Archivio mensile:Settembre 2023

“Breve amore”, un racconto di Károly Méhes

Károly Méhes (1965) è nato a Pécs, nella parte meridionale dell’Ungheria. La sua carriera letteraria è iniziata nel 1991 in campo poetico, mentre in seguito è passato ai racconti e ai romanzi. Fino ad oggi ha pubblicato ventuno libri, parallelamente al suo secondo lavoro come giornalista e autore esperto di Formula 1.

Nel 2007, insieme a sua moglie Enik? Kulcsár, ha fondato il “Pécs Writers Program”, oggi parte dello “Hungarian Residence Program”.

Breve amore

di Károly Méhes

(traduzione dall’inglese di Giovanni Agnoloni)

Domenica mattina, il direttore del villaggio turistico venne al nostro tavolo indossando una giacca a quadri e una cravatta, nonostante il caldo soffocante. Su cinque delle sue nove dita luccicavano anelli con pietre di varie dimensioni. Torcendosi le mani, si rivolse a noi – be’, devo correggermi: ad Anyuka – in tono rispettosissimo, chiedendoci se potesse far accomodare in nostra compagnia altri due ospiti che erano inaspettatamente arrivati in quel momento.

Anyuka mi guardò leggermente spaventata, ma io evitai di ricambiare la sua occhiata, per poi ascoltarla mentre rispondeva di sì a bassa voce. Credo che non riuscisse mai a contraddire un uomo in giacca e cravatta. Apuka si vestiva sempre in quel modo. Anche quando guardava le partite di calcio, lui era costantemente “in servizio”, perché un uomo, a suo giudizio, doveva essere sempre pronto per eventuali chiamate, se voleva raggiungere dei risultati. Con quell’atteggiamento, finiva che Apuka veniva ininterrottamente sballottato qua e là dagli altri.

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20 righe (per niente facili) di Pasquale Vitagliano

Ho conosciuto Andrea Temporelli come poeta rigoroso e critico esigente. Ma ci sono energie magmatiche che hanno bisogno di rompere la crosta per emergere in superficie con tutta la loro forza. L’amore e tutto il resto – Poesie 1996-2022 (Intelinea, 2023) è un’antologia eruttiva, calda nelle vene e lucidissima nel pensiero. Divisa in nove sezioni, tuttavia, ruota intorno al poemetto Terramadre, che mi sembra il perno centrale o il nucleo focale. Nella sua cadenza orfica, ci scopriamo orfani in una terra di padri menzogneri e di madri cune funerarie, privi di una lingua per dire dolore e amore, debitori unicamente verso la poesia che ci ha fornito le parole per dire addio e così salvarci e vivere definitivamente.

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Giacomo Bergamini

Specchi e riti

questi lividi
esortati da respiri
questo boccone di domande
e questa morte evocata
a bassa voce
questi sogni disegnati
sulle acque
a gesti raccontati
a sbadigli
questo calendario crudele
inchiodato dalle date
e affollato di angosce
e a forza lieto
una malattia citata
in un sermone
che i chiodi raccolgono
a memoria
e che la ragione diserta
come un alibi sfuggente
e protetto
gremite recite e saluti
dolorosamente giustificati
da pretese pressanti
e un po’ uterine

Poetry Therapy, di Dome Bulfaro

Chi è il poetaterapeuta?

La consapevolezza di chi è il poetaterapeuta è il principio attivo che in modo particolare abbiamo sondato in questo numero.

In pochi hanno compreso che la poesia è una delle più potenti medicine che, dalla notte dei tempi, l’uomo utilizza per curarsi.
Tutte le arti sono pratiche medicinali, se hanno in sé i principi attivi da cui dipende l’azione curativa, la quale definisce la tipologia del medicinale.

Nel discorso del 21 maggio 2005 per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, il poeta David Foster Wallace afferma che:

La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificanti e poco attraenti. Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito. Continua a leggere

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Frammenti di Cinema # 68

Qual è il film più brutto nella storia del cinema? Rispondere non è più facile di individuare quello più bello. Secondo alcuni il più brutto film italiano sarebbe Alex l’ariete (2020) con un improponibile Alberto Tomba, campione mondiale di sci nel ruolo di un carabiniere dei GIS. Incredibile è che il regista sia stato uno del calibro di Damiano Damiani. A questo punto, mi sono fatto aiutare da un giovane storico del cinema, esperto di B-Movies. Tra i titoli indicatimi da Alessandro Barile, c’è Avanzers – Italian Superheroes (2023), una commedia fantasy diretta da Cosimo Bosco, con Maurizio Mattioli e Ciro Villano (?). A questo affianca Titanic II (2010) diretto da Shane Van Dyke: non è il seguito, come si potrebbe pensare, ma un mockbuster, una specie di brutta copia destinato al circuito home-video. Esiste, poi, una parodia di Avatar. Ancora una volta sono gli italiani a distinguersi per fantasia, con Lorenzo Dante Zanoni, in arte Alan Smithee, che ha diretto Anatar (2023), con delle anatre come protagonisti.

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Il Progetto


di Fabrizio Centofanti

Il desiderio di scrivere mi aveva sempre accompagnato: c’era una ragione? Ricordo una cena a Riva degli Schiavoni, con don Mario, in cui ebbi la certezza che la mia identità era cogliere quel bello, quel buono, quel vero, e farne un codice da comunicare, come se Venezia racchiudesse in sé il segreto del mondo. Chissà se quelle nostre righe, un giorno, avrebbero testimoniato un cambio d’epoca, il passaggio dalla menzogna diabolica alla luce del vero. Era il motivo per cui ogni giorno strappavamo al silenzio le poche parole che nessuno, altrimenti, avrebbe scritto? L’opera poteva essere questa, e noi i servitori di un progetto che altro non era che il paradiso anticipato, un ritorno alle origini, cielo e terra nuovi. Don Mario ce lo aveva fatto assaporare: ora toccava a noi tenerlo in vita.

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La parola ai poeti. Emiliano Cribari

Io non mi occupo mai di poesia. È la poesia che occupa tutto il mio tempo mentre io cerco disperatamente gentilezza.

Più invecchio più annaspo.

Certe giornate finiscono liquide in fondo al sonno, precario, insieme ai residui, scadenti, scaduti in sorrisi ammuffiti, di ciò che ho trovato.

Una guerra è imminente. La guerra c’è già.

È la guerra del profitto, del prodotto. È la guerra dell’avidità. Lancia segnali di fumo, sfinita, la carità.

Pieni di diritti, di denaro, gli uomini marciano poveri di desideri, di povertà.

Gli uomini marciscono senza obiezioni, quasi all’unanimità.

C’è un visibilio di calabroni che annaspano in fondo a trappole fatte di birra e di miele: anelano aria, biascicano parole tipo yoga e meditazione.

Mio nonno pregava e non lo sapeva, camminava bestemmiando per ore alla ricerca di un pezzo di pane da dividere con altre persone.

Trasversalità, di Rosa Pierno. Robert Walser

La scrittura a matita su volatili reperti: “I microgrammi” di Robert Walser

Un succulento libro/catalogo quello ordito in occasione della mostra, tenutasi nel 2015/2016, presso la Casa Croci Mendrisio, a cura di Antonio Rossi, con la collaborazione di Anna Fattori e di Simone Soldini, di parte dei “microgrammi” dello scrittore bernese Robert Walser: circa cinquecento piccoli fogli riempiti da una grafia minutissima al punto da risultare apparentemente illeggibile. È questa davvero un’occasione ghiotta e irripetibile per conoscere alcuni testi, ma soprattutto le modalità dello strabiliante progetto a cui Walser si è dedicato negli ultimi anni della sua vita (1924-1933). Non senza però dimenticare i due studiosi Bernhard Echte e Werner Morlang, i quali per anni hanno lavorato con acribia su questi testi, curando la prima edizione dei Microgrammi in 6 voll. uscita negli anni 1985-2000 con il titolo “Dal territorio alla matita”, e gli studiosi del Robert Walser-Zentrum di Berna, la cui collaborazione si è mostrata preziosa. Continua a leggere

Antonio Spagnuolo, Oceano (inedita)


Come l’oceano avvolge sponde
tra le onde dai roventi clamori
esattamente la misura trapassa ricordi
nell’arduo riverbero della mente.
Impone il dubbio al bivio,
fissa parole per gioco di invisibili
sostituzioni, nel rigore di scogli.
Inutile persino il tentativo
semplice ad interpretare passioni
per parabole nel sentiero arcuato.
Il tempo ha un altro spazio
per le palpebre al grido
che piega l’universo in cominciamenti
e sbalza altre macchinazioni
al confronto di luci in bardatura.

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Poesie tratte da Odisseas Elitis, È presto ancora… (Donzelli 2000)

a cura di Luca Pizzolitto

Un abisso sembra ergersi fra noi e il mondo, mentre “la vita reca l’obolo della foglia d’ulivo”: leggere Odisseas Elitis significa sperimentare e scandagliare i meandri del vuoto, rimanere altrettanto ancorati alla ricerca del “movimento segreto delle cose. Per Elitis questo inesauribile cercare, manifestare, comprendere, si definisce in poesia, unico spazio di infinita vitalità e divenire, avamposto indiscusso di luce e di speranza.

(…)

“Permettetemi di chiedervi di parlare nel nome della luminosità e della trasparenza. Lo spazio in cui ho vissuto e dove sono stato capace di riempire me stesso è definito da queste due frasi. (…) Non sto parlando della comune e naturale capacità di percepire gli oggetti nei loro dettagli, ma della forza della metafora di trattenere la loro essenza, e di portare loro a uno stato di purezza che il loro significato metafisico appare come una rivelazione”.

Tratto da Francisco Soriano, “Il mistero della luce. Sulla poesia di Odisseas Elitis” (Pangea, 4 novembre 2022) Continua a leggere

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Repetita iuvant, forse.


Altro a cui pensare

di Fabrizio Centofanti 

Aldo è morto. Voi direte: e chissenefrega. Era un barbone. Bisognava sudare sette camicie per farlo lavare e non ci si riusciva quasi mai. Beveva, gridava, litigava. Oltretutto, se n’è andato nella settimana santa, che per noi preti è un massacro senza pari. Ci mancava lui, in questo caos. Puzzava, Aldo; ultimamente, era coperto di pidocchi e pulci, per cui alcuni avevano timore di accostarlo. All’obitorio ho pregato imponendogli la mano: lo Spirito Santo non teme malattie dermatologiche. C’erano altri due cadaveri, avvolti in lenzuoli stropicciati e impregnati di macchie. Se la fine è questa, mi chiedo che senso abbia la nostra corsa senza tregua: se l’affanno infinito, dico, approda a un obitorio sporco e gelido, squallido di pulci e di pidocchi, ma chi ce lo fa fare? Ho sussurrato ad Aldo di non aver paura: don Mario sarebbe venuto a prenderlo, con la veste bianca. Gli ultimi giorni, quando il male lo stava consumando sempre più rapidamente, il sacerdote li ha passati correndo dietro al suo barbone: un affanno finito qui, nell’obitorio gelido. Ma la cura tenace ha trasformato questo inferno in un sepolcro nuovo, un giardino fuori del tempo. Un uomo dalle vesti bianche accoglie i parrocchiani che piangono Aldo, alcolista e puzzolente, e annuncia loro: perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Le pulci e i pidocchi non capiscono: loro hanno altro a cui pensare.

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Incontri XXI

Il segreto

di Denise Levertov (GB/USA, 1923-1997)

Due ragazze che scoprono
all’improvviso
il segreto della vita
nel verso di una poesia.

Quella poesia, l’ho scritta io,
che non conosco
il segreto. Mi hanno
detto

(attraverso una terza
persona)
che l’hanno trovato,
ma non cosa fosse
e nemmeno

in quale verso si trovasse. Ora,
più di una settimana dopo,
avranno già dimenticato
il segreto,

il verso, il nome della
poesia. Io le voglio
bene
perché loro hanno trovato
quello che io non posso trovare,

perché mi vogliono bene
per quel verso che ho scritto
e perché l’hanno dimenticato
così che

tante volte ancora, finché
morte
le trovi, possano
scoprirlo
in altri
versi

in altre
circostanze. E perché
vogliono saperlo,
perché

credono che ci sia
un tale segreto, sì,
soprattutto
per questo. Continua a leggere

La finestra


Dove non arriviamo noi, arriva il Cristo. È come una finestra che si apre su un mondo, quello in cui siamo ciò che siamo davvero. C’è qualcosa di meglio? La verità ci attende come un paesaggio sognato dal primo respiro sulla terra.

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