Il Lunario dei Pinocchi
Mi cresce il naso ogni volta che al mattino apro un giornale. Le bugie sono contagiose. Non c’è dottore che abbia un rimedio, ma la cosa grave è che il naso cresce quando ho a che fare con le cose del mondo. Continua a leggere
«Come pagina bianca», di Pasquale Esposito
Se dovessi riassumere nella forma più breve possibile il romanzo di Pasquale Esposito lo definirei un alfa privativo.
A cominciare dal titolo, si percepisce la centralità dell’assenza, del vuoto come cardine della narrazione: eppure le pagine di questo romanzo sono tutt’altro che bianche. Talmente densa è la storia, talmente ricca di riferimenti e testimonianze, che il mondo creato dalla mente e dalla scrittura della voce narrante non può non avvolgere chi legge, lasciandogli addosso quella seconda pelle costituita dagli interrogativi che solo i libri ben costruiti sanno sollevare.
Il narratore è internato in un ospedale psichiatrico, e per conservare la percezione di sé scrive lunghissime lettere alla donna amata in cui le racconta la sua vita, il suo passato, le sue speranze, tutto quanto ha fatto di lui l’uomo che è e che vorrebbe essere.
Non conosciamo il nome del protagonista, ma conosciamo bene la sua vita, il suo passato, il suo presente. Continua a leggere
10 poesie per 9 nodi – di Aldo Riboni

Aldo e io non ci conosciamo. Siamo stati nella stessa stanza, nelle stesse stanze, *insieme* un giorno a Firenze, a dicembre. Quanto era umida l’aria quel giorno, sembrava di respirare l’Arno. Ho camminato fino a Porta Romana e lì ho comprato dei tulipani. Incartati nel foglio di giornale se ne stavano un po’ miseri, ma poi la mia amica li ha sistemati in un vasetto che aveva proprio quel rosa e quel bianco e tutto è sembrato perfetto. Continua a leggere
Mi hanno preso in simpatia
Bella da morire
Niente di più privato – e quindi pubblico – del Festivàl della canzone italiana di San Remo. In questo senso, si ricorda volentieri quello del ’77, anno di gloria e nefandezze, in costante oscillazione fra il sublime e l’immondo, con qualche propensione per il secondo. Nel 1977 c’è la gloria del teatro Ariston, scelto per via di lavori in corso al Casinò; c’è il campionato di calcio più bello del Dopoguerra (alla fine, la Juventus vince con 51 punti su 60 disponibili, il Torino è secondo con 50) e l’unica finale europea vinta da un team italiano composto di soli italiani (Juventus-Athletic Bilbao 1-0 e 1-2, l’inferno del Sàn Mamès raccontato da Bruno Pizzul, in campo una formazione che è una litania del fòlber italiano: Zoffcuccureddugentilefurinomoriniscireacausiotardelliboninsegnabenettibettega). A inizio anno ci avevano tolto Carosello, ma si cominciavano a vedere tanti programmi a colori, fra i quali ovviamente Portobello, Nella memoria di noialtri suiveur, San Remo 1977 è soprattutto l’ingiusto secondo posto dei Collage, che tutti si cantava. Il pezzo è, inutile ricordarlo, Tu mi rubi l’anima (di Padovan-De Santis), con quelle spettacolari armonie a 3 voci e il testo misterioso:
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La religione civile che manca all’ Italia
di Vito Mancuso
Non mi risulta ci sia lingua al mondo che usi l’ aggettivo della propria nazionalità per designare qualcosa di imperfetto e di furbesco, come invece facciamo noi italiani dicendo “all’ italiana”. C’ è sfiducia verso l’ Italia anzitutto da parte degli stessi italiani: quanti di noi oggi, immaginando di scegliere dove poter nascere, sceglierebbero l’ Italia? La crisi però non dipende dal fatto che valiamo poco, ma dal fatto che valiamo molto, nel senso che la notevole intelligenza degli italiani è incapace di trovare un valore-guida comune. Già nel 1513 Machiavelli scriveva che «in Italia non manca materia da introdurvi ogni forma»: il nostro problema non è la materia umana, che c’ è; è piuttosto la mancanza di una forma su cui modellare l’ esuberanza della materia. Continua a leggere
PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 97
Sono invitato per la prima volta nella dimora di campagna di Elle e di Erre. Quando arrivo i miei due amici sono già ad aspettarmi sul cancello.
“Benvenuto! Prima di entrare non vuoi vedere gli animali?”
“Con piacere, ma non siete vegetariani?”
“E che c’entra? Si tratta di amici che ci onorano della loro compagnia.”
“Ah be’ in questo caso…” e li seguo in un’area parte coperta e parte scoperta dove mucche e galline, molte fra le quali con gli occhiali, passeggiano libere, a piccoli gruppi, con l’aria di conversare fra di loro.
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Franco Loi ai Giovedì di Turro
La lüna… Che mar magher l’era ‘l cel!
La lüna, sparlasciada dai puèta,
l’era ‘na giustra di pü stramb savè:
na lüna sbírula ‘dèss se scamesava
d’i núver che, de füm, le feva argent,
pö, fricch, te la vedévet pü e, s’ciava,
piangeva ai stell ch’j le sigava al nient, Continua a leggere


di