Archivio mensile:Maggio 2025

Massimiliano Boni, Arlecchineschi (LIC)

di Fabrizio Centofanti

Massimiliano Boni, Arlecchineschi, Appunti per ritratti, o, pirandellianamente, ritratti da farsi. Cardarelli, Alvaro, Bologna, Edizioni Italiane Moderne, 1983, pp. 279.

Vincenzo Cardarelli: troppo moralista o troppo formalista, poeta o prosatore, reazionario o intelligente profeta del genio tradizionale italiano, vuoto parolaio o rivalutatore attento dell’arte retorica come “lavoro di scelta, di rigore, di pazienza”. Sono, questi, solo alcuni tra i molti giudizi e motivi contrastanti che si susseguono e rimandano l’un l’altro nell’ultimo libro di Massimiliano Boni, che presenta e sviluppa, con un analogo metodo di analisi, anche la sezione dedicata alla parabola poetica di Corrado Alvaro; ove è dato riscontrare, tra l’altro, nodi problematici affini a quelli del più anziano scrittore di Tarquinia. Continua a leggere→

George Trakl

di Giorgio Stella

CANTI DEL ROSARIO

Alla sorella

Autunno e crepuscolo diventa il tuo cammino,
azzurro animale che sotto gli alberi risuoni,
stagno deserto nella sera.

Piano risuona il volo degli uccelli, malinconia nell’arco dei tuoi occhi.
Scarno risuona il tuo sorriso.

Dio ha piegato le tue ciglia.
Stelle cercano di notte, o dolorosa figlia, della tua fronte l’arco.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Ascoltare e seguire

«In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.

Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre.
Io e il Padre siamo una cosa sola». [Gv 10,27-30] Continua a leggere→

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Didattica della poesia, di Enrico Grandesso

I versi… non vanno mai soli

 

 

  Chiarita la necessità della lettura a voce della poesia, unita alla comprensione basilare del testo, compiamo il passo successivo: non lasciamo la poesia sola, accompagniamola bensì con un’arte (qui) ausiliaria. In primis la musica.

   Chi ha la mia età ricorda che, negli anni Sessanta e Settanta, la RAI – anche nei varietà – spesso ospitava attori, da Vittorio Gassman ad Alberto Lupo a Totò, che interpretavano poesie (oggi rimane quasi solo Roberto Benigni). Spesso questi attori avevano come sottofondo un pianoforte, o un’orchestra.  Continua a leggere→

Augusto Benemeglio, Mio antico Salento

di Fabrizio Centofanti

L’avevo avvertito: questa volta niente recensioni. La mia vita è diventata impossibile, tra impegni di ogni tipo e la ricerca di una preghiera che illumini gesti e parole che ingorgano la vita di un prete. Niente recensioni. Poi ti immergi nel libro e vieni avvolto e travolto dal calore e colore di una terra che fa dimenticare le mani avanti di una mancanza di tempo disperata.

Questo è il Salento di don Tonino Bello, “il fratello vescovo, il più grande e luminoso uomo nato nel Salento, il santo più amato e più importante dell’ultimo scorcio del ventesimo secolo”. Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Ricordo. 1

Il Ricordo 1.   Sul filo teso

 

   “Era una casa interrata: il piano basso dell’edificio era scavato nel dorso della montagna. Era il nostro vicino, dall’altra parte del muro: un inquilino pesante, introverso e silenzioso, un vecchio e malinconico monte con le sue inveterate abitudini di scapolo e una fissazione per il silenzio”. 
È Una storia di amore e di tenebra quella che racconta, sul filo teso e tagliente del Ricordo, agli inizi del Duemila, sessantenne, Amos Oz, consacrato narratore israeliano. La storia di una vita e di un paese che palpitano assieme, che crescono assieme, abbarbicati l’uno all’altro come la casa e la montagna: la casa interrata, che avverte tutto il peso della montagna; il narratore, il figlio nato in quella casa, che cerca di scavarsi la propria tana, alla luce del sole, nella vita quotidiana e nei solchi intellettuali di un paese in fulminea formazione, il paese di un popolo che fa ritorno alla propria terra – intanto abitata, coltivata, amata da altri popoli – dopo venti secoli di esilio.  Continua a leggere→

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 32

Il magistero di Tonino Guerra

Avevo recensito per lo Speciale libri dell’«Unità» il suo romanzo “I cento uccelli” essendo già innamorato dei versi crepuscolari in dialetto santarcangiolese (che Contini aveva definito l’«asperrimo vernacolo»), così mi feci coraggio e gli telefonai. Una settimana dopo andai a trovarlo nel suo appartamento all’ultimo piano d’un palazzo tutt’altro che signorile di piazzale Clodio, a Roma.
«Lasciami indovinare: vuoi che ti presenti a Federico, vero?» mi sussurrò il braccio destro felliniano con un tono malinconico e deluso.
«No, sono qui per lei».
«Davvero? Allora diamoci del tu» e mi portò in cucina poggiandomi una mano sulla spalla.
La teiera fischiava. Prendemmo ciascuno la sua tazza e ci trasferimmo in salotto: pochi libri, due poltrone di panno, prese e interruttori anneriti.
Gli lessi una poesia che gli piacque molto («Hai più ritmo di un congolese») e apprezzò altrettanto un soggetto cinematografico su una banda di scugnizzi napoletani:
«Ma devi sapere che a Napoli è difficile girare, bisogna chiedere il permesso alla camorra per ogni ciak» (il film lo fece poco più tardi a Palermo Gian Vittorio Baldi, stravolgendo la mia idea).
Parlava con lentezza ipnotica movendo le braccia come un direttore d’orchestra insonnolito:
«Hai ritmo da vendere, mio caro, già già, e anche se sei giovanissimo conosci a menadito tutti i segreti della poesia; ma ti posso dire una cosa, una cosa piccina piccina? te la posso dire, sì?».
«Sono qui per questo» risposi con una punta d’ansia.
«Allora te la dico. Metti troppi concetti nelle parole, ecco. Una poesia, come un film, deve avere un’unica idea forte».
Da allora, ogni volta che scrivo un verso penso a quella cosa «piccina piccina».

La forma della felicità

di Fernando Altieri

Questo non è un manuale come tanti. È un libro che ti prende per mano e ti affascina parlandoti di Dio, dell’uomo, del loro ritrovarsi. Nel caos nichilistico che attraversiamo, nell’Occidente della disintegrazione dei valori, questo testo fa affiorare un senso: una bellezza che abbiamo smarrito, intasati come siamo da immagini triviali; una bontà che sembra evaporata, a causa del cinismo imperante; una verità che pare stravolta dall’ondata di fake news.

Leggere un paragrafo alla volta de La forma della felicità permette di sentirsi ancora vivi, protagonisti di un progetto straordinario, in cui Cielo e terra non sono più distanti, in cui il paradiso non è “un mondo lontanissimo da qui”, come canta una star dei nostri tempi.

Questo libro non è affatto un manuale come tanti: è una finestra sulla realtà così come l’ha pensata Dio.

Fabrizio Centofanti, Sabrina Trane, La forma della felicità. Una spiritualità per il mondo contemporaneo, Effatà, 2021.

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Stefania Di Lino

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<<…Scrivere è un processo, un passaggio di vita, che attraversa il vivibile e il vissuto. La scrittura è inseparabile dal divenire: scrivendo si diventa donna, si diventa animale e vegetale, si diventa molecole, fino a diventare impercettibili>> 
Gilles Deleuze

<<Non è tempo di trattare con Dio affari di poco conto>> 
S. Teresa D’Avila 

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e poi sei là a lavorare / nella trasposizione degli atti in vita / a scuotere della notte i sogni da inseguire / a carpire profezie /a prefigurare mutamenti / ribaltamenti e sparizioni / ad auspicare ritorni / e a fingere di non morire,
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impagino e scompagino / versi senza tregua / fogli di un libro tutto mio / un sentimento nudo il vuoto / orfano di un Dio mai incontrato / ma tu parlami ancora se puoi / dell’infinitamente buono / e dimmi perché sentire così tanto male / su quale tavola marmorea / in quale passo della storia questo tormento / dimmi chi ha inciso questo comandamento,

POESIA E POLITICA. 4. Alida AIRAGHI

26 aprile 1986

 

Aprile è un mese crudele, se nel buio

esplosioni boati laceranti sirene

bucano il sonno di martiri futuri

un occhio spalancato sul tetto scoppiato

del quarto reattore fondendo

acciaio cemento sbriciolando

pareti finestre infrangibili Continua a leggere→

La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 4

La vergogna degli oggetti

Che cosa dice davvero di noi un bastone da passeggio usato prima del tempo? Quali pensieri restano intrappolati nel fondo di un cassetto dove abbiamo riposto un vecchio cellulare, ormai superato? E perché arrossiamo quando qualcuno si accorge dei nostri abiti consumati, come se non fosse solo il tessuto a essere logoro, ma anche qualcosa di più intimo? Continua a leggere→

Costantino Kavafis

di Giorgio Stella

La città

Hai detto: «Andrò per altra terra ed altro mare.
Una città migliore di questa ci sarà.
Tutti gli sforzi sono condanna scritta. E qua
giace sepolto, come un morto, il cuore.

E fino a quando, in questo desolato languore?
Dove mi volgo, dove l’occhio giro,
macerie nere della vita miro,
ch’io non seppi, per anni, che perdere e schiantare ».

Né terre nuove troverai, né nuovi mari.
Ti verrà dietro la città. Per le vie girerai:
le stesse. E negli stessi quartieri invecchierai,
ti farai bianco nelle stesse mura.

Perenne approdo, questa città. Per la ventura
nave non c’è né via – speranza vana!
La vita che schiantasti in questa tana
breve, in tutta la terra l’hai persa, in tutti i mari

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Mi vuoi bene? Seguimi

Gianni Maran

«In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi». [Gv 21,1-19] Continua a leggere→

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